Economia circolare e imprese italiane: al convegno “Circular – L’economia che fa Sistema” organizzato dall’Associazione IMQ si è approfondita la relazione tra imprese ed economia circolare, nell’ambito del sistema industriale, con focus sul tema della misura e competitività.
Il Presidente dell’Associazione IMQ, Matteo Marini, e Maria Antonietta Portaluri, Vicepresidente con delega alla Sostenibilità, hanno aperto i lavori e dato il via agli interventi dei relatori: Tim Jackson, Economista e Direttore del CUSP (Centre for the Understanding of Sustainable Prosperity), Andrea Bianchi, Direttore Area Politiche Industriali di Confindustria e Paola Brambilla, Delegato WWF Italia per la Lombardia.
“Il tema dell’economia circolare tocca tutti, dalle industrie ai cittadini, per questo deve essere centrale nella prospettiva economica e politica di Italia e Europa” sottolinea Matteo Marini, Presidente dell’Associazione IMQ. “IMQ, in questo quadro, si pone come trampolino per dare lo slancio a questo processo: la nostra mission è infatti quella di tutelare sia aziende, sia consumatori, e in generale di diffondere una cultura di sicurezza, qualità e sostenibilità. IMQ riunisce in un’unica entità i diversi attori coinvolti: dalle imprese alle istituzioni, agli enti di normazione tecnica, alla cultura e all’università, fino all’utente finale; può dunque rappresentare la sintesi di un processo, di un sistema virtuoso, in cui, ad oggi, manca la fase di chiusura del cerchio, ovvero la certificazione, che permette di rendere trasparenti tutti i passaggi precedenti”.
“La nuova visione di un’economia circolare e sostenibile richiede un ruolo di rinnovata responsabilità per tutti i livelli della filiera, nella produzione e progettazione di beni e strumenti sostenibili, ai fini di un loro riutilizzo e riciclo, sia per un nuovo consumo responsabile. Occorre implementare e gestire nuovi modelli di produzione e consumo responsabile, ritrovando anche nell’innovazione una leva di crescita e sostenibilità. Un ruolo fondamentale nell’incentivare l’economia circolare è sicuramente rivestito dalle istituzioni: il 14% del PIL è infatti rappresentato dagli appalti, e in questo senso la domanda pubblica è una leva straordinaria per implementare politiche ambientali e sostenibili” ha affermato Maria Antonietta Portaluri, Vicepresidente dell’Associazione IMQ con delega alla Sostenibilità. “La direzione in cui bisogna muoversi è evidentemente quella di un cambio di paradigma nel modello: occorre spingere e caratterizzare la domanda verso produzione e consumo sostenibili; occorre favorire anche in termini applicativi una valutazione dell’offerta più economicamente vantaggiosa intesa non come semplice prezzo, ma come costo complessivo. La Total Expenditure riguarda infatti tutto il ciclo di vita, dai costi di manutenzione alla performance energetica, attraverso prestazioni misurabili e certificabili che portino un vantaggio non solo ambientale ma anche economico. Richiamato sullo sfondo il parametro base sia già implementato con i Criteri Ambientali Minimi, dobbiamo continuare a lavorare nella direzione dell’innovazione e del partenariato perché l’aspetto ambientale abbia uno spazio sempre più significativo nelle scelte governative, amministrative e imprenditoriali”.
“Un elemento chiave del discorso sull’economia circolare è la differenza tra prosperità e crescita: è necessario cambiare l’architettura della nostra economia ripensandola a partire dalle sue stesse fondamenta” sottolinea Tim Jackson, economista e Direttore del CUSP. “Il sistema odierno si basa su una privatizzazione dei guadagni e una socializzazione dei costi, che vengono pagati dall’ambiente, con una conseguente perdita del nostro ecosistema del futuro. La mia tesi è che già oggi abbiamo gli strumenti e le possibilità per costruire le fondamenta dell’economia del domani, un’economia che funzioni per tutti. Per prima cosa bisogna riformulare la nozione di impresa in termini di servizio, spostando l’attenzione dalla quantità all’efficienza e dunque alla qualità; in questo modo ogni elemento della società dev’essere ricalibrato secondo un nuovo vocabolario economico, in cui il lavoro diventi coinvolgimento sociale piuttosto che produttività, gli investimenti diventino commitment sul futuro invece che speculazione finanziaria. Dobbiamo chiederci cosa vuol dire prosperità in un mondo limitato: per me la risposta è che vuol dire fiorire come essere umani”.
“Per l’industria l’aspetto ambientale è ormai imprescindibile, ma dev’essere visto come un’opportunità piuttosto che un vincolo” ha dichiarato Andrea Bianchi, Direttore Area Politiche Industriali di Confindustria. “L’Italia ha un comportamento virtuoso e performance superiori alla media europea in ambito di economia circolare, grazie alla sua storia manifatturiera di utilizzo intelligente delle materie prime, ma le sfide sono ancora significative, in particolare riguardo all’emergenza rifiuti. Come sistema confindustriale chiediamo un piano nazionale su tre punti principali: un abbattimento delle barriere normative con un nuovo assetto statale; un adeguamento impiantistico in ottica di circolarità; un utilizzo della domanda pubblica funzionale allo sviluppo di un mercato privato attraverso il riconoscimento dei prodotti, ad esempio tramite la certificazione, che porti ad un sistema di classificazione standard”.
“Il benessere e la salute sono una sfida globale e la risposta alla complessità dei problemi ad essi connessi dev’essere culturale, attraverso l’introduzione di standard a tutti i livelli, dall’istituzione all’impresa, fino al consumatore finale, che deve essere aiutato e supportato nelle scelte: la sfida della sostenibilità, infatti, si gioca soprattutto sulla domanda, attraverso i 9 miliardi di persone che orientano l’offerta con le loro scelte” ha concluso Paola Brambilla, Delegato WWF Italia per la Lombardia. “Le Nazioni Unite hanno stilato un insieme di 17 Sustainable Development Goals, che le imprese devono saper utilizzare come opportunità per fare business: il settore privato deve muoversi di concerto con i governi al fine di adottare standard comuni e processi trasparenti. L’adozione di standard volontari ambientali credibili, ovvero di processi certificati, porta a benefici sistemici e diretti non solo per l’ambiente, ma anche per l’impresa stessa. La direzione è quella di un’economia sostenibile in cui i servizi ecosistemici diventino una componente del costo e i limiti di risorse finite non siano un ostacolo ma un valore per il rispetto dei diritti umani di tutti. Il ruolo delle ONG nella diffusione della cultura della circolarità, nella validazione da parte di soggetti terzi del sistema, da credibilità all’insieme e aiuta il consumatore a comprenderne il valore”.
Lo stato dell’arte e gli obiettivi
Tra i grandi Paesi europei, l’Italia è quello con la quota maggiore di recupero di materia prima nel sistema produttivo, con una quota pari al 18,5%. L’Italia infatti, con 256,3 tonnellate per milione di euro prodotto, è il più efficiente tra i grandi Paesi europei nel consumo di materia dopo la Gran Bretagna (che impiega 223,4 tonnellate di materia per milione di euro).
In dieci anni è riuscita a dimezzare il proprio consumo di materie prime, facendo molto meglio rispetto alla Germania che, oggi, impiega 423,6 tonnellate di materia per milione di euro. L’Italia è anche seconda per riciclo industriale, con 48,5 milioni di tonnellate di rifiuti non pericolosi avviati a recupero (dopo la Germania con 59,2 milioni di tonnellate ma prima di Francia, 29,9 t.; Regno Unito, 29,9 t. e Spagna, 27 t.). Un recupero che fa risparmiare energia primaria per oltre 17 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio all’anno, ed emissioni per circa 60 milioni di tonnellate di CO2 .
