Category: Ambiente

Azioni turismo sostenibile: in occasione della Giornata mondiale del Turismo il co-fondatore e Presidente di Evaneos – Eric La Bonnardière – spiega come gli operatori di viaggio possono diminuire gli effetti negativi del turismo di massa.

Da quando il turismo non viene innovato?
L’unica cosa che si può notare ad oggi è che, rispetto ad altri settori, quello turistico è in ritardo a livello internazionale nella presa di coscienza del suo impatto.

Eric La Bonnardière, co-fondatore e Presidente di Evaneos, crede che sia il modello stesso a dover essere reinventato. Il turismo rappresenta il 10% del PIL globale diventando così l’industria leader del mondo, caratterizzata però da logiche di globalizzazione, ottimizzazione e standardizzazione che l’hanno spesso trasformata in un semplice prodotto di consumo.

Ma viaggiare, secondo Eric, è più di questo: è una risorsa che consente all’individuo di aprirsi, incontrare e conoscere il mondo ma prima di tutto sé stesso.

Purtroppo, invece, oggi l’industria del turismo sta segando il ramo su cui si trova: danneggia, trasforma e non valorizza più. Un esempio su tutti sono i templi di Angkor in Cambogia dove viene chiesto alle popolazioni locali di adattarsi al notevole afflusso di turisti: i commercianti dei piccoli stand devono cessare la loro attività a favore dei negozi fisici che rispondono alla domanda standardizzata del turismo di massa. Il tutto a scapito delle comunità locali. Le popolazioni subiscono i danni per accogliere sempre più infrastrutture, svuotando così le destinazioni della cultura che li arricchisce e dà origine alla loro attrazione turistica.

Cambiamenti essenziali per un turismo più sostenibile
Eric La Bonnardière crede che nella nostra corsa al gigantismo abbiamo ormai formattato il viaggio. Abbiamo tradito la promessa di viaggiare confondendo la democratizzazione con la standardizzazione.
Sono tre i cambiamenti che devono essere fatti dai professionisti del turismo:
1. Valutare, compensare e adottare misure adeguate alle attività. È necessario ridurre a zero l’impronta di carbonio dei viaggiatori, fin dall’arrivo nel paese ospitante, e incoraggiarli attivamente a compensare il loro viaggio direttamente con le compagnie aeree.
2. Dare voce agli attori locali, spesso nascosti dietro gli intermediari. Restituire loro il potere, perché è a livello locale che viene costruita la proposta turistica. Combattere perché il viaggio “fatto in loco” diventi la norma per viaggi di qualità.
3. Essere trasparenti. Scegliamo di dare tutte le chiavi ai viaggiatori di domani in modo che possano decidere in piena coscienza. Tutti dovrebbero conoscere i rischi del turismo di massa nella loro prossima destinazione e ricevere alternative.

Questi impegni volti a innovare in una prospettiva di turismo sostenibile devono essere la lotta del secolo per gli operatori turistici.

Eric stesso ha trasformato questa lotta nel suo motto personale da 10 anni con Evaneos.it, la piattaforma fondata insieme a Yvan Wibaux che per prima consente di organizzare un viaggio 100% su misura, mettendo le persone in connessione diretta con oltre 1300 agenti locali basati in oltre 160 destinazioni nel mondo.

Fin dagli inizi Evaneos ha messo al centro del suo modello lo sviluppo economico sostenibile ed equosolidale nella convinzione che “locale è meglio”: infatti, i suoi itinerari sono pianificati da veri esperti locali che sono quindi più propensi a evitare i cliché culturali e, di conseguenza, il degrado ambientale che proviene dal turismo di massa, consentendo invece ai viaggiatori di scoprire luoghi unici e di sostenere le imprese locali che reinvestono i profitti nelle stesse destinazioni. Inoltre, poiché Evaneos consente ai viaggiatori di “acquistare direttamente” dagli agenti locali, i viaggiatori possono aspettarsi prezzi generali più equi e godere del fatto che circa il 70% del costo del viaggio supporta effettivamente le comunità e le destinazioni che visitano.

Evaneos è una start-up francese creata nel 2009 da Éric La Bonnardière e Yvan Wibaux, due ingegneri, due avventurieri, due imprenditori per i quali il viaggio è soprattutto una questione di incontri basati sull’uomo. Con un approccio innovativo nel settore del turismo, Evaneos offre un nuovo modo di immaginare, pianificare e vivere un viaggio personalizzato. La chiave del successo: un dialogo diretto con una selezione di agenzie locali.
Dall’ideazione alla realizzazione, Evaneos umanizza il viaggio. La start-up offre al viaggiatore curioso, aperto al mondo e desideroso di esperienze, l’opportunità di scoprire sé stesso viaggiando nel mondo.
L’obiettivo: beneficiare dei consigli e delle competenze dell’agente locale e creare un viaggio con lui, per un’esperienza totalmente unica ed autentica. Ad oggi, più di 300.000 viaggiatori hanno già scelto di pensare e co-costruire il loro viaggio con un agente locale accuratamente selezionato e membro della comunità Evaneos.
Oggi, con 250 dipendenti in Francia e una selezione di 1300 agenti locali selezionati, Evaneos è presente su 160 destinazioni. Pioniere di questo modello,
Evaneos è disponibile in diversi paesi europei tra i quali Germania, Inghilterra, Spagna, Italia, Paesi Bassi e in alcuni extraeuropei come Stati Uniti e Canada.

www.evaneos.it

Land under growing human pressure and climate change is adding to these pressures. At the same time, keeping global warming to well below 2ºC can be achieved only by reducing greenhouse gas emissions from all sectors including land and food, the Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) said in its latest report on Thursday.

The IPCC, the world body for assessing the state of scientific knowledge related to climate change, its impacts and potential future risks, and possible response options, saw the Summary for Policymakers of the Special Report on Climate Change and Land (SRCCL) approved by the world’s governments on Wednesday in Geneva, Switzerland.
It will be a key scientific input into forthcoming climate and environment negotiations, such as the Conference of the Parties of the UN Convention to Combat Desertification (COP14) in New Delhi, India in September and the UN Framework Convention on Climate Change Conference (COP25) in Santiago, Chile, in December.

“Governments challenged the IPCC to take the first ever comprehensive look at the whole land-climate system. We did this through many contributions from experts and governments worldwide. This is the first time in IPCC report history that a majority of authors – 53% – are from developing countries,” said Hoesung Lee, Chair of the IPCC.

This report shows that better land management can contribute to tackling climate change, but is not the only solution. Reducing greenhouse gas emissions from all sectors is essential if global warming is to be kept to well below 2ºC, if not 1.5oC.
In 2015, governments backed the Paris Agreement goal of strengthening the global response to climate change by holding the increase in the global average temperature to well below 2ºC above pre-industrial levels and to pursue efforts to limit the increase to 1.5ºC.
Land must remain productive to maintain food security as the population increases and the negative impacts of climate change on vegetation increase. This means there are limits to the contribution of land to addressing climate change, for instance through the cultivation of energy crops and afforestation. It also takes time for trees and soils to store carbon effectively. Bioenergy needs to be carefully managed to avoid risks to food security, biodiversity and land degradation. Desirable outcomes will depend on locally appropriate policies and governance systems.

Land is a critical resource
Climate Change and Land finds that the world is best placed to tackle climate change when there is an overall focus on sustainability.

“Land plays an important role in the climate system,” said Jim Skea, Co-Chair of IPCC Working Group III. “Agriculture, forestry and other types of land use account for 23% of human greenhouse gas emissions. At the same time natural land processes absorb carbon dioxide equivalent to almost a third of carbon dioxide emissions from fossil fuels and industry,”

The report shows how managing land resources sustainably can help address climate change, said Hans-Otto Pörtner, Co-Chair of IPCC Working Group II. “Land already in use could feed the world in a changing climate and provide biomass for renewable energy, but early, far-reaching action across several areas is required. Also for the conservation and restoration of ecosystems and biodiversity.

Desertification and land degradation
When land is degraded, it becomes less productive, restricting what can be grown and reducing the soil’s ability to absorb carbon. This exacerbates climate change, while climate change in turn exacerbates land degradation in many different ways.

“The choices we make about sustainable land management can help reduce and in some cases reverse these adverse impacts,” said Kiyoto Tanabe, Co-Chair of the Task Force on National Greenhouse Gas Inventories. “In a future with more intensive rainfall the risk of soil erosion on croplands increases, and sustainable land management is a way to protect communities from the detrimental impacts of this soil erosion and landslides. However there are limits to what can be done, so in other cases degradation might be irreversible,”

Roughly 500 million people live in areas that experience desertification. Drylands and areas that experience desertification are also more vulnerable to climate change and extreme events including drought, heatwaves, and dust storms, with an increasing global population providing further pressure.
The report sets out options to tackle land degradation, and prevent or adapt to further climate change. It also examines potential impacts from different levels of global warming.

