Author: enrico

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Giornata mondiale delle api: CONAPI sostiene con BeeLife una PAC per gli impollinatori. Istituita dall’ONU nel 2018, il 20 maggio di ogni anno ricorre la Giornata Mondiale delle Api, un’occasione per far conoscere questa specie protetta e il ruolo che svolge per il benessere del nostro pianeta.
Il Consorzio Nazionale Apicoltori appoggia il progetto di BeeLife Coordinamento Apistico Europeo nella proposta di misure chiave nell’ambito della nuova PAC per contribuire alla salvaguardia degli impollinatori in Europa
Tra le iniziative promosse dalla Cooperativa, con l’obiettivo di sollecitare le autorità ad adottare una politica più responsabile, il lancio della campagna social di sensibilizzazione #BeeLifeBeeGreen, e un fitto programma di webinar edutainment svolti in collaborazione con il Centro Agricoltura Ambiente

La Politica Agricola Comune (PAC) rappresenta circa il 40% del bilancio complessivo dell’Unione Europea e, solo nel 2018, l’Ue ha fornito sostegni agli agricoltori per oltre 58 miliardi di euro. La PAC è una delle politiche cruciali dell’Ue, con un impatto diretto sull’economia e sulla sicurezza alimentare. Il modello attuale può essere migliorato facendo fronte agli impatti negativi dell’agricoltura sull’ambiente e sugli impollinatori e riqualificando gli investimenti pubblici al fine di migliorare e non deteriorare ulteriormente le condizioni ambientali.

BeeLife Coordinamento Apistico Europeo propone misure chiave nell’ambito della nuova PAC con l’obiettivo di contribuire alla salvaguardia degli impollinatori. Questi ultimi, possono divenire alleati determinanti per tutto il settore agricolo e contribuire a verificare e misurare l’impatto ambientale delle scelte politiche.

Conapi, Consorzio Nazionale Apicoltori con oltre 600 soci apicoltori professionisti e 100 mila alveari, nella Giornata Mondiale delle Api appoggia e promuove le proposte di BeeLife affinché le Politiche Agricole Comunitarie considerino le api come indicatore di sostenibilità dell’agricoltura, capaci di dare informazioni importanti, poiché veri e propri termometri dello stato di salute dell’ambiente e dell’agricoltura, in grado di testare concretamente se un territorio è pulito.

È importante che nella stesura delle Politiche Agricole della Comunità Europea siano inseriti elementi concreti per la riduzione sistematica dell’uso di pesticidi, con accertamenti sui residui chimici e sulla biodiversità botanica nelle matrici di alveari e favorendo metodi naturali di miglioramento della fertilità del suolo e di controllo dei parassiti. Per raggiungere quest’obiettivo, tra le tante azioni necessarie e possibili riteniamo che un passo fondamentale sia anche favorire la cooperazione intersettoriale delle comunità agricole: agricoltori e apicoltori insieme per raggiungere un importante obiettivo comune.

In occasione della Giornata mondiale delle Api, Conapi ha quindi attivato la campagna social #BeeLifeBeeGreen con la partecipazione di Gianumberto Accinelli, entomologo e scrittore, e Anna Ganapini, apicoltrice biologica, socia Conapi e consigliere BeeLife, per diffondere i concetti base delle richieste che BeeLife ha portato presso le Istituzioni Europee, chiedendo di condividere queste proposte per una #AgricolturaFiorita.

Inoltre, saranno attivate le prime Conferenze on line dirette al pubblico per dare indicazioni sui migliori metodi per allestire giardini e orti accoglienti per gli impollinatori, utilizzando sistemi di manutenzione e di disinfestazione da parassiti non dannosi per le api. Le conferenze, tenute dal Centro Agricoltura Ambiente, rientrano nel progetto Verde Urbano che, insieme a Api e Orti Urbani, rappresentano alcuni dei progetti promossi dalla Cooperativa, rivolti al pubblico, che hanno riscosso grande successo aumentando la consapevolezza del ruolo di questi insetti.
Le dirette streaming si svolgeranno domani sulla pagina Facebook CONAPI alle ore 17,00 e alle 19,00 e saranno disponibili anche successivamente.

CONAPI
Conapi, Consorzio Nazionale Apicoltori, rappresenta la più importante cooperativa di apicoltori in Italia e una delle più importanti nel mondo, di cui Mielizia è lo storico brand che rappresenta un modello completo di “filiera del miele”: dalla scelta dei territori, alla produzione in apiario, fino al confezionamento e alla commercializzazione del prodotto finito. Sono oltre 600 gli apicoltori e circa 100.000 gli alveari in tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia, da cui provengono mediamente oltre 2.600 tonnellate di miele. Conapi, che riunisce apicoltori biologici e convenzionali, è il primo produttore di miele biologico in Italia.

BEELIFE
Coordinamento Apistico Europeo è l’associazione internazionale che riunisce associazioni apistiche di diversi Paesi della Ue. Sua mission è la tutela e salvaguardia di api, impollinatori e biodiversità; le api infatti sono l’odierno “canarino nelle miniere, che lancia l’allarme se qualcosa non va nell’ambiente”. BeeLife è membro di Save the Bees Coalition, di Bee Partnership ed è partner del progetto finanziato dall’Europa, Internet of Bees).

www.conapi.it

www.bee-life.eu

Barometro Procurement, Logistica, Supply Chain. Si è tenuto il 14 maggio il webinar organizzato da BYinnovation Sustainable Business Development con ADACI Associazione Italiana Acquisti & Supply Management, inizialmente progettato come convegno nel contesto della Fiera Green Logistics Expo, rimandata per i motivi sanitari.
 (altro…)

RAEE oltre 343.000 tonnellate. Il 12° Rapporto Annuale 2019 del Centro di Coordinamento RAEE evidenzia che nel nostro Paese sono state avviate a corretto smaltimento 343.069 tonnellate di Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, registrando una crescita del 10,45%. La Valle d’Aosta si conferma la regione più virtuosa d’Italia per raccolta pro capite, quasi doppia rispetto a quella nazionale, mentre la Toscana spicca tra le regioni del Centro. La Campania è la migliore per quantità assolute raccolte del Sud Italia, ma ha la maglia nera per raccolta pro capite

Sono oltre 343mila le tonnellate di Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE) raccolte in Italia nel 2019.
È quanto emerge dall’analisi dei dati resi noti dal Centro di Coordinamento RAEE, l’organismo centrale che organizza l’attività di tutti i Sistemi Collettivi dei produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche che si occupano della gestione dei RAEE in Italia, e che rappresenta il punto di riferimento per tutta la filiera dei RAEE domestici. Si tratta di un risultato estremamente positivo, in crescita di oltre il 10% rispetto al 2018, che conferma e migliora ulteriormente il trend degli ultimi anni.

I dati più importanti della raccolta RAEE 2019 sono stati presentati nel Rapporto Annuale 2019 che raccoglie e sintetizza i risultati della raccolta conseguiti dai singoli Sistemi Collettivi, ed è pertanto l’unico report in grado di fotografare l’andamento della raccolta di RAEE domestici nella sua totalità a livello nazionale.

Quest’anno il Rapporto Annuale viene proposto in una veste totalmente nuova, ripensato nei contenuti e nella grafica, realizzata da Accent On Design di Milano. Oltre a fornire i risultati più significativi della raccolta a livello nazionale e regionale, il rapporto di quest’anno si propone come strumento informativo a tutto tondo grazie all’inserimento del vocabolario dei RAEE e dello schema di funzionamento dell’intero sistema, dal cittadino ai Sistemi Collettivi.

Per conoscere invece in maniera dettagliata lo stato della raccolta dei RAEE domestici in Italia, il CdC RAEE mette a disposizione un nuovo servizio online, il sito raeeitalia.it, concepito per presentare i dati attuali e storici. La neonata piattaforma web è stata sviluppata integrando il tool Pingendo, strumento per il design e l’aggiornamento di siti web moderni ed affidabili, con Google Data Studio, lo strumento di Data Visualization che permette di realizzare report interattivi ed accessibili da chiunque, su ogni dispositivo.

“Siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti dal sistema RAEE nel 2019, grazie all’impegno dei Sistemi Collettivi e di tutti i gestori della raccolta, siano essi Comuni, aziende della gestione rifiuti piuttosto che distributori e installatori di apparecchiature elettriche e elettroniche” commenta Bruno Rebolini, neo presidente del Centro di Coordinamento RAEE. “Si tratta di un risultato molto positivo che conferma e consolida ancora una volta il trend evidenziatosi negli ultimi anni. Il sistema di gestione dei RAEE promosso dai produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche ha migliorato livelli di servizio e di efficienza già particolarmente virtuosi su tutto il territorio nazionale, a conferma che il sistema multi-consortile italiano è un modello di riferimento a livello europeo. Al tempo stesso i produttori di AEE attraverso i sistemi collettivi hanno ulteriormente incrementato i finanziamenti a disposizione dei soggetti che effettuano la raccolta, che tra premi di efficienza, fondo per lo sviluppo delle infrastrutture di raccolta e finanziamenti per la comunicazione locale e nazionale, ammontano a oltre 22 milioni di euro”.

Dati nazionali raccolta RAEE 2019
Nel 2019 i Sistemi Collettivi hanno raccolto complessivamente 343.069 tonnellate di RAEE sull’intero territorio nazionale, quasi 32.460 tonnellate in più rispetto al 2018, valore che corrisponde a un incremento del 10,45% rispetto al 2019, in assoluto la crescita migliore dal 2014. Migliora anche la raccolta media pro capite che si attesa a 5,68 kg per abitante (+10,68%).

Si amplia anche la rete infrastrutturale attiva sul territorio nazionale che comprende 4.367 centri di raccolta comunali, con un ulteriore miglioramento del servizio a disposizione di cittadini e consumatori per il corretto conferimento dei RAEE.

Nel corso del 2019 i Sistemi Collettivi hanno gestito 194.734 ritiri di RAEE sull’intero territorio nazionale, l’8,55% in più rispetto all’anno precedente, corrispondente a una media di 16.288 movimenti mensili.
Le missioni di freddo e clima (R1) e grandi bianchi (R2) hanno registrato un forte incremento rispetto all’anno precedente (+9,42% e +11,07%), ma se guardiamo la crescita del carico medio, quella di R2 è stata superiore all’1,80%, quella di R1 si è fermata al +1,51%. Quest’ultimo raggruppamento ha ancora margini di miglioramento, considerando che la possibilità di ottimizzare i carichi è analoga per la somiglianza delle apparecchiature che li compongono. Particolarmente significativo è l’incremento del carico medio di R4 (+4,17%), direttamente legato alla importante crescita della raccolta di Consumer Electronics e piccoli elettrodomestici.

Il costante efficientamento della movimentazione dei RAEE è andato di pari passo con un tasso di puntualità sempre elevato con valori costantemente superiori al 99%.

Questi risultati sono l’esito della costante attività di sensibilizzazione e promozione della cultura della raccolta dei RAEE, impegno che per due anni dal 2018 ha visto coinvolto in prima persona il Centro di Coordinamento RAEE, promotore della prima campagna di comunicazione nazionale sull’argomento. A questo aspetto si affiancano gli effetti positivi degli Accordi di Programma che coinvolgono, oltre al Centro di Coordinamento RAEE, i produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche, i Comuni, i gestori della raccolta dei rifiuti e i distributori.
Affinché il percorso virtuoso imboccato e consolidato negli anni dal nostro Paese prosegua per conseguire gli obiettivi di raccolta sempre più sfidanti a livello europeo, va ribadita ancora una volta la necessità di rendere urgente e prioritaria l’azione di contrasto alla dispersione e al commercio illegale dei RAEE.

La classifica dei cinque raggruppamenti
Nel 2019 tutti i cinque raggruppamenti nei quali sono suddivisi i RAEE secondo le diverse esigenze di trattamento e riciclo, hanno registrato un incremento: il più significativo, pari al +15,28%, spetta all’elettronica di consumo e ai piccoli elettrodomestici (R4) il cui peso si attesta a 72.609 tonnellate. Si conferma pertanto l’ottimo trend avviato lo scorso anno, indubbiamente favorito anche dalla campagna di comunicazione promossa dal CdC RAEE negli ultimi due anni.
Molto positivo, e pari a al +13,12%, l’incremento dei grandi bianchi (R2) che si confermano la tipologia di apparecchiature a fine vita più raccolte con 115.109 tonnellate, arrivando a rappresentare oltre un terzo della raccolta assoluta. Crescono a doppia cifra (+11,06%) anche freddo e clima (R1) per un totale di 93.432 tonnellate, mentre Tv e monitor (R3) raggiungono quota 59.853 tonnellate (+0,12%). Le sorgenti luminose (R5), infine, superano per la prima volta quota 2.000 tonnellate, confermando seppur a ritmi più contenuti rispetto all’anno precedente (+5,36%) la crescita iniziata nel 2018.

La raccolta geografica
In linea con quanto già emerso negli anni precedenti, anche dal Rapporto Annuale 2019 emerge che l’andamento della raccolta è stato positivo in quasi tutto il Paese. Nord, Centro, Sud e Isole rafforzano ulteriormente i quantitativi di raccolta complessiva rispetto al 2018, seppur con trend differenti anche ampi, tra le diverse aree territoriali. In particolare, il gap dell’area Sud e Isole con il resto d’Italia rimane evidente e riconferma il fatto che, nonostante sia in crescita, la raccolta in queste regioni dovrà procedere a ritmi più sostenuti nel prossimo futuro.
Una situazione similare si osserva nella raccolta pro capite, in crescita in quasi tutto il Paese.

Nelle regioni del Nord la raccolta complessiva cresce dell’8,77% rispetto al 2018 per un totale di poco più di 186.000 tonnellate, con una media pro capite che arriva a 7,40 kg per abitante, ben al di sopra della media nazionale. In termini di raccolta assoluta le regioni registrano un trend positivo, ad eccezione della Valle d’Aosta che segna un calo (-2,28%), pur non intaccando il suo primato nazionale in termini di raccolta pro capite (10,30 kg/ab). Spicca, al contrario l’incremento della raccolta in Liguria che anche nel 2018 è a doppio digit (+14,45%).
Tra le migliori del Paese, anche le raccolte pro capite dell’Emilia Romagna e della Liguria, rispettivamente con 8,08 kg/ab e 7,62 kg/ab. Da sottolineare che quest’ultima nel 2018 ha superato il Trentino Alto Adige che si è sempre distinto per avere una delle raccolte pro capite più alte.

Nel Centro Italia la raccolta di RAEE domestici cresce del 12,26% rispetto all’anno precedente per un totale di 79.525 tonnellate; sale anche la media pro capite che raggiunge i 5,91 kg per abitante, superando nuovamente la media italiana. Tutte le regioni registrano andamenti molto positivi, compresa l’Umbria che segna un’importante inversione di tendenza portando la raccolta dal -0,61% del 2018 al + 8,44% nel 2019. Particolarmente performante il Lazio che evidenzia un incremento nella raccolta superiore al 18%, quarto miglior risultato a livello nazionale.

Sono però il Sud e le Isole a registrare la maggiore crescita nella raccolta a livello di aree, con un incremento del 12,76%, confermando così il trend positivo emerso già nel corso del 2018, che si traduce in una raccolta complessiva di 77.377 tonnellate. Sei regioni su sette evidenziano risultati a segno più, mentre il Molise conferma per il secondo anno consecutivo l’unico trend negativo.
All’opposto, la miglior performance nell’incremento della raccolta – da notare, non solo a livello di area, ma addirittura a livello nazionale – spetta alla Basilicata che registra un incremento nella raccolta del 29,72% favorito dalla presenza di un importante luogo di raccolta.
Molto positivi e sempre a doppia cifra anche i trend di crescita della Sicilia e della Puglia, rispettivamente a +19,18% e +18,85%, che si posizionano così al secondo e al terzo posto a livello italiano per maggiore crescita nella raccolta, ma che ancora stentano in quella assoluta.
A livello di raccolta pro capite, l’area raggiunge quota 4,77 kg/ab, riducendo in maniera significativa il divario rispetto alla media nazionale. A livello di singole regioni, la Sardegna ratifica la seconda posizione a livello nazionale con un pro capite di 8,43 kg/ab, seguita dal Molise con 5,24 kg/ab che così come le restanti regioni dell’area rimangono però tutte al di sotto della media nazionale.

