Category: Ambiente

La Distruzione Costruttiva. Il più grande nemico anche in questa tragedia è stata l’inerzia, che all’inizio rende le decisioni e le azioni lente e dubbiose. E’ vero sia per l’individuo, sia per i sistemi collettivi.
Poi, ad un certo momento, scatta qualcosa e l’ingegno unito alla tecnologia, all’altruismo o alla finanza, prendono il sopravvento.
Per Joseph Shumpeter i cicli distruttivi sono necessari per ricostruire le rinascite, industriali, finanziarie e sociali.

Il Cigno Nero
“Abbiamo sempre fatto così, perchè cambiare proprio ora?” Questa frase, da sempre il mantra per giustificare la non-azione, oggi è stata polverizzata da qualcosa di inimmaginabile fino a un mese fa.
La realtà ha superato l’immaginabile.
Chi si era azzardato a citare la teoria del Cigno Nero (Nassim Nicholas Taleb – simbolo di evento catastrofico, imprevedibile e ineluttabile) ha avuto ragione.
E, subito dopo al problema sanitario, dovremo vigilare molto attentamente su quanti di professione approfittano delle disgrazie per speculare e rubare risorse: è il terreno perfetto per i business di mafie, camorre, ndranghete.
Sarebbe una duplice catastrofe.

Il Cigno Verde
Nella comunità finanziaria da alcuni anni si sta parlando del Cigno Verde (simbolo di evento catastrofico, ineluttabile legato alla crisi ambientale; non più, però, imprevedibile).
Secondo questa previsione del Cigno Verde, sarà la catastrofe climatica a mettere in ginocchio il pianeta, con esiti assai prolungati.
Le avvisaglie ci sono da anni.
I nostri muri mentali non le vogliono vedere, ovvero, non vogliamo modificare realisticamente i comportamenti per contrastare questa emergenza in costante crescita.

Non ci sono scuse, adesso
I muri mentali oggi sono stati abbattuti.
Facciamo in modo che, tornando là fuori, non ne ricostruiamo subito di nuovi.
Un diverso modo di vivere è possibile, lo stiamo verificando oggi.
Tutto ciò che non abbiamo modificato con le risorse a disposizione, lo stiamo facendo oggi con le risorse al minimo.
In questa emergenza si sono attivati i più grandi sistemi di lavoro e di didattica a distanza, in una vastità mai neppure testata finora, si sono visti piccoli laboratori tecnologici stampare in 3D le valvole per i ventilatori, piccole sartorie artigianali confezionare mascherine, grandi maison della moda impostare piani produttivi per produrre camici ospedalieri, complessi industriali convertire le proprie linee produttive per fabbricare ventilatori polmonari.

La facile tentazione sarà di ricominciare tutto come prima.
Ma, visto che si deve ripartire, perché non pianificare subito un sistema più sostenibile, con caratteristiche meno distruttive di ciò che abbiamo fatto finora, investendo subito in nuovi asset green e di economia circolare?
– Sistema puntuale di controllo della spesa pubblica
– Produzione e utilizzo di energie rinnovabili e pulite
– Ottimizzazione della mobilità pubblica e privata (che non significa soltanto “andiamo tutti con auto elettriche“), con reti intermodali gestite in funzione della sostenibilità.
– Riqualificazione edilizia ed urbana (smart buildings in smart-cities)
– Gestione dei rifiuti (circular economy), riuso
– Efficienza nell’industria e CSR Corporate Social Responsibility, ambientale e sociale
– Logistica con reti intermodali gestite in funzione della sostenibilità.
– Agricoltura biologica e biodiversità
– Filiera alimentare sostenibile e dieta equilibrata
– Tolleranza e integrazione responsabile delle diversità

Se non modificheremo e cambieremo, prepariamoci inevitabilmente ad un nuovo collasso.
E’ necessario pianificare e organizzare il nuovo, agire con mente aperta e costruttiva.
Un passo alla volta. ma intransigente.
Anche se “abbiamo sempre fatto così“, dal marzo 2020 non è più vero.

Enrico Rainero

www.byinnovation.eu

Sugherificio Molinas impresa solare. I mesi invernali sono stati sfruttati per allestire il nuovo impianto fotovoltaico, che porta a 2 MWp la potenza nominale complessiva oggi installata sul Sugherificio Molinas.
La scelta, condivisa con SmartEfficiency advisor del progetto, di utilizzare pannelli di altissima qualità, garantiti 25 anni su prodotto e prestazioni, di potenza 345 W, permetterà di generare nel corso dell’anno almeno ulteriori 1,4 MW/h, grazie anche alla generosità del sole della Sardegna.

Anche in questi giorni di gravi difficoltà, il Sugherificio Molinas, dotatosi di tutti i presidi richiesti dall’emergenza, sta producendo e salvaguardando l’occupazione e la sostenibilità del tessuto sociale del comprensorio.
La qualità delle persone, dagli imprenditori alle maestranze, determina la continuità della qualità del lavoro e della vita anche nei momenti più impegnativi.

Nonostante tutto, il sole sorge ogni giorno.

Il Sugherificio Molinas
È passato più di un secolo da quando Pietro Molinas fondava, a Calangianus, la sua azienda per la lavorazione del sughero. Un’attività semplice basata sull’utilizzo di pochi ed elementari utensili con i quali si eseguivano tutte le fasi di lavorazione del sughero. Una condizione comune a molti altri piccoli artigiani della zona, ma dalla quale è iniziato il percorso che ha portato alla moderna realtà industriale di oggi. Un percorso lungo, durante il quale un ruolo fondamentale è stato quello di Peppino Molinas. Fu lui, infatti, a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, ad imprimere una svolta decisiva alla trasformazione dell’azienda da artigiana ad industriale. Con lui arrivarono i primi operai e fu avviata la meccanizzazione di molte fasi di lavorazione.
Tecnologia e valore delle risorse umane: è questo oggi il Sugherificio Molinas, la cui attività è articolata su quattro distinte unità lavorative riunite in un unico complesso industriale di quasi 50.000 metri quadrati di superficie coperta. Qui, uomini e donne di consolidata esperienza e professionalità, coadiuvati da una tecnologia sempre all’avanguardia, lavorano ogni giorno per ottenere dal sughero una vastissima gamma di prodotti. Dai tappi per l’enologia, quasi un miliardo all’anno fra le diverse tipologie, agli isolanti, ricercatissimi nella moderna bioedilizia; dai componenti per l’industria calzaturiera, ai rivestimenti per pareti e pavimenti.

Una complessa attività che utilizza e dà valore ad una materia prima naturale rinnovabile per definizione, visto che con la sua raccolta gli alberi e le foreste non subiscono alcun danno. Al contrario, grazie proprio al sughero, nel tempo hanno acquistato un notevole valore economico e sociale che le mette al riparo da ogni altra attività che ne potrebbe mettere in pericolo la sopravvivenza. Una materia prima che per essere avviata ai vari cicli di lavorazione necessita di un accurato lavoro di selezione. Un’attività basilare per la qualità finale dei prodotti che si ottengono e che, da sempre, il Sugherificio Molinas affida a personale di altissima competenza; personale formato in azienda e che del sughero conosce ogni minimo segreto.