“New knowledge shows an increase in risks from dryland water scarcity, fire damage, permafrost degradation and food system instability, even for global warming of around 1.5°C,” said Valérie Masson-Delmotte, Co-Chair of IPCC Working Group I.
“Very high risks related to permafrost degradation and food system instability are identified at 2°C of global warming,”

Food security
Coordinated action to address climate change can simultaneously improve land, food security and nutrition, and help to end hunger. The report highlights that climate change is affecting all four pillars of food security: availability (yield and production), access (prices and ability to obtain food), utilization (nutrition and cooking), and stability (disruptions to availability).

“Food security will be increasingly affected by future climate change through yield declines – especially in the tropics – increased prices, reduced nutrient quality, and supply chain disruptions,” said Priyadarshi Shukla, Co-Chair of IPCC Working Group III.
“We will see different effects in different countries, but there will be more drastic impacts on low-income countries in Africa, Asia, Latin America and the Caribbean,”

The report records that about one third of food produced is lost or wasted. Causes of food loss and waste differ substantially between developed and developing countries, as well as between regions. Reducing this loss and waste would reduce greenhouse gas emissions and improve food security.

“Some dietary choices require more land and water, and cause more emissions of heat-trapping gases than others,” said Debra Roberts, Co-Chair of IPCC Working Group II. “Balanced diets featuring plant-based foods, such as coarse grains, legumes, fruits and vegetables, and animal-sourced food produced sustainably in low greenhouse gas emission systems, present major opportunities for adaptation to and limiting climate change,”

The report finds that there are ways to manage risks and reduce vulnerabilities in land and the food system.
Risk management can enhance communities’ resilience to extreme events, which has an impact on food systems. This can be the result of dietary changes or ensuring a variety of crops to prevent further land degradation and increase resilience to extreme or varying weather.

Reducing inequalities, improving incomes, and ensuring equitable access to food so that some regions (where land cannot provide adequate food) are not disadvantaged, are other ways to adapt to the negative effects of climate change. There are also methods to manage and share risks, some of which are already available, such as early warning systems.
An overall focus on sustainability coupled with early action offers the best chances to tackle climate change. This would entail low population growth and reduced inequalities, improved nutrition and lower food waste.
This could enable a more resilient food system and make more land available for bioenergy, while still protecting forests and natural ecosystems. However, without early action in these areas, more land would be required for bioenergy, leading to challenging decisions about future land-use and food security.

“Policies that support sustainable land management, ensure the supply of food for vulnerable populations, and keep carbon in the ground while reducing greenhouse gas emissions are important,” said Eduardo Calvo, Co-Chair of the Task Force on National Greenhouse Gas Inventories.

Land and climate change responses
Policies that are outside the land and energy domains, such as on transport and environment , can also make a critical difference to tackling climate change. Acting early is more cost-effective as it avoids losses.

“There are things we are already doing. We are using technologies and good practices, but they do need to be scaled up and used in other suitable places that they are not being used in now,” said Panmao Zhai, Co-Chair of IPCC Working Group I. “There is real potential here through more sustainable land use, reducing over-consumption and waste of food, eliminating the clearing and burning of forests, preventing over-harvesting of fuelwood, and reducing greenhouse gas emissions, thus helping to address land related climate change issues,” 

About the Report
The report’s full name is Climate Change and Land, an IPCC special report on climate change, desertification, land degradation, sustainable land management, food security, and greenhouse gas fluxes in terrestrial ecosystems.
It is one of three special reports that the IPCC is preparing during the current Sixth Assessment Report cycle.
The report was prepared under the scientific leadership of all three IPCC Working Groups in cooperation with the Task Force on National Greenhouse Gas Inventories and supported by the Working Group III Technical Support Unit.

www.ipcc.ch

Le zone ambientali pioniere. Le Top 10 nelle quali la lotta contro l’inquinamento da polveri sottili e altre sostanze inquinanti era già stata annunciata nel 1995. Il portale Green-Zones ha stabilito quando sono state istituite le prime zone ambientali nelle città europee per ridurre l’inquinamento da polveri sottili.

Stoccolma è al primo posto tra le zone ambientali più vecchie d’Europa. La zona della capitale svedese è stata istituita il 18.06.1995 e copre ora l’intero centro città. A Stoccolma, è vietata la circolazione degli autobus e dei camion di peso superiore a 3,5 t con le norme EURO 0-4. In caso di infrazione viene inflitta una multa di 100 Euro.
Attualmente le automobili non sono ancora soggette al divieto di circolazione, cosicché i turisti non corrono il rischio di incorrere in una sanzione.

La Gran Bretagna si colloca al decimo posto tra le zone ambientali più vecchie in Europa con una zona a basse emissioni (LEZ) permanente a Londra. Qui, tutti i tipi di veicoli devono essere registrati prima di entrare nella zona ambientale.
Particolarità: veicoli d’epoca di età superiore ai 40 anni così come escavatori e gru mobili sono ancora autorizzati a circolare nella zona. Un complesso processo di registrazione si applica a tutti gli altri veicoli, al fine di evitare sanzioni fisse fino a 1.150 Euro.

Le zone ambientali in Germania e nei Paesi Bassi si classificano al centro. Nel gennaio 2008 sono state istituite le prime zone ambientali a Berlino, Colonia e Hannover, dove l’accesso era inizialmente consentito a tutti i tipi di veicoli muniti di un bollino ambientale rosso.

Nei Paesi Bassi, invece, le prime zone sono state istituite sei mesi prima, ma non stati rilasciati bollini.

La società Green-Zones con sede a Berlino fornisce informazioni sulle zone ambientali permanenti e dipendenti dalle condizioni meteorologiche (temporanee) in Europa e nei rispettivi paesi europei attraverso i suoi portali green-zones.eu, umweltplakette.de, crit-air.fr e blaue-plakette.de.
Grazie alla app gratuita di Green-Zones e alla app professionale (Fleet-App), i turisti e soprattutto gli utenti commerciali (ad esempio le aziende di autobus e di trasporto) possono ottenere informazioni affidabili in tempo reale sulle attuali zone ambientali. I bollini e le registrazioni richiesti sono anche disponibili sul portale Green-Zones.

green-zones.eu

Sì multa UE ma no depuratori. Goletta verde di Legambiente rileva che la mala depurazione resta il principale nemico del mare e delle acque interne: inquinato e fortemente inquinato più di 1 punto ogni 3 sia lungo le coste che nei laghi.

Il mancato completamento della rete fognaria e la depurazione delle acque reflue costa già oggi all’Italia decine di milioni di euro all’anno, ma i costi sono destinati a crescere. Legambiente: “Piuttosto che pagare multe salatissime all’Ue investiamo i soldi dei cittadini nella più grande opera pubblica che serve al Paese”.

Sotto la lente dell’associazione anche la lotta al marine litter: monitorati i rifiuti galleggianti in mare e le microplastiche nei laghi. Dei rifiuti che galleggiano nel mare italiano il 40% è plastica usa e getta.

La mala depurazione resta uno dei principali nemici per mare e laghi italiani: anche quest’estate il viaggio di Goletta Verde e Goletta dei Laghi, consegna una fotografia a tinte fosche del nostro Paese. Più di un punto su tre tra i 262 punti campionati lungo le coste italiane presenta forti criticità, con valori di inquinanti oltre i limiti di legge. Con una situazione preoccupante confermata in molte regioni del Sud – Sicilia, Campania e Calabria su tutte – dove persistono le criticità storiche legate all’assenza di impianti di depurazione e di allacciamento alla rete fognaria. E non va meglio la situazione dei bacini lacustri dove Legambiente, con Goletta dei Laghi, ha riscontrato anche qui criticità nelle stesse proporzioni: un punto su tre rispetto agli 83 monitorati in 19 laghi italiani. Una criticità, quella della mancata depurazione, sulla quale l’Unione europea chiede da tempo impegni concreti al nostro Paese e che ci è costata una prima multa da 25 milioni di euro a cui si sommano circa 30 milioni per ogni semestre di ritardo nella messa a norma dei sistemi di depurazione.

Il bilancio delle due storiche campagne di Legambiente a tutela del mare e delle acque interne è stato presentato da Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, Serena Carpentieri, vicedirettrice di Legambiente e Andrea Minutolo, coordinatore dell’ufficio scientifico dell’associazione. All’incontro sono intervenuti anche Riccardo Piunti, vicepresidente CONOU (Consorzio nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli oli minerali usati) e Anna Stagnoli, Team Product Development di Pramerica SGR.

Le due campagne estive di Legambiente sono state realizzate anche grazie al sostegno dei partner principali CONOU, Consorzio nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli oli minerali usati e Novamont. Goletta Verde, inoltre, si è avvalsa del sostegno dei partner sostenitori Assovetro – Endless Ocean, Ricrea, Consorzio nazionale per il riciclo e il recupero degli imballaggi in acciaio e con il contributo di Pramerica SGR (Pramerica Sicav Social 4 Future). Media partner del viaggio estivo lungo mari e laghi italiani è stata La Nuova Ecologia.

