Contro il Dominio dei Costi – 1 – In Nome della Sostenibilità. L’attuale crisi indotta dalle epidemie di Covid-19 mette in evidenza una crisi delle infrastrutture sanitarie aggravata, se non causata, da una politica di riduzione dei costi perseguita con crescente accanimento negli ultimi decenni.
Quanto è ora il costo di dover fare i conti con tale politica?
Sicuramente di molti ordini di grandezza superiore.

Oggi, come dopo le crisi del 2008 e del 2011, tutti i modelli secondo i quali si dovevano allocare le risorse rispettando criteri ritenuti quasi intoccabili, saltano, e là dove si centellinavano i milioni si stanzieranno i trilioni.
Strappi in condizioni di estrema emergenza?
O dimostrazione che quei modelli e quei criteri sono solo idoli di un sistema che non sa uscire da una crisalide epistemica?

Anche in assenza di “cigni neri”, il costo della non-qualità è sempre molto superiore al costo della qualità
Nonostante ciò sia stato dimostrato con evidenza almeno fin dagli anni ’80, si è pervicacemente favorito – su scala globale – lo sviluppo di un’economia basata sulla riduzione dei costi, anche in presenza di risorse abbondanti, anche quando lo stesso non-utilizzo delle risorse poneva dei problemi.

Ci sono evidenze svariate dei danni incalcolabili – e delle opportunità perdute – causate da questa impostazione, e a tutti i livelli. Si tratta di un vizio sistemico estirpabile solo con un’azione altrettanto sistemica e coinvolgente, dai modelli teorici dell’economia all’educazione delle persone, dalla ridefinizione dei valori patrimoniali alla revisione delle norme che regolano la finanza pubblica.

Sono sempre esistite due filosofie rispetto alle scelte di spesa e di investimento
La prima privilegia la qualità sul costo: ogni plus di qualità è da adottare e rispettare col massimo rigore possibile sempre e a prescindere dal costo.
La seconda ritiene più utile un compromesso: la qualità costa, la non-qualità anche, occorre stabilire un livello di qualità accettabile, che permetta le funzioni dei processi coinvolti senza costare troppo.
Numerosi studi hanno dimostrato come la scelta della seconda filosofia sia sempre fallimentare.

La partecipazione attiva al programma CMS – Cost Management System del CAM-I (USA, www.cam-i.org ), che opera dal 1984 e ha avuto un ruolo importante nel cambiamento del pensiero economico e manageriale al volgere degli anni ’90 (*), ci consente una testimonianza diretta di come questi studi abbiano portato alla luce questioni fondamentali, spesso nascoste da diversi strati di prassi e modelli applicativi ritenuti validi ed esaustivi, ma in realtà parziali e svianti, quando non mistificatori.

(*) Questo lavoro di ricerca e` stato cosi` commentato da Peter Drucker, su HBR (1990): “… ha scatenato una rivoluzione intellettuale. Il piu` eccitante e innovativo lavoro nel management oggi, con nuovi concetti, nuovi approcci, nuova metodologia – fino a quello che si potrebbe chiamare una nuova filosofia economica – che stanno rapidamente prendendo forma…”.

L’antefatto e la motivazione di studi come il CMS stavano in quello che fu chiamato il “Paradosso della Produttività”: paradosso rispetto a un teorema a monte secondo il quale se tutti i sottosistemi di un sistema funzionano “bene”, funzionerà “bene” anche il sistema nel suo complesso. Purtroppo non è così, perché l’idea di “bene” cambia a seconda del contesto in cui viene pensata e perseguita.
Un parametro che evidenzia tale differenza di prospettiva è proprio il costo, quando questo diventa la misura dell’efficienza, del rispetto del budget, dell’ottenimento di risultati.
Non è difficile capire che il responsabile di un sottosistema sarà portato ad adottare la seconda filosofia, quella della qualità di compromesso, non quella della qualità “totale”; in questo modo le mancanze e le inadeguatezze dei suoi processi sono scaricate a valle: a ottimi risultati interni al sottosistema corrispondono una serie di esternalità negative, spesso destinate a moltiplicarsi esponenzialmente.
Le mancanze e inadeguatezze non erano solo dovute al modo in cui i processi venivano svolti, ma anche ai criteri con cui venivano valutati e attuati gli investimenti: i grandi investimenti in automazione della fine degli anni ’70 furono un completo fallimento, che innescò una fase di declino per molte imprese, soprattutto manifatturiere – ben noto il caso della General Motors.
Non sembra che maggiore successo abbia finora arriso al più recente tentativo di creazione della smart factory, operato in Germania con il programma Industria 4.0, non per caso uscito dai riflettori dei media dopo un periodo di grande fortuna.
Eppure furono proprio gli americani a concepire l’idea della qualità totale, senza compromessi.
È significativo notare quando questo avvenne, durante la II Guerra Mondiale: guarda caso, un periodo di emergenza in cui il costo smise di essere un parametro, perché la priorità era produrre in grande quantità e anche in grande qualità.
Le norme militari sono orientate alla qualità, perché l’affidabilità e l’efficacia di ciò che serve in guerra devono essere sempre garantite.

