Gestione RAEE nel 2016, Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. È stato presentato a Milano il secondo rapporto dedicato alla “Gestione dei RAEE” a cura del Centro di Coordinamento RAEE, un importante strumento per rendicontare tutte le quantità di RAEE avviati al recupero sul territorio nazionale e monitorare la situazione del nostro Paese rispetto agli sfidanti obiettivi comunitari.
Il dossier presenta i dati relativi ai quantitativi di Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche gestite nel corso del 2016 dagli Impianti di Trattamento, aziende adibite al recupero e al riciclo dei RAEE secondo un trattamento specifico in base alle caratteristiche del singolo rifiuto.
I dati sono acquisiti annualmente dal Centro di Coordinamento RAEE, come previsto dall’art. 33 del Decreto Legislativo 49/2014.
Nel 2016 sul territorio nazionale hanno operato un totale di 940 Impianti che si occupano di RAEE iscritti all’elenco gestito dal Centro di Coordinamento RAEE che comprende sia impianti dediti al trattamento per il recupero delle materie prime sia impianti che ne fanno l’immagazzinamento in attesa dell’invio ad un impianto di trattamento.
Gli impianti sono situati nel Nord Italia per 665 unità, nel Centro Italia per 148 e per 127 nell’area Sud e Isole. Il dato complessivo evidenzia una diminuzione di 17 unità rispetto al 2015, dovuta principalmente alla chiusura delle attività di immagazzinamento.
A fronte di 876.757 tonnellate di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche immesse sul mercato e dichiarate al Registro AEE nel triennio 2013-2015, nel 2016 gli Impianti autorizzati hanno trattato 358.273 tonnellate di RAEE, di cui il 79% – pari a 281.956 t – provenienti da RAEE domestici e il 21% – pari a 76.317 t – da RAEE professionali.
Nel complesso la dichiarazione 2016 registra un incremento dell’8,75% dei RAEE trattati rispetto all’anno precedente. In particolare, ben 281.956 tonnellate dei RAEE di origine domestica sono state trasportate dai Sistemi Collettivi associati al Centro di Coordinamento RAEE agli Impianti di Trattamento in Italia e all’estero, con una predominanza delle tipologie di rifiuti appartenenti al Raggruppamento 2 – Grandi Bianchi (86.480 t), in crescita del 24,9% rispetto al 2015 e al Raggruppamento 1 – Freddo e Clima (76.950 t) in crescita del 5,9%.
I RAEE di origine professionale, pari a 76.317 tonnellate, hanno riguardato apparecchiature dismesse appartenenti a tutte le categorie merceologiche individuate dalla direttiva europea.
I dati raccolti permettono di monitorare la situazione del Paese alla luce dei nuovi obiettivi di raccolta stabiliti dalla Direttiva Europea 2012/19/UE a salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell’ambiente e della salute umana.
L’Italia nel 2016 ha raggiunto un tasso di ritorno del 40,86% complessivo, purtroppo insufficiente a raggiungere il target europeo che prevede il ritorno del 45% della media dell’immesso del triennio precedente entro il 2016. Il prossimo traguardo prevede il ritorno del 65% entro il 2019.
”Dalla seconda edizione del Rapporto sulla gestione dei RAEE emerge un resoconto molto positivo delle attività messe in campo dal 2016 ad oggi da tutti gli operatori coinvolti nella gestione e nel trattamento di questa particolare tipologia di rifiuti, che consentono di rendere operative le previsioni contenute nell’Accordo sul Trattamento dei RAEE – commenta Fabrizio Longoni, Direttore Generale del Centro di Coordinamento RAEE – Nel complesso i dati registrati nel corso dell’anno risultano soddisfacenti, ma purtroppo non sono stati sufficienti a raggiungere il target europeo di ritorno del 45% rispetto alle AEE immesse sul mercato fissato nel 2016. I risultati raggiunti dimostrano che la strategia del “fare sistema” è vincente e va perseguita con determinazione in vista degli sfidanti obiettivi europei previsti per il 2019 e dell’uscita del decreto sul trattamento adeguato. Sia i quantitativi originati dai RAEE professionali, sia quelli domestici dovranno essere incrementati con particolare attenzione alle attività di chi ha il compito di effettuare la raccolta. L’impiantistica italiana è pronta ad affrontare la sfida di un incremento dei volumi da gestire”.