«I nostri mari e i nostri laghi continuano a subire continui assalti, primo fra tutti quelli della mancata depurazione – dichiara Stefano Ciafani, presidente di Legambiente -. Le opere necessarie per il completamento della rete fognaria e di depurazione delle acque reflue sono una priorità per dare il via a quella grande opera pubblica di cui non si parla mai in Italia. Non solo per tutelare le acque dall’inquinamento, ma anche per evitare di continuare a sprecare inutilmente soldi pubblici, visto che delle quattro procedure di infrazione aperte dall’Unione Europea a causa della cattiva depurazione del nostro Paese, che coinvolgono 1.122 agglomerati urbani e 32 aree sensibili, due sono già sfociate in condanna e altre potrebbero arrivare presto, creando una cabina di regia unica come già si è iniziato a fare con il commissario di Governo. Smettiamola di sperperare così i soldi dei cittadini, ma investiamo piuttosto queste risorse in opere realmente utili per l’ambiente e l’economia turistica italiana. A queste minacce si aggiungono quelle dei rifiuti galleggianti e spiaggiati e delle continue illegalità ambientali che sfregiano coste e territori italiani, a partire dall’abusivismo edilizio».

La condanna che è costata all’Italia 25 milioni di euro, e costerà ancora 30 milioni per ogni semestre di ritardo nell’adeguamento della rete di depurazione è del maggio 2018, e coinvolge 74 agglomerati di grandi dimensioni (per l’82% in Sicilia e in Calabria). C’è però anche un’altra condanna che grava sull’Italia ed è relativa, secondo gli ultimi aggiornamenti disponibili, a 14 agglomerati di grandi dimensioni che scaricano in aree sensibili. In fase di ricorso è la terza procedura di infrazione (2014-2059) comminata all’Italia, relativa a oltre 700 agglomerati con dimensioni maggiori di 2000 abitanti equivalenti (a.e.) e 32 aree sensibili e che coinvolge tutte le regioni eccetto il Molise, l’Emilia Romagna e la Provincia autonoma di Bolzano. Ma non finisce qui, una quarta procedura d’infrazione notificata lo scorso anno e ora in fase di parere motivato riguarda 13 regioni con 237 agglomerati con più di 2000 a.e. che scaricano in aree normali e sensibili.

Oltre 13 anni di sversamenti di acque mal depurate negli ecosistemi marini e lacustri che ci stanno presentando il conto, non solo in termini ambientali.

Il monitoraggio effettuato da Goletta Verde e Goletta dei Laghi prende prevalentemente in considerazione i punti scelti in base al “maggior rischio” presunto di inquinamento, individuati dalle segnalazioni non solo dei circoli di Legambiente ma degli stessi cittadini attraverso il servizio SOS Goletta che quest’anno rientra nel progetto di Legambiente Volontari per Natura sulla citizen science. I parametri indagati sono microbiologici (Enterococchi intestinali, Escherichia coli) e vengono considerati come “inquinati” i campioni in cui almeno uno dei due parametri supera il valore limite previsto dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia (Dlgs 116/2008 e decreto attuativo del 30 marzo 2010) e “fortemente inquinati” quelli in cui i limiti vengono superati per più del doppio del valore normativo.

“Le foci di fiumi e torrenti, gli scarichi e i piccoli canali sono i veicoli principali di contaminazione batterica dovuta alla insufficiente depurazione dei reflui urbani o agli scarichi illegali che, attraverso i corsi d’acqua, arrivano in mare e nei laghi – spiega Serena Carpentieri, vice direttrice generale di Legambiente –. Questi punti critici sono ignorati dai controlli ufficiali, etichettati come inquinati per definizione eppure spesso ci troviamo persone a fare il bagno, anche a causa dell’inesistenza di cartelli informativi o di divieto di balneazione. Anche se con il nostro monitoraggio non vogliamo rilasciare patenti di balneabilità o sostituirci alle autorità competenti, le situazioni che rileviamo destano molta preoccupazione. Per i casi più gravi, quei “malati cronici” che denunciamo da anni, proseguiremo con le nostre azioni di denuncia, chiedendo l’applicazione della legge sugli Ecoreati, per risolvere le criticità che ancora minacciano la qualità e la salute dei nostri mari e dei nostri laghi».

Il dettaglio delle analisi di Goletta Verde
Nel dettaglio, dei 262 punti campionati nelle quindici regioni costiere italiane da Goletta Verde – partita dal Friuli-Venezia Giulia il 23 giugno scorso e che finirà domani in Liguria il suo tour – più del 36% è risultato con valori di inquinanti elevati (di questi il 29% sono stati giudicati risultati Fortemente Inquinati; il 7% Inquinati). Il restante 64% dei campionamenti è risultato entro i limiti di legge. Se è vero che le maggiori criticità sono state riscontrate nelle regioni del Sud, è opportuno evidenziare che i campionamenti effettuati lungo la costa adriatica (dal Friuli-Venezia Giulia alla Puglia) sono stati influenzati dalle condizioni meteorologiche (i campionamenti sono stati fatti in un periodo con assenza di piogge e minori apporti al mare da fiumi, fossi e canali) e dal minor afflusso turistico del periodo di giugno (mese in cui sono stati effettuati i prelievi di Goletta Verde). Infatti, alla fine di luglio le autorità competenti hanno appurato criticità, originate da perturbazioni e di conseguenza sversamenti lungo le aste fluviali, che hanno portato a numerosi divieti di balneazione lungo alcuni tratti di quella costa.

Al centro del monitoraggio scientifico ci sono come sempre i punti critici e le situazioni sospette segnalati dai cittadini attraverso il servizio Sos Goletta e dai circoli di Legambiente. Il 51% dei campionamenti, 135 su 262 punti, è stato eseguito presso foci di fiumi e torrenti, fossi o canali, risultando inquinato nel 62% dei casi. Il 49% presso spiagge con situazioni sospette invece hanno rilevato cariche batteriche elevate solo nell’8% dei prelievi e delle analisi eseguite.

Acque “abbandonate” e cattiva informazione ai bagnanti
l 45% dei punti di campionamento scelti da Goletta Verde sono luoghi in cui non esiste alcun controllo ufficiale delle autorità competenti: viene dato per scontato che le foci dei corsi d’acqua debbano essere inquinate e, quindi, non balneabili. La metà di queste “acque abbandonate” è risultata inquinata per i tecnici di Legambiente.
Inoltre, nel 72% dei casi monitorati da Goletta Verde rispetto ai 131 punti dove la balneazione è vietata (o per divieto temporaneo di balneazione o perchè non monitorata), non c’è nessun cartello che indichi chiaramente il divieto di balneazione; anche se spesso in questi punti si trovano molte persone a fare il bagno, ignari dei rischi per la propria salute.
La legge, inoltre, impone per le zone balneabili, cartelli informativi sulla qualità delle acque. Anche questi restano un miraggio: nel 93% dei casi (130 punti su 140 campionati e “definiti” balneabili dalle autorità competenti) non sono stati avvistati dai tecnici di Legambiente.
Eppure la normativa vigente obbliga le amministrazioni comunali a segnalare in maniera tempestiva, chiara e facilmente accessibile tanto i cartelli di divieto di balneazione che quelli informativi sulla qualità delle acque.

Il dettaglio delle analisi di Goletta dei Laghi
Da giugno a luglio scorso sono stati seimila i chilometri percorsi dall’equipaggio della Goletta dei Laghi che ha monitorato 19 laghi (Lago di Albano, Bolsena, Bracciano, Canterno, Ceresio, Como, Fogliano, Fondi, Garda, Iseo, Maggiore, Matese, Orta, Piediluco, Sabaudia, Santa Croce, Trasimeno, Varano, Vico) in 10 regioni diverse.
Un viaggio da nord a sud della penisola durante il quale sono stati presi in esame 83 punti per le analisi microbiologiche. Il 34% di questi è risultato Fortemente Inquinato (21 punti) o Inquinato (7). Degli 83 punti oggetto di analisi, 35 corrispondono a porzioni di laghi definiti balneabili dalle autorità competenti; 44 non risultano campionati; 2 sono aree con divieto temporaneo di balneazione. Dei 35 punti definiti balneabili dalle autorità competenti, 11 sono risultati con cariche batteriche oltre i limiti di legge (di questi 5 giudicati Inquinati e 6 sono Fortemente Inquinati). Dei 44 punti non campionati invece dalle autorità competenti, ben 16 presentavano cariche batteriche elevate (14 giudicati Fortemente Inquinati e 2 Inquinati).
Legambiente, grazie alla Goletta dei Laghi, è riuscita in questi anni ad accendere i riflettori sulla qualità delle acque interne che garantiscono al Paese importanti servizi ecosistemici, quali ad esempio l’acqua dolce, la regolazione climatica e le opportunità di sviluppo economico legate al turismo di settore. La continua pressione antropica e i cambiamenti climatici stanno mettendo sempre più a rischio la salute dei laghi e dei fiumi italiani, andando a ledere proprio quegli importanti benefici. Sono sempre più urgenti, dunque, misure che mitighino i rischi e proteggano tutte le acque interne del Paese.