Classifica per regioni
Nella classifica delle regioni, in valori assoluti a livello nazionale la Lombardia tiene stretto il podio con 64.728 tonnellate di RAEE raccolti, mentre in termini di raccolta pro capite, come già evidenziato, la Valle d’Aosta conferma nuovamente la propria leadership.
Nel Centro Italia il Lazio diventa la regione più virtuosa per raccolta complessiva, con 29.547 tonnellate di RAEE raccolti, superando di un soffio la Toscana che rimane invece salda al comando per quanto riguarda la media pro capite, pari a 7,87 kg/ab. Nessuna variazione, invece, nel Sud Italia e isole, dove la Campania si conferma al primo posto nella raccolta assoluta con 18.809 tonnellate di RAEE, mentre la Sardegna è prima per raccolta pro capite, con 8,43 kg/ab.
Maglia nera al contrario per Puglia, Sicilia e Campania in termini di raccolta pro capite, le tre regioni anche nel 2019 occupano infatti le ultime tre posizioni della classifica nazionale seppur con un lieve cambiamento: con 3,52 kg/ab la Puglia è terzultima, seguita al penultimo posto dalla Sicilia con 3,47 kg/ab. Ultimo posto, ancora una volta, per la Campania con soli 3,24 kg/ab, dati abbondantemente al di sotto della media nazionale e lontanissimi dagli ambiziosi obiettivi imposti dall’Unione Europea.

Conclude Rebolini: “Siamo consapevoli che nonostante il cammino fin qui intrapreso e i molti risultati positivi conseguiti, la strada per raggiungere gli sfidanti target imposti dall’Unione Europea continua a essere lunga e con molti ostacoli. Ciò nonostante, anche nel prossimo futuro il Centro di Coordinamento RAEE, insieme ai Sistemi Collettivi e ai produttori, proseguirà il cammino intrapreso ormai dodici anni fa all’insegna del massimo impegno e mettendo in campo risorse reali e concrete”.

Centro di Coordinamento RAEE
Il Centro di Coordinamento RAEE è un consorzio di natura privata, gestito e governato dai Sistemi Collettivi sotto la supervisione del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare e del Ministero dello Sviluppo Economico. È costituito dai Sistemi Collettivi dei produttori di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (AEE), in adempimento all’obbligo previsto dal Decreto Legislativo n. 49 del 14 marzo 2014.
Il compito primario del Centro di Coordinamento RAEE è garantire su tutto il territorio nazionale una corretta gestione dei RAEE originati dalla raccolta differenziata, assicurando che tutti i Sistemi Collettivi lavorino con modalità ed in condizioni operative omogenee; il Centro di Coordinamento RAEE stabilisce, inoltre, come devono essere assegnati i Centri di Raccolta RAEE ai diversi Sistemi Collettivi.

www.cdcraee.it

Contro il Dominio dei Costi – 2 – Una Visione Ecosistemica. Da moltissimi esempi che si potrebbero estrapolare in ogni campo produttivo, il tema che emerge è il seguente: i costi sono da valutare in un’ottica di sistemi aperti (o ecosistemi) e non di sistemi chiusi.
Questa è una considerazione più generale di quella che si impose nel management per superare il paradosso della produttività.
La qualità totale di allora era company-wide. Oggi non possiamo non renderci conto che tutto è interconnesso, che il sistema mondo non è frazionabile.

Le considerazioni che ascoltiamo e leggiamo oggi sulla green economy sono un riflesso parziale di questa constatazione generale. La green economy presuppone un patrimonio connesso al miglioramento della qualità della vita, che non è misurabile perché non si riferisce a un sistema chiuso, ma della cui esistenza siamo consapevoli.

Dietro questa consapevolezza che convive con la non-misurabilità, c’è una questione enorme e irrisolta.
Non possiamo essere generici e nasconderci dietro parole-slogan, come green, blue, teal, e così via.

Un rischio oggi evidente è dato dalle semplificazioni e dagli slanci volontaristici 
È proprio ciò di cui dovremmo fare a meno. Alcuni modi in cui i sistemi esistenti generano esternalità dannose sono infatti molto evidenti, ne abbiamo citato esempi, e sono già oggi contestati da vari movimenti. Quando però la base di tali critiche è eminentemente moralistica, basata su pensieri e valori ritriti; comunicata con slogan che appartengono al vecchio mondo, spacciandoli come nuovi, “giovani”, si rischia molto, perché la cosa più facile per un potere che rifiuta di rigenerarsi è adottare questi stessi slogan, che apparentemente richiamano il cambiamento, ma nella sostanza (a) reiterano i pregiudizi epistemici alla radice del problema, (b) nel loro approccio semplificatorio inducono la politica a operare danni ancor più gravi – per di più col sostegno delle masse.

Occorre sicuramente una misura del patrimonio diversa da quella che emerge dalle logiche di bilancio dei sistemi chiusi, che collegano stato patrimoniale a conto economico. Saremmo portati a convenire che l’esito dei processi che si svolgono in un sistema aperto e complesso possa essere valutato per l’impatto che ha sulla vita delle persone, sugli ambienti culturali e tecnologici in cui si sono costruiti i loro stili di vita e i loro valori, incluso il pianeta con le sue biosfere e noosfere, e infine sull’idea di mondo che include tutto ciò.

Come dire che siamo indotti a ragionare di biopolitica
Approccio oggi più aderente alla situazione di quanto non lo fosse nel mondo studiato da Foucault ai suoi tempi (mezzo secolo fa e anche meno, ma i fattori chiave sono cambiati nel frattempo…); il rapporto tra il potere e la vita sta diventando molto meno intermediato, più diretto, e nello stesso tempo straordinariamente più complesso.
Il declino degli intermediari storici (stati, partiti, sindacati, comunità scientifiche e accademiche, banche, grandi imprese, chiese e altri raggruppamenti religiosi, organizzazioni economiche e sociali di ogni tipo) è spiegabile proprio col fatto che sono non solo basati, ma intrinsecamente costituiti sull’idea di sistemi chiusi, con responsabilità separate. In questa separatezza i costi sono infatti gestiti in una logica di chiusura sia spaziale-organizzativa, sia temporale (il periodo di esercizio, il ciclo di vita dell’investimento, ecc.).
Questo porta a una deresponsabilizzazione rispetto a quello che succede “fuori” dal sottosistema e “dopo” il termine in cui si debbano rendicontare dei risultati.

La stretta relazione tra chiusura del sistema e mancanza di sostenibilità appare ovvia
L‘ottimizzazione dei sottosistemi, perseguita in un’ottica di sistemi chiusi, porta al degrado del sistema nel suo complesso.

Quando poi ci sono parti del sistema che non sono rappresentate da qualche forma di potere, vengono naturalmente depredate; tipicamente il rapporto uomo-natura è sempre stato un rapporto di predazione.
Tutti gli intermediari storici hanno predato dove e quando hanno potuto, e tuttora la nostra economia mainstream, ancora prevalente pur se in affanno, si basa sulla predazione delle risorse naturali, si pensi ai combustibili fossili.
Il nuovo rapporto tra potere e biopolitica, che sta emergendo in contemporanea alla crisi degli intermediari storici, forse può offrire nuove prospettive, ma al momento non è compreso ed è privo di guida; né siamo in grado di capire quale genere di guida eventualmente serva.
Si affacciano realtà di multiappartenenze (appartenenze a multiple comunità di tipo tribale, unite da valori e stili di vita simili), di peer-to-peer (gruppi che si governano senza centri di riferimento, come i possessori di valute virtuali), di data management (soprattutto da parte di grandi piattaforme cui attengono milioni/miliardi di persone dalle quali assorbire i dati relativi alla loro vita, potendone quindi rinforzare, modificare, sfruttare i valori, i saperi, le attività).
È tuttavia difficile immaginare l’evoluzione di questi sviluppi e a maggior ragione capire come possano generare un nuovo “ordine”. Sicuramente i più solidi tra gli intermediari tradizionali possono leggere la trasformazione e cavalcarla.
Lo stato cinese per esempio sembra in grado di sommare alla sua funzione storica quella di grande piattaforma digitale, tale da coinvolgere gli abitanti della Cina. Tuttavia difficilmente potrà evitare che ognuno di essi sia comunque “multiappartenente”; caratteristica che potrebbe diventare peraltro un grande atout, se ci sarà la saggezza di avvalersene.

Gli stati tuttavia rimangono troppo implicati nel vecchio ordine industriale, in cui i consumi di massa sono funzionali al consenso politico: consumi di massa che per essere tali a loro volta si appoggiano sul concetto di “costo”, anzi di “basso costo”.

Purtroppo i costi bassi di questi consumi sono la causa diretta della non-sostenibilità del sistema: agricoltura intensiva, allevamenti intensivi, produzioni standardizzate, permettono bassi costi di accesso, ma pregiudicano mortalmente la salute sia del pianeta sia delle persone.

Questo modello di produzione/consumo è comunque ormai in declino generalizzato perché insostenibile anche economicamente, non più in grado di retribuire né il lavoro, né il capitale: in più, la disruption indotta dall’emergere del digitale lo stravolge a livello fisico-territoriale, economico, culturale.

