Contro il Dominio dei Costi – 2 – Una Visione Ecosistemica. Da moltissimi esempi che si potrebbero estrapolare in ogni campo produttivo, il tema che emerge è il seguente: i costi sono da valutare in un’ottica di sistemi aperti (o ecosistemi) e non di sistemi chiusi.
Questa è una considerazione più generale di quella che si impose nel management per superare il paradosso della produttività.
La qualità totale di allora era company-wide. Oggi non possiamo non renderci conto che tutto è interconnesso, che il sistema mondo non è frazionabile.

Le considerazioni che ascoltiamo e leggiamo oggi sulla green economy sono un riflesso parziale di questa constatazione generale. La green economy presuppone un patrimonio connesso al miglioramento della qualità della vita, che non è misurabile perché non si riferisce a un sistema chiuso, ma della cui esistenza siamo consapevoli.

Dietro questa consapevolezza che convive con la non-misurabilità, c’è una questione enorme e irrisolta.
Non possiamo essere generici e nasconderci dietro parole-slogan, come green, blue, teal, e così via.

Un rischio oggi evidente è dato dalle semplificazioni e dagli slanci volontaristici 
È proprio ciò di cui dovremmo fare a meno. Alcuni modi in cui i sistemi esistenti generano esternalità dannose sono infatti molto evidenti, ne abbiamo citato esempi, e sono già oggi contestati da vari movimenti. Quando però la base di tali critiche è eminentemente moralistica, basata su pensieri e valori ritriti; comunicata con slogan che appartengono al vecchio mondo, spacciandoli come nuovi, “giovani”, si rischia molto, perché la cosa più facile per un potere che rifiuta di rigenerarsi è adottare questi stessi slogan, che apparentemente richiamano il cambiamento, ma nella sostanza (a) reiterano i pregiudizi epistemici alla radice del problema, (b) nel loro approccio semplificatorio inducono la politica a operare danni ancor più gravi – per di più col sostegno delle masse.

Occorre sicuramente una misura del patrimonio diversa da quella che emerge dalle logiche di bilancio dei sistemi chiusi, che collegano stato patrimoniale a conto economico. Saremmo portati a convenire che l’esito dei processi che si svolgono in un sistema aperto e complesso possa essere valutato per l’impatto che ha sulla vita delle persone, sugli ambienti culturali e tecnologici in cui si sono costruiti i loro stili di vita e i loro valori, incluso il pianeta con le sue biosfere e noosfere, e infine sull’idea di mondo che include tutto ciò.

Come dire che siamo indotti a ragionare di biopolitica
Approccio oggi più aderente alla situazione di quanto non lo fosse nel mondo studiato da Foucault ai suoi tempi (mezzo secolo fa e anche meno, ma i fattori chiave sono cambiati nel frattempo…); il rapporto tra il potere e la vita sta diventando molto meno intermediato, più diretto, e nello stesso tempo straordinariamente più complesso.
Il declino degli intermediari storici (stati, partiti, sindacati, comunità scientifiche e accademiche, banche, grandi imprese, chiese e altri raggruppamenti religiosi, organizzazioni economiche e sociali di ogni tipo) è spiegabile proprio col fatto che sono non solo basati, ma intrinsecamente costituiti sull’idea di sistemi chiusi, con responsabilità separate. In questa separatezza i costi sono infatti gestiti in una logica di chiusura sia spaziale-organizzativa, sia temporale (il periodo di esercizio, il ciclo di vita dell’investimento, ecc.).
Questo porta a una deresponsabilizzazione rispetto a quello che succede “fuori” dal sottosistema e “dopo” il termine in cui si debbano rendicontare dei risultati.

La stretta relazione tra chiusura del sistema e mancanza di sostenibilità appare ovvia
L‘ottimizzazione dei sottosistemi, perseguita in un’ottica di sistemi chiusi, porta al degrado del sistema nel suo complesso.

Quando poi ci sono parti del sistema che non sono rappresentate da qualche forma di potere, vengono naturalmente depredate; tipicamente il rapporto uomo-natura è sempre stato un rapporto di predazione.
Tutti gli intermediari storici hanno predato dove e quando hanno potuto, e tuttora la nostra economia mainstream, ancora prevalente pur se in affanno, si basa sulla predazione delle risorse naturali, si pensi ai combustibili fossili.
Il nuovo rapporto tra potere e biopolitica, che sta emergendo in contemporanea alla crisi degli intermediari storici, forse può offrire nuove prospettive, ma al momento non è compreso ed è privo di guida; né siamo in grado di capire quale genere di guida eventualmente serva.
Si affacciano realtà di multiappartenenze (appartenenze a multiple comunità di tipo tribale, unite da valori e stili di vita simili), di peer-to-peer (gruppi che si governano senza centri di riferimento, come i possessori di valute virtuali), di data management (soprattutto da parte di grandi piattaforme cui attengono milioni/miliardi di persone dalle quali assorbire i dati relativi alla loro vita, potendone quindi rinforzare, modificare, sfruttare i valori, i saperi, le attività).
È tuttavia difficile immaginare l’evoluzione di questi sviluppi e a maggior ragione capire come possano generare un nuovo “ordine”. Sicuramente i più solidi tra gli intermediari tradizionali possono leggere la trasformazione e cavalcarla.
Lo stato cinese per esempio sembra in grado di sommare alla sua funzione storica quella di grande piattaforma digitale, tale da coinvolgere gli abitanti della Cina. Tuttavia difficilmente potrà evitare che ognuno di essi sia comunque “multiappartenente”; caratteristica che potrebbe diventare peraltro un grande atout, se ci sarà la saggezza di avvalersene.