Infine, i dati provenienti dagli Impianti di Trattamento consentono, se confrontati con quelli forniti dai Sistemi Collettivi, di fare delle considerazioni sulla presenza di flussi di RAEE che giungono direttamente agli impianti senza avvalersi del sistema organizzato dal Centro di Coordinamento RAEE.
Questi quantitativi non esistono!
Risulta quindi chiaro che tutti i quantitativi di RAEE che sono generati non sono correttamente identificati e sfuggono al sistema di gestione regolato dalla legge andando ad alimentare il traffico illegale dei rifiuti, fonte di inquinamento ambientale e di distorsione economica.
Ultimo, ma non meno importante, questo causa l’impossibilità per l’Italia di raggiungere i target imposti dalla Comunità Europea.
Gestire acqua, cibo, energia: progetto DAFNE. Acqua, cibo ed energia sono le tre risorse al centro del progetto europeo Horizon 2020 DAFNE: lo stretto legame che le unisce, una domanda globale in continuo aumento e l’esigenza di sostenibilità fanno sì che la loro gestione rappresenti una grande sfida globale.
DAFNE (Use of a Decision – Analytic Framework to explore the water – energy – food NExus in complex and trans – boundary water resources systems of fast growing developing countries) raccoglie questa sfida con l’obiettivo di definire metodi e strumenti per l’analisi e il supporto alle decisioni in contesti internazionali caratterizzati da forte competizione per l’utilizzo della risorsa idrica per energia e cibo.
DAFNE sarà in pratica un modello decisionale che integrerà strumenti di analisi dei sistemi provenienti da diverse discipline (modelli matematici, algoritmi di ottimizzazione, previsioni di scenari climatici e socio-economici, immagini satellitari e campagne di rilievo ad alta risoluzione tramite drone), considererà congiuntamente la dimensione economica, sociale ed ambientale e coinvolgerà i portatori di interesse.
Istituzioni, esperti di varie discipline e organizzazioni della società civile presenti sul territorio dei due casi-studio scelti sono infatti invitati a partecipare al progetto portando il loro patrimonio di conoscenze e avendo la possibilità di indirizzarne le scelte secondo un approccio metodologico sviluppato dal gruppo di ricerca di Andrea Castelletti del Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano.
I due casi studio, entrambi in Africa, sono scelti in regioni in forte sviluppo: i bacini idrografici dei fiumi Omo e Zambezi. I due fiumi presentano problematiche simili: grandi interventi infrastrutturali hanno modificato e modificheranno significativamente il regime idrologico e l’utilizzo della risorsa idrica causando effetti sia positivi che negativi distribuiti in modo disomogeneo tra le nazioni confinanti.
Le peculiarità dei due casi, che li rendono complementari e adeguati a testare gli strumenti sviluppati dal Politecnico di Milano, sono invece relative al contesto istituzionale in cui si muovono gli attori.
Il fiume Omo, che nasce e scorre interamente in Etiopia per poi sfociare nel Lago Turkana, prevalentemente in Kenya, rappresenta un contesto in forte evoluzione dove un programma di costruzione di grandi dighe è tuttora in corso e non risultano in atto misure di coordinamento a livello transnazionale.
Diversamente le acque dello Zambezi, quarto fiume africano per lunghezza, sono sfruttate a scopi idroelettrici, potabili e irrigui ed esiste un’autorità sovranazionale che considera e coordina gli opposti interessi. Le infrastrutture principali sono state realizzate e operano già a partire dagli anni ’60 ma i programmi futuri di intervento delle otto nazioni coinvolte nel suo corso prevedono nuove dighe e un aumento significativo della capacità di produzione energetica. Il rischio che gli attuali equilibri dell’area vengano alterati è dunque reale ed è necessaria un’accurata azione di pianificazione.