Cuore di tutto il complesso è il laboratorio di ricerca e sviluppo. È qui che vengono messi a punto nuovi processi di lavorazione e monitorata la costante e rigida applicazione delle norme imposte dalle numerose certificazioni che il Sugherificio Molinas ha conseguito nel corso degli anni.

www.molinas.it

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Contro la deforestazione filiere sostenibili. È stata dedicata alla relazione fra boschi e biodiversità la Giornata Internazionale delle Foreste 2020, che è tenuta in tutto il mondo sabato 21 marzo. “Troppo preziose per perderle”, recita lo slogan scelto per questa edizione dalle Nazioni Unite, che hanno istituito questa Giornata Mondiale nel 2012.

Ed è la stessa Fao, l’organizzazione dell’Onu per il cibo e l’agricoltura, a ricordarci che le foreste sono l’habitat dell’80% della biodiversità terrestre e ospitano più di 60 mila specie di piante. Più di un miliardo e mezzo di persone dipendono poi direttamente dalle foreste per cibo, riparo, produzione di energia da biomasse e reddito.
Gestire le foreste in modo sostenibile, e ripristinarle quando necessario, è quindi fondamentale per le persone, la biodiversità e il clima e una delle sfide globali più grandi è ridurre l’impronta ambientale di una serie di commodities.
La grande produzione agricola monoculturale è, infatti, la principale causa diretta di deforestazione e degrado delle foreste nei Paesi tropicali: la promozione di filiere sostenibili e trasparenti – mission da sempre di FSC® – e il coinvolgimento di istituzioni, produttori, intermediari e cittadini, consente di contrastare la deforestazione e la conseguente perdita di biodiversità.

Il peso delle commodities
L’ultimo rapporto dell’IPCC, il Comitato scientifico sui cambiamenti climatici istituito dalle Nazioni Unite, spiega che la fornitura pro capite globale di oli e carne è più che raddoppiata dal 1961 ad oggi, con importanti impatti su foreste, emissioni e climate change. Un recente report di IDH – The Sustainable Trade Initiative (coalizione olandese che mette insieme governi, società civile e Ong per promuovere pratiche sostenibili) sottolinea l’urgenza di agire per ridurre l’impronta ambientale di 8 principali commodities (olio di palma, soia, manzo, cacao, caffè, gomma, polpa di legno e carta, legname tropicale) in 12 mercati europei e in 7 Paesi produttori.
Il rapporto di IDH evidenzia infatti come gli hotspot della deforestazione si stiano spostando: se nel 2002 il Brasile e l’Indonesia rappresentavano il 71% della perdita di foresta tropicale primaria, nel 2018 questo dato si è ridotto a meno della metà del totale, mentre Colombia, Costa d’Avorio, Ghana e Repubblica Democratica del Congo sono diventate ora i Paesi dove si registrano i maggiori record negativi; sei dei primi dieci Paesi tropicali che hanno registrato il maggiore tasso di perdita di foreste tra il 2017 e il 2018 sono africani.
Sempre più questa situazione è direttamente collegata alla produzione di materie prime: a tagli illegali, piantagioni create a scapito di foreste naturali e pratiche slash and burn (una tipologia di attività agricola che prevede il taglio e la combustione di piante in una foresta o bosco per creare terreni coltivabili), si è sommato negli ultimi anni l’aumento di richiesta di prodotti come cacao e palma da olio, facendo crescere la pressione esercitata sulle foreste.

Il ruolo dell’Europa e dell’Italia
Una quota significativa della domanda globale di materie prime agroforestali viene dai Paesi europei, particolarmente attraverso le grandi industrie di trasformazione. I dati dimostrano che, in media, le emissioni da deforestazione prodotte da queste importazioni rappresentano il 50% delle emissioni agricole nazionali nei 12 Paesi europei presi in esame (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna, Svizzera e UK).
L’approvvigionamento di commodities da filiere sostenibili potrebbe però far risparmiare quasi mezzo miliardo di tonnellate di CO2 nel prossimo decennio. In questo senso, un segnale positivo arriva dal settore forestale e dalla produzione di legname tropicale sostenibile, che interessa oggi 30 milioni di ettari: attualmente il 25-32% dei principali prodotti legnosi tropicali importati nell’UE è accompagnato da certificazione di filiera sostenibile.

“Foreste e biodiversità – spiega Diego Florian, direttore di FSC Italia – sono davvero preziosi per il nostro futuro: ecco perché dobbiamo impegnarci a livello locale, nazionale e internazionale per proteggere e valorizzare questo immenso patrimonio. Come? Gestendo le foreste in modo sostenibile; ripristinando aree degradate o soggette a deforestazione, salvaguardando i servizi essenziali che riceviamo da alberi e boschi”. Per quanto riguarda l’Italia, le tre maggiori materie di importazione sono palma da olio (1,3 milioni di tonnellate/anno), polpa di cellulosa (3,3 milioni) e soia (3,5 milioni). Il legno tropicale, nel quinquennio 2011-2016, si attesta sulle 224 mila tonnellate/anno ( -5.8%). L’industria è chiamata a garantire filiere trasparenti e sicure, i proprietari e gestori forestali, dal canto loro, devono essere incentivati nell’applicazione di modelli volti alla valorizzazione dei servizi naturali, e premiati per il loro contributo positivo al benessere e alla resilienza dei territori. Le istituzioni pubbliche dovranno infine implementare politiche coraggiose e strategie condivise, in grado di far fronte alle sfide poste dai cambiamenti climatici. Le azioni di oggi serviranno a dare un futuro migliore alle generazioni che verranno”.

Il Forest Stewardship Council (FSC) è un’organizzazione non governativa e no-profit che include tra i suoi 900 membri internazionali gruppi ambientalisti e sociali, comunità indigene, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno e la carta, gruppi della grande distribuzione organizzata, ricercatori e tecnici, che operano insieme allo scopo di promuovere in tutto il mondo una gestione responsabile delle foreste.

FSC Italia nasce nel 2001 come associazione no-profit, in armonia con gli obiettivi di FSC International. Il marchio ha assunto un ruolo di primo piano nel mercato dei prodotti forestali quali legno, carta e prodotti non legnosi (come ad esempio il sughero), collocando il nostro Paese al secondo posto nella classifica internazionale di certificazioni FSC della Catena di Custodia (Chain of Custody, CoC).
Il marchio FSC identifica infatti i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. La foresta di origine viene infatti controllata e valutata in maniera indipendente in conformità a questi standard (principi e criteri di buona gestione forestale), stabiliti ed approvati dal Forest Stewardship Council International tramite la partecipazione e il consenso di tutte le parti interessate.
Nel 2018 l’Italia è stato il primo Paese al mondo a verificare scientificamente e certificare gli impatti positivi della gestione responsabile sui servizi naturali forestali, e le ricadute ambientali, sociali ed economiche di tali impatti.

www.fsc-italia.it

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2020 anno delle foreste: Oltre a piantare alberi, fondamentale salvaguardare e valorizzare quelle esistenti. Dalla COP26 all’Anno internazionale della salute delle piante, passando per l’International conference on sustainable development, il Forum sulle foreste delle Nazioni Unite e la EU Green Week, i prossimi 12 mesi saranno importantissimi per ribadire la centralità di alberi e foreste nella lotta ai cambiamenti climatici e nella definizione di strategie di resilienza e consumo sostenibile. Ma assieme alle campagne per il ripristino dei boschi deve esserci l’impregno a preservare l’esistente, osserva FSC Italia.