All’economia circolare è dedicato il pacchetto di provvedimenti approvato lo scorso 20 aprile dal Parlamento europeo. Secondo gli obiettivi del piano, la quota di rifiuti urbani da riciclare dovrà passare dall’attuale 44% al 55% nel 2025, fino al 65% nel 2035. Entro il 2035 non più del 10% dei rifiuti potrà essere smaltito nelle discariche (in Italia è al 28% per il 2016).
A che punto sono le aziende
In questi anni le imprese hanno investito soprattutto nelle attività di marketing e commerciali (61%) e nelle attività di ricerca e sviluppo e rinnovo dei propri prodotti (48%). Il 52% dichiara che l’occupazione è aumentata grazie all’adozione di pratiche di economia circolare, l’assunzione di nuove figure professionali tecniche e l’aggiornamento delle risorse interne.
L’economia circolare offre alle imprese ampi spazi di innovazione e competizione attraverso una gestione più efficiente delle risorse e l’adozione delle nuove tecnologie riconducibili nell’ambito dell’industria 4.0.
Il ruolo della certificazione
In tale contesto la certificazione si attesta come necessaria, quale opportunità e strumento di verifica della misura di circolarità sia sui processi industriali, sia sui prodotti. E necessari sono standard oggettivi misurabili, in funzione di sicurezza e sostenibilità (quali le certificazioni di processi e di prodotti).
Il Gruppo IMQ è presente e lo sarà ancora di più nell’affiancare l’industria nella certificazione della circolarità, perché un valore è tale se viene correttamente percepito, misurato e certificato.
Numerosi sono le soluzioni già offerte da IMQ nel suo ruolo di principale organismo italiano nella valutazione della conformità. Tra gli altri, l’LCA (Life Cycle Assessment), la Carbon e la Water Footprint, il supporto nell’applicazione della direttiva EcoDesign, ma anche strumenti come l’impronta ambientale dei prodotti (PEF) e delle organizzazioni (OEF).
IMQ effettua test di invecchiamento accelerato e revamping, prove di biodegradabilità dei materiali e accreditamento per la raccolta RAEE.
Alcune certificazioni, infine, garantiscono il rispetto di parametri ambientali: la certificazione FSC ® identifica i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici; PEFCTM certifica invece che le foreste, i prodotti in legno, la carta, i derivati dalla cellulosa e i prodotti forestali non legnosi rispettino specifici parametri, criteri e indicatori relativi ad aspetti ambientali e sociali.
Gruppo IMQ
Rappresenta la più importante realtà italiana nel settore della valutazione della conformità (certificazione, prove, verifiche, ispezioni). Forte della sinergia tra le società che lo compongono, dell’autorevolezza acquisita in oltre 65 anni di esperienza e della completezza dei servizi offerti, il Gruppo IMQ si pone infatti come punto di riferimento e partner delle aziende che hanno come obiettivo la sicurezza, la qualità e la sostenibilità ambientale.
Assorbire inquinanti aria per Fabbricare Benessere: Guna respira con theBreath. Test scientifici evidenziano i vantaggi concreti di theBreath®, rivoluzionario materiale tessile in grado di assorbire le particelle inquinanti dell’aria indoor e outdoor.
Il primo caso di applicazione strutturata negli ambienti di un’azienda all’avanguardia in materia di welfare e wellness dei propri dipendenti.
L’inquinamento è ovunque
Non solo all’aperto, in tangenziale o nei dintorni dei distretti industriali dove gas di scarico delle vetture e ciminiere fumanti fanno cappa e rendono grigia l’atmosfera. È provato: negli uffici, all’interno delle mura domestiche, negli esercizi commerciali, nelle scuole e in generale in pressoché tutti gli ambienti indoor l’aria è inquinata tanto quanto lo è là fuori.
Se non addirittura di più.
La questione non va sottovalutata soprattutto se teniamo presente che è proprio negli spazi chiusi che la maggior parte di noi trascorre il 90% del proprio tempo.
L’inquinamento indoor è spesso determinato da abitudini errate, come ad esempio il non areare a sufficienza una stanza, ma anche dalla presenza di mobilia o di apparecchiature (un’aspirapolvere, un fax, una fotocopiatrice…) che contengono e sprigionano sostanze nocive.
Che fare? Comportamenti virtuosi supportati da nuove tecnologie possono sicuramente contribuire a migliorare la situazione nella quotidianità. Ecco un esempio.
Un’azienda lungimirante, già pioniera sul mercato italiano dell’omeopatia cercando di diffondere non solo soluzioni terapeutiche innovative ma anche una cultura tesa a far (ri)trovare agli individui una propria armonia psico-fisica, ha deciso di adottare, all’interno del suo building (dal forte impatto visivo e concepito secondo i più moderni canoni edilizi), una rivoluzionaria soluzione tecnologica che contribuisce a purificare l’atmosfera.
L’obiettivo è quello di garantire ambienti di lavoro sempre più sani, a dimostrazione che il business può davvero abbracciare valori di carattere etico e sociale.
Wellness ambientale = Wellness aziendale
Guna spa, azienda farmaceutica italiana che dal 1983 sviluppa proposte terapeutiche d’avanguardia e leader nazionale nella medicina dei bassi dosaggi, ha installato negli ambienti della propria sede di Milano 30 pannelli (per una dimensione complessiva di 16 m2) realizzati con theBreath®, un’innovativa fibra in grado di assorbire aria inquinata per poi rimetterla immediatamente in circolo pulita e purificata.
Prodotto da Anemotech, realtà tutta italiana che progetta soluzioni finalizzate a migliorare la qualità dell’ambiente in cui viviamo, theBreath® è un tessuto che racchiude in sé una tecnologia all’avanguardia, applicabile in ambienti sia outdoor sia indoor.
La sua trama è infatti formata da due strati esterni in materiale stampabile e traspirante (consentono dunque il passaggio in entrata e in uscita dell’aria) e da un’anima intermedia, in fibra carbonica, capace di ‘catturare’ e disgregare le sostanze volatili nocive.
Realizzati e personalizzati ad hoc e raffiguranti le immagini scelte dai dipendenti Guna, i pannelli sono stati appesi alle pareti in alcuni punti nevralgici degli spazi lavorativi. L’effetto estetico, le dimensioni e gli ingombri sono quelli di un qualsiasi altro quadro.
“Ma il nostro intento, ovviamente, non era solo d’arredo. Guna produce medicinali omeopatici e dunque, per natura, ha a cuore il benessere delle persone. In primis quello dei nostri dipendenti e dei nostri collaboratori.
L’idea di offrire loro la possibilità di lavorare, e quindi di vivere buona parte della giornata, in un ambiente sempre più sano e purificato ci ha subito conquistati.” dichiara Alessandro Pizzoccaro, fondatore e Presidente di GUNA Spa.
Parlano i dati
“Tutti noi, quando entriamo in un ambiente indoor che ci è familiare, come ad esempio la nostra abitazione o il nostro ufficio, siamo portati inconsciamente a proiettarci in una situazione di tranquillità che tende a farci sottovalutare alcuni aspetti deficitari di quello stesso ambiente che potrebbero, anzi dovrebbero, essere migliorati. La qualità dell’aria che normalmente respiriamo in un luogo chiuso è sicuramente peggiore di quanto siamo portati a credere. Questo studio lo ribadisce: è errato pensare che l’inquinamento resti fuori dalla porta. Sconfiggerlo è difficile, ma combatterlo e arginarlo è possibile. E theBreath® in questa sfida può essere un valido alleato.” sottolinea Gianmarco Cammi, Direttore Operativo di Anemotech e co-inventore della tecnologia theBreath®.
A sei mesi dall’installazione dei pannelli nella sede di Guna, uno studio scientifico ha analizzato i quantitativi di sostanze assorbite. Lo studio è stato condotto dai tecnici di VeronaLab, laboratorio esterno di analisi chimiche ambientali/medicali.