Gli stati tuttavia rimangono troppo implicati nel vecchio ordine industriale, in cui i consumi di massa sono funzionali al consenso politico: consumi di massa che per essere tali a loro volta si appoggiano sul concetto di “costo”, anzi di “basso costo”.

Purtroppo i costi bassi di questi consumi sono la causa diretta della non-sostenibilità del sistema: agricoltura intensiva, allevamenti intensivi, produzioni standardizzate, permettono bassi costi di accesso, ma pregiudicano mortalmente la salute sia del pianeta sia delle persone.

Questo modello di produzione/consumo è comunque ormai in declino generalizzato perché insostenibile anche economicamente, non più in grado di retribuire né il lavoro, né il capitale: in più, la disruption indotta dall’emergere del digitale lo stravolge a livello fisico-territoriale, economico, culturale.

Tuttavia gli stati territoriali hanno costruito su di esso i propri messaggi politici e le competenze delle loro vaste burocrazie: saranno capaci di liberarsi di questi enormi “distressed asset” per riproporsi come intermediari efficaci?
Il fattore costo sta alla base di tutto ciò, e come abbiamo visto impatta pesantemente sulle nostre vite e su quelle di tutte le istituzioni, determinano policy, scelte, decisioni che modificano a fondo le nostre prospettive e opportunità, ma soprattutto la nostra qualità della vita e i livelli di rischio cui siamo soggetti: tutto quanto possiamo chiamare biopolitica. Abbiamo anche visto che questo impatto il più delle volte è negativo e provoca danni e catastrofi.
Manca in modo flagrante un quadro in cui questo parametro possa essere governato.
Se consideriamo come modello di sistema aperto l’ecosistema, cioè un sistema vivente o quasi-vivente, che si autodefinisce in un equilibrio dinamico (e non statico come i sistemi chiusi), possiamo immaginare un governo della biopolitica?
Certamente porterebbe con sé alcune promesse interessanti:

– La sostenibilità intrinseca, perché la sostenibilità equivale al mantenimento dell’equilibrio dinamico dell’ecosistema
– La governabilità della relazione tra macrosistema e sottosistemi a vari livelli (sul modello organismo-cellule), e per analogia tra locale e globale
– Una misura di efficienza rapportata alla qualità e non all’output (come noto, i sistemi viventi sono estremamente inefficienti dal punto di vista termodinamico, dissipano energia per creare “ordine”, finalizzano la conoscenza all’emersione di livelli superiori di adattamento e di potenziale)
– L’enfasi sulla ridondanza (che trova la sua metafora nell’importanza delle cellule staminali, pluripotenti), riconducibile anche alla conoscenza estesa e connessa come patrimonio primario
– L’enfasi sulla diversità (è già ben approfondito il tema della biodiversità)
– La ricorsività dei pattern come alternativa all’universalità degli standard (il che promette nuovi approcci non solo all’economia, ma anche alla politica e al diritto).

La diversità dell’approccio rispetto a quello attuale è impressionante, tuttavia trova delle corrispondenze in una serie di fenomeni emergenti nella nostra epoca: il fallimento dei modelli predittivi mainstream, una distribuzione di capitali finanziari sulle imprese che prescinde molto più che in passato dal conto economico, una crisi delle organizzazioni pubbliche e private orientate a soddisfare bisogni di massa, la perdita di importanza nella generazione di capitali delle immobilizzazioni materiali, che diventano sempre più liability, il crescente ruolo strategico dell’innovazione e in generale del controllo della conoscenza.

Molti di questi fenomeni sono sintetizzabili in uno spostamento del modello vincente da quello basato sullo sfruttamento di risorse finite (e quindi iper-focalizzato sui costi) a quello basato sulle fonti cognitive, teoricamente infinite e quindi nel loro complesso non vincolate da un sistema di costi.
Se teniamo conto del fatto che processi cognitivi e processi vitali sono identificabili, si può immaginare che una nuova biopolitica e una nuova bioeconomia possano essere configurate a partire da una rappresentazione del mondo basata sul possibile della cognizione e non sullo pseudo-reale delle risorse materiali.
L’inizio della sperimentazione di nuovi modelli di questo genere non può essere immaginato in modo massivo, ma è immaginabile che un nuovo paradigma culturale sia adottato in vari iperluoghi, territori e/o reti globali, dove si creino dei sistemi pilota in grado di prosperare sulle logiche del vivente, totalmente diverse da quelle del modello macchina oggi ancora imperante pur se profondamente scosso.
Nel frattempo i decisori attuali, privati e pubblici, possono gradualmente acquisire la consapevolezza che i vincoli connessi ai costi non sono barriere reali, ma totem da abbattere. Soprattutto in una regione come l’Europa, che vanta come punto di forza l’eccellenza e la varietà dei suoi stili di vita.

Autore: Paolo Zanenga, Presidente Diotima Society

Diotima Society
History. D is an open non-profit organization established in 2013, with headquarters in Milan (Italy), and with members, correspondents and ambassadors all around the world.
Goal. D investigates the multiple Change dynamics: origins, paths, research strategies, resiliency factors, and frames of convergence (“consilience”). An essential tenet is the reunification of the “two cultures” (scientific and humanistic).
Awards. D Golden MASK is awarded to distinguished Insightful Thinkers and Society Innovators. The Award is granted by an International committee of 36 members, nominated by the Board of Trustees of D in conjunction with other Institutions.

www.diotimasociety.org

per rileggere la PARTE 1:
Contro il Dominio dei Costi – 1 – In Nome della Sostenibilità

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