Nell’ambito del progetto saranno inoltre considerati diversi scenari futuri, dove le proiezioni climatiche verranno combinate con le opzioni di intervento infrastrutturale previste e i trend demografici ed economici nelle zone oggetto di studio.
Tutti i dati raccolti e le informazioni generate confluiranno in un Laboratorio di Negoziazione Virtuale, dove i partecipanti al progetto potranno analizzare, nel tempo, gli impatti sociali, economici ed ambientali dei vari scenari sulla distribuzione e la produzione di acqua, cibo ed energia, valutando opportune misure di adattamento.
DAFNE potrà essere ovviamente adattato anche in altri contesti.
Partecipano al progetto, oltre al Politecnico di Milano, ETH Zurich (coordinatore), University of Zambia, Eduardo Mondlane University, ACCESS, KU Leuven, University of Aberdeen, University of Osnabreuck, ICRE8, IWMI, ATEC-3D, EIPCM, VISTA gmbh
Project funded by the Horizon 2020 programme WATER 2015 of the European Union, GA no. 690268.
Companies are increasingly going green. Environmental management has progressed from a green option to a strategic asset for companies, largely driven by consumers voicing their preference for sustainable products.
These results emerged from a survey of more than 1,700 professionals worldwide conducted by the certification body DNV GL, with the support of international research institute GFK Eurisko, to detect companies’ approach to environmental management.
The results of the 2017 survey were compared to the findings from a similar survey conducted in 2014 to detect changes in trends.
The survey shows that the customer’s voice matters. Requests from customers (50%) were the driving force that increased the most in the 2017 survey, up 15% from 2014 and the second most important driver, only surpassed by compliance with laws and regulations (77%).
The push from other stakeholders is felt, as reported by 25% of the respondents – up 10% from the previous survey.
Companies are still facing more or less the same challenges as they did three years ago, and the top risks are related to waste management and more particularly the disposal of waste (55%), handling of hazardous materials (44%) and discharge of waste water (36%).
Growing investments, but less focus on the supply chain
Of the companies surveyed, 74% state that environmental management is relevant for their overarching business strategy, and 45% say their company will increase investments in environmental management going forward, up almost 10% compared to the former survey.
Worldwide, 96% of companies carried out at least one action to evaluate or mitigate environmental risks in 2017. Monitoring the process for checking compliance with legal requirements (73%), carrying out regular maintenance to minimize environmental impacts (70%) and conducting ongoing assessments of impacts (65%) were the main initiatives undertaken.
While there is a growing focus on own operations, only one in three businesses has a supplier environmental management programme, a lower number than expected since the focus on suppliers is a crucial aspect for external stakeholders.
Luca Crisciotti, CEO of DNV GL – Business Assurance, comments: “It is encouraging to see that companies are on a positive trend when it comes to environmental management. But there is still an upside when it comes to the wider supplier network. And, like consumer power, companies should acknowledge the influence they have on their suppliers to improve sustainability in the wider supply chain.”
Standards provide value
A decrease in the number of environmental accidents was listed as the primary benefit achieved by environmental management efforts, stated by 52% of the respondents. Improved relations with authorities (48%), financial savings (40%) and competitive advantages (36%) followed next.
About 80% of the companies surveyed believe that an environmental management system based on the international ISO 14001 standard and third-party certification adds value. It is particularly considered an aid for meeting legal requirements (77%) and improving performance (72%).
World’s standard for the Circular Economy launched. BSI, the business standards company, has launched a new standard for the circular economy – BS 8001: 2017: Framework for implementing the principles of the circular economy in organisations.
As the first standard of its kind both in the UK and globally, BS 8001 was developed to provide guiding principles for organisations and individuals to consider and implement longer term practices, that keep products, components and materials at their highest utility and value at all times.
“BS 8001 is a world first and further evidence that BSI, as the UK national standards body, is demonstrating leadership in developing knowledge solutions which address global challenges“.
says David Fatscher, Head of Sustainability – BSI
Working alongside BSI the Ellen MacArthur Foundation contributed to the development of the standard, helping to ensure its practical relevance to business, and its accessibility to those without prior knowledge of the circular economy. The standard is intended to be used flexibly by those who adopt it – irrespective of size, sector, type or location.