Per effettuare le analisi sui quantitativi di inquinanti assorbiti sono state prese campionature dai pannelli posizionati in 4 specifiche aree:
– un ufficio operativo
– un magazzino
– la sala server
– un locale badge
Una basilare premessa iniziale: nella quotidianità, non esistono spazi indoor completamente asettici, dove l’aria è pura al 100%.
Tutti gli ambienti chiusi, ad eccezione ad esempio delle sale operatorie o dei laboratori scientifici, presentano, chi più chi meno, sostanze inquinanti. Ciò che conta è non superare determinati livelli di guardia.
In Italia oggi la normativa di riferimento è il D. Lgs. n. 152 del 2/4/2006 (Testo Unico Ambiente) che evidenzia i Limiti Massimi Giornalieri di inquinanti ammessi per ogni singola postazione di lavoro.
Pur partendo da una situazione sempre ben al di sotto da tali parametri, in circa 180 giorni i pannelli campione installati negli ambienti Guna hanno filtrato e disgregato complessivamente talune sostanze inquinanti tipiche di qualsiasi ambiente lavorativo esposto su una strada a grande scorrimento.
Queste le più significative:
– 768.000 microgrammi di Ossido di Azoto
– 2.129.600 microgrammi di Ossido di Zolfo
– 22.400 microgrammi di Benzene
– 1.075.200 microgrammi di Toluene
Ebbene, incrociando tali dati con le dimensioni dei pannelli installati e i volumi degli spazi lavorativi, lo studio ha anche evidenziato, attraverso specifiche proiezioni, come i pannelli theBreath® abbiano garantito (e possano continuare a garantire) a Guna una riduzione percentuale dei singoli inquinanti rispetto ai Limiti previsti dal Decreto Legislativo.
Tutto questo, va da sé, comporta straordinari benefici aggiuntivi in termini di qualità dell’aria respirata da dipendenti, collaboratori e ospiti. È un nuovo passo avanti nel cammino di un’azienda che ha nel proprio DNA valori che confluiscono nel Benessere Collettivo e che, fin dalla sua nascita, mette in atto al proprio interno azioni coerenti con le promesse che comunica all’esterno.
“Molti di noi medici esperti in Omotossicologia e in Immunoterapia ha armi estremamente utili per lavorare sul sistema uomo per ripristinare l’equilibrio omeostatico: lavoriamo sulla matrice connettivale, sugli organi emuntori, sul sistema immunitario e su quegli organi, tessuti e cellule che più soffrono dell’esposizione a tossici inquinanti. Farmaci low-dose che aiutano l’organismo ad eliminare tossine e a cambiare il terreno del sistema uomo.” conclude la dottoressa Tiziana Semplici, Medico Chirurgo Specialista in Gastroenterologia.
Anemotech srl è una realtà tutta italiana che studia, progetta e sviluppa tecnologie capaci di migliorare la qualità dell’ambiente che ci circonda.
La mission: aiutare le persone a vivere in un habitat più sano, sicuro e sostenibile. Nata a Milano nel 2014 e parte integrante del gruppo Ecoprogram, Anemotech ha messo a punto theBreath®, un rivoluzionario materiale tessile, utilizzabile sia outdoor sia indoor, in grado di assorbire e disgregare le sostanze inquinanti dell’aria.
GUNA Spa è l’azienda farmaceutica italiana che dal 1983 sviluppa proposte terapeutiche d’avanguardia ed è leader nella medica low-dose. Ha sede a Milano in via Palmanova accanto al suggestivo stabilimento, uno dei più moderni al mondo nel suo settore.
WWF per COP 24 in Polonia: dal 2 al 4 dicembre i negoziatori di tutti i governi saranno a Katowice, in Polonia, per partecipare alla ventiquattresima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, che si svolge subito dopo la pubblicazione di numerosi e autorevoli report che descrivono gli impatti catastrofici del cambiamento climatico che già oggi osserviamo, e che saranno sempre maggiori senza un intervento urgente e un potenziamento delle azioni per il clima.
“Le trattative devono soddisfare le aspettative e le speranze di un mondo che non vuole essere sconvolto dal caos climatico”
Il divario tra gli impegni messi in atto globalmente oggi sul clima nella riduzione delle emissioni di gas serra e quello di cui abbiamo ancora bisogno viene mostrato nell’Emissions Gap Report dell’UNEP del 2018, nel rapporto di previsione sullo stato del clima 2018 dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale e nel report speciale IPCC sulla possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C.
“Alla COP24 di Katowice contiamo di fare grandi progressi”, afferma il leader Clima ed Energia del WWF Internazionale, Manuel Pulgar-Vidal che aggiunge: “L’Accordo sul clima di Parigi è la roadmap da seguire per l’azione climatica. I risultati di questa Conferenza fra i negoziatori delle Nazioni Unite sul clima, getteranno le basi per un progresso multilaterale e continuativo nella lotta contro il cambiamento climatico con il ritmo e la velocità necessari per essere all’altezza di ciò che afferma la scienza. La portata della sfida – e l’opportunità – che questo meeting rappresenta, dovrebbero aiutare a essere efficaci e focalizzati”.
Il WWF crede che per garantire il costante impulso all’azione climatica siano necessari una serie di passi, che chiameremo il “Pacchetto Katowice”.
Questo comprende:
– Il potenziamento urgente dell’azione climatica, sia prima che dopo il 2020, accompagnato da finanziamenti e altri sostegni per i paesi in via di sviluppo;
– Completamento e adozione di un corpus completo di “regole di Parigi” che rafforzi la trasparenza delle azioni di tutti i paesi per affrontare il cambiamento climatico e porti a una maggiore responsabilità e, quindi, a una maggiore ambizione negli impegni dei piani climatici di ciascuno;
– Un rinnovato riconoscimento, attingendo al rapporto speciale dell’IPCC, che l’effetto cumulativo degli attuali NDC (i Nationally Determined Contribution, cioe’ gli impegni di riduzione assunti da ciascun Paese) non è sufficiente per attuare pienamente l’accordo di Parigi e un’indicazione di ciò che è necessario, compresa una migliore integrazione delle misure basate sulla natura (sia per l’adattamento che per la mitigazione);
– L’impegno delle parti ad aggiornare e ripresentare i piani nazionali sul clima (NDC) migliorati entro il 2020, in modo da mettere il mondo sulla strada di un futuro non minacciato da cambiamenti climatici distruttivi.
“Dobbiamo fare in modo che queste negoziazioni non deludano le aspettative – ha dichiarato Mariagrazia Midulla, Responsabile Clima ed Energia del WWF Italia che sarà presente a Katowice -. La COP24 deve consolidare la spinta che si è generata nel 2018 e porre le fondamenta per il successo del vertice del Segretario Generale delle Nazioni Unite nel 2019, per rafforzare gli impegni sul clima e le azioni di cui il mondo come lo conosciamo ha bisogno per la sua sopravvivenza. Senza un’ambiziosa e drastica azione sul clima sarà impossibile mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C ”.
Da domenica 2 dicembre, in occasione dell’inizio della COP24 a Katowice, il WWF Italia lancerà su Twitter la campagna #GreenIsTheNewBlack ‘Lasciamo sotto terra le cattive energie’.
“È ora di cambiare passo nella lotta al cambiamento climatico e per prima cosa si devono lasciare i combustibili fossili sotto terra e puntare su energie da fonti rinnovabili, efficienza e risparmio energetico. Proprio in questi giorni il Governo italiano ha la possibilità di farlo, con il Piano Energia Clima: ci auguriamo si rimanga coerenti con la portata della sfida, attuando la fine al carbone entro il 2025 e portando le rinnovabili e l’efficienza almeno all’altezza degli obiettivi europei”, conclude Midulla.
Combating Climate Change can produce economic gain. Countries that take ambitious action against climate change can benefit macroeconomically—if they prioritize the most economically efficient measures for mitigating emissions.