Tuttavia gli stati territoriali hanno costruito su di esso i propri messaggi politici e le competenze delle loro vaste burocrazie: saranno capaci di liberarsi di questi enormi “distressed asset” per riproporsi come intermediari efficaci?
Il fattore costo sta alla base di tutto ciò, e come abbiamo visto impatta pesantemente sulle nostre vite e su quelle di tutte le istituzioni, determinano policy, scelte, decisioni che modificano a fondo le nostre prospettive e opportunità, ma soprattutto la nostra qualità della vita e i livelli di rischio cui siamo soggetti: tutto quanto possiamo chiamare biopolitica. Abbiamo anche visto che questo impatto il più delle volte è negativo e provoca danni e catastrofi.
Manca in modo flagrante un quadro in cui questo parametro possa essere governato.
Se consideriamo come modello di sistema aperto l’ecosistema, cioè un sistema vivente o quasi-vivente, che si autodefinisce in un equilibrio dinamico (e non statico come i sistemi chiusi), possiamo immaginare un governo della biopolitica?
Certamente porterebbe con sé alcune promesse interessanti:

– La sostenibilità intrinseca, perché la sostenibilità equivale al mantenimento dell’equilibrio dinamico dell’ecosistema
– La governabilità della relazione tra macrosistema e sottosistemi a vari livelli (sul modello organismo-cellule), e per analogia tra locale e globale
– Una misura di efficienza rapportata alla qualità e non all’output (come noto, i sistemi viventi sono estremamente inefficienti dal punto di vista termodinamico, dissipano energia per creare “ordine”, finalizzano la conoscenza all’emersione di livelli superiori di adattamento e di potenziale)
– L’enfasi sulla ridondanza (che trova la sua metafora nell’importanza delle cellule staminali, pluripotenti), riconducibile anche alla conoscenza estesa e connessa come patrimonio primario
– L’enfasi sulla diversità (è già ben approfondito il tema della biodiversità)
– La ricorsività dei pattern come alternativa all’universalità degli standard (il che promette nuovi approcci non solo all’economia, ma anche alla politica e al diritto).

La diversità dell’approccio rispetto a quello attuale è impressionante, tuttavia trova delle corrispondenze in una serie di fenomeni emergenti nella nostra epoca: il fallimento dei modelli predittivi mainstream, una distribuzione di capitali finanziari sulle imprese che prescinde molto più che in passato dal conto economico, una crisi delle organizzazioni pubbliche e private orientate a soddisfare bisogni di massa, la perdita di importanza nella generazione di capitali delle immobilizzazioni materiali, che diventano sempre più liability, il crescente ruolo strategico dell’innovazione e in generale del controllo della conoscenza.

Molti di questi fenomeni sono sintetizzabili in uno spostamento del modello vincente da quello basato sullo sfruttamento di risorse finite (e quindi iper-focalizzato sui costi) a quello basato sulle fonti cognitive, teoricamente infinite e quindi nel loro complesso non vincolate da un sistema di costi.
Se teniamo conto del fatto che processi cognitivi e processi vitali sono identificabili, si può immaginare che una nuova biopolitica e una nuova bioeconomia possano essere configurate a partire da una rappresentazione del mondo basata sul possibile della cognizione e non sullo pseudo-reale delle risorse materiali.
L’inizio della sperimentazione di nuovi modelli di questo genere non può essere immaginato in modo massivo, ma è immaginabile che un nuovo paradigma culturale sia adottato in vari iperluoghi, territori e/o reti globali, dove si creino dei sistemi pilota in grado di prosperare sulle logiche del vivente, totalmente diverse da quelle del modello macchina oggi ancora imperante pur se profondamente scosso.
Nel frattempo i decisori attuali, privati e pubblici, possono gradualmente acquisire la consapevolezza che i vincoli connessi ai costi non sono barriere reali, ma totem da abbattere. Soprattutto in una regione come l’Europa, che vanta come punto di forza l’eccellenza e la varietà dei suoi stili di vita.

Autore: Paolo Zanenga, Presidente Diotima Society

Diotima Society
History. D is an open non-profit organization established in 2013, with headquarters in Milan (Italy), and with members, correspondents and ambassadors all around the world.
Goal. D investigates the multiple Change dynamics: origins, paths, research strategies, resiliency factors, and frames of convergence (“consilience”). An essential tenet is the reunification of the “two cultures” (scientific and humanistic).
Awards. D Golden MASK is awarded to distinguished Insightful Thinkers and Society Innovators. The Award is granted by an International committee of 36 members, nominated by the Board of Trustees of D in conjunction with other Institutions.

www.diotimasociety.org

per rileggere la PARTE 1:
Contro il Dominio dei Costi – 1 – In Nome della Sostenibilità

Contro il Dominio dei Costi – 1 – In Nome della Sostenibilità. L’attuale crisi indotta dalle epidemie di Covid-19 mette in evidenza una crisi delle infrastrutture sanitarie aggravata, se non causata, da una politica di riduzione dei costi perseguita con crescente accanimento negli ultimi decenni.
Quanto è ora il costo di dover fare i conti con tale politica?
Sicuramente di molti ordini di grandezza superiore.

Oggi, come dopo le crisi del 2008 e del 2011, tutti i modelli secondo i quali si dovevano allocare le risorse rispettando criteri ritenuti quasi intoccabili, saltano, e là dove si centellinavano i milioni si stanzieranno i trilioni.
Strappi in condizioni di estrema emergenza?
O dimostrazione che quei modelli e quei criteri sono solo idoli di un sistema che non sa uscire da una crisalide epistemica?

Anche in assenza di “cigni neri”, il costo della non-qualità è sempre molto superiore al costo della qualità
Nonostante ciò sia stato dimostrato con evidenza almeno fin dagli anni ’80, si è pervicacemente favorito – su scala globale – lo sviluppo di un’economia basata sulla riduzione dei costi, anche in presenza di risorse abbondanti, anche quando lo stesso non-utilizzo delle risorse poneva dei problemi.

Ci sono evidenze svariate dei danni incalcolabili – e delle opportunità perdute – causate da questa impostazione, e a tutti i livelli. Si tratta di un vizio sistemico estirpabile solo con un’azione altrettanto sistemica e coinvolgente, dai modelli teorici dell’economia all’educazione delle persone, dalla ridefinizione dei valori patrimoniali alla revisione delle norme che regolano la finanza pubblica.

Sono sempre esistite due filosofie rispetto alle scelte di spesa e di investimento
La prima privilegia la qualità sul costo: ogni plus di qualità è da adottare e rispettare col massimo rigore possibile sempre e a prescindere dal costo.
La seconda ritiene più utile un compromesso: la qualità costa, la non-qualità anche, occorre stabilire un livello di qualità accettabile, che permetta le funzioni dei processi coinvolti senza costare troppo.
Numerosi studi hanno dimostrato come la scelta della seconda filosofia sia sempre fallimentare.

La partecipazione attiva al programma CMS – Cost Management System del CAM-I (USA, www.cam-i.org ), che opera dal 1984 e ha avuto un ruolo importante nel cambiamento del pensiero economico e manageriale al volgere degli anni ’90 (*), ci consente una testimonianza diretta di come questi studi abbiano portato alla luce questioni fondamentali, spesso nascoste da diversi strati di prassi e modelli applicativi ritenuti validi ed esaustivi, ma in realtà parziali e svianti, quando non mistificatori.

(*) Questo lavoro di ricerca e` stato cosi` commentato da Peter Drucker, su HBR (1990): “… ha scatenato una rivoluzione intellettuale. Il piu` eccitante e innovativo lavoro nel management oggi, con nuovi concetti, nuovi approcci, nuova metodologia – fino a quello che si potrebbe chiamare una nuova filosofia economica – che stanno rapidamente prendendo forma…”.