This standard provides a valuable introduction to the practical action organisations can take to accelerate their transition to a circular economy.
– says Francois Souchet, Project Manager Insight and Analysis – Ellen MacArthur Foundation
The Ellen MacArthur Foundation works with business, government and academia to build a framework for an economy that is restorative and regenerative by design.
The mission is to accelerate the transition to a circular economy.
Eurispes Report Mediterraneo. L’area mediterranea, che anche soltanto pochi anni addietro sembrava come posta ai margini dei processi di globalizzazione, attualmente ne risulta profondamente coinvolta.
La presenza ed il ruolo sempre più attivo di nuovi soggetti pubblici e privati stanno determinando nel Mediterraneo delle nuove condizioni per la competizione ed il futuro sviluppo economico e sociale di tutta l’area.
Questa inedita situazione è in gran parte riconducibile al ruolo attivo svolto in modo sempre più incisivo ed intenso dagli stati aderenti al coordinamento dei BRICS (Brasile, Cina, India, Russia, Sudafrica), alle loro missioni istituzionali, accordi intergovernativi bilaterali e multilaterali, alle iniziative di scambi commerciali e di investimenti finanziari e produttivi delle loro imprese, ai patti di cooperazione scientifica, culturale sociale.
In un quadro, come quello attuale, che vede il Mediterraneo soffrire per i drammi e le tragedie di eventi bellici, scontri politici, flussi migratori, si registrano comunque dei processi imprevisti di internazionalizzazione dei suoi sistemi economici, produttivi e sociali, che a fianco dei tradizionali operatori pubblici e privati appartenenti all’Unione Europa, coinvolgono sempre più dei nuovi soggetti extra-europei, provenienti da altri continenti.
Una valutazione attenta di questi processi di internazionalizzazione economica, sociale e culturale dell’area mediterranea e del ruolo assunto dagli attori più attivi, tra cui i BRICS, può aiutare molto a comprendere:
a) in quale misura il Mediterraneo, con la molteplicità dei suoi stati, è coinvolto e può essere partecipe della costruzione di nuovi equilibri geo-economici, nuove politiche e nuovi sistemi di governance perseguiti a livello globale, in particolare dalle Nazioni Unite con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e nei vertici G20;
b) in quali termini e con quali iniziative la Unione Europea e l’Italia, come stato membro, possono verificare e rimodulare eventualmente le rispettive politiche di cooperazione nell’area, al fine di renderle più idonee ad operare nel quadro delle nuove condizioni che si sono create nel Mediterraneo; c) quale nuovo contributo di indirizzi ed orientamenti può essere offerto dalle istituzioni pubbliche, europee e nazionali, agli operatori privati – imprese, sindacati, fondazioni. associazioni – per i quali stanno profondamente cambiando le situazioni di competitività, partenariato, co-sviluppo.
In questo senso, la sfida dei nuovi competitors internazionali extra-europei che si stanno affermando nel Mediterraneo costituisce per tutti un grande banco di prova.
Nel 2017, il testimone della presidenza del coordinamento dei BRICS è passato alla Cina (nel 2016 la presidenza è stata dell’India e nel 2015 della Russia).
L’auspicio è che l’agenda dei BRICS, nella linea di continuità dell’impegno a rafforzare il coordinamento, possa arricchirsi di una proposta complessiva, organica, per l’intera area mediterranea; e che da parte italiana ed europea emerga una rispondenza adeguata a promuovere un positivo confronto ed una collaborazione Italia-Unione Europea-BRICS che faccia del Mediterraneo un luogo di sviluppo condiviso.
A ciò mirano le Raccomandazioni che il presente Rapporto offre ai decisori pubblici e privati, come contributo frutto delle analisi e delle valutazioni condotte dagli esperti.