The Economic Case for Combating Climate Change, a report released by The Boston Consulting Group (BCG) and the BCG Henderson Institute, shows that most countries can achieve 75% to 90% of their individual 2050 2°C Paris Agreement targets using proven and generally accepted technologies. If they prioritize the most efficient emissions reduction measures, mitigation activities actually accelerate, rather than slow, GDP growth for many of them—even if countries move unilaterally.
“Consensus thinking holds that the world will have a hard time reaching the headline goal of the Paris Agreement,” says Philipp Gerbert, a BCG senior partner and report coauthor. “While that may be true, substantial progress is within most countries’ reach. If managed appropriately, even unilateral emission reduction efforts do not need to trigger first-mover disadvantages.”
BCG examined climate change mitigation strategies in seven countries that collectively account for close to 60% of current global greenhouse gas (GHG) emissions: the US, China, India, Brazil, Russia, Germany, and South Africa. The work is modeled on previous BCG research commissioned by the German Industry Association, Climate Paths for Germany, one of the most comprehensive studies of national emissions reduction potentials to date. In an unprecedented position paper, German industry united behind the core findings of the study and called for more systematic and economically guided climate action by the German government.
Under current policies, all of the seven countries studied will fail to meet their individual 2°C Paris targets. BCG estimates that for all countries globally to move to a 2°C path would require total investment of up to $75 trillion until 2050. But almost half of this is accrued in the “last mile” between what can be done under current technologies and the full 2°C target, and much of it creates payback through efficiency gains or savings in fossil fuels. For many countries, a significant share of investments before this “last mile” can thus create macroeconomic gain.
The report corrects several common misconceptions:
– We hardly require new technologies—more R&D remains critical, but current technologies can go a long way.
– Po wer systems with high shares of wind and solar do not need to produce much excess power—flexibility to balance power is cheaper than storage.
– The orld will not go all-electric—liquid and gaseous fuel use will need to decline, but they remain an important pillar.
– We are not (yet) moving to a hydrogen economy—broader hydrogen application still requires a breakthrough in cost digression.
– Global emissions trading is no one-stop solution—while it would help, among many countries there is no economic case for trading.
– Many subsidies for heating buildings with biomass or converting it into fuels are misguided—where biomass is scarce, it should go to industry.
– Policymakers have a clear case for more decisive unilateral action to reduce national emissions. To motivate this, they need to help companies and individuals overcome the investment hurdles, as many measures accrue benefits in other parts of the economy but are uneconomic for decision makers. To avoid escalating costs, they need to stick to economic optimization as a guiding principle. Finally, they need to ensure critical infrastructure like power grids and e-mobility charging and take steps to prevent “carbon leakage” if they move unilaterally.
Many companies have started to focus on a low-emission world, and industry will contribute more going forward. In power generation, for example, companies are driving down the costs of renewables, with China a hot spot for solar and Germany a leader in wind. In transportation, a particularly important factor in the US, R&D investments in e-cars and batteries have surged. Investments in energy efficiency, a key lever in less developed economies, continue to be strong. Newer ways to isolate buildings and provide low-emission heating and cooling are being developed all over the world.
“Companies need to make the global action against climate change a key element of their long-term strategy,” said Jens Burchardt, a BCG principal and report coauthor. “They should also enter into active dialogue with their respective governments to encourage systemically optimized action. The transition will likely be faster than expected. Early movers stand to benefit; others will miss opportunities or risk stranded assets.”
The BCG Henderson Institute is The Boston Consulting Group’s strategy think tank, dedicated to exploring and developing valuable new insights from business, technology, and science by embracing the powerful technology of ideas.
The Institute engages leaders in provocative discussion and experimentation to expand the boundaries of business theory and practice and to translate innovative ideas from within and beyond business.
Boston Consulting Group (BCG) is a global management consulting firm and the world’s leading advisor on business strategy. We partner with clients from the private, public, and not-for-profit sectors in all regions to identify their highest-value opportunities, address their most critical challenges, and transform their enterprises. Our customized approach combines deep insight into the dynamics of companies and markets with close collaboration at all levels of the client organization. This ensures that our clients achieve sustainable competitive advantage, build more capable organizations, and secure lasting results.
Founded in 1963, BCG is a private company with offices in more than 90 cities in 50 countries.
www.bcg.com/bcg-henderson-institute/thought-leadership-ideas.aspx
Bioagricoltura biomasse biogas. Manca una legge coerente per agevolare lo sviluppo ecosostenbile ed economicamente produttivo del settore. Piero Gattoni, Presidente CIB – Consorzio Italiano Biogas, è intervenuto a Bruxelles ad un meeting moderato dall’europarlamentare e rapporteur della RED2 Sean Kelly e organizzato della Green Energy Platform, aggregazione europea di produttori di biocarburanti coordinata da Farm Europe, think tank impegnato nell’elaborazione di strategie energetiche che si sviluppano a partire dalle economie rurali.
Il presidente Piero Gattoni ha dichiarato: “Il biometano potrà rivelarsi una bioenergia rinnovabile fondamentale per l’evoluzione sostenibile del sistema energetico italiano ed europeo e per sostenere il processo di greening dei trasporti, a patto che il mercato possa raggiungere livelli produttivi congrui.
L’agricoltura può giocare un ruolo da protagonista in questo sforzo e, nel farlo, può azzerare le proprie emissioni nette di gas climalteranti, grazie al modello Biogasfattobene® che ruota attorno alla pratica del doppio raccolto già adottata con successo da molte aziende agricole e allevamenti italiani associati a CIB. I nostri imprenditori agricoli hanno dimostrato nell’ultimo decennio che si può produrre più biomassa dallo stesso campo senza che l’alimento del biodigestore (fuel) vada a sottrarre spazio alla produzione di cibo e foraggi (food/feed).
Anzi le aziende agricole del biogas italiano sono di norma più competitive nella produzione di food a ragione di un miglior uso del suolo, della riduzione dell’uso dei fertilizzanti chimici, del riutilizzo degli scarti e grazie ad una rinnovata fertilità organica del suolo sviluppata secondo i principi dell’agroecologia.
Per questo ritengo necessario procedere a una revisione dei contenuti della Red2 – in particolare l’Allegato IX Parte A –, dove si dichiara che le colture aggiuntive ad alto contenuto di amido non sono ammesse per la produzione di biometano avanzato. La nostra posizione è semplice: se la coltura è “aggiuntiva” rispetto a quella normalmente programmata per la produzione di cibo e foraggi, che senso ha limitarne la tipologia? Ciò che conta è l’efficacia fotosintetica e la capacità di aumentare la fertilità organica del suolo.
CIB ritiene che questo passaggio conduca a una forte limitazione della futura produzione di biometano agricolo e a un depotenziamento del contributo complessivo che l’agricoltura potrebbe portare alla lotta contro il cambiamento climatico non solo tramite la produzione di un gas rinnovabile ma con una ritrovata funzione dei suoli agricoli come serbatoi di carbonio. Chiediamo quindi di valorizzare la produzione aggiuntiva di biomassa per ettaro e per anno in quanto tale, a prescindere dalla sua tipologia”.
Lo studio ECOFYS riconosce che la cover crop/sequential cropping genera biometano avanzato a basso rischio ILUC, perché si registra una produzione addizionale di carbonio organico e questa avviene mantenendo o migliorando la qualità del suolo, con basso impatto sul consumo d´acqua, senza impatti negativi sulla biodiversità dell’azienda agricola e contribuendo positivamente alla decarbonizzazione delle emissioni dei trasporti.
In relazione alla mitigazione delle emissioni, con la produzione della seconda coltura, in aggiunta alla principale, si dispone di sostanza organica che altrimenti non sarebbe prodotta e che, invece, in parte è convertita in biogas e in parte torna nel terreno sotto forma di digestato con conseguente ed effettivo incremento del carbonio stoccato nel suolo.