Questa spinta ebbe anche il non trascurabile effetto di superare del tutto le difficoltà economiche che si trascinavano dalla crisi del ’29.
I principi della qualità totale (in realtà non ancora così “totale” come potremmo concepirla oggi) caddero presto in disuso, superate da principi economico-finanziari orientati a garantire gli azionisti in un orizzonte di breve termine e interpretati dalla sempre più incombente “mano visibile” del management, non sempre disinteressata e non sempre trasparente.
Il risultato fu che il manufacturing americano, che era su livelli di eccellenza negli anni ’40, negli anni ’80 mancava gravemente di qualità e di competitività.
Paradossalmente, mancava anche di efficienza, perché la frammentazione dei centri di responsabilità creava costi indiretti rilevanti e crescenti.

Alcune considerazioni emerse dal CMS possono essere così sintetizzate
– Gli indici economico-finanziari non sono indicatori efficaci di come realmente funzionano i processi di un sistema; non premiano la qualità e permettono manipolazioni.
– Sempre per via dell’affidarsi a tali indici, le decisioni passate di investimento, avendo creato debito, pesano troppo sulle decisioni presenti: ad esempio, l’investimento in una tecnologia andrebbe svalutato o azzerato via via che si presentano alternative migliori; ogni tentativo di recupero dei costi sostenuti peggiora le scelte e porta a una spirale negativa. Considerazioni analoghe dovrebbero valere anche per gli stati.
– La responsabilizzazione dei decisori su un determinato sottosistema appartenente a un sistema più ampio porta a scelte che ottimizzano il sottosistema, ma compromettono il sistema nel suo complesso. La strutturazione della nostra società in compiti e responsabilità via via più frammentate ovviamente aggrava la problematica.
– Le scelte a monte, in un ciclo di vita di qualsiasi sistema, sono molto più determinanti di quelle assunte durante il ciclo, anche se in assoluto richiedono minori risorse; per questo è fondamentale disporre di un’amplissima ridondanza e diversità di risorse in queste fasi a monte; solo così si otterrà un’efficienza ottimale sul durante (per inciso, l’attuale processo di digitalizzazione elimina in gran parte la necessità di risorse concentrate per lo sviluppo del ciclo nelle sue fasi operative). Il riconoscimento sul piano economico e politico – da parte dei capitali, dei clienti e delle istituzioni pubbliche – di questa capacità di ridondanza e diversità dell’intrapresa e dell’innovazione come precondizione essenziale di qualsiasi attività operativa, è la chiave di un’economia forte.
Una considerazione più generale è la seguente: la focalizzazione su sistemi chiusi porta a privilegiare i costi sulla qualità, la consapevolezza che tutti i sistemi sono aperti porta a capire che i costi saranno minimi se la qualità sarà massima, senza compromessi di alcun tipo.

A supporto di ciò proviamo a prendere in considerazione alcuni grandi temi che si impongono nella nostra contemporaneità
1. PLASTICA
Le plastiche, o meglio i polimeri, sono sostanze che si sono imposte per la loro straordinaria versatilità e varietà di utilizzi, e anche per il loro costo competitivo verso altri materiali.
Oggi lamentiamo giustamente l’invadenza della plastica nel pianeta, fino alla formazione di grandi isole di plastica negli oceani. Ciò sta portando a una demonizzazione della plastica e a una volontà di limitarla attraverso modalità il più delle volte estemporanee e del tutto irrilevanti in una prospettiva sistemica.
Nel frattempo le plastiche negli oceani continuano ad aumentare, portate principalmente dai grandi fiumi che attraversano regioni molto popolose e povere, come il Gange e lo Yangtze, che hanno le concentrazioni di plastiche più alte di qualsiasi altro fiume al mondo. L’Indonesia è tra i Paesi che contribuiscono di più all’inquinamento, mentre dall’Europa arriva solo lo 0,28%.
Quindi il problema della plastica non è della plastica in sé (che ha tuttavia il peccato originale di essere un derivato del petrolio), ma soprattutto della gestione dei suoi costi.
C’è in generale una grande attenzione ai costi marginali, che per le plastiche di uso comune è molto basso.
Non c’è invece attenzione al costo totale della plastica (come di molte altre cose), che include l’ammortamento degli investimenti nella raccolta differenziata e nel riciclaggio (visto che sono pochi i polimeri biodegradabili).
Inoltre il danno fatto agli oceani non viene quantificato né risarcito.
Non dobbiamo demonizzare la plastica, ma dovremmo pagarne interamente il costo totale e non solo quello marginale.
Non è un caso che il problema sia molto di più il Gange del Reno. La povertà induce a trascurare i costi indotti; anche per questo è un forte driver di insostenibilità e la sua eliminazione è il primo punto dell’agenda ONU 2030.
Trascurare i costi indotti significa provocare danni incommensurabilmente più gravi.