Gli effetti delle azioni di ripristino o reimpianto di alberi, potranno essere valutati e misurati solamente tra decenni, per questo il primo impegno deve essere sviluppare una gestione attiva e responsabile del patrimonio forestale esistente”. A dirlo è Diego Florian, Direttore di FSC Italia

La Ong internazionale non governativa, indipendente e senza scopo di lucro, è nata nel 1993 per promuovere la gestione responsabile delle foreste. Il tema, con i conclamati cambiamenti climatici in atto, è pressante.

Il 2019 infatti è stato il secondo anno più caldo dal 1800 ad oggi. L’anno degli incendi in Australia, e prima ancora in Siberia, Alaska, Groenlandia, Angola e Congo. Nel Paese dei canguri, le cifre della catastrofe sono impressionanti: 10 milioni di ettari distrutti, 1 miliardo di animali selvatici uccisi o gravemente feriti, danni economici che superano i 4,4 miliardi di dollari . Non si tratta di episodi isolati o il risultato fortuito di coincidenze. C’è infatti un filo rosso che unisce questi eventi, come altri a cui abbiamo assistito negli ultimi anni: è il cambiamento climatico, che modi-fica parametri ambientali e climatici, accelerando la portata e l’incidenza dei fenomeni meteorologici. Il primo passo è dunque riconoscere che ci troviamo in mezzo ad una crisi di livello globale, e che urgono scelte coordinate e concordate per far fronte comune all’emergenza.

“Uno dei punti fondamentali su cui agire è proprio la salvaguardia delle foreste e il loro ripristino” afferma Florian. Molte ricerche e studi hanno infatti da tempo evidenziato il contributo positivo degli alberi nel contrasto ai cambiamenti climatici: non solo sono in grado di trattenere la CO2, principale causa del surriscaldamento del nostro Pianeta, compensando in parte le emissioni prodotte dall’attività antropica, ma possono anche influenzare il ciclo dell’acqua e delle precipitazioni, e limitare i danni da dissesto idrogeologico.

In un recente rapporto, l’IPCC – il Gruppo intergovernativo dell’Onu sul cambiamento climatico – ha calcolato che sarebbe necessario ripristinare un miliardo di ettari di foreste entro il 2050 per poter contenere l’aumento delle temperature a +1,5°C. “Gli effetti di azioni di questo tipo però, potranno essere valutati e misurati solamente tra 20 o 30 anni. Per questo devono essere accompagnate – continua Florian – da una gestione attiva e responsabile del patrimonio foresta-le esistente, e da relative strategie di resilienza e mitigazione. Iniziative come la Bonn Challenge, che ha l’obiettivo di ripristinare 350 milioni di ettari di foresta entro il 2030, o le attività del Global Landscape Forum devono essere sostenute da azioni di conservazione, salvaguardia e valorizzazione delle aree forestali mondiali già presenti”.

La FAO ha dimostrato come attualmente le foreste contribuiscano per circa un sesto delle emissioni globali di carbonio quando degradate o convertite; allo stesso tempo però hanno il potenziale per assorbire circa un decimo delle emissioni globali di carbonio. Se gestiti in modo sostenibile, alberi e boschi danno un contributo vitale al Pianeta, rafforzando i mezzi di sussistenza, fornendo aria e acqua pulite, conservando il suolo e la biodiversità.

Il Forest Stewardship Council (FSC) è un’organizzazione non governativa e no-profit che include tra i suoi 900 membri internazionali gruppi ambientalisti e sociali, comunità indigene, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno e la carta, gruppi della grande distribuzione organizzata, ricercatori e tecnici, che operano insieme allo scopo di promuovere in tutto il mondo una gestione responsabile delle foreste.
FSC Italia nasce nel 2001 come associazione no-profit, in armonia con gli obiettivi di FSC International. Il marchio ha assunto un ruolo di primo piano nel mercato dei prodotti forestali quali legno, carta e prodotti non legnosi (come ad esempio il sughero), collocando il nostro Paese al secondo posto nella classifica internazionale di certificazioni FSC della Catena di Custodia (Chain of Custody, CoC).
Il marchio FSC identifica infatti i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. La foresta di origine viene infatti controllata e valutata in maniera indipendente in conformità a questi standard (principi e criteri di buona gestione forestale), stabiliti ed ap-provati dal Forest Stewardship Council International tramite la partecipazione e il consenso di tutte le parti interessate.
Nel 2018 l’Italia è stato il primo Paese al mondo a verificare scientificamente e certificare gli impatti positivi della gestione responsabile sui servizi naturali forestali, e le ricadute ambientali, sociali ed economiche di tali impatti.

www.fsc-italia.it

Nuova luce sulla qualità CRAI IBBA. Il CEDI Centro di Distribuzione di Tossilo (Macomer) per il food “secco” e grocery è la piattaforma logistica di distribuzione alimentare del Gruppo Ibba, al servizio dei punti vendita in Sardegna associati alle insegne CRAI, Leader Price, Centro Cash, Simply.

 (altro…)

European Green Deal non sarà sostenibile finché non sarà anche equo. Il movimento per il commercio equo e solidale accoglie con favore l’iniziativa European Green Deal presentata il 12 dicembre dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ma chiede che i piccoli agricoltori e i lavoratori dei Paesi in via di sviluppo siano inclusi come partner alla pari in un’iniziativa equa e in una transizione inclusiva verso un consumo e una produzione più sostenibili.

“I motori della disuguaglianza e del cambiamento climatico sono intrinsecamente legati, come lo sono le soluzioni,” spiega Sergi Corbalán, Direttore Esecutivo di FTAO (Fair Trade Advocacy Office). “Come il movimento per il commercio equo e solidale ha già rilevato durante le trattative Onu a Madrid, il cambiamento climatico aggrava la povertà e la vulnerabilità dei piccoli agricoltori e dei lavoratori. Le filiere più eque, invece, possono contribuire a raggiungere la sostenibilità sociale, ambientale ed economica. FTAO ha accolto con favore il fatto che l’accordo verde si concentri sul settore tessile e sull’elettronica negli impegni futuri che l’Unione Europea si è assunta per promuovere un’economia circolare, ma ha affermato che deve tenere conto dell’impatto delle catene di approvvigionamento non solo sul pianeta ma anche sulle persone, come raccomandato in uno studio pubblicato dall’European Centre for Development Policy Management (ECDPM).”

“Ci congratuliamo anche per la strategia Farm to Fork (dalla fattoria alla forchetta) per migliorare la posizione degli agricoltori nelle catene del valore”, continua Corbalán. “È deplorevole, tuttavia, che la Commissione riconosca soltanto ad agricoltori e pescatori europei un ruolo chiave per gestire la transizione, ignorando il ruolo importante degli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo che coltivano e riforniscono i prodotti alimentari consumati in Europa. Pagare prezzi equi ai produttori, ovunque essi si trovino, è un prerequisito per un approvvigionamento alimentare sostenibile ed equo”.