L’antefatto e la motivazione di studi come il CMS stavano in quello che fu chiamato il “Paradosso della Produttività”: paradosso rispetto a un teorema a monte secondo il quale se tutti i sottosistemi di un sistema funzionano “bene”, funzionerà “bene” anche il sistema nel suo complesso. Purtroppo non è così, perché l’idea di “bene” cambia a seconda del contesto in cui viene pensata e perseguita.
Un parametro che evidenzia tale differenza di prospettiva è proprio il costo, quando questo diventa la misura dell’efficienza, del rispetto del budget, dell’ottenimento di risultati.
Non è difficile capire che il responsabile di un sottosistema sarà portato ad adottare la seconda filosofia, quella della qualità di compromesso, non quella della qualità “totale”; in questo modo le mancanze e le inadeguatezze dei suoi processi sono scaricate a valle: a ottimi risultati interni al sottosistema corrispondono una serie di esternalità negative, spesso destinate a moltiplicarsi esponenzialmente.
Le mancanze e inadeguatezze non erano solo dovute al modo in cui i processi venivano svolti, ma anche ai criteri con cui venivano valutati e attuati gli investimenti: i grandi investimenti in automazione della fine degli anni ’70 furono un completo fallimento, che innescò una fase di declino per molte imprese, soprattutto manifatturiere – ben noto il caso della General Motors.
Non sembra che maggiore successo abbia finora arriso al più recente tentativo di creazione della smart factory, operato in Germania con il programma Industria 4.0, non per caso uscito dai riflettori dei media dopo un periodo di grande fortuna.
Eppure furono proprio gli americani a concepire l’idea della qualità totale, senza compromessi.
È significativo notare quando questo avvenne, durante la II Guerra Mondiale: guarda caso, un periodo di emergenza in cui il costo smise di essere un parametro, perché la priorità era produrre in grande quantità e anche in grande qualità.
Le norme militari sono orientate alla qualità, perché l’affidabilità e l’efficacia di ciò che serve in guerra devono essere sempre garantite.

Questa spinta ebbe anche il non trascurabile effetto di superare del tutto le difficoltà economiche che si trascinavano dalla crisi del ’29.
I principi della qualità totale (in realtà non ancora così “totale” come potremmo concepirla oggi) caddero presto in disuso, superate da principi economico-finanziari orientati a garantire gli azionisti in un orizzonte di breve termine e interpretati dalla sempre più incombente “mano visibile” del management, non sempre disinteressata e non sempre trasparente.
Il risultato fu che il manufacturing americano, che era su livelli di eccellenza negli anni ’40, negli anni ’80 mancava gravemente di qualità e di competitività.
Paradossalmente, mancava anche di efficienza, perché la frammentazione dei centri di responsabilità creava costi indiretti rilevanti e crescenti.

Alcune considerazioni emerse dal CMS possono essere così sintetizzate
– Gli indici economico-finanziari non sono indicatori efficaci di come realmente funzionano i processi di un sistema; non premiano la qualità e permettono manipolazioni.
– Sempre per via dell’affidarsi a tali indici, le decisioni passate di investimento, avendo creato debito, pesano troppo sulle decisioni presenti: ad esempio, l’investimento in una tecnologia andrebbe svalutato o azzerato via via che si presentano alternative migliori; ogni tentativo di recupero dei costi sostenuti peggiora le scelte e porta a una spirale negativa. Considerazioni analoghe dovrebbero valere anche per gli stati.
– La responsabilizzazione dei decisori su un determinato sottosistema appartenente a un sistema più ampio porta a scelte che ottimizzano il sottosistema, ma compromettono il sistema nel suo complesso. La strutturazione della nostra società in compiti e responsabilità via via più frammentate ovviamente aggrava la problematica.
– Le scelte a monte, in un ciclo di vita di qualsiasi sistema, sono molto più determinanti di quelle assunte durante il ciclo, anche se in assoluto richiedono minori risorse; per questo è fondamentale disporre di un’amplissima ridondanza e diversità di risorse in queste fasi a monte; solo così si otterrà un’efficienza ottimale sul durante (per inciso, l’attuale processo di digitalizzazione elimina in gran parte la necessità di risorse concentrate per lo sviluppo del ciclo nelle sue fasi operative). Il riconoscimento sul piano economico e politico – da parte dei capitali, dei clienti e delle istituzioni pubbliche – di questa capacità di ridondanza e diversità dell’intrapresa e dell’innovazione come precondizione essenziale di qualsiasi attività operativa, è la chiave di un’economia forte.
Una considerazione più generale è la seguente: la focalizzazione su sistemi chiusi porta a privilegiare i costi sulla qualità, la consapevolezza che tutti i sistemi sono aperti porta a capire che i costi saranno minimi se la qualità sarà massima, senza compromessi di alcun tipo.

A supporto di ciò proviamo a prendere in considerazione alcuni grandi temi che si impongono nella nostra contemporaneità
1. PLASTICA
Le plastiche, o meglio i polimeri, sono sostanze che si sono imposte per la loro straordinaria versatilità e varietà di utilizzi, e anche per il loro costo competitivo verso altri materiali.
Oggi lamentiamo giustamente l’invadenza della plastica nel pianeta, fino alla formazione di grandi isole di plastica negli oceani. Ciò sta portando a una demonizzazione della plastica e a una volontà di limitarla attraverso modalità il più delle volte estemporanee e del tutto irrilevanti in una prospettiva sistemica.
Nel frattempo le plastiche negli oceani continuano ad aumentare, portate principalmente dai grandi fiumi che attraversano regioni molto popolose e povere, come il Gange e lo Yangtze, che hanno le concentrazioni di plastiche più alte di qualsiasi altro fiume al mondo. L’Indonesia è tra i Paesi che contribuiscono di più all’inquinamento, mentre dall’Europa arriva solo lo 0,28%.
Quindi il problema della plastica non è della plastica in sé (che ha tuttavia il peccato originale di essere un derivato del petrolio), ma soprattutto della gestione dei suoi costi.
C’è in generale una grande attenzione ai costi marginali, che per le plastiche di uso comune è molto basso.
Non c’è invece attenzione al costo totale della plastica (come di molte altre cose), che include l’ammortamento degli investimenti nella raccolta differenziata e nel riciclaggio (visto che sono pochi i polimeri biodegradabili).
Inoltre il danno fatto agli oceani non viene quantificato né risarcito.
Non dobbiamo demonizzare la plastica, ma dovremmo pagarne interamente il costo totale e non solo quello marginale.
Non è un caso che il problema sia molto di più il Gange del Reno. La povertà induce a trascurare i costi indotti; anche per questo è un forte driver di insostenibilità e la sua eliminazione è il primo punto dell’agenda ONU 2030.
Trascurare i costi indotti significa provocare danni incommensurabilmente più gravi.

2. CEMENTO ARMATO
Una storia parallela a quella della plastica può essere quella del cemento armato, o meglio del calcestruzzo armato. Anche se la sua invenzione è più antica, l’esplosione dell’utilizzo del cemento armato è, specie in Italia, coeva a quella della plastica, e caratterizza il periodo definito “miracolo economico”.
Senza nulla togliere alle possibilità che in certi contesti e condizioni questa tecnica può avere, la povertà e la trascuratezza degli indotti (negli anni ’60 in pochi si preoccupavano della durata del calcestruzzo armato) portarono a ignorare totalmente la qualità del materiale e delle opere che si stavano facendo; generando nel contempo la devastazione ambientale che tutti i nostri territori, quale più quale meno, conoscono.
La persistenza di un certo modo di gestire i costi è stata resa drammaticamente evidente dal crollo del Viadotto Polcevera a Genova nel 2018. Opera costruita sfidando le caratteristiche intrinseche del materiale per dichiarazione dello stesso progettista, arrivava a proporre una sfida basata su un materiale povero, trasformando il basso costo in valore ideologico.
Il ponte era il simbolo di questa ideologia. Qui abbiamo anche avuto un esempio di come sia diffusa la pericolosissima tendenza a non quantificare i costi connessi a eventi singolari, che in questo caso erano purtroppo addirittura certi, anche se ovviamente con tempistiche non determinabili con precisione. La mancata considerazione anticipata dei costi della non-qualità ha generato condizioni oggi presenti e incombenti, gravi e difficili da gestire, senza contare l’enorme danno ambientale della cementificazione.

3. ENERGIA NUCLEARE
Certamente non è questa la sede per prendere partito a favore o contro il nucleare, una tecnologia il cui dominio e il cui sviluppo dovrebbero comunque essere patrimonio di una società sviluppata. Solo occorre mettere in evidenza che, anche qui, occorre tenere conto dei costi su tutto il ciclo di vita degli impianti nucleari e delle tecnologie connesse.
Nascondere alcuni costi, come il decommissioning delle centrali a fine vita per poter propagandare un costo dell’energia particolarmente competitivo, è molto pericoloso.
Alla fine del ciclo di vita la tendenza è quella di tirare avanti per non sostenere costi rilevanti e non recuperabili, incrementando (come nel caso, diverso ma analogo dal punto di vista della filosofia dei costi, del ponte di Genova) i rischi di eventi catastrofici.

4. PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E CORRUZIONE
Quando si ritiene che sia possibile equiparare la qualità di offerte diverse, e che quindi il prezzo debba discriminare la scelta (si pensi alle gare in cui il criterio discriminante è il massimo ribasso), si punisce la qualità.
Offerte diverse non avranno mai la stessa qualità, e non è sufficiente il fatto che rispondano egualmente ai requisiti dati. Se non si premia il delta anche piccolo di qualità a prescindere dal suo costo differenziale, e ci si accontenta del rispetto di requisiti standard, si crea una zona in cui la corruzione non solo può insediarsi, ma anche organizzarsi.
Un’economia che favorisce organizzazioni adattate a vincere bandi con requisiti standard, non è certo una buona economia: è un’economia con grumi di corruzione e soprattutto è un’economia che non ha interesse a innovare, a cercare il meglio, a sfidarsi.
Alla fine la differenza di competitività tra sistemi è tutta qua.
La pubblica amministrazione muove una quota importante dell’economia, e quindi ha una grande responsabilità in questo senso.
C’è troppa focalizzazione sui costi marginali e troppo poca sul premiare l’innovazione.
Non è azzardato affermare che un sistema che non sia impegnato a fondo nel miglioramento e nell’innovazione è un sistema che nel rilassamento si corrompe, disincentiva i talenti e distrugge il patrimonio cognitivo che è l’asse portante di una società sana e di successo.
Accontentarsi di ciò che “funziona” (il cha-bu-duo cinese), che soddisfa bisogni di base, è un errore fondamentale.
Ovviamente un sistema orientato a premiare la qualità richiede un alto livello di conoscenza e cultura da parte di chi decide, il che non attiene a una burocrazia dedita alla conoscenza della norma più che del contesto.
Occorre maggiore coinvolgimento dei fruitori finali, unito alla loro continua educazione, e una continua riscrittura della norma conseguente alla comprensione dei cambiamenti.

Autore: Paolo Zanenga, Presidente Diotima Society

Diotima Society
History – D is an open non-profit organization established in 2013, with headquarters in Milan (Italy), and with members, correspondents and ambassadors all around the world.
Goal – D investigates the multiple Change dynamics: origins, paths, research strategies, resiliency factors, and frames of convergence (“consilience”). An essential tenet is the reunification of the “two cultures” (scientific and humanistic).
Awards – D Golden MASK is awarded to distinguished Insightful Thinkers and Society Innovators. The Award is granted by an International committee of 36 members, nominated by the Board of Trustees of D in conjunction with other Institutions

www.diotimasociety.org

per leggere la PARTE 2:
Contro il Dominio dei Costi – 2 – Una Visione Ecosistemica

Casa-lavoro in bicicletta. Il ruolo delle aziende al centro della campagna FIAB. Come possono le aziende favorire la mobilità per i lavoratori? La Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta mette a disposizione un pratico decalogo per incentivare il bike-to-work.

Nell’ambito della campagna #PRIMALABICI lanciata da FIAB nei giorni scorsi per promuovere l’uso della bicicletta negli spostamenti quotidiani come mezzo sicuro e sostenibile per se stessi e gli altri, la Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta mette a disposizione delle aziende un decalogo con utili indicazioni per rendere i luoghi di lavoro bike-friendly così da incentivare il bike-to-work tra i lavoratori.

L’iniziativa, rivolta a tutte le aziende pubbliche e private, è supportata dall’immagine aggiornata della campagna social CASA-LAVORO, PRIMA LA BICI!
Attraverso il Decalogo per aziende bike-friendly*, FIAB fornisce in modo chiaro e sintetico indicazioni pratiche per aziende di ogni dimensione.

Cosa serve per chi sceglie di andare al lavoro in bici?
Parcheggiare in sicurezza e potersi cambiare, ma occorre anche motivare con adeguata comunicazione e incentivi mirati.
Il vademecum tratta ciascun aspetto con soluzioni a livello minimo, a quello buono e ottimo, dagli interventi basilari fino a iniziative più strutturate.

Un esempio?
All’esigenza di parcheggiare la bici, l’azienda può rispondere con l’installazione di rastrelliere adeguate (intervento minimo), fornire una tettoia protettiva (intervento buono), oppure predisporre un locale chiuso dove riporre le biciclette, attrezzato per piccole riparazioni (intervento ottimo).

“Anche l’OMS raccomanda di muoversi in bicicletta per garantire il distanziamento sociale e mantenersi in salute – ricorda Alessandro Tursi, presidente FIAB – Senza salute, come abbiamo visto, non c’è economia né ripresa. Ecco perché tendiamo la mano alle aziende per accompagnarle nelle politiche di responsabilità sociale. Aziende e Sindacati assieme possono fare la propria parte per il comune obiettivo del benessere dei lavoratori e della comunità”.

Il tema della sicurezza è fondamentale anche nel bike-to-work e l’impegno di FIAB negli anni ha portato ad esempio, nel 2016, al riconoscimento INAIL dell’ “infortunio in itinere” per chi sceglie di andare al lavoro in bicicletta. Le aziende, inoltre, possono offrire ai dipendenti, come incentivo, la polizza RC per spostamenti in bici. Un’interessante soluzione è l’adesione a CIAB-Club Imprese Amiche della Bicicletta (partner della campagna CASA-LAVORO, PRIMA LA BICI!) che prevede la copertura assicurativa RC per tutti gli spostamenti in bici dei dipendenti. In alternativa, l’azienda può assicurare ciascun dipendente mediante il tesseramento individuale a FIAB, che include la copertura assicurativa RC Bici per danni a terzi provocati in bicicletta.

Fondata nel 1988, FIAB Onlus-Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta (già Federazione Italiana Amici della Bicicletta fino ad aprile 2019) è oggi la più forte realtà associativa di ciclisti italiani non sportivi. Con quasi ventimila soci suddivisi in oltre 190 associazioni e sedi in tutto il territorio italiano, FIAB è, prima di tutto, un’organizzazione ambientalista che, come riporta il suo Statuto, promuove la diffusione della bicicletta quale mezzo di trasporto ecologico in un quadro di riqualificazione dell’ambiente, urbano ed extraurbano. Forte della presenza, tra i suoi soci, di numerosi esperti in campo sanitario, giuridico, urbanistico, ingegneristico e paesaggistico, FIAB è diventata, negli anni, il principale interlocutore degli enti locali sull’importante tema della mobilità sostenibile. FIAB è stata riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente quale associazione di protezione ambientale (Art. 13 Legge n. 349/86) e inserita dal Ministero dei Lavori Pubblici tra gli enti e associazioni di comprovata esperienza nel settore della prevenzione e della sicurezza stradale. Tra le numerose iniziative, FIAB organizza ogni anno Bimbimbici, manifestazione nazionale dedicata a bambini e ragazzi che coinvolge oltre 200 città, e Bicistaffetta, per promuovere il cicloturismo quale volano economico del nostro Paese e sostenere lo sviluppo della rete ciclabile nazionale Bicitalia. Con il progetto ComuniCiclabili, infine, FIAB misura e attesta il grado di ciclabilità dei comuni italiani: 127 amministrazioni hanno già ricevuto il riconoscimento con un punteggio (da 1 a 5 bike-smile) apposto sulla bandiera gialla. FIAB aderisce a ECF-European Cyclists’ Federation, la Federazione Europea dei Ciclisti. Presidente di FIAB è Alessandro Tursi.

www.fiab-onlus.it

Interventi Cluster d’Impresa. Il Cluster principale è rappresentato dal Made in Italy che comprende quasi 620 mila imprese con 4 milioni di addetti e 261 miliardi di valore aggiunto mentre quello con il numero di imprese più elevato è rappresentato dall’Edilizia che sfiora il milione di unità con 1,9 milioni di addetti e 160 miliardi di valore aggiunto. Altro Cluster di rilievo è quello della Sanità che comprende 346 mila imprese ed occupa quasi un milione di addetti per 98 miliardi di valore aggiunto.

Misurare l’impatto diversificato della crisi sui vari cluster d’impresa perché solo una conoscenza diretta dei problemi delle PMI di ognuno di essi può aiutarle a venirne fuori. A patto che l’azione sia tempestiva, non solo per dare le giuste risposte agli imprenditori, ma, soprattutto, per infondere in loro quella necessaria fiducia a far fronte alle sfide anche impossibili che si presenteranno da qui a breve.

Sono i temi del documento “Emergenza Covid -19”, pubblicato dal Consiglio e dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti che raccoglie le analisi e le proposte della categoria per i singoli cluster d’impresa alla luce dell’emergenza epidemiologica.

