Category: Ambiente

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Terra Madre Salone del Gusto 2020: parte il viaggio di un’edizione globale lunga sei mesi, con eventi digitali, fisici e diffusi in tutto il mondo. «Quella di quest’anno sarà l’edizione di Terra Madre Salone del Gusto più grande di sempre. Noi impiegheremo tutte le nostre forze per far vedere che esistono migliaia di comunità, composte da contadini, artigiani, produttori, pescatori, che sviluppano un’economia al servizio dei beni comuni, a livello territoriale, in tutto il mondo. E loro, in un certo senso, ospiteranno Torino e il Piemonte in ogni angolo del mondo: migliaia di persone portano nel cuore l’evento, il territorio e le idee che qui fioriscono». È con queste parole, pronunciate dal presidente di Slow Food, Carlo Petrini, che parte il countdown per l’edizione 2020 di Terra Madre Salone del Gusto, che inaugurerà il prossimo 8 ottobre e proseguirà per sei mesi con un format completamente diverso dal solito.

Quello che è cominciato dalla Nuvola Lavazza di Torino, sede della presentazione ufficiale dell’evento, è il viaggio di Terra Madre Salone del Gusto 2020: quando si concluderà, tra poco meno di un anno, potremo dire di aver coinvolto il più alto numero di persone mai raggiunte dall’evento organizzato da Slow Food, Città di Torino e Regione Piemonte, grazie alle tecnologie digitali e alle migliaia di eventi fisici sparsi ovunque è attiva la rete di Slow Food, presente oggi in 160 Paesi nel mondo.
E’ già online la piattaforma che conterrà le attività digitali e il calendario degli eventi fisici, fino ad aprile 2021: si alimenterà gradualmente e progressivamente di contenuti, per dar vita a un ricchissimo palinsesto. Perché Terra Madre Salone del Gusto 2020 sarà una manifestazione unica, nella quale Slow Food metterà assieme presenza fisica – con eventi che naturalmente vedono protagonisti in primis Torino e il Piemonte – e accessibilità online.

«La forza di Terra Madre Salone del Gusto risiede nella capacità di far dialogare tra loro realtà anche appartenenti a mondi lontani e diversi, rendendo l’evento un’imperdibile occasione di sensibilizzazione sui temi del cibo, dell’educazione alimentare, della tutela delle biodiversità» ha dichiarato la sindaca di Torino, Chiara Appendino. «Il nuovo modello è una scelta innovativa che, in un momento di oggettiva difficoltà per l’organizzazione di eventi nella maniera più tradizionale, ha consentito di trasformare un ostacolo in una opportunità, permettendo al contempo di mantenere Torino e il Piemonte al centro dell’evento e di allargare gli orizzonti della manifestazione».

«Il Piemonte e l’Italia hanno bisogno di manifestazioni come Terra Madre Salone del Gusto, perché i grandi eventi sono il miglior strumento di promozione di un territorio – ha sottolineato il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio – Sarà una edizione diversa come diverso è il periodo che stiamo vivendo, ma ciò che desideriamo trasmettere è che il Piemonte c’è, è in salute ed è pronto con tutte le sue eccellenze ad accogliere i turisti con professionalità e sicurezza».

Our Food, Our Planet, Our Future
Il claim dell’edizione 2020 è Our Food, Our Planet, Our Future. Cibo, pianeta, futuro: una concatenazione di relazioni che ci raccontano di come, a seconda del modo in cui ci rapportiamo al nostro cibo – come lo produciamo, lo distribuiamo, lo scegliamo, lo consumiamo – questo avrà impatti significativamente diversi sul nostro pianeta.

«Il mondo intero sta vivendo una triplice crisi – sostiene Petrini – climatica, economica e pandemica. Serve una visione di cambiamento profondo. Richiederà tempo, ma si intravedono già i semi nell’economia espressa dalle comunità di Terra Madre. È giunto il momento di riconoscere e amplificare il valore di queste comunità in tutto il globo. Il messaggio è forte e chiaro: in questo anno segnato così pesantemente dalla sofferenza per la pandemia di Covid-19, dalla crisi economica globale, dai lockdown in tutto il mondo, c’è un valore che non soltanto non è stato cancellato, ma anzi è stato rimesso in primo piano e della sua importanza in tanti, finalmente, hanno acquisito consapevolezza: il valore dell’essere parte di una comunità».

«Da sempre l’impegno di Slow Food si concentra sulla conservazione della biodiversità, attraverso il rispetto dell’ambiente, la promozione dell’agroecologia, la trasmissione dei saperi locali – spiega Francesco Sottile, del Comitato esecutivo di Slow Food Italia. – I drammatici eventi degli ultimi mesi, come l’incremento nella deforestazione in Amazzonia, gli incendi in Australia, le temperature da record in Siberia, ci spingono ad allargare il nostro impegno: così, da obiettivo, la difesa della biodiversità diventa per Slow Food lo strumento di contrasto al cambiamento climatico. Lo facciamo attraverso le attività della nostra comunità, dei produttori e degli agricoltori, nel corso di sei mesi di confronto culturale»

Un confronto che, quest’anno, adotta un approccio diverso dalle edizioni precedenti: «Abbiamo deciso di cambiare le lenti con cui leggiamo la realtà, mettendo da parte i confini nazionali e focalizzandoci invece sugli ecosistemi, cioè sulla relazione tra gli esseri umani e la natura, per comprendere i problemi che toccano tutti, indipendentemente dalla latitudine e dal continente – aggiunge Serena Milano, segretaria generale della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus. – Parleremo di Terre alte (cioè montagne e colline), Terre basse (ovvero le pianure), Terre d’acqua (mari, fiumi e laghi) e del rapporto tra città e campagna: grazie alle testimonianze dalla rete Slow Food cercheremo di raccontare idee, proposte e soluzioni.»

Un format nuovo, migliaia di appuntamenti in tutto il mondo
La porta di ingresso principale a Terra Madre Salone del Gusto 2020 è la piattaforma web, pensata per popolarsi settimana dopo settimana di tutti gli eventi digitali e degli appuntamenti fisici organizzati per animare Torino, il Piemonte, l’Italia e il resto del mondo. Da qui sarà possibile visualizzare e prendere parte agli appuntamenti online (accedendo al programma Digital) ma anche tenere traccia degli eventi organizzati in ogni angolo del pianeta (selezionando il calendario World).