“Festeggiamo il Green New Deal Europeo che prevede misure per attuare un inevitabile cambio di rotta delle politiche istituzionali in grado finalmente di affrontare la crisi climatica”, afferma Marco Fazio, presidente di Equogarantito. “È la stessa prospettiva lanciata con convinzione all’ultima assemblea dell’Organizzazione Mondiale Del Commercio Equo e Solidale (WFTO) dove si è sancito che la sostenibilità e la lotta al cambiamento climatico non sono un criterio aggiuntivo ma parte integrante della nostra pratica. Un’economia «pulita e circolare» esiste infatti da decenni: le filiere del Commercio Equo e Solidale, prevalentemente di agricoltura biologica e artigianali, preservano la biodiversità e utilizzano molte fibre naturali e materie prime di riuso e supportano i lavoratori che più direttamente stanno subendo l’impatto della crisi climatica. Per questo con le nostre organizzazioni, cooperative e Botteghe ci uniamo all’appello del movimento internazionale del Commercio Equo e Solidale perché si ricerchi sempre la sostenibilità sociale insieme a quella ambientale”.

Il movimento per il commercio equo e solidale vede nella proposta per il nuovo strumento di cooperazione internazionale Ndici (Neighbourhood, development and international cooperation instrument) un modo per sostenere gli investimenti privati nei paesi in via di sviluppo, un’opportunità per dare priorità ai modelli di impresa volti a conseguire obiettivi sociali e ambientali, come le imprese del commercio equo e solidale e le cooperative, piuttosto che le imprese che valorizzano la massimizzazione del profitto a scapito delle persone e del pianeta.

“I piccoli agricoltori e i lavoratori agricoli dei paesi più poveri sono i primi a subire le conseguenze del cambiamento climatico e del riscaldamento globale”, commenta Giuseppe Di Francesco, presidente di Fairtrade Italia. “Fairtrade da sempre supporta nel contrasto delle conseguenze del cambiamento climatico gli agricoltori e lavoratori coinvolti nel sistema di certificazione Fairtrade, più di un milione e 700 mila in totale, in Asia, Africa e America Latina, ma allo stesso tempo da sempre chiediamo anche alle istituzioni e alle imprese di fare la loro parte. Per questo la buona notizia degli impegni che l’Unione Europea si assumerà con lo European Green Deal va accompagnata con un rafforzamento del partenariato con tutti i soggetti coinvolti, perché la sfida della sostenibilità sociale e ambientale la si vince solo insieme”.

Tra le altre misure annunciate nell’European Green Deal, il movimento per il commercio equo e solidale accoglie con favore l’impegno a promuovere, attraverso misure normative e non regolamentari, i prodotti importati e le catene del valore che non comportano deforestazione e degrado delle foreste, sollecitando la Commissione a includere prezzi equi e redditi dignitosi per gli agricoltori come elementi chiave di queste misure.

“Infine, invitiamo la Commissione ad attuare una strategia coordinata in tutti i settori politici dell’Unione Europea per promuovere non solo gli appalti pubblici verdi, ma anche quelli sostenibili”, conclude Sergi Corbalán.

Fairtrade Italia è il consorzio che dal 1994 rappresenta e promuove il Marchio di Certificazione Fairtrade e i valori del Commercio Equo e Solidale certificato sul territorio italiano. I soci di Fairtrade Italia sono organizzazioni non governative, associazioni, cooperative, consorzi e società che sostengono il Commercio Equo e Solidale, la cooperazione internazionale, l’azione sociale, la finanza etica, il rispetto dell’ambiente e la tutela dei consumatori.

Equo Garantito è l’associazione di categoria delle organizzazioni di Commercio Equo e Solidale italiane. Rappresenta nel Paese, nella società civile, con i media e le istituzioni locali e nazionali le esperienze e la cultura dei suoi Soci: organizzazioni non profit e Botteghe del Mondo che promuovono i prodotti e i principi di un’economia di giustizia fondata sulla cooperazione e su relazioni paritarie tra i soggetti che partecipano alla realizzazione di un bene.
È depositaria della Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale e gestisce il Registro Italiano delle Organizzazioni di Commercio Equo e Solidale attraverso un sistema di controllo certificato.

www.fairtrade.it

www.equogarantito.org

Azioni turismo sostenibile: in occasione della Giornata mondiale del Turismo il co-fondatore e Presidente di Evaneos – Eric La Bonnardière – spiega come gli operatori di viaggio possono diminuire gli effetti negativi del turismo di massa.

Da quando il turismo non viene innovato?
L’unica cosa che si può notare ad oggi è che, rispetto ad altri settori, quello turistico è in ritardo a livello internazionale nella presa di coscienza del suo impatto.

Eric La Bonnardière, co-fondatore e Presidente di Evaneos, crede che sia il modello stesso a dover essere reinventato. Il turismo rappresenta il 10% del PIL globale diventando così l’industria leader del mondo, caratterizzata però da logiche di globalizzazione, ottimizzazione e standardizzazione che l’hanno spesso trasformata in un semplice prodotto di consumo.

Ma viaggiare, secondo Eric, è più di questo: è una risorsa che consente all’individuo di aprirsi, incontrare e conoscere il mondo ma prima di tutto sé stesso.

Purtroppo, invece, oggi l’industria del turismo sta segando il ramo su cui si trova: danneggia, trasforma e non valorizza più. Un esempio su tutti sono i templi di Angkor in Cambogia dove viene chiesto alle popolazioni locali di adattarsi al notevole afflusso di turisti: i commercianti dei piccoli stand devono cessare la loro attività a favore dei negozi fisici che rispondono alla domanda standardizzata del turismo di massa. Il tutto a scapito delle comunità locali. Le popolazioni subiscono i danni per accogliere sempre più infrastrutture, svuotando così le destinazioni della cultura che li arricchisce e dà origine alla loro attrazione turistica.

Cambiamenti essenziali per un turismo più sostenibile
Eric La Bonnardière crede che nella nostra corsa al gigantismo abbiamo ormai formattato il viaggio. Abbiamo tradito la promessa di viaggiare confondendo la democratizzazione con la standardizzazione.
Sono tre i cambiamenti che devono essere fatti dai professionisti del turismo:
1. Valutare, compensare e adottare misure adeguate alle attività. È necessario ridurre a zero l’impronta di carbonio dei viaggiatori, fin dall’arrivo nel paese ospitante, e incoraggiarli attivamente a compensare il loro viaggio direttamente con le compagnie aeree.
2. Dare voce agli attori locali, spesso nascosti dietro gli intermediari. Restituire loro il potere, perché è a livello locale che viene costruita la proposta turistica. Combattere perché il viaggio “fatto in loco” diventi la norma per viaggi di qualità.
3. Essere trasparenti. Scegliamo di dare tutte le chiavi ai viaggiatori di domani in modo che possano decidere in piena coscienza. Tutti dovrebbero conoscere i rischi del turismo di massa nella loro prossima destinazione e ricevere alternative.