Questo rappresenta un valore aggiunto del biogas/biometano da cover crop di grandissimo peso ambientale ai fini del contenimento delle emissioni di CO2.
Prezzo sostenibilità + 10%. Agli italiani piace il prodotto sostenibile purché non costi oltre il 10% in più. Secondo l’ultimo Osservatorio mensile Findomestic uno su quattro non può permettersi spese aggiuntive per articoli ‘verdi’ e ‘etici’.
Sì ai prodotti sostenibili nel carrello della spesa, purché non costino oltre il 10% in più: la pensano così quasi sette italiani su dieci secondo il nuovo Osservatorio mensile realizzato da Findomestic in collaborazione con Doxa. Soltanto l’1% degli intervistati, inoltre, è disposto a spendere oltre il 20% in più. “Sebbene il tema della sostenibilità sia sempre più al centro dell’attenzione dei consumatori – commenta Claudio Bardazzi, responsabile dell’Osservatorio Findomestic – il prezzo rimane il principale driver di spesa per il 64% degli intervistati e ben un cittadino su quattro dichiara di non potersi permettere spese aggiuntive per prodotti ‘verdi’ ed etici”.
PRIMA DI TUTTO ALIMENTI SOSTENIBILI. Chi si dichiara interessato al tema della sostenibilità è disposto a pagare di più soprattutto per beni alimentari (29%), interventi di riqualificazione dell’abitazione (13%), elettrodomestici e automobili (9%).
UNO SU QUATTRO RESTA SCETTICO. Il 51% degli intervistati da Findomestic associa la sostenibilità a un impegno concreto delle aziende per ridurre il loro impatto sull’ambiente, un altro quarto (25%) pensa che la sostenibilità sia a tutti gli effetti uno stile di vita sempre più diffuso. Il 24% degli intervistati rimane invece scettico: per il 9% la sostenibilità è un ideale portato avanti dagli ambientalisti, per il 9% si tratta di uno slogan utilizzato dalle aziende per vendere di più, per il 4% si configura come un costo per le imprese e per un altro 3% è una moda passeggera.
RACCOLTA DIFFERENZIATA E RIDUZIONE DEI CONSUMI. Secondo l’Osservatorio Findomestic il 43% degli italiani adotta comportamenti sostenibili per contribuire alla tutela dell’ambiente, mentre il 37% lo fa perché ha a cuore il benessere delle generazioni future. La sostenibilità è fatta anche di piccoli gesti alla portata di tutti: il 58% degli intervistati dichiara di prestare attenzione alla raccolta differenziata, il 42% di ridurre al minimo i consumi, il 23% di limitare riscaldamento e condizionamento ove possibile e un altro 22% cerca di ricorrere alla riparazione degli oggetti piuttosto che alla loro sostituzione. Il 17% degli intervistati preferisce gli «spostamenti sostenibili», scegliendo di muoversi a piedi o in bicicletta o con i mezzi pubblici (10%), oppure utilizzando servizi di car, moto e bike sharing (4%).
AZIENDE SOSTENIBILI SE NON INQUINANTI. Le aziende sostenibili sono, secondo il campione intervistato da Findomestic, quelle che si sforzano di ridurre le emissioni e l’impatto ambientale (62% con punte del 66% tra le donne). Ci sono altri fattori che secondo gli italiani caratterizzano un’azienda sostenibile: l’adozione di un codice etico di comportamento (28%), dare priorità a ricerca, sviluppo e innovazione (26%), tutelare le condizioni lavorative dei propri dipendenti (25%), mantenere la produzione sul suolo nazionale (23%). Meno prioritari appaiono il miglioramento della qualità dei prodotti/servizi a beneficio dei consumatori (16%), lo sviluppo del territorio in cui opera (15%), la generazione di occupazione (13%), informazioni chiare e trasparenti sui prodotti (12%) e sull’operato finanziario (10%).
Un mare di plastica. Dalle isole di rifiuti alla minaccia invisibile delle microplastiche. Silvio Greco, Slow Fish: “L’Italia si doti presto di una legge per l’abolizione del monouso”.
Non preoccupiamoci per i mari.
Esistevano da prima di noi e continueranno a farlo anche senza di noi.
Quello di cui dovremmo davvero preoccuparci, semmai, è se come esseri umani saremo ancora in grado di trarre dalle acque tutto quello che attualmente ci danno: più della metà dell’ossigeno che respiriamo e buona parte del cibo che portiamo in tavola, innanzitutto.
A Terra Madre Salone del Gusto, nell’area #foodforchange dedicata a Slow Fish, si è parlato di mari e di plastiche con il fondatore di Slow Food Carlo Petrini, la direttrice della Sezione di Ricerca Oceanografica dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale di Trieste, Paola Del Negro, e Silvio Greco, presidente del comitato scientifico di Slow Fish e autore insieme a Raffaella Bullo di Un’onda di plastica (Manifestolibri).
Gli autori del saggio Production, use and fate of all plastics ever made, pubblicato su Science Advances nel 2017, hanno calcolato che dagli anni Cinquanta a oggi la produzione totale di plastica ammonti a 8,3 miliardi di tonnellate.
L’equivalente di 158.670 Titanic di plastica.
Ma il dato più interessante è che 6,3 miliardi di tonnellate sono diventati spazzatura. Solo il 9% della plastica giunta al termine del suo utilizzo è stata riciclata, il 12% incenerita e il 79% accumulata nelle discariche o dispersa nell’ambiente, con grave danno per gli ecosistemi.
Dai due milioni di tonnellate del 1950 la produzione di plastica è arrivata nel 2015 a più di 400 milioni di tonnellate. I dati del rapporto Fao Microplastics in fisheries and acquaculture prevedono che la domanda cresca a ritmo ancora più sostenuto nei prossimi anni, toccando le 600 milioni di tonnellate entro il 2025 e il miliardo di tonnellate nel 2050: sempre più plastica, insomma, ma soprattutto sempre più usa e getta.
«La plastica era nata per essere uno strumento di realizzazione dei prodotti di lunga durata: anno per anno, tuttavia, è passata dalla durabilità al consumo immediato, al punto tale che oggi la componente usa e getta arriva intorno al 70%» sottolinea Carlo Petrini.
Non si tratta di demonizzare un materiale che ci ha permesso nell’ultimo mezzo secolo un grande salto culturale, avverte l’oceanografa Paola Del Negro: «Ricordiamoci che i primi negozi monomarca sono stati quelli della Moplen ed erano visti come qualcosa di molto innovativo.
Oggi abbiamo tutti cognizione del fatto che le plastiche siano anche un problema: basti dire che in quattro sogliole su cento tra quelle pescate nell’Adriatico troviamo residui di materiali plastici. Il libro di Silvio Greco ha il merito di restituirci questa prospettiva storica, l’evoluzione del pensiero industriale nell’uso della plastica».
Alcune ricerche hanno stimato il peso dell’inquinamento plastico globale: comprende il 75% di macroplastica, l’11% di mesoplastica e il 14% di microplastiche.
«Non parliamo allora di plastica, ma piuttosto di plastiche: non c’è una plastica sola» suggerisce Silvio Greco. Che ricorda: «Noi ad oggi ricicliamo bene solo il polietilene e nei casi in cui le molecole sono mischiate spesso non sappiamo come fare: questo è un problema dentro il problema».
I dati suggeriscono che un minimo di 233.400 tonnellate di oggetti di plastica più grandi siano alla deriva negli oceani rispetto a 35.540 tonnellate di microplastiche. Negli ultimi decenni si è osservata una diminuzione delle dimensioni medie dei rifiuti di plastica, così come una distribuzione globale delle microplastiche in costante aumento.
È questa insomma la minaccia invisibile che percorre i nostri mari, arrivando a noi attraverso la carne dei pesci e dei molluschi. Ma anche nell’acqua delle bottigliette, nel sale marino, perfino nella birra e nel miele.