La lotta al marine litter
Tra le battaglie che sono state portate avanti durante l’estate da Goletta Verde e Goletta dei Laghi c’è come sempre la lotta al marine litter, una delle due più gravi emergenze ambientali globali insieme ai cambiamenti climatici, e in particolare la messa al bando delle plastiche usa e getta, grazie a azioni di citizen science (il coinvolgimento dei cittadini nella raccolta di dati ambientali) riconosciute a livello internazionale.
Tra queste, Goletta Verde porta avanti dal 2014 un monitoraggio scientifico sulla presenza dei rifiuti galleggianti in mare, lungo le tratte percorse dall’imbarcazione ambientalista, che prende in considerazione i rifiuti galleggianti con dimensioni maggiori ai 2,5 centimetri secondo un nuovo protocollo messo a punto durante il progetto MedSea Litter.
Nell’estate 2018, durante 19 giornate di navigazione e 65 ore di osservazione, sono stati monitorati 97 rifiuti ogni chilometro quadrato di mare, con valori più elevati nel mar Ligure e nello Ionio dove la media raggiunge rispettivamente 122 e 180 rifiuti ogni chilometro quadrato di mare. La percentuale di plastica varia dall’85 al 97% a seconda dell’area di mare considerata e il 40% sono usa e getta. Gli oggetti più frequenti sono buste di plastica (18%), packaging (10%) e teli (8%) in plastica. Le bottiglie in plastica si attestano sul 2,5%.

Goletta dei laghi, invece, pone da tempo l’attenzione su un altro fenomeno spesso sottovalutato: indagare la presenza di microplastiche nei bacini lacustri. Grazie alla sinergia con ENEA, anche nel 2019 sono stati eseguiti prelievi in acqua, alla ricerca di questo contaminante emergente. Importante novità di questa edizione è stata la collaborazione con IRSA – CNR, finalizzata all’analisi della plastisfera, ovvero la presenza di microrganismi che si sviluppano proprio sulle microplastiche presenti in acqua. Sono stati 13 i laghi monitorati in 10 regioni, più di 80 ore di navigazione che hanno permesso di prelevare 154 campioni di acqua sia in superficie che lungo la colonna d’acqua fino a 50 metri di profondità e che saranno analizzati in laboratorio nei prossimi mesi. Un monitoraggio scientifico unico in Italia, che può contare su un’importante sinergia tra volontari e cittadini basata su azioni di divulgazione e citizen science.

Il Monitoraggio scientifico
I prelievi e le analisi di Goletta Verde e Goletta dei Laghi vengono eseguiti dai tecnici di Legambiente grazie a un laboratorio mobile attrezzato. I campioni per le analisi microbiologiche sono prelevati in barattoli sterili e conservati in frigorifero, fino al momento dell’analisi, che avviene nel laboratorio mobile lo stesso giorno di campionamento o comunque entro le 24 ore dal prelievo. I parametri indagati sono microbiologici (enterococchi intestinali, escherichia coli) e chimico-fisici (temperatura dell’acqua, PH, conducibilità / salinità). Le analisi chimico-fisiche vengono effettuate direttamente in situ con l’ausilio di strumentazione da campo.

NOTA – Il giudizio di Goletta Verde viene dato in base ai risultati ottenuti dalle analisi microbiologiche (sono presi come riferimento il D. Lgs. 116/2008 e i valori limite per la balneazione indicati dal Decreto del Ministero della Salute del 31 marzo 2010 nell’all. A):
INQUINATO – Enterococchi intestinali maggiore di 200 UFC/100ml e/o Escherichia Coli maggiore di 500 UFC/100ml
FORTEMENTE INQUINATO – Enterococchi intestinali maggiore di 400 UFC/100 ml e/o Escherichia Coli maggiore di 1000 UFC/100ml

Il numero dei campionamenti effettuati per Goletta Verde viene definito in proporzione ai Km di costa di ogni regione con il seguente criterio: 1 punto ogni 15 km di costa, per le regioni che hanno meno di 500 km di costa; 1 punto ogni 30 km di costa, per le regioni che hanno tra 500 e 1000 km di costa; 1 punto ogni 60 km di costa, per le regioni che hanno più di 1000 km di costa.

www.legambiente.it/golettaverde

Financial-Non-financial reporting frameworks share common founding principles of transparency and accountability. The world’s leading financial and non-financial corporate reporting frameworks have the same common foundations, based on the key objectives of transparency and accountability, according to a position paper published by the framework providers today. The position paper sets out the seven key principles report preparers should follow for achieving such transparency and accountability.

Participants of the Corporate Reporting Dialogue – an initiative convened by the International Integrated Reporting Council bringing together the major international reporting frameworks – identify transparency and accountability as critical to achieving high quality governance mechanisms and empowerment of stakeholders in modern societies and markets.

Furthermore, such transparency and accountability enables better decision-making by market parties and serves the public good.

In the paper, entitled “Understanding the value of transparency and accountability”, CDP, the Climate Disclosure Standards Board, the Global Reporting Initiative, the International Accounting Standards Board, the International Integrated Reporting Council, the International Organization for Standardization and the Sustainability Accounting Standards Board set out seven principles of transparency and accountability that they commonly believe are fundamental to corporate reporting: materiality, completeness, accuracy, balance, clarity, comparability and reliability.
The paper states, “These common principles are a reminder that the Dialogue participants have similar expectations from companies in preparing and disclosing information. This implies an alignment at the fundamental level of the frameworks.

The position paper acknowledges a commonly agreed need for companies to go beyond disclosure and demonstrate accountability to stakeholders, stating, “…transparency needs accountability in order to drive effective behaviour or performance: disclosing in itself is not enough if those holding to account do not have the power to influence the behaviour or performance.”

Participants of the Dialogue have committed to promoting the application of these principles for the wider reporting landscape in future interactions or partnerships, as part of their commitment to providing greater clarity to the reporting landscape on how to use the individual frameworks of Dialogue participants to achieve effective, holistic reporting.

The seven transparency and accountability principles that Dialogue participants commonly believe are fundamental are outlined below.
In addition, each individual framework has its own unique principles that may not be present in (all) other frameworks.

The brief descriptions included are not to be seen as the common definitions by the Dialogue, but only serve the purpose of briefly clarifying the principles:
– Materiality: this regards relevant information that is (capable of) making a difference to the decisions made by users of the information.
– Completeness: all material matters identified by the organisation for the relevant topic(s) should be reported upon.
– Accuracy (free from material error): the information reported should be free from material error.
– Balance (neutral): the information does not have bias, i.e. is not presented in such a way that the probability would be increased that it will be received favourably or unfavourably by the users.
– Clarity: the information will be understandable and accessible to the users; this includes a certain level of conciseness.
– Comparability, including consistency: information is reported on the same basis and applying the same methodologies year-on-year. Also, the information enables comparison against other organisations.
– Reliability: in preparing the information processes and internal controls are in place that ensure the quality of the information and allow for examination of the information reported.

About the Corporate Reporting Dialogue
The Corporate Reporting Dialogue is an initiative, convened in June 2014 by the International Integrated Reporting Council, designed to respond to market calls for greater coherence, consistency and comparability between corporate reporting frameworks, standards and related requirements.

Authors of the Corporate Reporting Dialogue Transparency and Accountability paper:

CDP is an international non-profit that drives companies and governments to reduce their greenhouse gas emissions, safeguard water resources and protect forests.

Climate Disclosure Standards Board (CDSB) is an international consortium of business and environmental NGOs, committed to advancing and aligning the global mainstream corporate reporting model to equate natural capital with financial capital.

Global Reporting Initiative (GRI) is an international independent organization that has pioneered corporate sustainability reporting since 1997. GRI helps businesses, governments and other organizations understand and communicate the impact of business on critical sustainability issues such as climate change, human rights, corruption and many others.

International Accounting Standards Board (IASB) The IFRS Foundation is a not-for-profit international organisation responsible for developing a single set of high-quality, global accounting standards, known as IFRS Standards. IFRS Standards are now required in over 140 jurisdictions, with many others permitting their use.

International Integrated Reporting Council (IIRC) is the convenor of the Corporate Reporting Dialogue. It is a global coalition of regulators, investors, companies, standard setters, the accounting profession and NGOs. The coalition is promoting communication about value creation as the next step in the evolution of corporate reporting.

International Organization for Standardization (ISO) is an independent, non-governmental international organization with a membership of 163 national standards bodies each of which represent the stakeholders in their countries. Through its members, it brings together experts to share knowledge and develop voluntary, consensus-based, market-relevant International Standards that support innovation and provide solutions to global challenges.

Sustainability Accounting Standards Board (SASB) is an independent standard-setting organization that develops and maintains robust reporting standards that enable businesses around the world to identify, manage and communicate financially material sustainability information to their investors. SASB standards are evidence based, developed with broad market participation, and are designed to be cost-effective for companies and decision-useful for investors.