Questi impegni volti a innovare in una prospettiva di turismo sostenibile devono essere la lotta del secolo per gli operatori turistici.

Eric stesso ha trasformato questa lotta nel suo motto personale da 10 anni con Evaneos.it, la piattaforma fondata insieme a Yvan Wibaux che per prima consente di organizzare un viaggio 100% su misura, mettendo le persone in connessione diretta con oltre 1300 agenti locali basati in oltre 160 destinazioni nel mondo.

Fin dagli inizi Evaneos ha messo al centro del suo modello lo sviluppo economico sostenibile ed equosolidale nella convinzione che “locale è meglio”: infatti, i suoi itinerari sono pianificati da veri esperti locali che sono quindi più propensi a evitare i cliché culturali e, di conseguenza, il degrado ambientale che proviene dal turismo di massa, consentendo invece ai viaggiatori di scoprire luoghi unici e di sostenere le imprese locali che reinvestono i profitti nelle stesse destinazioni. Inoltre, poiché Evaneos consente ai viaggiatori di “acquistare direttamente” dagli agenti locali, i viaggiatori possono aspettarsi prezzi generali più equi e godere del fatto che circa il 70% del costo del viaggio supporta effettivamente le comunità e le destinazioni che visitano.

Evaneos è una start-up francese creata nel 2009 da Éric La Bonnardière e Yvan Wibaux, due ingegneri, due avventurieri, due imprenditori per i quali il viaggio è soprattutto una questione di incontri basati sull’uomo. Con un approccio innovativo nel settore del turismo, Evaneos offre un nuovo modo di immaginare, pianificare e vivere un viaggio personalizzato. La chiave del successo: un dialogo diretto con una selezione di agenzie locali.
Dall’ideazione alla realizzazione, Evaneos umanizza il viaggio. La start-up offre al viaggiatore curioso, aperto al mondo e desideroso di esperienze, l’opportunità di scoprire sé stesso viaggiando nel mondo.
L’obiettivo: beneficiare dei consigli e delle competenze dell’agente locale e creare un viaggio con lui, per un’esperienza totalmente unica ed autentica. Ad oggi, più di 300.000 viaggiatori hanno già scelto di pensare e co-costruire il loro viaggio con un agente locale accuratamente selezionato e membro della comunità Evaneos.
Oggi, con 250 dipendenti in Francia e una selezione di 1300 agenti locali selezionati, Evaneos è presente su 160 destinazioni. Pioniere di questo modello,
Evaneos è disponibile in diversi paesi europei tra i quali Germania, Inghilterra, Spagna, Italia, Paesi Bassi e in alcuni extraeuropei come Stati Uniti e Canada.

www.evaneos.it

Land under growing human pressure and climate change is adding to these pressures. At the same time, keeping global warming to well below 2ºC can be achieved only by reducing greenhouse gas emissions from all sectors including land and food, the Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) said in its latest report on Thursday.

The IPCC, the world body for assessing the state of scientific knowledge related to climate change, its impacts and potential future risks, and possible response options, saw the Summary for Policymakers of the Special Report on Climate Change and Land (SRCCL) approved by the world’s governments on Wednesday in Geneva, Switzerland.
It will be a key scientific input into forthcoming climate and environment negotiations, such as the Conference of the Parties of the UN Convention to Combat Desertification (COP14) in New Delhi, India in September and the UN Framework Convention on Climate Change Conference (COP25) in Santiago, Chile, in December.

“Governments challenged the IPCC to take the first ever comprehensive look at the whole land-climate system. We did this through many contributions from experts and governments worldwide. This is the first time in IPCC report history that a majority of authors – 53% – are from developing countries,” said Hoesung Lee, Chair of the IPCC.

This report shows that better land management can contribute to tackling climate change, but is not the only solution. Reducing greenhouse gas emissions from all sectors is essential if global warming is to be kept to well below 2ºC, if not 1.5oC.
In 2015, governments backed the Paris Agreement goal of strengthening the global response to climate change by holding the increase in the global average temperature to well below 2ºC above pre-industrial levels and to pursue efforts to limit the increase to 1.5ºC.
Land must remain productive to maintain food security as the population increases and the negative impacts of climate change on vegetation increase. This means there are limits to the contribution of land to addressing climate change, for instance through the cultivation of energy crops and afforestation. It also takes time for trees and soils to store carbon effectively. Bioenergy needs to be carefully managed to avoid risks to food security, biodiversity and land degradation. Desirable outcomes will depend on locally appropriate policies and governance systems.

Land is a critical resource
Climate Change and Land finds that the world is best placed to tackle climate change when there is an overall focus on sustainability.

“Land plays an important role in the climate system,” said Jim Skea, Co-Chair of IPCC Working Group III. “Agriculture, forestry and other types of land use account for 23% of human greenhouse gas emissions. At the same time natural land processes absorb carbon dioxide equivalent to almost a third of carbon dioxide emissions from fossil fuels and industry,”

The report shows how managing land resources sustainably can help address climate change, said Hans-Otto Pörtner, Co-Chair of IPCC Working Group II. “Land already in use could feed the world in a changing climate and provide biomass for renewable energy, but early, far-reaching action across several areas is required. Also for the conservation and restoration of ecosystems and biodiversity.

Desertification and land degradation
When land is degraded, it becomes less productive, restricting what can be grown and reducing the soil’s ability to absorb carbon. This exacerbates climate change, while climate change in turn exacerbates land degradation in many different ways.

“The choices we make about sustainable land management can help reduce and in some cases reverse these adverse impacts,” said Kiyoto Tanabe, Co-Chair of the Task Force on National Greenhouse Gas Inventories. “In a future with more intensive rainfall the risk of soil erosion on croplands increases, and sustainable land management is a way to protect communities from the detrimental impacts of this soil erosion and landslides. However there are limits to what can be done, so in other cases degradation might be irreversible,”

Roughly 500 million people live in areas that experience desertification. Drylands and areas that experience desertification are also more vulnerable to climate change and extreme events including drought, heatwaves, and dust storms, with an increasing global population providing further pressure.
The report sets out options to tackle land degradation, and prevent or adapt to further climate change. It also examines potential impacts from different levels of global warming.

“New knowledge shows an increase in risks from dryland water scarcity, fire damage, permafrost degradation and food system instability, even for global warming of around 1.5°C,” said Valérie Masson-Delmotte, Co-Chair of IPCC Working Group I.
“Very high risks related to permafrost degradation and food system instability are identified at 2°C of global warming,”

Food security
Coordinated action to address climate change can simultaneously improve land, food security and nutrition, and help to end hunger. The report highlights that climate change is affecting all four pillars of food security: availability (yield and production), access (prices and ability to obtain food), utilization (nutrition and cooking), and stability (disruptions to availability).

“Food security will be increasingly affected by future climate change through yield declines – especially in the tropics – increased prices, reduced nutrient quality, and supply chain disruptions,” said Priyadarshi Shukla, Co-Chair of IPCC Working Group III.
“We will see different effects in different countries, but there will be more drastic impacts on low-income countries in Africa, Asia, Latin America and the Caribbean,”

The report records that about one third of food produced is lost or wasted. Causes of food loss and waste differ substantially between developed and developing countries, as well as between regions. Reducing this loss and waste would reduce greenhouse gas emissions and improve food security.