In più di 220 specie della fauna selvatica gli scienziati di tutto il mondo hanno ritrovato i detriti microplastici sparsi in natura. Escludendo uccelli, tartarughe e mammiferi, il 55% di queste sono invertebrati da pesca di importanza commerciale: cozze, ostriche, vongole, gamberetti comuni, scampi, acciughe, sardine, aringhe atlantiche, merluzzi bianchi e carpe comuni figurano nell’elenco.
In Italia ogni anno vengono individuate tra 40 e 50mila le tonnellate di rifiuti plastici marini. Secondo l’indagine Plastic free sea promossa dalla Goletta Verde di Legambiente, il 95% dei rifiuti galleggianti nel mar Tirreno è composto da plastica, per il 41% buste e frammenti.
Nel Mediterraneo, stando alle stime del Cnr, galleggiano 1,25 milioni di tonnellate di microplastiche e soltanto nel tratto di mare tra la Toscana e la Corsica ne è stata rilevata la presenza in quantità di 10 kg per km2.
La buona notizia è che il nostro Paese è uno dei più avanzati per quanto riguarda la lotta all’usa e getta e il recupero delle plastiche. Mentre negli Usa si ricicla appena il 10% delle plastiche e nell’Unione Europea il 30%, l’Italia fa decisamente meglio della media continentale arrivando al 45% di riciclo.
Dal 1 gennaio 2019, inoltre, entrerà in vigore la legge che consente di commercializzare soltanto bastoncini per le orecchie biodegradabili, oggetti che oggi costituiscono il 7,8 % della spazzatura nei mari. A partire dal 2020, invece, sarà vietata la vendita di cosmetici da risciacquo e detergenti contenenti microplastiche.
Il nostro Paese si colloca all’avanguardia anche sul piano normativo: siamo stati infatti il primo Stato europeo a mettere al bando gli shopper di plastica, i cotton fioc non biodegradabili e le microplastiche nei cosmetici.
«L’Unione Europea – continua il presidente di Slow Fish – ha iniziato un lavoro per arrivare all’eliminazione del monouso, ma c’è una possibile difficoltà: l’Ue infatti si limita alle raccomandazioni, che i singoli Stati dovrebbero recepire elaborando appositi progetti di legge.
Una dichiarazione molto forte in questo senso è venuta dall’attuale ministro dell’Ambiente, il generale Sergio Costa, il quale ha assicurato che l’Italia si doterà a brevissimo di una legge di questo tipo: come Slow Food ci associamo a questo intento e vigileremo perché trovi seguito».
Abbiamo di fronte uno scenario duro e battaglie feroci, avverte l’autore di Un’onda di plastica, perché l’industria dei componenti plastici e quella petrolifera si confondono: la DowDuPont, l’ExxonMobil, la Shell, la Chevron, la BP e in Italia l’Eni sono mostri intoccabili.
Intoccabile sembra essere anche il business: il mercato della plastica globale per il 2020 è valutato in circa 654,38 miliardi di dollari e, nel 2050, la quota di idrocarburi dedicata alla plastica toccherà il 14%, contro il 6% del 2014. Sono numeri impressionanti. Ma nel mondo si stanno formando consapevolezze inaspettate anche lì dove l’impatto è maggiormente critico.
World Energy Week 2018 (Milano 8-11 ottobre): si parla di meccanismi innovativi di finanziamento e nuovi modelli di business per “decarbonizzare” la produzione energetica.
Gli investimenti necessari per la transizione energetica verso modelli più sostenibili dovranno necessariamente aumentare del 30% entro il 2050: dagli attuali 93 trilioni di dollari, già pianificati, si dovrà arrivare a 120 trilioni di dollari. Questi temi saranno al centro delle discussioni che si svolgeranno a Milano durante la World Energy Week dall’8 all’11 ottobre, un evento internazionale organizzato dal Consiglio Mondiale dell’Energia (World Energy Council) che riunirà i leader globali del settore con l’obiettivo di rendere l’industria energetica più sostenibile ed inclusiva.
Da oggi al 2050, l’economia mondiale dovrà impegnare in media ogni anno circa il 2% del suo PIL in soluzioni innovative per la decarbonizzazione come fonti rinnovabili, efficienza energetica o ancora nuove tecnologie abilitanti.
“Considerata la portata globale della sfida energetica – afferma Marco Margheri, presidente del World Energy Council Italia – risulta sempre più cruciale un dialogo di ampio respiro tra tutti gli stakeholders del settore. In questo spirito, la World Energy Week 2018 rappresenta una piattaforma unica di dialogo internazionale multienergy riunendo più di 400 delegati provenienti da oltre 90 Paesi. Per ampliare questo confronto, saranno presenti le organizzazioni partner della World Energy Week: l’Osservatorio Mediterraneo dell’Energia, il GO-15 (network mondiale dei gestori di rete elettrica), l’Unione per il Mediterraneo e l’Istituto per gli Studi di Politiche Internazionali (ISPI) con Towards MED dialogues. Siamo orgogliosi che l’Italia e Milano siano stati scelti come sede per questa piattaforma di dialogo. Sarà l’occasione per valorizzare la prospettiva e le eccellenze del sistema energetico italiano facendo leva sulla sostenibilità, l’innovazione tecnologica nonché l’interconnessione dei sistemi energetici europei e mediterranei”.
Dei 120 trilioni di dollari da investire stimati da IRENA (International Renewable Energy Agency), 18 trilioni saranno necessari per migliorare le reti elettriche e la flessibilità dei sistemi energetici. Secondo gli accordi del COP21 di Parigi (2015) per limitare l’aumento della temperatura media globale di 2 gradi centigradi e tornare ai livelli preindustriali, il fabbisogno energetico globale dovrà essere coperto al 60% da fonti rinnovabili e gli investimenti addizionali annui richiesti rispetto a quanto già programmato dovranno ammontare a 1,7 trilioni di dollari al 2050.
La quota totale delle energie rinnovabili dovrà aumentare dal 15% dell’offerta totale di energia del 2015 fino anche ai due terzi della produzione totale entro il 2050.
Gli incontri della World Energy Week organizzati a Milano tra l’8 e l’11 ottobre permetteranno di riflettere sui temi di maggiore attualità per il settore tra i quali l’integrazione e la resilienza delle infrastrutture energetiche, l’innovazione digitale, la mobilità sostenibile, i meccanismi di finanziamento e i modelli di business innovativi per la transizione energetica.
Sono tre gli appuntamenti di grande rilievo:
– Energy Transition Summit (ETS) previsto il 10 ottobre
– Italian Energy Day (IED) programmati in parallelo l’11 ottobre
– World Energy Leaders’ Summit (WELS) programmati in parallelo l’11 ottobre
Per quest’ultimo, un incontro di alto livello strettamente riservato ai ministri, presidenti, amministratori delegati e rappresentanti ministeriali e delle organizzazioni internazionali, sono già confermate una ventina di delegazioni ministeriali provenienti dall’area Euro-mediterranea, dal Medio Oriente e dall’Africa.
Interoperabilità Enel X e Route220. I clienti della piattaforma evway by Route220 potranno localizzare e utilizzare le stazioni di ricarica di Enel X presenti sul territorio italiano.
Enel X, la società del Gruppo Enel dedicata ai prodotti innovativi e soluzioni digitali, ha siglato un accordo che a partire da ottobre permetterà l’interoperabilità delle infrastrutture di ricarica di Enel X con quelle di evway by Route220, azienda che offre servizi integrati per i possessori di veicoli elettrici. L’intesa consentirà ai clienti della app evway di utilizzare le stazioni di ricarica di Enel X, installate su tutto il territorio nazionale, accedendo alle informazioni relative alla localizzazione delle stazioni, la potenza disponibile, il tipo di presa e le modalità di accesso. In particolare sarà possibile utilizzare le colonnine Quick da 22 kW presenti nelle aree urbane e le Fast da 50 kW per la ricarica veloce delle auto.