I Cluster al momento operativi rappresentano, complessivamente, 1,9 milioni di imprese di cui quasi 420 mila società di capitali. Vi operano circa 7,3 milioni di addetti che realizzano una produzione di 1.476 miliardi di euro ed un valore aggiunto di 558,5 miliardi pari al 35% del valore aggiunto prodotto da tutte le attività economiche.
Il Cluster principale è rappresentato dal Made in Italy che comprende quasi 620 mila imprese con 4 milioni di addetti e 261 miliardi di valore aggiunto mentre quello con il numero di imprese più elevato è rappresentato dall’Edilizia che sfiora il milione di unità con 1,9 milioni di addetti e 160 miliardi di valore aggiunto.
Altro Cluster di rilievo è quello della Sanità che comprende 346 mila imprese ed occupa quasi un milione di addetti per 98 miliardi di valore aggiunto.
Più piccoli ma non meno significativi il Cluster rappresentato dall’Economia del Mare che raggruppa poco più di 15 mila imprese e 262 mila addetti con 23,5 miliardi di valore aggiunto e il Cluster Ambiente con 9 mila imprese, 194 mila addetti e 16 miliardi di valore aggiunto. All’interno del Cluster Made in Italy, si segnala il settore Turismo con 345 mila imprese, 1,6 milioni di addetti e 66 miliardi di valore aggiunto che rappresenta certamente la parte maggiore del tessuto imprenditoriale, mentre il settore della Meccanica è quello che realizza la quota maggiore di valore aggiunto pari a 113 miliardi di euro, il 43% dell’intero Cluster.

Il documento individua, per ogni cluster, i comparti e le tipologie di attività economiche delle imprese che ne fanno parte. Su questa base, quindi, presenta sinteticamente i principali dati statistici con particolare riguardo al numero di imprese e alla forma giuridica, al numero di addetti e laddove possibile al fatturato e al valore aggiunto prodotto. Segue una rapida analisi delle problematiche specifiche delle imprese che vi fanno parte, con riguardo sia agli aspetti fiscali che economico- finanziari”.

“Il documento – spiega Achille Coppola, segretario del consiglio nazionale dei commercialisti e con il consigliere Giuseppe Laurino responsabile del progetto “Attività d’impresa” – nasce nell’ambito del progetto “Attività d’Impresa”, che si pone l’obiettivo di sviluppare nuove competenze professionali tra i Commercialisti facendo leva sull’esperienza di chi si è specializzato nella consulenza a determinati settori produttivi e tipologie di business. Il progetto prevede la realizzazione di una struttura a rete in grado di valorizzare le conoscenze teoriche e pratiche dei Commercialisti, favorirne la circolazione tra colleghi, promuovere specifiche iniziative di formazione specialistica, implementare un sistema di relazioni socio-economiche in grado di valorizzarne al meglio i contenuti anche attraverso il coinvolgimento dei principali stakeholder dei vari cluster d’impresa”.
“Questo documento evidenzia l’importanza della nostra categoria per la P.A. e le imprese del Made in Italy, Economia del Mare, Edilizia & Ambiente e naturalmente quelle sanitarie. In questo preciso momento, dopo le professioni sanitarie e le forze dell’ordine, i commercialisti sono coloro che più di prima sono al fianco dello Stato e delle imprese. Con la nostra competenza per settore, strutturati in rete, ci proponiamo in chiave sussidiaria, con l’obiettivo di rendere più veloci i tempi dettati dalla burocrazia e dalle “sabbie mobili” delle norme”.

I cluster esaminati sono: nell’ambito del Made in Italy, Agricoltura e Agroalimentare, Turismo, Cultura, Moda e Accessori, Meccanica; per quanto riguarda Service economy, il settore Sanità; L’Economia del Mare; e per l’Edilizia e l’Ambiente, Sistema Casa e Infrastrutture, e il settore Ambiente.

www.fondazionenazionalecommercialisti.it

Economia circolare Ecomondo. L’obiettivo è presentare le storie di successo e le best practice dell’economia circolare per incoraggiare l’integrazione, promuovere il dialogo e identificare possibili sinergie. Tutto l’anno.

I maggiori esperti internazionali del settore sono al lavoro insieme al team di Ecomondo per implementare un palinsesto di appuntamenti digitali e non, in cui presentare le novità, favorire il dibattito sulle tematiche più attuali, parlare degli scenari e delle normative, raccontare i casi virtuosi.

Ecco i temi che accenneremo durante i prossimi mesi e che ci accompagneranno in fiera a novembre, per quattro giorni di grande ispirazione e di incontro per tutto il settore della green and circular economy:
– Transizione economica;
– Come cambierà l’European Green Deal alla luce della pandemia;
– Rifiuti sanitari: gestione, rischio associato, riciclo;
– Architettura e natura: bioedilizia, bioeconomia forestale, eco-design;
– La Valutazione di Impatto sulla Salute (VIS) in Italia e in Europa;
– Gestione rifiuti alla luce del recepimento direttive EU;
– Acqua, infrastrutture ed industria;
– La filiera della plastica nella gestione dei rifiuti urbani;
– Programma Life: innovazione nei settori dell’economia verde e circolare;
– Produttività e salute del suolo.

Ecomondo è l’unica piattaforma in Europa ad offrire un ampio programma di conferenze, workshop e seminari volti a presentare evidenze e nuovi trend, nazionali ed internazionali, legati all’economia circolare nelle diverse filiere edilizia, packaging, elettronica, automotive.

Nella prossima edizione parleremo di:
– Transizione economica
– Economia circolare: nuovi trend e vision; ruolo della Piattaforma italiana degli attori dell’economia circolare (ICESP) nella diffusione della conoscenza e delle buone pratiche di economia circolare; nuove opzioni gestionali e strumenti di valutazione per accelerare la transizione verso l’economia circolare; EPR ed Economia circolare per la filiera tessile abbigliamento
– Il ruolo della simbiosi industriale per la prevenzione della produzione di rifiuti
– Le tecnologie Industria 4.0 per una industria più sostenibile e sicura
– Packaging avanzato: nuovo Osservatorio nazionale sull’innovazione nel settore
– La filiera della plastica nella gestione dei rifiuti urbani: confronto tra best practices a livello internazionale
– Programma Life: innovazione nei settori dell’economia verde e circolare (con focus su riutilizzo, riparazione, refit)
– Dalla raccolta differenziata al riciclaggio: non solo materie prime seconde ma anche rifiuti speciali
– Acqua ed agricoltura – gestione integrata, riuso, sostenibile e resiliente
– Acqua e rifiuti – gestione fanghi di depurazione
– Acqua e salute i piani di sicurezza della balneazione
– Acqua e regolazione – L’innovazione e le barriere nella regolazione
– Acqua, infrastrutture ed industria – transizione digitale ed innovazioni tecnologiche per ottimizzazione integrata del ciclo urbano ed industriale delle acque
– Il Cluster Agrifood: una partnership pubblico – privata a supporto della strategia della Bioeconomia per un settore agroalimentare sostenibile.
– Green New Deal: la strategia dal campo alla tavola
– Normative, materie prime e trasformazione nella biobased industry
– Flagship industriali a sostegno della bioeconomia italiana
– Produttività e salute del suolo
– Architettura e natura: bioedilizia, bioeconomia forestale, eco-design
– Piattaforma Nazionale del Biometano
– Gestione e riuso dei sedimenti in ambito costiero da fonti litoranee, porti e bacini artificiali, per una crescita blu sostenibile
– Crescita blu sana e circolare nei mari italiani
– Rifiuti marini nel Mediterraneo
– La Bluemed ??Pilot Initiative: la strategia sviluppata dai produttori di plastica e dagli operatori dell’area
-Monitoraggio geotecnico delle opere per la difesa del territorio e la tutela dell’ambiente
-Soluzioni geotecniche innovative connesse alla gestione dei sedimenti e dei fanghi
– Dalla messa in sicurezza alla bonifica delle sorgenti di contaminazione: le nuove tecnologie di caratterizzazione e di intervento nel panorama italiano a confronto con l’esperienza internazionale
– Emissioni di odori: dalle tecnologie di abbattimento alle nuove strategie di controllo
– Inquinamento atmosferico: la situazione, gli interventi di controllo, i rischi e le politiche di prevenzione
– La qualità dell’aria indoor da tematica invisibile a tematica emergente per la competitività del Paese: il quadro legislativo, lo stato delle conoscenze e le azioni di prevenzione della salute
– La Valutazione di Impatto sulla Salute (VIS) in Italia e in Europa
– Gestione -rifiuti alla luce recepimento direttive EU
– Primi effetti e prospettive dell’avvio della regolazione sulle imprese della gestione dei rifiuti

TORNANO GLI STATI GENERALI DELLA GREEN ECONOMY
Il 3 e 4 novembre 2020, come ogni anno, ad Ecomondo si svolgono gli Stati Generali della Green Economy, l’appuntamento annuale di riferimento per la green economy italiana. Promossi dal Consiglio nazionale della green economy, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e il Ministero dello Sviluppo Economico, propongono un’analisi e un aggiornamento sui temi economici e normativi più attuali e cruciali.

www.ecomondo.com

www.statigenerali.org

Emergenza ambientale rimane in realtà il centro dell’attuale crisi del pianeta e con essa è fondamentale il ruolo degli ecosistemi fondati su boschi e foreste, sia in quanto fonte di biodiversità che come “cura” per combattere non solo cambiamento climatico ma anche le epidemie.