“Some dietary choices require more land and water, and cause more emissions of heat-trapping gases than others,” said Debra Roberts, Co-Chair of IPCC Working Group II. “Balanced diets featuring plant-based foods, such as coarse grains, legumes, fruits and vegetables, and animal-sourced food produced sustainably in low greenhouse gas emission systems, present major opportunities for adaptation to and limiting climate change,”

The report finds that there are ways to manage risks and reduce vulnerabilities in land and the food system.
Risk management can enhance communities’ resilience to extreme events, which has an impact on food systems. This can be the result of dietary changes or ensuring a variety of crops to prevent further land degradation and increase resilience to extreme or varying weather.

Reducing inequalities, improving incomes, and ensuring equitable access to food so that some regions (where land cannot provide adequate food) are not disadvantaged, are other ways to adapt to the negative effects of climate change. There are also methods to manage and share risks, some of which are already available, such as early warning systems.
An overall focus on sustainability coupled with early action offers the best chances to tackle climate change. This would entail low population growth and reduced inequalities, improved nutrition and lower food waste.
This could enable a more resilient food system and make more land available for bioenergy, while still protecting forests and natural ecosystems. However, without early action in these areas, more land would be required for bioenergy, leading to challenging decisions about future land-use and food security.

“Policies that support sustainable land management, ensure the supply of food for vulnerable populations, and keep carbon in the ground while reducing greenhouse gas emissions are important,” said Eduardo Calvo, Co-Chair of the Task Force on National Greenhouse Gas Inventories.

Land and climate change responses
Policies that are outside the land and energy domains, such as on transport and environment , can also make a critical difference to tackling climate change. Acting early is more cost-effective as it avoids losses.

“There are things we are already doing. We are using technologies and good practices, but they do need to be scaled up and used in other suitable places that they are not being used in now,” said Panmao Zhai, Co-Chair of IPCC Working Group I. “There is real potential here through more sustainable land use, reducing over-consumption and waste of food, eliminating the clearing and burning of forests, preventing over-harvesting of fuelwood, and reducing greenhouse gas emissions, thus helping to address land related climate change issues,” 

About the Report
The report’s full name is Climate Change and Land, an IPCC special report on climate change, desertification, land degradation, sustainable land management, food security, and greenhouse gas fluxes in terrestrial ecosystems.
It is one of three special reports that the IPCC is preparing during the current Sixth Assessment Report cycle.
The report was prepared under the scientific leadership of all three IPCC Working Groups in cooperation with the Task Force on National Greenhouse Gas Inventories and supported by the Working Group III Technical Support Unit.

www.ipcc.ch

Le zone ambientali pioniere. Le Top 10 nelle quali la lotta contro l’inquinamento da polveri sottili e altre sostanze inquinanti era già stata annunciata nel 1995. Il portale Green-Zones ha stabilito quando sono state istituite le prime zone ambientali nelle città europee per ridurre l’inquinamento da polveri sottili.

Stoccolma è al primo posto tra le zone ambientali più vecchie d’Europa. La zona della capitale svedese è stata istituita il 18.06.1995 e copre ora l’intero centro città. A Stoccolma, è vietata la circolazione degli autobus e dei camion di peso superiore a 3,5 t con le norme EURO 0-4. In caso di infrazione viene inflitta una multa di 100 Euro.
Attualmente le automobili non sono ancora soggette al divieto di circolazione, cosicché i turisti non corrono il rischio di incorrere in una sanzione.

La Gran Bretagna si colloca al decimo posto tra le zone ambientali più vecchie in Europa con una zona a basse emissioni (LEZ) permanente a Londra. Qui, tutti i tipi di veicoli devono essere registrati prima di entrare nella zona ambientale.
Particolarità: veicoli d’epoca di età superiore ai 40 anni così come escavatori e gru mobili sono ancora autorizzati a circolare nella zona. Un complesso processo di registrazione si applica a tutti gli altri veicoli, al fine di evitare sanzioni fisse fino a 1.150 Euro.

Le zone ambientali in Germania e nei Paesi Bassi si classificano al centro. Nel gennaio 2008 sono state istituite le prime zone ambientali a Berlino, Colonia e Hannover, dove l’accesso era inizialmente consentito a tutti i tipi di veicoli muniti di un bollino ambientale rosso.

Nei Paesi Bassi, invece, le prime zone sono state istituite sei mesi prima, ma non stati rilasciati bollini.

La società Green-Zones con sede a Berlino fornisce informazioni sulle zone ambientali permanenti e dipendenti dalle condizioni meteorologiche (temporanee) in Europa e nei rispettivi paesi europei attraverso i suoi portali green-zones.eu, umweltplakette.de, crit-air.fr e blaue-plakette.de.
Grazie alla app gratuita di Green-Zones e alla app professionale (Fleet-App), i turisti e soprattutto gli utenti commerciali (ad esempio le aziende di autobus e di trasporto) possono ottenere informazioni affidabili in tempo reale sulle attuali zone ambientali. I bollini e le registrazioni richiesti sono anche disponibili sul portale Green-Zones.

green-zones.eu

Sì multa UE ma no depuratori. Goletta verde di Legambiente rileva che la mala depurazione resta il principale nemico del mare e delle acque interne: inquinato e fortemente inquinato più di 1 punto ogni 3 sia lungo le coste che nei laghi.

Il mancato completamento della rete fognaria e la depurazione delle acque reflue costa già oggi all’Italia decine di milioni di euro all’anno, ma i costi sono destinati a crescere. Legambiente: “Piuttosto che pagare multe salatissime all’Ue investiamo i soldi dei cittadini nella più grande opera pubblica che serve al Paese”.

Sotto la lente dell’associazione anche la lotta al marine litter: monitorati i rifiuti galleggianti in mare e le microplastiche nei laghi. Dei rifiuti che galleggiano nel mare italiano il 40% è plastica usa e getta.

La mala depurazione resta uno dei principali nemici per mare e laghi italiani: anche quest’estate il viaggio di Goletta Verde e Goletta dei Laghi, consegna una fotografia a tinte fosche del nostro Paese. Più di un punto su tre tra i 262 punti campionati lungo le coste italiane presenta forti criticità, con valori di inquinanti oltre i limiti di legge. Con una situazione preoccupante confermata in molte regioni del Sud – Sicilia, Campania e Calabria su tutte – dove persistono le criticità storiche legate all’assenza di impianti di depurazione e di allacciamento alla rete fognaria. E non va meglio la situazione dei bacini lacustri dove Legambiente, con Goletta dei Laghi, ha riscontrato anche qui criticità nelle stesse proporzioni: un punto su tre rispetto agli 83 monitorati in 19 laghi italiani. Una criticità, quella della mancata depurazione, sulla quale l’Unione europea chiede da tempo impegni concreti al nostro Paese e che ci è costata una prima multa da 25 milioni di euro a cui si sommano circa 30 milioni per ogni semestre di ritardo nella messa a norma dei sistemi di depurazione.