2. CEMENTO ARMATO
Una storia parallela a quella della plastica può essere quella del cemento armato, o meglio del calcestruzzo armato. Anche se la sua invenzione è più antica, l’esplosione dell’utilizzo del cemento armato è, specie in Italia, coeva a quella della plastica, e caratterizza il periodo definito “miracolo economico”.
Senza nulla togliere alle possibilità che in certi contesti e condizioni questa tecnica può avere, la povertà e la trascuratezza degli indotti (negli anni ’60 in pochi si preoccupavano della durata del calcestruzzo armato) portarono a ignorare totalmente la qualità del materiale e delle opere che si stavano facendo; generando nel contempo la devastazione ambientale che tutti i nostri territori, quale più quale meno, conoscono.
La persistenza di un certo modo di gestire i costi è stata resa drammaticamente evidente dal crollo del Viadotto Polcevera a Genova nel 2018. Opera costruita sfidando le caratteristiche intrinseche del materiale per dichiarazione dello stesso progettista, arrivava a proporre una sfida basata su un materiale povero, trasformando il basso costo in valore ideologico.
Il ponte era il simbolo di questa ideologia. Qui abbiamo anche avuto un esempio di come sia diffusa la pericolosissima tendenza a non quantificare i costi connessi a eventi singolari, che in questo caso erano purtroppo addirittura certi, anche se ovviamente con tempistiche non determinabili con precisione. La mancata considerazione anticipata dei costi della non-qualità ha generato condizioni oggi presenti e incombenti, gravi e difficili da gestire, senza contare l’enorme danno ambientale della cementificazione.

3. ENERGIA NUCLEARE
Certamente non è questa la sede per prendere partito a favore o contro il nucleare, una tecnologia il cui dominio e il cui sviluppo dovrebbero comunque essere patrimonio di una società sviluppata. Solo occorre mettere in evidenza che, anche qui, occorre tenere conto dei costi su tutto il ciclo di vita degli impianti nucleari e delle tecnologie connesse.
Nascondere alcuni costi, come il decommissioning delle centrali a fine vita per poter propagandare un costo dell’energia particolarmente competitivo, è molto pericoloso.
Alla fine del ciclo di vita la tendenza è quella di tirare avanti per non sostenere costi rilevanti e non recuperabili, incrementando (come nel caso, diverso ma analogo dal punto di vista della filosofia dei costi, del ponte di Genova) i rischi di eventi catastrofici.

4. PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E CORRUZIONE
Quando si ritiene che sia possibile equiparare la qualità di offerte diverse, e che quindi il prezzo debba discriminare la scelta (si pensi alle gare in cui il criterio discriminante è il massimo ribasso), si punisce la qualità.
Offerte diverse non avranno mai la stessa qualità, e non è sufficiente il fatto che rispondano egualmente ai requisiti dati. Se non si premia il delta anche piccolo di qualità a prescindere dal suo costo differenziale, e ci si accontenta del rispetto di requisiti standard, si crea una zona in cui la corruzione non solo può insediarsi, ma anche organizzarsi.
Un’economia che favorisce organizzazioni adattate a vincere bandi con requisiti standard, non è certo una buona economia: è un’economia con grumi di corruzione e soprattutto è un’economia che non ha interesse a innovare, a cercare il meglio, a sfidarsi.
Alla fine la differenza di competitività tra sistemi è tutta qua.
La pubblica amministrazione muove una quota importante dell’economia, e quindi ha una grande responsabilità in questo senso.
C’è troppa focalizzazione sui costi marginali e troppo poca sul premiare l’innovazione.
Non è azzardato affermare che un sistema che non sia impegnato a fondo nel miglioramento e nell’innovazione è un sistema che nel rilassamento si corrompe, disincentiva i talenti e distrugge il patrimonio cognitivo che è l’asse portante di una società sana e di successo.
Accontentarsi di ciò che “funziona” (il cha-bu-duo cinese), che soddisfa bisogni di base, è un errore fondamentale.
Ovviamente un sistema orientato a premiare la qualità richiede un alto livello di conoscenza e cultura da parte di chi decide, il che non attiene a una burocrazia dedita alla conoscenza della norma più che del contesto.
Occorre maggiore coinvolgimento dei fruitori finali, unito alla loro continua educazione, e una continua riscrittura della norma conseguente alla comprensione dei cambiamenti.

Autore: Paolo Zanenga, Presidente Diotima Society

Diotima Society
History – D is an open non-profit organization established in 2013, with headquarters in Milan (Italy), and with members, correspondents and ambassadors all around the world.
Goal – D investigates the multiple Change dynamics: origins, paths, research strategies, resiliency factors, and frames of convergence (“consilience”). An essential tenet is the reunification of the “two cultures” (scientific and humanistic).
Awards – D Golden MASK is awarded to distinguished Insightful Thinkers and Society Innovators. The Award is granted by an International committee of 36 members, nominated by the Board of Trustees of D in conjunction with other Institutions

www.diotimasociety.org

per leggere la PARTE 2:
Contro il Dominio dei Costi – 2 – Una Visione Ecosistemica

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