CARATTERISTICHE DEL RAPPORTO
La elaborazione del Rapporto ha seguito un approccio di analisi sistemico che ha consentito di far emergere con chiarezza le interdipendenze tra i diversi principali fattori che orientano le scelte e le iniziative concrete degli stati BRICS nell’area mediterranea: fattori politico-istituzionali, economici, etici e culturali, sociali.
Il Rapporto si articola in tre parti, valorizza soprattutto gli aspetti della cooperazione economica per il suo impatto su tutto il sistema e le relazioni degli stati BRICS in particolare con gli stati della sponda Sud del Mediterraneo, la principale area della loro penetrazione.
– La prima parte del Rapporto presenta una valutazione d’insieme delle strategie seguite dagli stati membri BRICS nell’area mediterranea; l’approccio seguito nelle politiche di cooperazione, la loro valutazione dei fattori di attrattività dell’area, il valore e il carattere di novità delle principali iniziative promosse, gli scenari di cambiamento che tali iniziative stanno già determinando ed ancor più prospettano nel prossimo futuro per tutta l’area.
– La seconda parte, nella forma di “Rapporto Paese”, presenta una analisi e una valutazione approfondita del sistema di relazioni ad attività che ciascun stato BRICS ha promosso nel Mediterraneo, in rapporto ai propri obiettivi ed interessi di penetrazione ed espansione. Il riferimento temporale di queste iniziative è principalmente al periodo 2014-2016, preceduto da una nota integrativa di richiami storici.
– La terza parte del Rapporto presenta, in allegato, i risultati delle due conferenze di verifica e approfondimento che sono state organizzate il 15 luglio 2016 in collaborazione con l’Ambasciata dell’India (che ha retto la presidenza BRICS in quel periodo) e il 14 dicembre 2016 in collaborazione con il MAECI e la Rete Italiana Dialogo Euromediterraneo.
Il gruppo di Esperti che hanno elaborato il Rapporto è stato coordinato da Marco Ricceri, segretario generale di Eurispes, ed è composto da: Riccardo Ambrosini, Lorena Di Placido, Enrica Miceli, Elena Sergi, Fabio Tiburzi,
Si ringrazia per la collaborazione:
– Domenico De Martini, Relazioni Internazionali, ENEA
– Enrico Granara, ministro plenipotenziario, MAECI
– Eugenia Ferragina, Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo (ISSM-CNR)
– Enrico Molinaro, Rete Italiana Dialogo Euromediterraneo
– Marco Saladini, Pianificazione Strategica, Studi e Rete Estera dell’ICE
– Roberto Vigotti, Segretario generale RES4MED
Un particolare ringraziamento agli Ambasciatori ed agli Addetti diplomatici delle ambasciate degli stati BRICS accreditate presso lo stato italiano per la piena disponibilità alla collaborazione dimostrata in questa occasione.
Prime 20 provincie raccolta RAEE 2016 gestita dal consorzio Ecolamp. In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente Ecolamp, il consorzio nazionale senza scopo di lucro dedito al riciclo dei RAEE di illuminazione (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), stila la classifica delle 20 provincie italiane che hanno contribuito maggiormente alla raccolta differenziata di questi rifiuti durante lo scorso anno.
(altro…)
Energia: mare Sardegna giacimento green più grande del Mediterraneo. L’area isolana è nel Mediterraneo quella che potrebbe produrre più energia dal mare, con un potenziale di 13 kW per metro di costa, un valore molto simile agli Stati Ue più all’avanguardia nello sviluppo di questa fonte rinnovabile come la Danimarca. Il primato nell’isola spetta soprattutto all’area sud-ovest e nord-occidentale nei pressi di Alghero. È quanto emerge da un’analisi dell’ENEA presentata a Cagliari in occasione della “Giornata Europea del Mare”, che si celebra il 20 maggio di ogni anno.
Secondo le elaborazioni ENEA, il maggiore potenziale energetico del mare della Sardegna occidentale è il doppio rispetto a quello del Canale di Sicilia (7 kW/m), oltre tre volte superiore ai 4 kW per metro di costa del basso Tirreno, più che quadruplo di quello di Ionio e Medio Tirreno (3 kW/m) e di circa 6 volte quello del Mar Ligure (2,5Kw/m) e dell’Adriatico (2 kW/m in media).