I primi eventi sono concentrati nelle date inizialmente previste per la manifestazione, dall’8 al 12 ottobre: Conferenze, Food Talk e molti altri format innovativi ideati da Slow Food per discutere dei temi che più ci stanno a cuore – alimentazione, sostenibilità, ambiente ed equità – oltre agli appuntamenti tradizionali come i Laboratori del Gusto, ai quali si può partecipare sia a distanza (acquistando i kit per la degustazione da casa) che in presenza.

A proposito degli eventi in presenza: oltre ai Laboratori del Gusto, sono già on line e prenotabili i primi Appuntamenti a Tavola in programma a Torino tra l’8 e il 12 ottobre. Nel corso delle prossime settimane il calendario World si arricchirà poi di tante altre attività organizzate dalla rete Slow Food in Italia e in tutto il mondo: per non perderne nessuna, nelle prossime settimane sarà sufficiente dare un’occhiata al grande planisfero sul sito di Terra Madre Salone del Gusto, che si illuminerà in corrispondenza dei luoghi fisici in cui sono organizzate le attività.

Il Mercato dei produttori italiani e internazionali raddoppia
Oltre alle tante piazze che ospiteranno il meglio delle produzioni locali, organizzate in diversi angoli del pianeta, l’edizione 2020 inaugura la versione online, con una piattaforma dedicata che diventa una vera e propria vetrina virtuale attraverso la quale scoprire gli espositori e contattarli, e poi anche con un e-commerce, attivo dall’8 di ottobre e disponibile per tutti i sei mesi, su cui acquistare i loro prodotti.
Confermata l’area B2B, lo spazio che Terra Madre dedica a espositori, buyer e agenti di commercio interessati ad accordi di business ed è organizzato da Camera di commercio di Torino e Unioncamere Piemonte nell’ambito delle attività della rete Enterprise Europe Network, cofinanziata dalla Commissione Europea per sostenere la competitività delle piccole medie imprese europee.

Terra Madre Salone del Gusto è il più importante evento dedicato al cibo buono, pulito, sano e giusto e all’agricoltura di piccola scala in tutto il mondo. Viene organizzata da Slow Food, Città di Torino e Regione Piemonte con il patrocinio di Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali e Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare.
L’evento è possibile grazie al sostegno dei partner principali dell’evento: Pastificio Di Martino, Unicredit, Lavazza, Acqua S.Bernardo, Quality Beer Academy, oltre a Agugiaro&Figna, Astoria, BBBell, Compagnia dei Caraibi. E gli InKind partner Bormioli e Liebherr. Con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Associazione delle fondazioni di origine bancaria del Piemonte. Con il contributo di IFAD, UE. In collaborazione con SANA.

https://terramadresalonedelgusto.com

www.slowfood.it

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Stop olio di palma in biodiesel. Legambiente presenta il dossier sui biocarburanti. Più olio di palma nei motori che nei biscotti. Con l’olio di palma, le cui piantagioni sono la principale causa di deforestazione mondiale, non produciamo solo biscotti o detergenti ma soprattutto biocarburanti e bioenergie: il 67% delle importazioni di olio di palma in Europa e il 70% in Italia. Siamo, infatti, uno dei paesi europei che più consuma olii vegetali alimentari per l’energia, perlopiù all’insaputa dei consumatori e con costi aggiuntivi, come denuncia Legambiente nel suo dossier Più olio di palma nei motori che nei biscotti, la mappa degli impianti in Italia.

Per usi energetici, in Italia abbiamo bruciato nel 2019 oltre un milione di tonnellate di olio di palma, 150 mila tonnellate di olio di semi di girasole, 80 mila tonnellate di olio di soia. Per la quasi totalità prodotti in piantagioni indonesiane e malesi, a danno di una delle maggiori foreste tropicali al mondo che ha perso negli ultimi vent’anni alberi e torbiere per oltre 33 milioni di ettari. Un danno incalcolabile per il clima (ogni litro di olio di palma comporta il triplo delle emissioni di CO2 di un uguale volume di gasolio fossile) e per la biodiversità (distruggiamo l’habitat di specie vegetali e animali come l’orango, la tigre e il rinoceronte) che produce, inoltre, rischi di diffusione delle nuove zoonosi.

Secondo Transport & Environment, nel 2019 i conducenti europei hanno bruciato nei loro motori 22 volte più olio di palma di quanto ne ha usato la Ferrero per tutta la Nutella e i Kinder consumati nel mondo; 15 volte di più di quanto consumato dal gruppo Mondelez (Oreo e Cadbury) per i loro biscotti e cioccolatini, quattro volte di più dell’olio di palma impiegato da Unilever per tutti i propri prodotti detergenti in tutto il mondo.

Legambiente mette in guardia parlamentari, governo e consumatori.

“Mentre sulle confezioni o sui siti web dei prodotti alimentari o dei detergenti e dei cosmetici è riportata la loro composizione – dichiara Andrea Poggio, responsabile mobilità di Legambiente – i distributori di carburante o i produttori di energia elettrica che bruciano olio di palma lo nascondono nella migliore delle ipotesi, giustificano il sovraprezzo propagandando caratteristiche genericamente green, rinnovabili o vantaggi ambientali inesistenti. Greenwashing, come ha appurato il 15 gennaio scorso l’Autority a proposito dell’Eni-diesel+ del nostro principale ente petrolifero”.

Legambiente ha fatto qualche conto, a partire dai dati del Gestore Servizi Energetici nazionale, sui costi che cittadini e imprese si trovano indirettamente a sostenere a favore dei petrolieri per la distruzione delle foreste. Ogni automobilista italiano paga, in media, 16 euro all’anno per le così dette rinnovabili nel serbatoio, una cifra complessiva di circa 300 milioni di euro nel 2019 per la sola componente olio di palma (quasi metà del biodiesel). Inoltre, cittadini e imprese, pagano nella bolletta elettrica una piccola quota aggiuntiva per i biocombustibili (che sono per il 69% da olio di palma e di soia): quasi 600 milioni di euro di sussidi attribuibili alla sola componente degli oli alimentari.

“Quindi – prosegue Andrea Poggio – poco meno di 900 milioni di euro all’anno per distruggere foreste in tutto il mondo e aumentare le emissioni di CO2; tra l’altro in aperta violazione della nuova direttiva europea sulle energie rinnovabili che impone la comunicazione della composizione e della fonte del carburante e dell’elettricità venduta al consumatore”.

Per questo, Legambiente ha recentemente scritto ai senatori della Commissione Affari Europei del Senato e ai ministri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente, inviando loro precise proposte di emendamenti al disegno di legge sul recepimento della nuova direttiva rinnovabili, attualmente in discussione al Senato, affinché pongano fine al più presto all’“inganno verde”.
Bruciare olio di palma, di soia e altri oli alimentari non fa bene all’ambiente e non deve più essere sussidiato per legge: è un “sussidio ambientalmente dannoso” pagato dai cittadini senza ragione.