Il bilancio delle due storiche campagne di Legambiente a tutela del mare e delle acque interne è stato presentato da Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, Serena Carpentieri, vicedirettrice di Legambiente e Andrea Minutolo, coordinatore dell’ufficio scientifico dell’associazione. All’incontro sono intervenuti anche Riccardo Piunti, vicepresidente CONOU (Consorzio nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli oli minerali usati) e Anna Stagnoli, Team Product Development di Pramerica SGR.

Le due campagne estive di Legambiente sono state realizzate anche grazie al sostegno dei partner principali CONOU, Consorzio nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli oli minerali usati e Novamont. Goletta Verde, inoltre, si è avvalsa del sostegno dei partner sostenitori Assovetro – Endless Ocean, Ricrea, Consorzio nazionale per il riciclo e il recupero degli imballaggi in acciaio e con il contributo di Pramerica SGR (Pramerica Sicav Social 4 Future). Media partner del viaggio estivo lungo mari e laghi italiani è stata La Nuova Ecologia.

«I nostri mari e i nostri laghi continuano a subire continui assalti, primo fra tutti quelli della mancata depurazione – dichiara Stefano Ciafani, presidente di Legambiente -. Le opere necessarie per il completamento della rete fognaria e di depurazione delle acque reflue sono una priorità per dare il via a quella grande opera pubblica di cui non si parla mai in Italia. Non solo per tutelare le acque dall’inquinamento, ma anche per evitare di continuare a sprecare inutilmente soldi pubblici, visto che delle quattro procedure di infrazione aperte dall’Unione Europea a causa della cattiva depurazione del nostro Paese, che coinvolgono 1.122 agglomerati urbani e 32 aree sensibili, due sono già sfociate in condanna e altre potrebbero arrivare presto, creando una cabina di regia unica come già si è iniziato a fare con il commissario di Governo. Smettiamola di sperperare così i soldi dei cittadini, ma investiamo piuttosto queste risorse in opere realmente utili per l’ambiente e l’economia turistica italiana. A queste minacce si aggiungono quelle dei rifiuti galleggianti e spiaggiati e delle continue illegalità ambientali che sfregiano coste e territori italiani, a partire dall’abusivismo edilizio».

La condanna che è costata all’Italia 25 milioni di euro, e costerà ancora 30 milioni per ogni semestre di ritardo nell’adeguamento della rete di depurazione è del maggio 2018, e coinvolge 74 agglomerati di grandi dimensioni (per l’82% in Sicilia e in Calabria). C’è però anche un’altra condanna che grava sull’Italia ed è relativa, secondo gli ultimi aggiornamenti disponibili, a 14 agglomerati di grandi dimensioni che scaricano in aree sensibili. In fase di ricorso è la terza procedura di infrazione (2014-2059) comminata all’Italia, relativa a oltre 700 agglomerati con dimensioni maggiori di 2000 abitanti equivalenti (a.e.) e 32 aree sensibili e che coinvolge tutte le regioni eccetto il Molise, l’Emilia Romagna e la Provincia autonoma di Bolzano. Ma non finisce qui, una quarta procedura d’infrazione notificata lo scorso anno e ora in fase di parere motivato riguarda 13 regioni con 237 agglomerati con più di 2000 a.e. che scaricano in aree normali e sensibili.

Oltre 13 anni di sversamenti di acque mal depurate negli ecosistemi marini e lacustri che ci stanno presentando il conto, non solo in termini ambientali.

Il monitoraggio effettuato da Goletta Verde e Goletta dei Laghi prende prevalentemente in considerazione i punti scelti in base al “maggior rischio” presunto di inquinamento, individuati dalle segnalazioni non solo dei circoli di Legambiente ma degli stessi cittadini attraverso il servizio SOS Goletta che quest’anno rientra nel progetto di Legambiente Volontari per Natura sulla citizen science. I parametri indagati sono microbiologici (Enterococchi intestinali, Escherichia coli) e vengono considerati come “inquinati” i campioni in cui almeno uno dei due parametri supera il valore limite previsto dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia (Dlgs 116/2008 e decreto attuativo del 30 marzo 2010) e “fortemente inquinati” quelli in cui i limiti vengono superati per più del doppio del valore normativo.

“Le foci di fiumi e torrenti, gli scarichi e i piccoli canali sono i veicoli principali di contaminazione batterica dovuta alla insufficiente depurazione dei reflui urbani o agli scarichi illegali che, attraverso i corsi d’acqua, arrivano in mare e nei laghi – spiega Serena Carpentieri, vice direttrice generale di Legambiente –. Questi punti critici sono ignorati dai controlli ufficiali, etichettati come inquinati per definizione eppure spesso ci troviamo persone a fare il bagno, anche a causa dell’inesistenza di cartelli informativi o di divieto di balneazione. Anche se con il nostro monitoraggio non vogliamo rilasciare patenti di balneabilità o sostituirci alle autorità competenti, le situazioni che rileviamo destano molta preoccupazione. Per i casi più gravi, quei “malati cronici” che denunciamo da anni, proseguiremo con le nostre azioni di denuncia, chiedendo l’applicazione della legge sugli Ecoreati, per risolvere le criticità che ancora minacciano la qualità e la salute dei nostri mari e dei nostri laghi».

Il dettaglio delle analisi di Goletta Verde
Nel dettaglio, dei 262 punti campionati nelle quindici regioni costiere italiane da Goletta Verde – partita dal Friuli-Venezia Giulia il 23 giugno scorso e che finirà domani in Liguria il suo tour – più del 36% è risultato con valori di inquinanti elevati (di questi il 29% sono stati giudicati risultati Fortemente Inquinati; il 7% Inquinati). Il restante 64% dei campionamenti è risultato entro i limiti di legge. Se è vero che le maggiori criticità sono state riscontrate nelle regioni del Sud, è opportuno evidenziare che i campionamenti effettuati lungo la costa adriatica (dal Friuli-Venezia Giulia alla Puglia) sono stati influenzati dalle condizioni meteorologiche (i campionamenti sono stati fatti in un periodo con assenza di piogge e minori apporti al mare da fiumi, fossi e canali) e dal minor afflusso turistico del periodo di giugno (mese in cui sono stati effettuati i prelievi di Goletta Verde). Infatti, alla fine di luglio le autorità competenti hanno appurato criticità, originate da perturbazioni e di conseguenza sversamenti lungo le aste fluviali, che hanno portato a numerosi divieti di balneazione lungo alcuni tratti di quella costa.

Al centro del monitoraggio scientifico ci sono come sempre i punti critici e le situazioni sospette segnalati dai cittadini attraverso il servizio Sos Goletta e dai circoli di Legambiente. Il 51% dei campionamenti, 135 su 262 punti, è stato eseguito presso foci di fiumi e torrenti, fossi o canali, risultando inquinato nel 62% dei casi. Il 49% presso spiagge con situazioni sospette invece hanno rilevato cariche batteriche elevate solo nell’8% dei prelievi e delle analisi eseguite.