Additional participant in the Corporate Reporting Dialogue:

Financial Accounting Standards Board (FASB) (FASB participates as an observer) is the independent, private-sector, not-for-profit organization that establishes financial accounting and reporting standards for public and private companies and not-for-profit organizations that follow Generally Accepted Accounting Principles (GAAP).

www.corporatereportingdialogue.com

www.cdp.net

www.cdsb.net

www.integratedreporting.org

www.SASB.org

UNICEF recycled plastic bricks: it breaks ground on Africa’s first-of-its-kind recycled plastic brick factory in Côte d’Ivoire. In innovative partnership, factory will produce plastic bricks to build classrooms for children.

UNICEF, in partnership with Colombian social enterprise Conceptos Plasticos, today announced it had broken ground on a first-of-its-kind factory that will convert plastic waste collected in Côte d’Ivoire into modular plastic bricks. The easy-to-assemble, durable, low-cost bricks will be used to build much needed classrooms in the West African country.

“This factory will be at the cutting edge of smart, scalable solutions for some of the major education challenges that Africa’s children and communities face,” said UNICEF Executive Director Henrietta Fore. “Its potential is threefold: more classrooms for children in Côte d’Ivoire, reduced plastic waste in the environment, and additional income avenues for the most vulnerable families.”

Côte d’Ivoire needs 15,000 classrooms to meet the needs of children without a place to learn. To help fill this gap, UNICEF has partnered with Conceptos Plasticos to use recycled plastic collected from polluted areas in and around Abidjan to build 500 classrooms for more than 25,000 children with the most urgent need in the next two years, with potential to increase production beyond.

“One of the major challenges facing Ivorian school children is a lack of classrooms. They either don’t exist, or when they do, they are overcrowded, making learning a challenging and unpleasant experience,” said UNICEF Representative Dr. Aboubacar Kampo, who has championed the project from its inception. “In certain areas, for the first-time, kindergartners from poor neighborhoods would be able to attend classrooms with less than 100 other students. Children who never thought there would be a place for them at school will be able to learn and thrive in a new and clean classroom.”

More than 280 tonnes of plastic waste are produced every day in Abidjan alone. Only about 5 per cent is recycled – the rest mostly ends up in landfill sites in low-income communities. Plastic waste pollution exacerbates existing hygiene and sanitation challenges. Improper waste management is responsible for 60 per cent of malaria, diarrhea and pneumonia cases in children – diseases that are among the leading causes of death for children in Côte d’Ivoire.

Once it is fully operational, the factory will recycle 9,600 tonnes of plastic waste a year and provide a source of income to women living in poverty in a formalized recycling market. Nine classrooms have been built in Gonzagueville, Divo and Toumodi using plastic bricks made in Colombia, demonstrating the viability of the construction methods and materials.

“We partnered with UNICEF on this project because we want our business model to have a social impact. By turning plastic pollution into an opportunity, we want to help lift women out of poverty and leave a better world for children,” said Isabel Cristina Gamez, Co-Founder and CEO, Conceptos Plasticos.

The bricks will be made from 100 per cent plastic and are fire resistant. They are 40 per cent cheaper, 20 per cent lighter and will last hundreds of years longer than conventional building materials. They are also waterproof, well insulated and designed to resist heavy wind.

Alongside investment to build in Côte d’Ivoire, plans are also under way to scale this project to other countries in the region, and potentially beyond. West and central Africa accounts for one-third of the world’s primary school age children and one-fifth of lower secondary age children who are out of school.

“Sometimes, embedded deep within our most pressing challenges are promising opportunities,” said Fore. “This project is more than just a waste management and education infrastructure project; it is a functioning metaphor—the growing challenge of plastic waste turned into literal building blocks for a future generation of children.

Plastic bricks produced in the factory will be used beyond UNICEF’s classroom building project and could allow for quicker, more affordable and durable construction.

About Conceptos Plasticos
Our business transforms plastic waste into alternative construction materials for temporary and permanent homes, shelters, classrooms, community rooms and other buildings. This not only prevents the pollution generated by plastic and diverts waste from landfill sites and communities. It also transforms it into much needed infrastructure and creates economic opportunities around recycled plastics. The bricks and building materials are easy to assemble with minimal training, for instance, a house for a family can be built by four people in five days, with no experience in construction.

www.unicef.org

www.conceptosplasticos.com

Recyclability rigid packaging. Manufacturers urged to adopt new guidelines for recyclability of household rigid packaging. WRAP, which manages The UK Plastics Pact, has published guidance that sets out which plastics used in household packaging are currently classed as ‘recyclable’. It provides direction to packaging designers and specifiers, setting out a ‘best in class’ vision for design, including targets for recycled content.

Through consultation with industry, WRAP has identified what types of plastic packaging are actually recycled, at scale and in practice, and are therefore defined as ‘recyclable’. The On-Pack Labelling Scheme (OPRL) is anticipated to adopt what is classed as ‘recyclable’ under The UK Plastics Pact when it updates its guidance later in 2019.
The document highlights a preference for clear PET (often used for drinks bottles and trays), on the basis that the end market for this material is significantly higher and by using ‘clear’, there is the greatest potential for it to be used back, ideally into plastic packaging.

When it comes to colour, only those that can be sorted in the recycling processes using near-infra red technology will be deemed recyclable. WRAP plans to publish further guidance on this in the coming months, specifically in relation to new near-infra-red (NIR) detectable black plastics.

Peter Maddox, Director of WRAP UK, launched the guidance at today’s Packaging News Environmental Packaging Summit and said: “If plastic is recyclable, and clearly labelled as such, we stand a far greater chance of keeping that plastic in the economy and out of the natural environment. We also know from recent research that citizens want to see packaging that is 100% recyclable, which they can recycle at home.* By rationalising the number of polymers used in packaging, we can develop a more efficient recycling system, and reduce confusion for citizens.

“Through The UK Plastics Pact we are working at pace with our members to respond to this, and ensure that all plastic packaging is re-usable, recyclable or compostable by 2025. This new guidance is a significant milestone in our journey towards reaching that target.

“Businesses that specify, design and produce plastic packaging will be able to draw on this resource for best practise guidance in selecting plastic polymers which are recyclable, while retaining the important protective properties that packaging has. While some plastics are classed as recyclable, there is a need to move beyond this, ideally selecting polymers which have a greater recyclability potential than others. In doing so it will help us to achieve other Pact targets, notably to achieve an average of 30% recycled content across all pack formats.”

Users of the guidance will find ‘best in class’ polymer choices for individual packaging types to guarantee recyclability. For example, for plastic food and drink bottles, the guidance explains:
– Best in class material choice – for the bottle, cap and sleeve
– Best in class colour choice
– Labelling recommendations
– The rationale behind these recommendations

While the scope of the guidance is currently rigid plastic packaging – bottles, pots tubs and trays – it will be updated in the future to include films and flexibles.
The classifications of what is recyclable do not yet include compostable plastics. WRAP believes similar principles should be applied to these types of plastics, with a need to demonstrate that the materials are actually composted in current infrastructure. Further guidance on this is expected over the summer.

www.wrap.org.uk

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Prepared for change: 2019 index measures 140 countries’ ability to respond to change and climate challenges.

The 2019 KPMG Change Readiness Index ranks 140 countries1 on how effectively they prepare for, and respond to, major change events. From geopolitics to technology to climate, the world is changing at a rapid pace. Which countries seem prepared for the opportunities? And which appear ill equipped to manage the risks? This edition of the report focuses squarely on the capabilities countries need to successfully address climate change and mitigate associated risks. The Index measures a country’s capacity for general change, but KPMG’s methodology shows that those same capabilities also dictate a country’s preparedness for climate change.

The Change Readiness Index, now in its fourth year of bi-annual publication, answers these questions by measuring each country across three key pillars of capability: enterprise, government and people & civil society.

Timothy Stiles, Global Chair of KPMG’s International Development Assistance Services, commented on the analysis: “Climate change is among the most pressing issues we face as a global society. Those countries failing to recognize the impact of climate change are likely to be unprepared for its growing costs, which will be levied on citizens, businesses and economies around the world. Our 2019 report aims to demonstrate that there isn’t a one-size-fits-all approach to responding to major change. Our research highlights that too many nations can be reliant on either business, government or civil society to shoulder the responsibility for change readiness, but in our experience this doesn’t yield the best long term results. True preparedness is when each segment of society – enterprise, government, and people and civil society – works in harmony toward a shared outcome.”

Europe continues to dominate top 10, but falls behind in financial sector
The top ten performing countries of the CRI remain largely unchanged from the 2017 report, with the exception of Norway, which has climbed from 11th to 8th place to replace Finland in the top ten. The UK remained in the top 10 and climbed to 8th place (from 10th), despite mounting political uncertainty surrounding Britain’s decision to leave the European Union.