Una petizione, lanciata dall’associazione, per l’abbandono dei sussidi legali all’olio di palma e di soia entro il primo gennaio 2021, rivolta al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha già raccolto 60 mila firme.

Eni, il principale gruppo petrolifero nazionale, che pure nel 2019 ha importato 246 mila tonnellate di olio di palma, ha annunciato, in risposta a Legambiente all’assemblea societaria del 13 maggio scorso, che entro il 2023 abbandonerà l’uso dell’olio di palma e conterrà al 20% gli altri oli alimentari nella produzione di biodiesel. Ma Eni rappresenta “solo” un quarto delle importazioni dell’olio di palma bruciato in Italia.

E tutti gli altri? Potranno andare avanti a commerciarlo lucrando a spese dei cittadini ignari e dell’ambiente? Come evidenziato nel dossier, oltre alle due grandi bioraffinerie Eni, vanno infatti segnalate per importanza l’indonesiana Musim Mas, nel porto industriale di Livorno, che importa olio di palma che vende in tutta Europa, e la Bunge nel porto industriale di Ravenna.
Decine di traders e agenti commerciali forniscono oli di palma e soia alle 477 mini centrali – diesel – che producono elettricità inquinando come 5 mila autoarticolati a piena velocità autostradale.

www.legambiente.it

petizione pubblica

Open innovation e circular economy, il cambiamento parte da un nuovo modello di sviluppo economico. Più sostenibilità e rispetto dell’ambiente per aumentare la resilienza dell’industria tricolore, ma senza un quadro normativo chiaro, l’Italia rischia di perdere il treno della ripresa.

La pandemia da Coronavirus ha messo a nudo la fragilità del nostro modello di sviluppo economico rendendo evidenti due facce della stessa medaglia: da un lato, l’evidenza che nessun settore è abbastanza solido per resistere a un cambiamento radicale senza un processo di continua innovazione.
Dall’altro, la necessità di ripensare all’attuale modello economico in una logica di maggiore attenzione alla sostenibilità e al rispetto ambientale.
Il modello di sviluppo a cui siamo abituati, ovvero quello lineare – fondato sull’estrazione di materie prime, sulla produzione ed il consumo di massa e sullo smaltimento degli scarti una volta raggiunta la fine della vita del prodotto – ha mostrato molte crepe specialmente negli ultimi mesi.
Un caso eclatante è quello del fashion, comparto strategico per il nostro Paese: dopo aver fatto per anni offshoring verso l’Asia, la pandemia ha bloccato intere filiere con la semplice chiusura delle frontiere.

Solo chi ha saputo riadattare il proprio modello di sviluppo ha mostrato la resilienza sufficiente a fronteggiare la crisi, gli altri sono andati in apnea. In questo senso un ottimo esempio è quello della filiera alimentare, che si è salvata grazie a un sistema decentralizzato, al ricorso a modelli di economia di prossimità e al canale digitale dell’e-commerce.

Ora più che mai, è indispensabile ripensare il ciclo economico in termini di economia circolare: un sistema pensato per potersi rigenerare, fondato sulla valorizzazione degli scarti, l’estensione del ciclo di vita dei prodotti, la condivisione delle risorse, l’impiego di materie prime da riciclo e di energia da fonti rinnovabili. Ma un cambiamento di rotta di questa portata, una trasformazione così radicale, non può gravare sulle spalle delle singole imprese. Servono, da un lato, sostegno a livello economico e finanziario, e dall’altro, la capacità di portare il paradigma dell’open innovation anche nella circular economy: vale a dire, fare in modo che le imprese che hanno bisogno di rinnovarsi per andare verso la circular economy possano entrare in contatto con delle realtà in grado di fornire loro gli strumenti per farlo.

L’Italia è in cima alle classifiche della green economy, ma rischia di perdere il vantaggio
L’economia circolare ha la capacità di creare filiere multidisciplinari integrate nelle aree locali e di restituire, sempre localmente, risorse ambientali, creando utile nel processo. Caratteristiche che la rendono uno dei pilastri del Green New Deal – la “tabella di marcia” lanciata nel 2019 dall’Unione Europea per rendere sostenibile la sua economia. E non potrebbe essere altrimenti dal momento che il sistema stesso si basa sulla scomparsa del concetto del rifiuto trasformando gli scarti in elementi produttivi.

Dal primo Rapporto nazionale 2019 sul modello dell’economia circolare realizzato dal Circulary Economy Network, l’Italia è N.1 in Europa in questo ambito: con un punteggio di 103, batte il Regno Unito (90 punti), la Germania (88), la Francia (87) e la Spagna (81). Secondo il rapporto “La bioeconomia in Europa”, realizzato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, in collaborazione con Assobiotec e il Cluster SPRING, il mercato è già enorme e in Italia vale circa 345 miliardi di euro e due milioni di occupati: numeri che ci mettono al terzo posto in Europa alle spalle di Germania (414 miliardi) e Francia (359 miliardi).

Siamo perlomeno agganciati al treno di testa
Eppure, rischiamo di perdere contatto, perché dal punto di vista normativo la legislazione del settore è ancora agli albori. Dopo anni di discussioni, ancora oggi tutto il tema dei rifiuti viene trattato secondo specifiche normative su base regionale o comunale, quando invece l’obiettivo finale sarebbe quello di far scomparire le discariche per trasformare gli scarti in materie prime seconde. Motivo per cui abbiamo bisogno di un disciplinare chiaro che tratti i rifiuti come un bene produttivo.

A frenare è ancora una volta la burocrazia
La mancanza di una normativa centralizzata genera inevitabilmente grovigli burocratici che allungano i tempi e spesso finiscono per dissuadere le imprese dall’intraprendere la strada della circolarità. Un caso emblematico è quello di Fater, l’azienda leader in Italia nei prodotti assorbenti per la persona (suoi i marchi Pampers e Lines). Per riuscire a recuperare pannolini e assorbenti usati, con l’obiettivo di rimettere la cellulosa nel ciclo produttivo, Fater ha investito milioni di euro in tecnologia. Ma ha poi ha dovuto aspettare quasi 7 anni per il via libera amministrativo.
Oggi però a riaccendere i riflettori sull’economia circolare sono i piani di rilancio dell’economia presentati dalla task force di Vittorio Colao e dal governo. È proprio dal sostegno da parte delle istituzioni che in Italia dovrebbe passare il rilancio dell’economia basato su un modello circolare: norme chiare, meno burocrazia e soprattutto un piano di incentivi: non solo da parte dello Stato, ma anche con il sostegno del comparto creditizio – come quello offerto da Intesa Sanpaolo con un plafond da 5 miliardi di euro.