“L’accordo con evway by Route220 conferma il nostro impegno nel promuovere un modello aperto per consentire l’utilizzo della nostra rete di infrastrutture di ricarica – ha dichiarato Alberto Piglia, responsabile e-Mobility di Enel X. “Il nostro obiettivo è quello di aprire la nostra infrastruttura ad altri operatori offrendo un servizio con criteri qualitativamente elevati in modo tale da allargare e rendere ancora più facile la vita di coloro che guidano le auto elettriche”.
“Siamo orgogliosi di essere stati scelti da Enel X come partner italiano di interoperabilità – ha dichiarato Carolina Solcia, Amministratore Delegato di Route220 –. Questo importante accordo ci permette di rafforzare il nostro modello di business, che promuove le occasioni di accoglienza del territorio italiano verso gli stakeholders della mobilità elettrica.” “Questo accordo premia il nostro impegno, nato nel 2014 – dichiara Franco Barbieri, fondatore di Route220 – per il valore che Enel X riconosce anche agli operatori indipendenti del nuovo settore.”
Per lo sviluppo della mobilità elettrica in Italia, Enel ha lanciato il Piano per l’installazione delle infrastrutture di ricarica dei veicoli elettrici che prevede la posa di circa 7mila colonnine entro il 2020 per arrivare a 14mila nel 2022, con un investimento tra i 100 e i 300 milioni di euro. La rete di ricarica sarà composta da colonnine Quick (22 kW) nelle aree urbane e Fast (50 kW) e Ultra Fast (da 150 kW a 350 kW), per la ricarica veloce, in quelle extraurbane. La rete di ricarica urbana andrà infatti a completare quella extraurbana finanziata dal progetto EVA+ (Electric Vehicles Arteries), co-finanziato dalla Commissione Europea, che prevede l’installazione, in tre anni, di 180 punti di ricarica lungo le tratte extraurbane italiane.
Nell’ambito dell’interoperabilità Enel X ha siglato altri accordi che prevedono la possibilità per i clienti di ricaricare attraverso infrastrutture di ricarica operate da altri gestori. La società ha già firmato protocolli per l’interoperabilità anche con Hera, Iren, Alperia.
Route220
Route220 nasce nel 2014 come start up innovativa con l’obiettivo di fornire un servizio rivoluzionario e completo a chi guida elettrico, migliorando e valorizzando la sosta di ricarica, promuovendo le attività commerciali, le strutture di accoglienza turistica ed i territori che credono nella mobilità eco-sostenibile.
Da qui nasce evway: un’offerta a 360° costituita da stazione di ricarica, piattaforma digitale proprietaria e servizi innovativi per la e-mobility e per il viaggiatore responsabile.
L’App evway, sviluppata da Route220, fornisce una mappatura completa e interattiva di tutte le stazioni di ricarica, in Italia e in Europa, accompagnate dall’indicazione di punti di interesse e di attività commerciali nelle vicinanze.
La mappa diventa un punto di visibilità e di promozione per tutte quelle strutture che offrono un servizio di ricarica a chi guida elettrico.
evway è il primo network italiano interoperabile con i network europei: le stazioni di ricarica Route220 sono attivate dall’App evway e dalle altre App europee appartenenti al network; al contempo, dalla App evway è possibile gestire la ricarica sulle oltre 65.000 prese europee del network. In questo modo, attraverso l’interoperabilità, evway facilita per l’EV-Driver la ricerca della stazione di ricarica più adeguata alle sue esigenze e gestisce con semplicità l’utilizzo delle colonnine elettriche, trasformando la pausa di ricarica in un’esperienza unica.
Il network evway è aperto a tutti gli operatori del settore che, come noi, credono nell’interoperabilità delle infrastrutture di ricarica come strumento per lo sviluppo della mobilità sostenibile.
evway è il network europeo, innovativo, dinamico e con numeri in costante crescita:
– > 150.000 prese di ricarica mappate in Europa, di cui 4.550 in Italia;
– > 65.000 prese in tutta Europa attivabili tramite App o KeyHanger;
– > 210 punti di ricarica installati in Italia;
– 28 Comuni hanno aderito al network evway;
– 76.246 kWh erogati, 8.560 sessioni di ricarica avviate, 113.500 kg di CO2 risparmiati, equivalenti a 582.000 Km percorsi in elettrico (dati aggiornati ad Agosto 2018);
– + 5.000 download dell’App;
– 720.000 utenti raggiunti in tutta Europa.
La società ha la propria sede legale a Milano e tre sedi operative a Bolzano, Rovereto ed Ivrea.
Franco Barbieri, presidente e fondatore della società, condivide la propria visione con Carolina Solcia, Chief of Execution, entrambi con esperienze pluriennali in ambito manageriale, e, oggi, in prima fila per la mobilità elettrica e a capo del team di Route220. La governance è condivisa con Andrea Farinet che recentemente è entrato a far parte del CdA aziendale.
Negli anni il team è cresciuto e, ad oggi conta 12 collaboratori, professionisti nei diversi ambiti quali sales & marketing, communication, touristic marketing, EVSE technology, digital platform e database management.
Climate Week a New York City. Il Sindaco de Blasio e NYC & Company, ente del turismo di New York City, hanno annunciato che la Climate Week tornerà a New York City dal 24 al 30 settembre 2018. Organizzata dalla associazione no-profit internazionale The Climate Group, la Climate Week NYC coinvolgerà leader internazionali dei settori pubblico, privato e governativo che si incontreranno per discutere dell’azione globale per il clima a New York City, con il supporto di NYC & Company.
“Siamo onorati di ospitare per il 10° anno consecutivo The Climate Group e la Climate Week NYC”, afferma il Sindaco Bill de Blasio. “Qui a New York, stiamo intervenendo con decisione nelle questioni climatiche. Attraverso la strategia innovativa OneNYC e l’ambizioso Piano 1.5°C, la nostra città si sta impegnando per raggiungere i più alti obiettivi dell’accordo di Parigi sul clima. Stiamo dismettendo i combustibili fossili, abbiamo imposto che i nostri edifici più grandi riducano le emissioni e stiamo investendo in veicoli elettrici. Attraverso gli investimenti in resilienza e sostenibilità, stiamo costruendo una città migliore per tutti”.
“La Climate Week NYC è la più grande climate week del mondo e si svolge in contemporanea con l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. E’ uno dei summit principali nel calendario internazionale e dal suo lancio nel 2009 ha fatto avanzare l’azione per il clima”, afferma Helen Clarkson, CEO di The Climate Group. “Siamo emozionati di presentare la 10a edizione di Climate Week NYC e di apparire sul palcoscenico mondiale per continuare a portare le questioni climatiche in cima all’agenda globale”.
“Il nostro obiettivo è quello di fare leva sui significativi sforzi della città a favore della sostenibilità per posizionare New York City come la “capitale di un mondo responsabile”, afferma Fred Dixon, Presidente & CEO of NYC & Company. “La Climate Week NYC rappresenta una fantastica piattaforma per coinvolgere la nostra città e il mondo intero sulle tematiche legate al clima e per mostrare le buone pratiche che già sono in atto a NYC a salvaguardia del pianeta, dai nostri parchi, che stanno diventando completamente pedonali e ciclabili, all’apertura di una grande fattoria urbana sul tetto del Jacob K. Javits Convention Center, fino all’impegno dei numerosi hotel che hanno aderito alla Carbon Challenge della città”.
Secondo le stime, la Climate Week NYC coinvolgerà circa 10.000 persone da 40 paesi, che potranno partecipare agli oltre 150 eventi in programma, tra cui panel, concerti, mostre e seminari. Alla cerimonia di apertura del 24 settembre al The Times Center di Manhattan interverranno importanti relatori e dignitari come Patricia Espinosa, Segretario Esecutivo della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, Edmund G Brown, Governatore della California e il Presidente di Haiti Jovenel Moïse.