«Che il diffondersi di nuovi virus sia legato al deterioramento degli ecosistemi naturali – spiega Diego Florian, direttore di FSC Italia, la Ong che opera per la gestione forestale responsabile – lo spiega anche un recente Report di WWF Italia, nostro socio. Le foreste infatti sono al servizio della vita sul nostro pianeta e proteggono anche la nostra salute. La loro distruzione o il loro degrado per motivi antropici favoriscono la diffusione di vere e proprie pandemie, come quella che stiamo vivendo. I cambiamenti nell’uso del suolo e la distruzione di habitat naturali come le foreste sono infatti responsabili dell’insorgenza di almeno la metà delle nuove patologie trasmesse dagli animali all’uomo. Lo ha spiegato bene David Quammen nel suo libro profetico Spillover, che ha predetto con 12 anni di anticipo quanto accade in questi mesi: “La` dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie”».

L’appuntamento con l’Earth Day diventa quindi l’occasione per agire da subito, sia come cittadini, che come operatori economici ed istituzioni per tutelare la biodiversità del pianeta, sviluppare filiere sostenibili e combattere la deforestazione. Prevenendo così sia nuove epidemie che il surriscaldamento globale.

«Foreste e biodiversità – sottolinea Florian – sono preziosi per il nostro futuro: ecco perché dobbiamo impegnarci a livello locale, nazionale e internazionale per proteggere e valorizzare questo immenso patrimonio gestendo le foreste in modo sostenibile; ripristinando aree degradate o soggette a deforestazione, salvaguardando i servizi essenziali che riceviamo da alberi e boschi. Serve un cambio di paradigma nel segno della resilienza: come FSC stiamo promuovendo la verifica dei servizi ecologici che i boschi offrono, e l’Italia è stata il primo Paese al mondo non solo a riconoscere questi valori, ma anche a quantificarli e a garantirne la qualità attraverso la buona gestione forestale».

L’approvvigionamento di commodities da filiere sostenibili potrebbe poi far risparmiare quasi mezzo miliardo di tonnellate di CO2 nel prossimo decennio. In questo senso, un segnale positivo arriva dal settore forestale: attualmente il 25-32% dei principali prodotti legnosi tropicali importati nell’UE è accompagnato da certificazione di filiera sostenibile (Ricerca Idh, 2020). «L’industria è chiamata a garantire filiere trasparenti e sicure – conclude Florian – i proprietari e gestori forestali, dal canto loro, devono essere incentivati nell’applicazione di modelli volti alla valorizzazione dei servizi naturali, e premiati per il loro contributo positivo al benessere e alla resilienza dei territori. Le istituzioni pubbliche dovranno infine implementare politiche coraggiose e strategie condivise, in grado di far fronte alle sfide poste dai cambiamenti climatici».

Il Forest Stewardship Council (FSC) è un’organizzazione non governativa e no-profit che include tra i suoi 900 membri internazionali gruppi ambientalisti e sociali, comunità indigene, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno e la carta, gruppi della grande distribuzione organizzata, ricercatori e tecnici, che operano insieme allo scopo di promuovere in tutto il mondo una gestione responsabile delle foreste.
FSC Italia nasce nel 2001 come associazione no-profit, in armonia con gli obiettivi di FSC International. Il marchio ha assunto un ruolo di primo piano nel mercato dei prodotti forestali quali legno, carta e prodotti non legnosi (come ad esempio il sughero), collocando il nostro Paese al secondo posto nella classifica internazionale di certificazioni FSC della Catena di Custodia (Chain of Custody, CoC).
Il marchio FSC identifica infatti i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. La foresta di origine viene infatti controllata e valutata in maniera indipendente in conformità a questi standard (principi e criteri di buona gestione forestale), stabiliti ed approvati dal Forest Stewardship Council International tramite la partecipazione e il consenso di tutte le parti interessate.
Nel 2019 l’Italia è stato il primo Paese al mondo a verificare scientificamente e certificare gli impatti positivi della gestione responsabile sui servizi naturali forestali, e le ricadute ambientali, sociali ed economiche di tali impatti.

www.fsc-italia.it

Putting EU Green Deal in Action: Upscaling sustainable home renovation with innovative financing tools. Due to the COVID-19 pandemic, the majority of Europeans are spending nearly 100% of their time indoors. It is time to take a closer look at the energy efficiency, comfort and health of our homes and apartment buildings.

According to BPIE, nearly all buildings in Europe require renovation. In fact, buildings consume 40% of energy and emit 36% of CO2 emissions.
Without effective home renovation programs and innovative financing models, it won’t be possible to meet the goals set out in the EU Green Deal. This webinar highlights two European Commission-funded projects supporting the objectives of the EU Green Deal: EuroPACE and RenOnBill. The initiatives demonstrate innovative financing tools that intend to de-couple financing from an individual by securing it by the property and attaching it to a utility bill.

The EuroPACE project intends to make eco-sustainable home renovation simple, affordable and reliable for all Europeans by combining affordable financing with people-centric technical assistance. The first pilot program, HolaDomus, was launched in Olot, Spain to offer support and financing to realize eco-sustainable home renovations. Under the HolaDomus program, energy efficiency, renewable energy, water conservation, including green roofs, fuel cells, batteries and other innovative improvements can be funded. EuroPACE initiative is looking for leader cities from Spain, Portugal, The Netherlands, Belgium and Italy to further scale the model.

The RenOnBill project aims to scale up investments towards deep energy renovations of residential buildings by promoting the development and implementation of on-bill schemes, based on the cooperation between energy utilities and financial institutions. RenOnBill has chosen four focus countries – Germany, Italy, Lithuania and Spain – in order to capture the differences that can be encountered when replicating on-bill schemes across Europe.

Both projects demonstrate that a concerted effort between the public and private sectors is required to upscale sustainable home renovation and meet the goals of the EU Green Deal. After all, dramatically increasing the rate of sustainable home renovation is an opportunity to achieve both decarbonisation targets and create vibrant, resilient communities able to better withstand the impact of climate change.

What you will learn:
– What is home-based financing and the HolaDomus pilot program in Catalonia
– What are on-bill schemes and the goals of the RenOnBill project
– What role does innovative financing play in the implementation of the EU Green Deal

Audience
EU cities, regions, policymakers, investors, and sustainable finance professionals

Agenda:
12:00 – 12:15 Welcome and introduction from the chair, Jessica Glicker, Project Manager, BPIE: An overview of the policy and renovation landscape in Europe and the role of financing in upscaling home renovation. A snapshot comparison of home-based financing and on-bill schemes.
12:15 – 12:40 Residential building renovations with on-bill schemes – RenOnBill project, by Adriana Villoslada, Business Developer for Creara International
12:40 – 13:05 Unlocking the market for eco-sustainable home renovation – EuroPACE project, by Kristina Klimovich, Head of Advisory and Consulting, GNE Finance
13:05 – 13:30 Wrap-up and Q&A – led by Jessica Glicker, Project Manager, BPIE

Chair:
Jessica Glicker, Project Manager, Buildings Performance Institute Europe (BPIE)

Speakers:
Adriana Villoslada, Project Manager, Creara Energy Experts
Kristina Klimovich, Head of Advisory and Consulting, GNE Finance

BPIE is a non-profit policy research institute, located in Brussels, with additional offices in Berlin, Bucharest and Warsaw, dedicated to improving the energy performance of buildings across Europe.
We focus on knowledge creation and dissemination for evidence-based policy making and implementation at national level.

April, 21 webinar

– BYinnovation is Media Partner of BPIE

www.buildup.eu/en

www.bpie.eu

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