Investimenti in open innovation per trasformare le filiere produttive
Le risorse economiche così raccolte andrebbero poi catalizzate per avviare progetti di innovazione di largo respiro, attivando i capi filiera delle principali industrie italiane. Solo così si può pensare di riuscire a trasformare un intero ecosistema verso un modello virtuoso di recupero di materiali, capace di creare occupazione sul territorio sostenendo la ripresa economica.
La chiave di volta sarebbero investimenti nel campo dell’innovazione: dotato del giusto sostegno, il capo filiera avrebbe la forza di sostenere il cambiamento, fidelizzando la propria filiera e rendendola più solida.
Le aziende hanno ormai compreso che non si tratta di costi, ma di investimenti premiati dalla Borsa, tuttavia a mancare sono ancora le competenze per governare il cambiamento. Ma queste si possono acquisire attraverso l’open innovation, che abilita l’accesso alle idee esterne, in particolare quelle sviluppate da startup innovative. Perché non si possono avere al proprio interno tutti gli strumenti per cambiare. Serve allora, come detto all’inizio, la capacità di portare il paradigma dell’open innovation anche nella circular economy, perché nessuno è in grado di affrontare da solo la complessità dei temi e delle frontiere che portano cambiamenti del genere.

A cura di Riccardo Porro, Chief Operations Officer di Cariplo Factory

www.cariplofactory.it

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Largest open Ocean Clean-up. 103 Tons of Plastic Removed From the Great Pacific Garbage Patch. Ocean Voyages Institute’s marine plastic recovery vessel, S/V KWAI, docked at the port of Honolulu today, after a 48-day expedition, successfully removing 103 tons (206,000 lbs.) of fishing nets and consumer plastics from the North Pacific Subtropical Convergence Zone, more commonly known as the Great Pacific Garbage Patch or Gyre.
Establishing its lead in open ocean clean-up, Ocean Voyages Institute has set a new record with the largest at sea clean-up in the Gyre to date, more than doubling its own results from last year.

“I am so proud of our hard working crew,” says Mary Crowley, founder and executive director of Ocean Voyages Institute. “We exceeded our goal of capturing 100 tons of toxic consumer plastics and derelict ‘ghost’ nets, and in these challenging times, we are continuing to help restore the health of our ocean, which influences our own health and the health of the planet. The oceans can’t wait for these nets and debris to break down into microplastics which impair the ocean’s ability to store carbon and toxify the fragile ocean food web.”

Known as the “Ghost Net Buster,” Crowley is renowned for developing effective methods to remove significant amounts of plastics out of the ocean, including 48 tons (96,000 lbs.) of toxic plastics during two ocean clean-ups in 2019, one from the Gyre and one from the waters surrounding the Hawaiian islands.

“There is no cure-all solution to ocean clean-up: It is the long days at sea, with dedicated crew scanning the horizon, grappling nets, and retrieving huge amounts of trash, that makes it happen,” says Locky MacLean, a former director at Sea Shepherd and ocean campaigner in marine conservation for two decades.

The GPS satellite trackers used by Ocean Voyages Institute since 2018 are proving Crowley’s theory that one tracker can lead to many nets. The ocean frequently sorts debris so that a tagged fishing net can lead to other nets and a density of debris within a 15 mile radius.
The Pacific Gyre, located halfway between Hawaii and California, is the largest area with the most plastic, of the five major open ocean plastic accumulation regions, or Gyres, in the world’s oceans.

“We are utilizing proven nautical equipment to effectively clean-up the oceans while innovating with new technologies,” says Crowley. “Ocean Voyages Institute has been a leader in researching and accomplishing ocean clean-up for over a decade, granted with less fanfare and attention than others, but with passion and commitment and making meaningful impacts.”

Ocean Voyages Institute will be unloading the record-breaking haul of ocean plastic debris while docked alongside Pier 29 thanks to the support of Honolulu-based Matson, in preparation for upcycling and proper disposal.

“In keeping with our commitment to environmental stewardship, Matson has been searching for a way to get involved in cleaning up the Pacific Gyre,” said Matt Cox, chairman and CEO. “We’ve been impressed with the groundbreaking efforts of Ocean Voyages Institute and the progress they’ve made with such a small organization, and we hope our support will help them continue this important work.”

An Expanded 2020 Expedition
When the sailing cargo ship, S/V KWAI, arrived in Honolulu today, it completed a 48-day at sea clean-up mission that began at the Hawaiian port of Hilo on May 4, after a three week selfimposed quarantine period to ensure the health of crew members and safety of the mission, in the face of the COVID-19 pandemic.
During the expedition, the KWAI’s multinational crew collected marine plastic pollution with the help of GPS satellite trackers that Ocean Voyages Institute designed with engineer Andy Sybrandy, of Pacific Gyre, Inc. These beacons are placed on nets by volunteer yachts and ships. Drones, as well as lookouts up the mast, enable the ship’s crew to hone in on the debris.
They then recover the litter, place it in industrial bags, and store it in the ship’s cargo hold for proper recycling and repurposing at the end of the voyage.

S/V KWAI, led by Captain Brad Ives, and Ocean Voyages Institute are planning a second voyage to the Gyre departing the end of June to continue clean-up of this area, which is so besieged by toxic debris. The length of a second summer leg will be determined by how successful Ocean Voyages Institute is in securing additional donations.

“Our solutions are scalable, and next year, we could have three vessels operating in the North Pacific Gyre for three months all bringing in large cargos of debris,” says Crowley. “We are aiming to expand to other parts of the world desperately needing efficient clean-up technologies.  There is no doubt in my mind that our work is making the oceans healthier for the planet and safer for marine wildlife, as these nets will never again entangle or harm a whale, dolphin, turtle or reefs.”

ABOUT OCEAN VOYAGES INSTITUTE
Ocean Voyages Institute (OVI) was founded in 1979 by Mary T. Crowley. Over the past 40 years it has provided sail training programs, engaged with high schools and college classrooms on subjects such as marine biology, and collaborated with other non-profit organizations around the world on a variety of projects and missions furthering the preservation of the maritime arts and sciences, ocean environment, and island cultures.
OVI creates access to ocean experiences as well as education promoting appreciation of the beauty and importance of our ocean to a healthy planet and our own health. OVI began ocean clean-up initiatives in the Pacific Ocean in 2009 on board the non-profit’s brigantine KAISEI and has been working continually to find solutions to the ocean trash dilemma since then.
Ocean Voyages Institute has received numerous awards, including United Nations (UNEP)’s “Climate Hero Award,” and Google Inc.’s “Earth Hero Award.”