Acque “abbandonate” e cattiva informazione ai bagnanti
l 45% dei punti di campionamento scelti da Goletta Verde sono luoghi in cui non esiste alcun controllo ufficiale delle autorità competenti: viene dato per scontato che le foci dei corsi d’acqua debbano essere inquinate e, quindi, non balneabili. La metà di queste “acque abbandonate” è risultata inquinata per i tecnici di Legambiente.
Inoltre, nel 72% dei casi monitorati da Goletta Verde rispetto ai 131 punti dove la balneazione è vietata (o per divieto temporaneo di balneazione o perchè non monitorata), non c’è nessun cartello che indichi chiaramente il divieto di balneazione; anche se spesso in questi punti si trovano molte persone a fare il bagno, ignari dei rischi per la propria salute.
La legge, inoltre, impone per le zone balneabili, cartelli informativi sulla qualità delle acque. Anche questi restano un miraggio: nel 93% dei casi (130 punti su 140 campionati e “definiti” balneabili dalle autorità competenti) non sono stati avvistati dai tecnici di Legambiente.
Eppure la normativa vigente obbliga le amministrazioni comunali a segnalare in maniera tempestiva, chiara e facilmente accessibile tanto i cartelli di divieto di balneazione che quelli informativi sulla qualità delle acque.

Il dettaglio delle analisi di Goletta dei Laghi
Da giugno a luglio scorso sono stati seimila i chilometri percorsi dall’equipaggio della Goletta dei Laghi che ha monitorato 19 laghi (Lago di Albano, Bolsena, Bracciano, Canterno, Ceresio, Como, Fogliano, Fondi, Garda, Iseo, Maggiore, Matese, Orta, Piediluco, Sabaudia, Santa Croce, Trasimeno, Varano, Vico) in 10 regioni diverse.
Un viaggio da nord a sud della penisola durante il quale sono stati presi in esame 83 punti per le analisi microbiologiche. Il 34% di questi è risultato Fortemente Inquinato (21 punti) o Inquinato (7). Degli 83 punti oggetto di analisi, 35 corrispondono a porzioni di laghi definiti balneabili dalle autorità competenti; 44 non risultano campionati; 2 sono aree con divieto temporaneo di balneazione. Dei 35 punti definiti balneabili dalle autorità competenti, 11 sono risultati con cariche batteriche oltre i limiti di legge (di questi 5 giudicati Inquinati e 6 sono Fortemente Inquinati). Dei 44 punti non campionati invece dalle autorità competenti, ben 16 presentavano cariche batteriche elevate (14 giudicati Fortemente Inquinati e 2 Inquinati).
Legambiente, grazie alla Goletta dei Laghi, è riuscita in questi anni ad accendere i riflettori sulla qualità delle acque interne che garantiscono al Paese importanti servizi ecosistemici, quali ad esempio l’acqua dolce, la regolazione climatica e le opportunità di sviluppo economico legate al turismo di settore. La continua pressione antropica e i cambiamenti climatici stanno mettendo sempre più a rischio la salute dei laghi e dei fiumi italiani, andando a ledere proprio quegli importanti benefici. Sono sempre più urgenti, dunque, misure che mitighino i rischi e proteggano tutte le acque interne del Paese.

La lotta al marine litter
Tra le battaglie che sono state portate avanti durante l’estate da Goletta Verde e Goletta dei Laghi c’è come sempre la lotta al marine litter, una delle due più gravi emergenze ambientali globali insieme ai cambiamenti climatici, e in particolare la messa al bando delle plastiche usa e getta, grazie a azioni di citizen science (il coinvolgimento dei cittadini nella raccolta di dati ambientali) riconosciute a livello internazionale.
Tra queste, Goletta Verde porta avanti dal 2014 un monitoraggio scientifico sulla presenza dei rifiuti galleggianti in mare, lungo le tratte percorse dall’imbarcazione ambientalista, che prende in considerazione i rifiuti galleggianti con dimensioni maggiori ai 2,5 centimetri secondo un nuovo protocollo messo a punto durante il progetto MedSea Litter.
Nell’estate 2018, durante 19 giornate di navigazione e 65 ore di osservazione, sono stati monitorati 97 rifiuti ogni chilometro quadrato di mare, con valori più elevati nel mar Ligure e nello Ionio dove la media raggiunge rispettivamente 122 e 180 rifiuti ogni chilometro quadrato di mare. La percentuale di plastica varia dall’85 al 97% a seconda dell’area di mare considerata e il 40% sono usa e getta. Gli oggetti più frequenti sono buste di plastica (18%), packaging (10%) e teli (8%) in plastica. Le bottiglie in plastica si attestano sul 2,5%.

Goletta dei laghi, invece, pone da tempo l’attenzione su un altro fenomeno spesso sottovalutato: indagare la presenza di microplastiche nei bacini lacustri. Grazie alla sinergia con ENEA, anche nel 2019 sono stati eseguiti prelievi in acqua, alla ricerca di questo contaminante emergente. Importante novità di questa edizione è stata la collaborazione con IRSA – CNR, finalizzata all’analisi della plastisfera, ovvero la presenza di microrganismi che si sviluppano proprio sulle microplastiche presenti in acqua. Sono stati 13 i laghi monitorati in 10 regioni, più di 80 ore di navigazione che hanno permesso di prelevare 154 campioni di acqua sia in superficie che lungo la colonna d’acqua fino a 50 metri di profondità e che saranno analizzati in laboratorio nei prossimi mesi. Un monitoraggio scientifico unico in Italia, che può contare su un’importante sinergia tra volontari e cittadini basata su azioni di divulgazione e citizen science.

Il Monitoraggio scientifico
I prelievi e le analisi di Goletta Verde e Goletta dei Laghi vengono eseguiti dai tecnici di Legambiente grazie a un laboratorio mobile attrezzato. I campioni per le analisi microbiologiche sono prelevati in barattoli sterili e conservati in frigorifero, fino al momento dell’analisi, che avviene nel laboratorio mobile lo stesso giorno di campionamento o comunque entro le 24 ore dal prelievo. I parametri indagati sono microbiologici (enterococchi intestinali, escherichia coli) e chimico-fisici (temperatura dell’acqua, PH, conducibilità / salinità). Le analisi chimico-fisiche vengono effettuate direttamente in situ con l’ausilio di strumentazione da campo.

NOTA – Il giudizio di Goletta Verde viene dato in base ai risultati ottenuti dalle analisi microbiologiche (sono presi come riferimento il D. Lgs. 116/2008 e i valori limite per la balneazione indicati dal Decreto del Ministero della Salute del 31 marzo 2010 nell’all. A):
INQUINATO – Enterococchi intestinali maggiore di 200 UFC/100ml e/o Escherichia Coli maggiore di 500 UFC/100ml
FORTEMENTE INQUINATO – Enterococchi intestinali maggiore di 400 UFC/100 ml e/o Escherichia Coli maggiore di 1000 UFC/100ml

Il numero dei campionamenti effettuati per Goletta Verde viene definito in proporzione ai Km di costa di ogni regione con il seguente criterio: 1 punto ogni 15 km di costa, per le regioni che hanno meno di 500 km di costa; 1 punto ogni 30 km di costa, per le regioni che hanno tra 500 e 1000 km di costa; 1 punto ogni 60 km di costa, per le regioni che hanno più di 1000 km di costa.

www.legambiente.it/golettaverde

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