The EU performs above the global average in environmental sustainability compared to other regions. The 2019 Index, however, has found that Europe’s financial sector is falling behind the global average and North America, and is performing marginally better than Developing Markets.

North America is the global leader in technology use
The US now ranks 13th (down from 12th) overall while Canada rose to 16th overall (up from 18th). Despite falling behind Europe on environmental sustainability, the US leads the globe in financial sector preparedness for change. North America is the clear global leader in the adoption of new technologies.

The CRI top 20 countries and jurisdictions (with change in ranking from 2017):
Switzerland
Singapore (+2)
Denmark (+2)
Sweden (-2)
United Arab Emirates (-2)
Norway (+5)
Germany (+2)
United Kingdom (+2)
New Zealand (-3)
Netherlands (-3)
Finland (-3)
Qatar (+7)
United States (-1)
Australia
Hong Kong (SAR) (-2)
Canada (+1)
Taiwan (+18)
Japan (+3)
Austria (-3)
Belgium (-2)

Europe’s private sector leads Enterprise Sustainability, ahead of naturally resource rich countries
European countries are leading the way for Enterprise Sustainability, which looks at the private sector’s role in rising to the challenge of national preparedness and response to climate change and environmental degradation. Measures for Enterprise Sustainability include CO2 emissions per unit of GDP, and the share of renewable energy in use by a country.

By contrast, naturally resource rich countries have performed poorly in Enterprise Sustainability. The best performing naturally resource rich country is Norway (#32) and the poorest performing is Russia (#135). This could mean that the private sector in resource rich countries is not taking steps to diversify their economies away from resources like oil and gas to mitigate climate change and environmental degradation.

Double jeopardy for less mature economies
The 2019 Index also revealed that countries most susceptible to climate risks are mostly low income and lower-middle income countries. Less mature economies like Chad, South Sudan and Afghanistan are the worst performing in climate resilience, as are countries in Sub-Saharan Africa and South Asia. The majority of higher income economies are considered low risk, high readiness countries.
This year’s report reveals that poorer countries face double jeopardy when it comes to climate change: a higher risk from the negative impacts of climate change and a lower capacity to implement climate-ready policies and institutions.
Cambiamento climatico: i Paesi sono pronti alle nuove sfide?

Il ‘Change Readiness Index 2019’ di KPMG misura la capacità degli stati di rispondere ai principali cambiamenti e ai relativi rischi e stila la classifica globale dei 140 Paesi analizzati.

Dalla geopolitica alla tecnologia ai cambiamenti climatici, il mondo sta mutando a una velocità mai vista prima.
Quali sono i Paesi più preparati a cogliere le nuove opportunità? E quali sono invece quelli meno pronti a gestire i rischi?

L’edizione 2019 della ricerca si concentra principalmente sulla capacità dei Paesi analizzati di affrontare i cambiamenti climatici e limitarne i pericoli correlati. I parametri sono stati misurati tendendo in considerazione tre principali macro-aree: il contesto imprenditoriale, le istituzioni governative e la società civile.

L’Europa domina la Top Ten: ottime performance nella sostenibilità ambientale, scende la reattività del settore finanziario
In cima alla classifica la situazione resta invariata rispetto al report del 2017, con la Svizzera sempre in testa. La stabilità caratterizza anche le posizioni successive, visto che ben 6 nazioni tra le prime 10 si confermano ai vertici dal 2015. L’unica variazione nella top 10 rispetto alla scorsa edizione è rappresentata dalla Norvegia, risalita dall’11° al 6° posto della classifica scalzando la Finlandia. Il Regno Unito passa dal 10° all’8° posto, nonostante il clima di incertezza politica dopo la Brexit. Il Vecchio Continente occupa ben 7 dei primi 10 posti e 9 dei primi 20. L’Italia si attesta al 36° posto, soprattutto per le deludenti performance delle istituzioni governative.
L’Unione Europea in generale registra performance superiori alla media globale sui temi di sostenibilità ambientale. Il Change Readiness Index 2019 rivela, tuttavia, anche zone d’ombra per l’Europa: il settore finanziario scende al di sotto della media globale e dell’America del Nord, e registra performance solo marginalmente migliori rispetto alle economie emergenti.

America del Nord leader in finanza e utilizzo della tecnologia
Nonostante l’America del Nord sia indietro rispetto all’Europa sul tema della sostenibilità ambientale, gli Stati Uniti guidano il ranking per quanto concerne la capacità di reazione di fronte al cambiamento nel settore finanziario.
Il Nord America, inoltre, risulta nettamente il leader globale per quanto riguarda l’adozione di tecnologie innovative.

In classifica generale gli Stati Uniti scendono dal 12° al 13° posto, mentre il Canada guadagna una posizione salendo al 16° posto.

La top 20 del Change Readiness Index 2019 (con le variazioni rispetto al 2017)
Svizzera
Singapore (+2)
Danimarca (+2)
Svezia (-2)
Emirati Arabi Uniti (-2)
Norvegia (+5)
Germania (+2)
Regno Unito (+2)
Nuova Zelanda (-3)
Paesi Bassi (-3)
Finlandia (-3)
Qatar (+7)
Stati Uniti (-1)
Australia
Hong Kong (SAR) (-2)
Canada (+1)
Taiwan (+18)
Giappone (+3)
Austria (-3)
Belgio (-2)

Il settore privato porta l’Europa al top nella Sostenibilità d’Impresa
I Paesi europei guidano la classifica sulle tematiche di sostenibilità d’impresa. Questo anche grazie alla crescita della capacità del settore privato di rispondere ai rischi legati al cambiamento climatico e all’inquinamento ambientale. Le misurazioni includono anche le emissioni di CO2 in rapporto al PIL e la quota di energia rinnovabile utilizzata nel paese.
Di contro, molti Paesi che possono contare su un territorio ricco di risorse naturali hanno avuto risultati negativi nella sostenibilità d’impresa: si va dalla Norvegia (32° posto, la migliore del gruppo) fino alla Russia (135° posto). Questo dimostra come nei Paesi ricchi di risorse naturali il settore privato stia compiendo azioni ancora poco significative per limitare l’utilizzo massivo di gas e petrolio al fine di contenere i cambiamenti climatici e l’inquinamento ambientale.

Doppio pericolo per le economie più povere
Il ‘Change Readiness Index 2019’ mostra che rivelato che i Paesi più sensibili ai rischi climatici sono quelli reddito basso e medio-basso. Economie meno mature come il Ciad, il Sud Sudan e l’Afghanistan sono risultate le peggiori come capacità di risposta ai cambiamenti climatici, così come i Paesi dell’Africa subsahariana e quelli dell’Asia meridionale.
I Paesi più poveri devono, quindi, fronteggiare un doppio rischio: a fronte di una più alta esposizione ai rischi del cambiamento climatico, presentano una minore capacità di rispondere in modo pronto ed efficace mediante politiche e istituzioni adeguate.

Al contrario, la maggior parte delle economie a più alto reddito è considerata a basso rischio e ad alta resilienza e capacità di reazione rispetto ai cambiamenti climatici.

www.kpmg.com

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Companies fail to disclose impact on world’s forests. A large majority of major corporations are failing to be transparent about their impacts on global deforestation and many are taking inadequate steps to tackle it, according to a new report released by environmental non-profit CDP.

Over 1,500 companies deemed to have a significant impact on deforestation or to be susceptible to deforestation risk were requested by investors and large purchasing organizations to disclose forests data through CDP’s reporting platform in 2018, but 70% failed to do so. Companies are asked to disclose on four commodities linked to deforestation: timber, palm oil, cattle and soy.

Over 350 companies have declined to respond for the last three years (2018-2016), including major consumer facing brands like Dominos, Next, and Sports Direct along with global food corporation Mondelez and its palm oil supplier Rimbunan Hijau Group, the largest palm oil company in the rainforest region of Sarawak, Malaysia.
These companies use commodities that drive deforestation, for example through their procurement of palm oil for inclusion in chocolates, leather for shoes, paper for pizza boxes and timber for furniture – as forests are cleared for cattle ranching, plantations or agriculture.

CDP’s new report, The Money Trees, finds that corporate transparency on forests (30% disclosure rate in 2018) lags behind other environmental issues such as climate change and water security (both 43%). This is despite significant risks to business from deforestation, the ecological importance of forests and the role they must play in solving climate change, as well as the heightened environmental concern among investors, buyers and consumers.

Morgan Gillespy, Global Director of Forests at CDP, commented: “The silence is deafening when it comes to the corporate response to deforestation. For too long corporations have ignored the impacts of their supply chains on the world’s forests and have not taken seriously the risks this poses – both to their business and the world.

Environmental concern is at an all-time high, and companies are being demanded to be transparent and take decisive action to protect forests. Consumers increasingly want to know that their shopping basket isn’t driving the destruction of the Amazon, extinction of the orangutans and the climate crisis.