ABOUT MARY CROWLEY
Mary founded OVI and was the first to advocate to re-purpose and innovate proven maritime equipment for ocean clean up missions. A sea captain, Mary has logged over 115,000 miles at sea and has numerous awards, including VOAP (Netherlands) “Environmental Achievement Award,” Society of Women Geographers “Outstanding Achievement Award,” San Diego Maritime Education & Technology: “Environmental Leadership Award,” 2019 Hawaii Senate “Guardians of our Ocean” Award, and the Marin Board of Supervisors “Exceptional Marine Research & Activism” Award.
It is through this expertise gathered during years at sea that Mary shares the passion and knowledge to accomplish the effective Ocean clean up that is so vitally important today.

ABOUT OCEAN VOYAGES THINK TANK/DO TANK
In 2010, Ocean Voyages Institute established a Think Tank/Do Tank of naval architects, marine engineers, sailors, oceanographers, marine biologists, and maritime industry professionals to study the best ways to utilize maritime industry equipment to carry out effective ocean cleanup operations, using data and experience from the Institute’s month long research voyages to the North Pacific Gyre, The Think Tank/Do Tank is ready to offer assistance to other groups throughout the world, wishing to partner on ocean clean-up projects.

ABOUT PACIFIC GYRE, INC.
Pacific Gyre designs and manufactures an array of products used to track currents, collect environmental data and mark remotely deployed assets. These products, including GPS and satellite telemetry systems such as the dTail GPS Satelitte Trackers, which are a collaborative product worked on by Andy Sybrandy of Pacific Gyre and Mary Crowley of Ocean Voyages Institute in their clean-up work, provide the ability to track and monitor conditions in near realtime.

ABOUT FLOATECO
Ocean Voyages Institute is proud to be a member of the FloatEco interdisciplinary team led by Dr. Nikolai Maximenko and assisted by Dr. Jan Hafner of the International Pacific Research Center, School of Ocean and Earth Science and Technology – SOEST, located at the University of Hawaii, Manoa campus. Ocean Voyages Institute also works with Dr. Luca Centurioni, Director of the Lagrangian Drifter Laboratory at the University of California San Diego, Scripps Institution of Oceanography, which runs the NOAA funded Global Drifter Program, a major component of the Global Ocean Observing System (GOOS).
Ocean Voyages Institute deployed these drifters on the 2020 expedition to gather oceanographic and meteorological data used in weather forecasting, calibration of satellites and scientific research.
Other FloatEco members working with OVI are: Dr. Andrey Shcherbina, University of Washington Applied Physics Laboratory; Dr. Gregory Ruiz and Dr. Linsey Haram, Smithsonian Environmental Research Center Marine Research Lab; Dr. James Carlton, Williams College Center of Environmental Studies; Dr. Kathryn Murray and Cindi Wright, Ecosystems Stressors Program in Fisheries and Oceans Canada, and NASA – National Aeronautics and Space Administration The research work, funded in part by NASA, synthesizes the expertise of oceanographers, biologists, experienced seafarers, and the maritime industry to answer challenging questions about the state of plastic pollution in the open ocean.

ABOUT MATSON
Founded in 1882, Matson (NYSE: MATX) is a leading provider of ocean transportation and logistics services. Matson provides a vital lifeline to the domestic non-contiguous economies of Hawaii, Alaska, and Guam, and to other island economies in Micronesia.

www.oceanvoyagesinstitute.org

www.matson.com

Emissioni zero valorizzano Italia. In contemporanea con gli Stati Generali dell’Economia, organizzati dal governo per pianificare l’utilizzo dei fondi Ue destinati al rilancio del Paese, Greenpeace Italia ha lanciato “Italia 1.5”, uno scenario di rivoluzione energetica all’insegna della transizione verso le rinnovabili e della totale decarbonizzazione del Paese.
Un piano che permetterebbe all’Italia di rispettare gli accordi di Parigi, diventando a emissioni zero, con vantaggi economici, occupazionali e di indipendenza energetica.

«In questi giorni il governo Conte e le istituzioni europee dichiarano a più riprese di voler puntare anche sulla transizione energetica per ripartire dopo lo shock causato dalla pandemia di Covid-19. Il piano “Italia 1.5” di Greenpeace Italia va esattamente in questa direzione», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Non è possibile pensare a un futuro migliore se non puntiamo con determinazione e rapidità su rinnovabili ed efficienza energetica, abbandonando i combustibili fossili che causano cambiamenti climatici, inquinamento e degrado ambientale».

Nel lavoro si sviluppano due scenari – uno con il traguardo di emissioni zero dell’Italia al 2040, uno con una decarbonizzazione totale al 2050 – confrontandoli con lo scenario contemplato dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), consegnato dal governo all’Ue a inizio 2020.
Un piano, quello governativo, che però non è in linea con gli Accordi di Parigi e che continua a puntare sul gas fossile. Una strategia energetica dunque da rivedere, come ha peraltro dichiarato anche il ministro dell’Ambiente Sergio Costa.

La rivoluzione energetica promossa da “Italia 1.5” – in linea con l’obiettivo per l’Italia di fare la propria parte per contenere l’aumento della temperatura globale entro 1.5°C – oltre a rispondere alle preoccupazioni della comunità scientifica, porterebbe con sé vantaggi economici e occupazionali.
Entro il 2030, secondo lo studio pubblicato da Greenpeace Italia, si avrebbe infatti la creazione di 163 mila posti di lavoro, ovvero un aumento dell’occupazione diretta nel settore energetico pari al 65 per cento circa. Anche dal punto di vista economico la transizione potrebbe interamente finanziarsi con i risparmi derivanti dalla mancata importazione di combustibili fossili al 2030. Un cambio sistemico che condurrebbe a enormi vantaggi economici nei decenni a seguire.

«In questo nostro studio ci sono numeri chiari, che dimostrano innanzitutto che il PNIEC del governo non è nell’interesse dei cittadini italiani ma risponde piuttosto alle richieste delle lobby di gas e petrolio», continua Iacoboni. «Occorre subito una rivisitazione degli obiettivi su clima e rinnovabili, una rivoluzione che coniugherebbe la tutela del clima e del Pianeta, con vantaggi economici e per la competitività e la modernità del Paese. L’emergenza climatica in corso sta interessando pesantemente anche il nostro Paese, con danni a persone, ambiente ed economia, e non è più possibile rinviare la rapida transizione verso un Paese 100 per cento rinnovabile», conclude Iacoboni.