Oltre alla Climate Week NYC, New York City continua ad attrarre eventi di alto profilo e su larga scala tra cui il WorldPride in 2019. Questi eventi monumentali supporteranno il numero record di visitatori della città che nel 2017 ha accolto 62,8 milioni di turisti.
“New York City è entusiasta di ospitare la 10a edizone annuale della Climate Week e di mostrare il ruolo di leadership dei sui cinque distretti sulle questioni climatiche”, commenta Daniel Zarrilli, Senior Director of Climate Policy and Programs di NYC e Chief Resilience Officer. “In assenza di una leadership federale a Washington, diverse città statunitensi si stanno muovendo per raggiungere gli ambiziosi obiettivi dell’Accordo di Parigi. Qui a NYC, la nostra strategia comprensiva OneNYC prevede tra le altre cose l’accelerazione del processo di riduzione di GES e la dismissione dei combustibili fossili. Vorrei congratularmi con The Climate Group per aver creato nell’ultimo decennio una piattaforma efficace e di successo per l’azione per il clima e siamo pronti a proseguire questa collaborazione per altri 10 anni”.
“A partire dalla protezione delle nostre coste, edifici ed infrastrutture per rendere i quartieri più sicuri e vivibili, New York City si batte per affrontare il cambiamento climatico in maniera decisa e per proteggere la città e i suoi cittadini dai rischi associati”, aggiunge Jainey Bavishi, Direttore del Mayor’s Office of Recovery and Resiliency. “La Climate Week NYC mette insieme alcuni dei più grandi innovatori provenienti da tutto il mondo per fare proprio questo”.
“Il cambiamento climatico è qui e questo momento richiede un’azione decisiva, ambiziosa e collaborativa”, afferma Mark Chambers, Direttore del Mayor’s Office of Sustainability. “La Climate Week NYC è un’opportunità per motivarci e incoraggiarci a trovare le soluzioni necessarie”.
“Come membro democratico del Comitato del Senato dello Stato per l’Energia e le Telecomunicazioni, sono felice di celebrare la Climate Week NYC. E’ una grande iniziativa e un modo efficace per coinvolgere tutti gli stakeholder nel lavoro di protezione dell’ambiente”, afferma il Senatore Kevin Parker.
Una nuova generazione di hotel sostenibili
La scena alberghiera in continua evoluzione di New York City accoglie pratiche e design ecologici. Nel complesso, 19 proprietà hanno aderito alla NYC Carbon Challenge. 1 Hotel Brooklyn Bridge ha aperto nel 2017 ed è parte del brand eco-friendly 1 Hotels. Il Grand Hyatt New York e il Peninsula New York hanno promesso di ridurre il loro impatto ambientale attraverso miglioramenti come boiler ad alta efficienza e illuminazione LED.
The Pierre partecipa al programma EarthCheck, che misura l’impatto di una proprietà sull’ambiente, mentre il boutique hotel Crosby Street Hotel è stato il primo edificio della città ad ottenere la certificazione LEED Oro.
Conservazione dei parchi e orticoltura
Dal giugno 2018, Central Park, il più celebre parco al mondo visitato ogni anno da oltre 42 milioni di persone, ha bandito l’accesso alle auto, così come Prospect Park a Brooklyn. Sospesa sulle strade della città, la High Line, una linea ferroviaria dismessa riconvertita in un’oasi orticola, è stata aperta in diverse fasi a partire dal 2009 e rappresenta da allora un habitat per uccelli, insetti e umani alla ricerca di un luogo dove fare una pausa.
Presso Battery Park City, gli orticoltori curano il parco del quartiere evitando l’utilizzo di pesticidi e impiegano il compostaggio su langa scala. Questa estate, inoltre, sono stati inaugurati nuovi spazi verdi in città come Hunter’s Point South a Long Island City, Domino Park a Williamsburg e Pier 3 al Brooklyn Bridge Park.
Tetti verdi e fettorie urbane
Il Jacob K. Javits Convention Center ospita un tetto verde di oltre 27.000mq che è stato completato nel 2014 e che attrae fauna selvatica, provvede all’isolamento dell’edificio riducendo la dispersione di energia del 26% e assorbe l’acqua piovana.
L’ultima iniziativa del centro è quella di realizzare una fattoria urbana di 4.000mq sul tetto con l’intenzione di coltivare prodotti alimentari da servire ai delegati di fiere e congressi.
In cima al Barclays Center di Brooklyn, famoso per i suoi eventi sportivi e concerti, si trova un tetto verde di oltre 12.000mq a cui se ne aggiunge un secondo a spiovente sull’ingresso della metropolitana. Brooklyn Grange alleva le api in maniera naturali in oltre 30 arnie sul tetto e gestisce le due più grandi aziende agricole urbane del mondo a Long Island City nel Queens e all’interno del Brooklyn Navy Yard.
The New York Botanical Garden, nel Bronx, ha lanciato la scorsa primavera la sua Edible Academy. Si tratta di un campus di oltre 12.000 mq comprensivo di un tetto verde, una cucina per dimostrazioni, un laboratorio di tecnologia, una serra, un padiglione solare, orti, spazi per programmi educativi e spettacoli e molto altro.
Realizzato nel 2012 per educare e stimolare la comunità locale, la Heritage Farm di oltre 10.000 mq all’interno dello Snug Harbor di Staten Island produce frutta e verdura fresche in maniera eco-sostenibile. Nel 2017, lo staff di Heritage Farm ha lavorato con oltre 100 volontari e ha incontrato oltre 2.280 bambini realizzando programmi educativi su agricoltura sostenibile, risorse alimentari e biologia vegetale.
Roosevelt e Governors Island
Roosevelt Island ospita il campus Cornell Tech, che comprende edifici sostenibili all’avanguardia, il Bloomberg Center a consumo zero e “The House”, la più grande struttura di “casa passiva” con certificazione LEED Platino.
Su Governors Island si trovano fattorie urbane con capre, un centro di compostaggio e il Billion Oyster Project, un’iniziativa educativa per il ripristino dell’ecosistema che comprende già 25 milioni di ostriche (arriveranno a 1 miliardo entro il 2035) per la filtrazione dell’acqua del Porto di New York.
Certificazione LEED alle principali attrazioni della città
Gli edifici della città con certificazione LEED sono modelli di architettura urbana sostenibile. Nel 2009, l’Empire State Building è stato protagonista di una trasformazione in chiave green, mentre il One World Trade Center è uno dei più alti grattacieli al mondo con certificazione LEED.
Presso Hudson Yards, il più grande sviluppo immobiliare della storia degli Stati Uniti, sono presenti oltre 56.000 mq di giardini e spazi pubblici, infrastrutture per il riciclo di oltre 37 milioni di litri di acqua piovana all’anno e una centrale
elettrica in loco iperefficiente. Il primo edificio completato del distretto, 10 Hudson Yards, è certificato LEED Platino.
Il Brooklyn’s Children’s Museum, realizzato nel 2008, si è aggiudicato la certificazione LEED Argento per la produzione di energia solare, i pavimenti in gomma riciclata e il sistema di riscaldamento e raffreddamento geotermale. Il museo insegna inoltre ecologia ai bambini attraverso le sue mostre.
The Whitney Museum of American Art ha ottenuto la certificazione LEED Oro per le sue misure volte al risparmio di energia, I’utilizzo di materiali riciclati per la sua costruzione e il tetto verde che ospita due alveari.
Un esempio dell’impegno verso la sostenibilità dell’industria del teatro di NYC è la creazione della The Broadway Green Alliance.
NYC & Company è l’organizzazione ufficiale per la città di New York di destination marketing i cui obiettivi principali sono la massimizzazione delle opportunità turistiche nei cinque distretti, lo sviluppo economico e la diffusione dell’immagine della città di New York nel mondo.
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