Businesses that want to maintain market share need to listen to the calls from their customers, investors and consumers – or they could face a backlash. Companies are already telling us reputational risk is the top risk they see from deforestation and this is likely to become ever more prominent as sustainable consumption trends continue and the market shifts”.

A total of 306 companies disclosed forests data to CDP in 2018, reporting on their sourcing of timber, palm oil, cattle and/or soy and the actions taken to reduce deforestation in their supply chains.

Analyzing these companies’ responses, the report reveals the level of action is insufficient to solve the problem of deforestation. This is despite damage to brand reputation from links to deforestation being the most frequently cited risk in the report.

Around a quarter (24%) of companies are either taking no or limited action on deforestation, for example by focusing on only one commodity instead of all commodities within their supply chain.

The data also shows over a third of companies are not yet working with their suppliers to reduce deforestation. This is a critical gap as deforestation is almost always a supply chain issue, unless the company is a direct producer.

Companies report a potential US$30.4 billion in losses due to the impacts of deforestation risks, such as brand damage, regulatory change and physical impacts like forest fires and crop failures.

Yet this is only the tip of the iceberg, as only around a quarter of companies reported financial figures for potential losses. The data also shows that nearly a third of companies do not even include forest-related issues in their risk assessments. However, among companies that do, almost all (92%) see substantial risks, suggesting that the business risks and financial impacts associated with deforestation are underreported.

Nearly 450 companies1 and more than 50 governments2 have pledged to end deforestation by 2020, but industry action to date has not been enough to achieve this, with companies recently publicly stating that this deadline will be missed3. Global forest loss continues at a rate of 5 million hectares a year or 15 football pitches every minute4. Turning this trajectory around is essential to address the climate crisis, with the IPCC’s special report on 1.5°C highlighting the need to use forests as carbon sinks.

Yet CDP data shows 83% of corporate targets on deforestation end in 2020 and only 14% extend beyond, posing the risk of corporate action on deforestation falling off a cliff next year.

However, CDP’s report also finds there are some companies leading the way, implementing numerous actions including engaging with their suppliers on the protection of forests. For example, global beauty giant L’Oréal and German consumer goods manufacturer Beiersdorf AG are leading on the sustainable sourcing of palm oil. To encourage its suppliers to manage their forest footprint, L’Oréal has developed its Sustainable Palm Index, to assess suppliers’ commitments and achievements in fighting deforestation.

CDP data shows that for the companies willing to move the needle on forests, there are major opportunities up for grabs. 76 companies reported business opportunities – such as increased brand value and product innovation – valued at US$26.8 billion, more than half of which are rated highly likely or virtually certain.

Morgan Gillespy, Global Director of Forests at CDP, added: “Our data shows companies are not doing enough to end deforestation. Meanwhile the hundreds of high-impact companies that have not disclosed through CDP and therefore not been analyzed in this report could be missing out on lucrative opportunities. They could also be sitting on a black box of risks that their investors, customers and end consumers are not aware of, but are increasingly demanding transparency on”.

CDP is an international non-profit that drives companies and governments to reduce their greenhouse gas emissions, safeguard water resources and protect forests. Voted number one climate research provider by investors and working with institutional investors with assets of US$96 trillion, we leverage investor and buyer power to motivate companies to disclose and manage their environmental impacts. Over 7,000 companies with over 50% of global market capitalization disclosed environmental data through CDP in 2018. This is in addition to the over 750 cities, states and regions who disclosed, making CDP’s platform one of the richest sources of information globally on how companies and governments are driving environmental change. CDP, formerly Carbon Disclosure Project, is a founding member of the We Mean Business Coalition.
Il 70% delle aziende non rende pubblico l’impatto della propria attività sulla deforestazione nel mondo

La maggioranza delle grandi aziende non comunica in modo trasparente l’impatto delle loro attività sulla deforestazione globale, oltre a non adottare misure adeguate a favore della salvaguardia delle foreste. Questo è quanto emerge dal nuovo report pubblicato da CDP, la piattaforma globale di rendicontazione ambientale che ogni anno raccoglie dati ambientali da oltre 7.000 aziende.

I dati rivelano che sono oltre 1.500 le aziende che hanno un impatto significativo sulla deforestazione o che possono incorrere nel rischio di deforestazione ambientale e che nel 2018 sono state invitate da investitori e grandi organizzazioni di acquisto per comunicare informazioni circa l’attenzione alle foreste attraverso la piattaforma di reporting di CDP. Ciò nonostante, il 70% non l’ha fatto, rifiutando di fornire maggiori dettagli sui principali elementi responsabili della deforestazione: legno, olio di palma, allevamenti di bestiame e soia.

Tuttavia, più di 350 aziende hanno rifiutato di rispondere sul triennio 2018-2016, tra cui i principali marchi di consumo come Dominos, Next, Ferrero Spa e Sports Direct insieme alla multinazionale americana attiva nel settore alimentare Mondelez e il suo fornitore di olio di palma Rimbunan Hijau Group, leader nella regione della foresta pluviale del Sarawak, in Malesia.
Infatti, queste aziende utilizzano ampiamente prodotti che figurano tra i principali responsabili della deforestazione. A titolo di esempio si può citare l’acquisto di olio di palma per realizzare i cioccolatini, così come il cuoio per le scarpe, la carta per le scatole della pizza e il legno per i mobili. A ciò si aggiunge che le aree forestali vengono continuamente messe a rischio dall’allevamento intensivo di bestiame, ma anche dall’agricoltura stessa.

Il nuovo rapporto di CDP rivela che la trasparenza aziendale sulla deforestazione (con un tasso di divulgazione del 30% nel 2018) è in netto ritardo rispetto ad altre questioni ambientali come il cambiamento climatico e la sicurezza idrica (entrambe stabili al 43%). L’importanza di preservare le foreste non è fondamentale solo per scongiurare danni di business a livello aziendale, bensì anche come strumento risolutivo per combattere il cambiamento climatico e rassicurare le crescenti preoccupazioni di investitori, acquirenti e consumatori.

Morgan Gillespy, Global Director of Forests at CDP, ha commentato, “Il silenzio è assordante quando si tratta delle misure aziendali nei confronti della deforestazione. Per troppo tempo le aziende hanno ignorato l’impatto delle loro catene di approvvigionamento sulle foreste esistenti, senza prendere sul serio i rischi che ne derivano – sia lato business sia sulla società globale.

Attualmente, la preoccupazione per l’ambiente è ai massimi livelli e le aziende hanno il dovere di essere trasparenti e intraprendere azioni decisive per la salvaguardia delle foreste. Di pari passo, i consumatori si mostrano sempre più sensibili a questo tema e desiderosi di sincerarsi che nel loro carrello non ci siano prodotti responsabili della deforestazione dell’Amazzonia, dell’estinzione degli oranghi e del cambiamento climatico.

Le aziende che mirano a mantenere una quota di mercato devono ascoltare i loro clienti, investitori e consumatori, così da non rischiare di incappare in situazioni sfavorevoli. Le aziende, infatti, suggeriscono che il rischio reputazionale è il rischio maggiore che può derivare da una mancata attenzione nei confronti della deforestazione, un tema destinato ad acquisire sempre più importanza a seconda del cambiamento del mercato e dei consumi in un’ottica sostenibile”.
Nel 2018 un totale di 306 aziende ha collaborato con CDP condividendo i propri rapporti di sostenibilità fornendo dettagli sulla provenienza di legno, olio di palma, bestiame e / o soia, indicando le misure intraprese per combattere la deforestazione all’interno delle loro catene di approvvigionamento.

Analizzando le risposte di queste aziende, il report rivela che le iniziative sono insufficienti per risolvere il problema della deforestazione. Tuttavia, è interessante osservare come il danno reputazionale del brand derivante dalla deforestazione sia indicato come il rischio di gran lunga più frequente.
Circa un quarto (24%) delle società non intraprende affatto o adotta misure circoscritte per combattere la deforestazione, ad esempio concentrandosi su una singola categoria merceologica senza rendere più sostenibile le altre merci che attraversano la propria catena di approvvigionamento.
I dati confermano, inoltre, che oltre un terzo delle aziende non sta lavorando con i propri fornitori al fine di ridurre il proprio impatto ambientale sulle foreste. Ciò è emblematico di un divario critico, in quanto la deforestazione è quasi sempre un problema di filiera, ad eccezione di quei casi in cui la società sia un produttore diretto.

Complessivamente, le aziende riportano perdite potenziali per un valore di 30,4 miliardi di dollari dovute all’impatto dei rischi da deforestazione, tra cui danni reputazionali, cambiamenti normativi e catastrofi naturali come incendi e cattivi raccolti.
Eppure, tutto ciò è solo la punta dell’iceberg, in quanto circa un quarto delle aziende prevede una stima quantitativa delle potenziali perdite. Inoltre, i dati mostrano che quasi un terzo delle aziende non include le problematiche relative alla deforestazione nel processo di valutazione del rischio. Tuttavia, tra le aziende che ne prendono atto, quasi tutte (92%) confermano rischi sostanziali, suggerendo che il rischio aziendale e l’impatto finanziario associati alla deforestazione siano sottostimati.