Lo studio, commissionato da Greenpeace Italia all’Institute for Sustainable Future di Sydney (ISF), utilizza per lo scenario italiano una metodologia già applicata su scala globale per lo scenario di decarbonizzazione del Pianeta promossa dalla Dicaprio Foundation e realizzata dalla stessa ISF, dall’Agenzia aerospaziale tedesca (DLR) e dall’Università di Melbourne.

www.greenpeace.org

Trend rifiuti tecnologici. Remedia, Consorzio nazionale leader nella gestione dei rifiuti tecnologici, chiude il 2019 con un +18% di rifiuti tecnologici gestiti rispetto all’anno precedente: dall’analisi dei dati del Bilancio di Sostenibilità 2019 emerge un risparmio di oltre 191 milioni di kWh di energia e circa 627mila tonnellate di CO2, oltre a un risparmio economico sulle importazioni pari a 43,3 milioni di euro.

Remedia, Consorzio nazionale per la gestione eco-sostenibile di tutti i Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE), delle pile e accumulatori esausti, presenta il suo Bilancio di Sostenibilità 2019 sul website che riassume i risultati delle attività per l’anno 2019 ed evidenza come il riciclo sia fondamentale per promuovere un modello economico di tipo circolare.

A ridosso dell’imminente recepimento delle Direttive Europee del Pacchetto per l’economia circolare, volto a favorire un uso sempre più efficiente delle risorse, il Bilancio di Remedia è una rappresentazione di questo nuovo modello, frutto dell’impegno e della trasparenza di Remedia e dei Produttori che ne fanno parte. I dati presenti nel Bilancio di Sostenibilità 2019 sono rendicontati per la prima volta con lo standard che adotta le linee guida del GRI Sustainability Reporting Standards, emanate dal Global Reporting Initiative (GRI).

Nel corso del 2019, Remedia ha gestito 149.001 tonnellate di rifiuti, con un incremento del 18% rispetto all’anno precedente.
Spiccano in particolare i numeri riguardanti i RAEE domestici, quelli generati dai nuclei familiari, che ammontano a 116.000 tonnellate (+13,3% di crescita sul 2018). Rispetto ai 13 Sistemi Collettivi attualmente operanti in Italia per la gestione dei RAEE, la quota di rifiuti domestici gestita da Consorzio Remedia è cresciuta, raggiungendo nel 2019 il 34% del totale preso in carico dai Sistemi Collettivi nazionali. Si segnala inoltre, un aumento del 72% nella raccolta di Pile e Accumulatori esausti, per un totale di 18.751 tonnellate gestite. Risultati importanti che rappresentano l’impegno e la trasparenza di Remedia e degli oltre 2.300 consorziati che fanno parte del consorzio per adempiere in modo virtuoso agli obblighi di legge relativi ai rifiuti tecnologici. Questi numeri fanno di Remedia il principale sistema collettivo nazionale e uno tra i più importanti a livello europeo per la gestione congiunta ed eco-sostenibile di RAEE e Pile e Accumulatori a fine vita.

“Il 2019 è stato un anno di forte sviluppo per Remedia. Abbiamo superato gli eccellenti risultati di gestione del 2018 e lo abbiamo fatto operando sempre con gli alti standard di efficienza e qualità ambientale che ci contraddistinguono, nel rispetto della normativa vigente e collaborando con tutti gli stakeholder.” ha dichiarato Dario Bisogni, Presidente di Remedia “Da diversi anni rappresentiamo l’impegno dell’industria hi tech nel promuovere e implementare un sistema di gestione del fine vita dei prodotti sostenibile ed efficiente. Nonostante la difficile situazione che ha investito l’Italia in questi ultimi mesi, Remedia continua a distinguersi per i numerosi progetti strategici che, avviati nel corso del 2019, troveranno ampio spazio nel prossimo futuro, creando valore economico, ambientale e sociale lungo tutta la filiera”.

I numeri di Remedia
Le 149.001 tonnellate di rifiuti tecnologici gestite da Remedia, si compongono di RAEE domestici (116.000 ton), RAEE professionali (9.281 ton), Pile e Accumulatori esausti (18.751 ton) e altri rifiuti aziendali (4.969 ton). Se si prende in considerazione il triennio precedente, la crescita rispetto alle 92.016 tonnellate del 2017 è stata del 56%.
Sul totale dei RAEE domestici gestiti sono 103.147 le tonnellate inviate a riciclo (pari all’88,9%). Il 5%, pari a 5.790 tonnellate è stato avviato a recupero energetico.
Gli obiettivi minimi di riciclo definiti per legge dal D.lgs. 49/2014, sono stati abbondantemente raggiunti nel 2019 su ogni Raggruppamento. In particolare, i Raggruppamenti R3 e R4, hanno superato la soglia minima rispettivamente del 31% e del 20%.
Tra i materiali maggiormente riciclati troviamo: 48% ferro, 21% vetro, 17% plastica, 5% cemento, 4% rame e 2% alluminio. Per rendere meglio l’idea del valore dell’impegno messo in campo si evidenzia per esempio, che il quantitativo di ferro riciclato nel 2019, corrisponde a 7 Tour Eiffel, il rame riciclato corrisponde a 47 Statue della Libertà e l’alluminio corrisponde alla quantità necessaria per produrre 163 milioni di lattine da 33 cl, che poste una dopo l’altra misurerebbero 9.465 km[1], poco meno della distanza Milano – San Francisco.

Un esempio di performance ambientale
La corretta gestione dei RAEE domestici da parte di Remedia contribuisce al risparmio di 191 milioni di kWh di energia, pari al consumo elettrico annuo di una città di 177.000 abitanti (quasi equivalente alla città di Reggio Calabria) e di 627.000 tonnellate di CO2, pari alle emissioni generate dal parco veicolare della provincia di Milano per un periodo di 23 giorni.

Remedia genera valore economico
Remedia è un consorzio senza fini di lucro, che ha l’obiettivo di massimizzare le proprie performance ambientali nel modo economicamente più efficiente. Nel 2019 il valore economico generato è stato di 38,4 milioni di euro (+42% rispetto all’anno precedente), di cui il 77% (29,6 milioni di euro) rappresenta il valore economico distribuito ai diversi stakeholder a copertura dei costi di gestione.
Il trattamento dei rifiuti tecnologici da parte di Remedia e il relativo reinserimento nel mercato delle materie prime seconde, riduce l’importazione di materie prime dall’estero e nel 2019 ha rappresentato un risparmio economico sulle importazioni pari a 43,3 milioni di euro.