Sono quasi 450 le aziende e più di 50 i governi che si sono impegnati a porre fine alla deforestazione entro il 2020, ma l’azione del settore fino ad oggi non è stata sufficiente nel raggiungimento di questo obiettivo, con realtà che già hanno dichiarato pubblicamente l’impossibilità di rispettare questa deadline . La deforestazione continua ad un ritmo di 5 milioni di ettari all’anno (equivalenti a 15 campi da calcio ogni minuto ). Invertire questa tendenza è essenziale per affrontare i problemi associati al cambiamento climatico. Ad esempio, il report dell’IPCC sull’1,5°C evidenzia la necessità di utilizzare le foreste come pozzi di assorbimento del carbonio.
Tuttavia, i dati di CDP mostrano che l’83% degli obiettivi aziendali sulla deforestazione hanno come scadenza il 2020 e solo il 14% si estende oltre questa data, facendo ipotizzare che le misure aziendali contro la deforestazione si possano esaurire nel breve termine.

Un altro dato interessante che emerge dal rapporto di CDP è che ci sono alcune aziende all’avanguardia che promuovono diverse iniziative a sostegno delle foreste grazie ad un’intensa collaborazione con i propri fornitori. Ad esempio, il colosso mondiale della bellezza L’Oréal e il produttore tedesco di beni di consumo Beiersdorf AG sono leader nell’approvvigionamento sostenibile dell’olio di palma. Per incoraggiare i propri fornitori a gestire l’impronta forestale, L’Oréal ha sviluppato Sustainable Palm Index con l’obiettivo valutare l’impegno e i risultati ottenuti dai fornitori nella lotta alla deforestazione.
Infine, i dati di CDP mostrano che per le aziende disposte a prestare maggiore attenzione alla salvaguardia delle foreste ci sono maggiori possibilità di crescita. 76 aziende hanno infatti segnalato opportunità di business come l’aumento del valore del marchio e l’innovazione di prodotto – valutate per un totale di 26,8 miliardi di dollari, di cui la metà di questo valore è dato come altamente probabile o, addirittura, certo.

Morgan Gillespy, Global Director of Forests at CDP, ha aggiunto: “I nostri dati rivelano che le aziende non stanno facendo abbastanza per porre fine alla deforestazione. Nel frattempo, sono centinaia le aziende ad alto impatto ambientale che non hanno consentito a CDP l’accesso ai loro dati e, pertanto, non sono state analizzate in questo report, eventualmente perdendo anche enormi opportunità di business. In altre parole, è come starsene comodamente seduti su una bolla pronta a scoppiare senza che i propri investitori, clienti e consumatori finali ne siano a conoscenza, pur richiedendo sempre maggiore trasparenza”.

CDP è un internazionale non-profit che spinge le aziende ed i governi a ridurre le loro emissioni di gas serra, tutelare le risorse idriche e proteggere le foreste. Votato numero uno come fornitore della ricerca climatica dagli investitori e lavorando con investitori istituzionali con le attività di 96 trilioni di dollari, sfruttiamo il potere degli investitori e dei consumatori per motivare le imprese a divulgare e gestire i loro impatti ambientali. Oltre 7,000 imprese con oltre il 50% percento della capitalizzazione del mercato globale nel 2018 hanno comunicato dei dati ambientali attraverso il CDP. Questo si aggiunge alle oltre 750 città, stati e regioni che hanno comunicato, rendendo la piattaforma del CDP una delle fonti più ricche di informazione a livello globale su come le aziende e i governi stanno spingendo cambiamenti ambientali. Il CDP, precedentemente il Progetto Carbon Disclosure, e un membro fondatore della coalizione We Mean Business.

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Raising 2030 SDG ambition. Held on the sidelines of the High-Level Political Forum at the UN Headquarters in New York, the SDG Media Zone engages experts, innovators, content creators, young leader, and personalities to highlight actions and solutions in support of the Sustainable Development Goals. Day 2 was filled with engaging panels covering a broad range of topics including sustainable cities, poverty, plastic, Small Island Developing States, Peace and Justice, and much more. Our special guest, Amina J. Mohammed, the Deputy Secretary-General of the United Nations, discusses the slow progress made in achieving the SDGs and the way forward. Whether you were able to join us or not, you can learn more about today’s panels and watch them here.

Our only Future – Private Sector and Climate Action
According to Luis Alfonso de Alba, UN Secretary-General’s Special Envoy for the 2019 Climate Action Summit, limiting global warming to 1.5 degrees Celsius will require drastic action, including by the private sector. Lise Kingo, CEO of UN Global Compact, stresses how important it is to have concrete examples of good practices. Similarly, Ann Rosenberg from SAP Next-Gen touches upon the need for new ideas and new ways of doing business.

Preview of 2019 Multidimensional Poverty Index
Pedro Conceição, the Head of the Human Development Report Office at the UN Development Programme, presents the Preview of the 2019 Multidimensional Poverty Index and discusses how it can help to achieve the Sustainable Development Goals. Unlike other reports, the index assesses progress on various dimensions of poverty at the country level while also looking at how multidimensional poverty varies within a country, revealing huge inequalities between the poorest and the wealthiest people. This data can help design policies tailored to specific regions and tackle poverty more effectively.

Inclusive Cities, Sustainable Communities
More than half of the world’s population currently lives in cities – by 2030, this number will rise to 60 per cent. To foster inclusive and sustainable cities, Maruxa Cardama, Chair of the 68th UN Civil Society Conference highlights the importance of giving youths a voice and also a role to play. Similarly, Steve Chiu, the Youth Representative of the Buddhist Tzu Chi Foundation, highlights youth empowerment as a way of creating inclusive societies. Glocha Youth Representative Ali Mustafa further explores how to give youths opportunities for meaningful engagement in these inclusive and sustainable systems.

Planet or Plastic
Following a field expedition in India, Heather Koldewey, co-lead of the National Geographic Society’s Plastic Work and Sara Hylton, an award-winning photographer from National Geographic explain that people are unable to make the connection between dumping plastic into rivers and the impact on ocean pollution. Heather Koldewey stresses that while people do see plastic as an issue, it has become so ubiquitous that they can’t see any alternatives.

A Conversation with United Nations Deputy Secretary-General
With regard to the Sustainable Development Goals, United Nations Deputy Secretary-General, Amina J. Mohammed says that while progress is slow, people are engaged, partnerships are being forged and young people are involved. She reminds us that most countries are committed to tackling global warming and that even where national governments are not, subnational governments and citizens continue to take action. Responding to climate change will be paramount as all the Sustainable Development Goals are intertwined and cannot be achieved individually.

Future of Small Island Developing States
What is the priority for Small Island developing states? According to Courtenay Rattray, Ambassador and Permanent Representative of Jamaica to the United Nations, small islands face challenges in all of the Sustainable Development Goals. Low economic growth is leading to youth unemployment as well as brain drain. Congressman Jerry Tardieu adds that in order to create jobs for the youth, small islands need to think outside of the box and create partnerships. Maria-Francesca Spatolisano, Assistant Secretary-General for Policy Coordination and Inter-Agency Affairs, addresses how some of the existing partnerships between these developing states and other countries can help small islands overcome their vulnerabilities.

Investing in family-friendly policies: Why it’s a price we can afford
The chief of Early Childhood Development at UNICEF, Dr. Pia Rebello Britto, discusses the numerous benefits of investing in family-friendly policies and moving from maternal to parental needs. Laura Turquet, Manager of the World’s Women Progress Report from UN Women notes that while families can be a place for girls to strive; it can also be a place of sexism and discrimination. By investing in family-friendly policies, governments have the potential to reduce gender inequalities and drive progress on the SDGs.

Peace and Justice: Launch of SDG 16+ Report
Charles Chauvel from the United Nations Development Programme (UNDP) reveals that the most important finding from the SDG 16+ Report is that the implementation of SDG 16 can only be achieved through a collective effort with the private and public sector, academia, civil society, and more. Similarly, Ana Carolina, 16×16 Youth Advocate, stresses the importance of putting youths at the centre of discussions on peace to gain a different understanding of the challenges and issues that people may face. The Counsellor of the Permanent Mission of Sierra Leone to the United Nations, Alan George, highlights how justice needs to be modernized to be more engaging and consistent.

Angry Birds for UN Act Now Climate Campaign
Tolu Olubunmi from the UN Department of Global Communications unveils the partnership between the UN ActNow Climate Campaign and the Movie Angry Birds 2. Present on stage, Red the Angry Bird joins forces with one his archenemies, a green pig to stress the importance of collective action and behavioural change in the fight against climate change.

SDG Book Club
Singer, songwriter, and storyteller Ari Afsar engages with young children through a fun and interactive story-telling session. Along with other books handpicked by the SDG Bookclub, ‘Thank You Omu’ gives children a fresh perspective on the Sustainable Development Goals.

www.un.org/sustainabledevelopment/

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