“Il primo semestre del 2020 registra purtroppo un evento traumatico senza precedenti, un’emergenza sanitaria che ha toccato profondamente la popolazione e che ha messo in crisi le nostre imprese” dichiara Danilo Bonato, Direttore Generale di Remedia “A questo si aggiunge la brusca frenata dei prezzi delle materie prime, già iniziata nel 2019, che porterà ad una riduzione del flusso economico generato dalle attività dell’industria del riciclo dei rifiuti tecnologici. La speranza è che in questo contesto complicato, il recepimento del pacchetto di direttive sull’economia circolare rappresenti davvero un elemento di sostegno e di rafforzamento della filiera del riciclo, essendo questa un tassello essenziale di una politica industriale responsabile e orientata alla green economy.”

Remedia è il principale Sistema Collettivo italiano per la gestione eco-sostenibile di tutte le tipologie di RAEE (Rifiuti Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), pile e accumulatori esausti. Nato nel 2005 grazie alla volontà di 44 aziende leader nel settore dell’Elettronica di Consumo e dell’ICT, il Consorzio conta oggi oltre 2.300 associati ed è il primo consorzio per quote RAEE e rifiuti pericolosi gestiti. Per quota di mercato e struttura, rappresenta quindi un punto di riferimento nella gestione di RAEE e Rifiuti di Pile e Accumulatori. Oltre ad essere senza scopo di lucro, il Consorzio è certificato ISO 9000 e ISO 14000, una ulteriore garanzia di trasparenza e serietà nei confronti dei consorziati, dei partner e dei consumatori.

www.consorzioremedia.it

www.remediaperlambiente.org

Action Plan renovation wave. The Buildings Performance Institute Europe, has released its latest publication, “An Action Plan for the renovation wave: collectively achieving sustainable buildings in Europe.”
The publication sets forth a strategy to deliver climate-neutrality for Europe’s buildings by 2050 while supporting economic recovery post Covid-19. The “renovation wave” for buildings was first proposed by the European Commission’s Communication on the European Green Deal in December 2019.

BPIE’s Action Plan provides evidence-based recommendations for all actors across the value chain of the building sector, including: EU institutions, Member States and local authorities, market actors such as retail and commercial banks, institutional investors, building designers, architects and engineers, manufacturers of building materials and technologies, construction companies (multinationals and SMEs), real estate developers, suppliers of electricity and fuels, and building and home owners.

“As we are confronted by the Corona crisis it is time to consider combined responses to our biggest challenges. We can address climate change and support the economic recovery at the same time, e.g. by getting serious about launching a renovation wave. This would be a collective effort which creates better living conditions for all,” says Oliver Rapf, Executive Director of BPIE. “While policy-makers have a decisive responsibility in leading the transformation of the building sector, everyone has a role to play. Actions across sectors must be aligned, working towards a united vision. We are anticipating a complete transformation. Not in the form of a shock but as a well-prepared integrative process: construction and renovation practices, the way buildings are integrated with power and heat networks, strategies to make buildings resilient to the impacts of climate change, the use of digital technologies, how renovations are financed and many other practices will need to evolve compared to today’s standards.”

The European Commission is expected to deliver a detailed “renovation wave” strategy by the third quarter of 2020. The building sector represents significant potential for economic growth, CO2 emissions reductions, and improved quality of life. It is responsible for 40% of Europe’s energy demand and 36% of CO2 emissions.

The Buildings Performance Institute Europe (BPIE) is Europe’s leading centre of expertise on decarbonising the built environment, providing independent analysis, knowledge dissemination and evidence-based policy advice and implementation support to decision-makers in the public, private, and nonprofit sectors.
Founded in 2010, BPIE combines expertise on energy efficiency, renewable energy technologies, and health and indoor environment with a deep understanding of EU policies and processes.
A not-for-profit think-tank based in Brussels and Berlin, our mission is to make an affordable, carbon-neutral built environment a reality in Europe and globally.

– BYinnovation is Media Partner of BPIE

www.bpie.eu

action plan

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Foreste al macello. Rapporto Greenpeace: importiamo carne responsabile della distruzione dell’Amazzonia. In occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, Greenpeace lancia il rapporto “Foreste al macello II”, che svela il legame nascosto tra deforestazione e produzione di carne, denunciando quanto accade nell’Amazzonia brasiliana.

Il rapporto di Greenpeace esamina le attività dell’azienda agricola Paredão – insediatasi all’interno del parco statale Ricardo Franco, nel Mato Grosso, quando era già stata istituita l’area protetta – accusata di spostare i capi allevati fuori dal parco prima di venderli, in modo da nascondere il legame con le aree deforestate illegalmente.

“La catena di approvvigionamento che porta la carne brasiliana sul mercato europeo è contaminata da attività illegali: sulle nostre tavole arrivano prodotti responsabili della distruzione di ecosistemi di grande importanza per la salute del Pianeta” afferma Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. “Sfortunatamente, ciò che accade nel parco Ricardo Franco non è un caso isolato: situazioni simili sono comuni in molte aree dell’Amazzonia brasiliana. Impossibile al momento per chi acquista capi o carne da questa terra garantire una filiera priva di deforestazione e accaparramento delle terre”.

Il parco statale Ricardo Franco, istituito nel 1997, copre un’area di 158 mila ettari (una superficie superiore all’estensione della città di Roma) e si trova al confine tra il Brasile (stato del Mato Grosso) e la Bolivia, dove si incontrano l’Amazzonia, il Cerrado, la savana più ricca di biodiversità del Pianeta e il Pantanal, la più grande zona umida del mondo. Si tratta quindi di un’area che ospita una biodiversità eccezionale che include 472 specie di uccelli e numerosi mammiferi in via di estinzione, come il formichiere gigante.

Nonostante la sua importanza, il parco non è mai stato adeguatamente protetto e nel corso degli anni il 71 per cento della sua estensione è stato occupato da 137 aziende agricole, che hanno creato pascoli a scapito della foresta. Secondo le indagini di Greenpeace, tra aprile 2018 e giugno 2019, l’azienda Paredão ha venduto quattromila capi all’azienda Barra Mansa, che si trova fuori dai confini del Parco. Barra Mansa rifornisce le principali aziende di lavorazione della carne del Brasile: JBS, Minerva e Marfrig, che a loro volta esportano in tutto il mondo, Italia inclusa.

Nel nostro paese, tra aprile 2018 e giugno 2019, sono arrivate così oltre duemila tonnellate di carne, destinate a grossisti che riforniscono la ristorazione e la grande distribuzione.

I consumi nell’Unione europea sono legati al 10 per cento della deforestazione globale, che avviene prevalentemente al di fuori dei confini comunitari. Per garantire che i cittadini europei non siano complici inconsapevoli della distruzione di foreste fondamentali per il Pianeta, come l’Amazzonia, Greenpeace chiede alla Commissione europea di presentare rapidamente una normativa che garantisca che carne e altri prodotti, come la soia, l’olio di palma e il cacao, venduti sul mercato europeo, soddisfino rigorosi criteri di sostenibilità e non siano legati alla distruzione o al degrado degli ecosistemi naturali e alle violazioni dei diritti umani.

Secondo l’Istituto brasiliano di ricerche spaziali (INPE), nel 2019 la deforestazione in Amazzonia è aumentata del 30 per cento rispetto all’anno precedente, colpendo il 55 per cento delle unità di conservazione (aree protette come il parco Ricardo Franco) e il 62 per cento delle terre indigene. Quest’anno la situazione sembra destinata a peggiorare: tra gennaio e aprile gli allarmi deforestazione sono aumentati del 62 per cento e all’interno delle unità di conservazione questo aumento ha già raggiunto il 167 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

“Se vogliamo combattere la crisi climatica in corso, proteggere la biodiversità, rispettare i diritti umani ed evitare l’emergere di nuove pandemie, dobbiamo fermare la deforestazione, iniziando a produrre e consumare meno carne. Il primo passo per multinazionali e governi dev’essere l’impegno a interrompere le relazioni commerciali con chi distrugge biomi essenziali per le persone e il Pianeta” conclude Borghi.

www.greenpeace.org

rapporto

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La chimica che inquina l’acqua. Legambiente denuncia l’inquinamento chimico delle acque in Italia e chiede ai cittadini di segnalare gli scarichi sospetti e le situazioni a rischio. Il 60% dei fiumi e dei laghi nazionali non sono in buono stato.

Per anni utilizzati come discariche dove smaltire i reflui delle lavorazioni industriali, i nostri fiumi, laghi, acque marino-costiere e falde sotterranee sono stati contaminati da scarichi inquinanti: ma oggi, alle minacce di ieri se ne aggiungono di diverse e non meno insidiose. Dai pesticidi agli antibiotici, dalle microplastiche fino alle creme solari, molte sostanze e composti chimici di quotidiano utilizzo inquinano i corpi idrici.

Il dossier di Legambiente H₂O – la chimica che inquina l’acqua fa il punto sulle sostanze inquinanti immesse nei corpi idrici, con numeri, dati e raccogliendo 46 storie di ordinaria follia sull’inquinamento industriale delle acque in Italia.

Nella Penisola circa il 60% dei fiumi e dei laghi non è in buono stato e molti di quelli che lo sono non vengono protetti adeguatamente.
Su dati del registro E-PRTR (European Pollutant Release and Transfer Register), Legambiente calcola che dal 2007 al 2017 gli impianti industriali abbiano immesso, secondo le dichiarazioni fornite dalle stesse aziende, ben 5.622 tonnellate di sostanze chimiche nei corpi idrici. Comunicato stampa

Segnalaci gli scarichi inquinanti
Legambiente invita tutti i cittadini a denunciare eventuali casi d’inquinamento scrivendo e mandando il materiale alla mail onal@legambiente.it dell’Osservatorio nazionale ambiente e legalità dell’associazione.

Occorrerà indicare il luogo, la data e l’ora dell’avvistamento di chiazze, schiuma o liquami sospetti, accompagnati da foto e/o video per consentire una prima valutazione dei casi e procedere a un eventuale esposto da parte di Legambiente, che si avvarrà della rete legale dei sui Centri di azione giuridica.

Sarà inoltre presto online il form per le segnalazioni “SOS Goletta” che accompagnerà le campagne estive di Legambiente Goletta Verde e Goletta dei laghi.

www.legambiente.it

dossier

EU Recovery Package should earmark euro 90 billion public funding annually towards building renovation for EU-27, new analysis shows. BPIE, The Buildings Performance Institute Europe has published an analysis of the economic opportunity for Europe’s building sector, which could help mitigate economic damage of the COVID-19 pandemic.
The findings show that the total amount of public funding required to trigger a significant scaling up of the renovation rate and depth would add up to €90 billion annually until 2050, with €76 billion annually allocated in support of building renovation, and an additional €14 billion/a should be provided in an innovation fund to scale up serial renovation of buildings on an industrial scale. The total investment opportunity for deep renovation of Europe’s buildings is estimated at €243 billion per year.

A clear picture of the financial requirements for Europe’s building sector is of high political relevance: The European Commission is currently putting together a plan to help the EU economy recover from the COVID-19 crisis, preparing to put at least €1 trillion into a broad stimulus programme expected to be presented next week. In addition, the “Renovation Wave” strategy for buildings, proposed by EU Commissioner for Energy, Kadri Simson, has been deemed a priority for economic recovery and will be released this September.

Oliver Rapf, Executive Director at BPIE says, “The scale of the investment opportunity is enormous, and while large figures for the economic recovery are currently featuring high in the political debate, we are presenting an updated analysis what investment is needed to deeply renovate Europe’s buildings. As Europe is discussing the scale of an unparalleled recovery programme to mitigate the damage of the Covid-19 pandemic, it has become clear that renovation of the European building stock would create a triple benefit. It would lead to an increase in economic activity, retaining and creating employment; it would support the achievement of Europe’s climate and energy targets, and it would provide Europeans with better and healthier buildings.”

BPIE has contributed early on to the debate surrounding the EU Green Deal, having published an Action Plan for the Renovation Wave last April. While the buildings sector offers enormous potential in terms of CO2 savings, it also represents a significant investment opportunity in the EU 27, estimated at €243 billion per year until 2050. Of this amount, €179 billion/a is required for residential buildings, and €64 billion/a for non-residential buildings renovation.

About BPIE
The Buildings Performance Institute Europe (BPIE) is Europe’s leading centre of expertise on decarbonising the built environment, providing independent analysis, knowledge dissemination and evidence-based policy advice and implementation support to decision-makers in the public, private, and nonprofit sectors.
Founded in 2010, BPIE combines expertise on energy efficiency, renewable energy technologies, and health and indoor environment with a deep understanding of EU policies and processes.
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