“La Sardegna dispone di un enorme giacimento di energia rinnovabile, tutto ancora da sfruttare”, sottolinea il ricercatore ENEA Gianmaria Sannino, responsabile del Laboratorio Modellistica climatica e impatti e delegato nazionale al Temporary Working Group “Ocean Energy” del SET-Plan (Strategic Energy Technology Plan), che ha curato lo studio. “Abbiamo calcolato – prosegue Sannino – che un mini parco marino da 3 MW, realizzato con gli attuali dispositivi offshore al largo di Alghero, potrebbe produrre oltre 9,3 GWh/anno, riuscendo a soddisfare il fabbisogno di energia elettrica di oltre 2mila famiglie”.
“Attualmente la produzione di energia dalle onde soddisfa lo 0,02% della domanda energetica in Europa – aggiunge Sannino – ma se, come previsto, si arrivasse a coprire il 10% del fabbisogno energetico europeo entro il 2050 con lo sfruttamento combinato anche delle maree, sarebbe possibile produrre energia per due intere nazioni come Francia e Grecia, oppure sostituire 90 centrali elettriche a carbone, ossia un terzo degli impianti europei attualmente in funzione.
Inoltre, si ridurrebbe in modo significativo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, che oggi genera una bolletta da 400 miliardi di euro l’anno, dovendo coprire oltre il 50% dei consumi”.
Secondo stime Ue al 2050, investire nell’energia dal mare permetterebbe di creare in Europa un mercato da oltre 50 miliardi di euro l’anno e 450mila nuovi posti di lavoro, con un significativo impatto sul fronte decarbonizzazione, grazie a un taglio delle emissioni di CO2 di oltre 270 milioni di tonnellate.
“Finora – commenta Sannino – le imprese europee impiegate nello sfruttamento di energia da onde e maree, circa il 50% sul totale mondiale, hanno investito oltre 600 milioni di euro, una cifra destinata ad aumentare rafforzando la leadership del nostro continente in questo settore”.
Sul fronte dei costi, produrre 1kW/h di energia dalle onde passerà da 0,2 euro/kWh nel 2025 a 0,1 euro/kWh nel 2035. “Per centrare questi obiettivi in un settore come quello dell’energia dal mare, che è ancora in una fase precommerciale – aggiunge il ricercatore ENEA – bisogna investire in ricerca e tecnologia, proseguendo il trend avviato da Horizon 2020, che ha stanziato 130 milioni di euro, e della Banca europea per gli investimenti, che lo scorso anno ha investito per la prima volta nel settore.
Ma occorre agire anche sull’incentivazione: in Italia, ad esempio, dal 2016 si sostiene la produzione di energia elettrica da moto ondoso e maree con un contributo pubblico pari a 300 euro MW/h, il più elevato dopo quello per il solare termodinamico”.
Gli ultimi sviluppi tecnologici dei convertitori di energia dalle onde hanno dimostrato come sia possibile sfruttare al meglio questa risorsa energetica, che rispetto al solare e all’eolico, può contare su un sistema di accumulo naturale di energia costituito dalle onde stesse. In Italia, ENEA e Politecnico di Torino stanno lavorando allo sviluppo del PEWEC (Pendulum Wave Energy Converter), una tecnologia pensata per le coste mediterranee dove le onde sono di piccola altezza ed elevata frequenza.
I ricercatori sono al lavoro per la progettazione del dispositivo in scala 1:1, con una potenza nominale di 200 kW, che potrebbe risultare molto utile per le tante isole italiane nelle quali la fornitura di energia è garantita principalmente da costose e inquinanti centrali a gasolio. “Una decina di questi dispositivi – conclude Sannino – potrebbero produrre energia elettrica per un paese di 3mila abitanti, contribuendo in modo significativo anche a contrastare i fenomeni di erosione attraverso la riduzione dell’energia delle onde sulla costa e senza impattare in maniera significativa sul paesaggio, visto che i dispositivi sono parzialmente sommersi”.
Certificazione energetica e marketing reputazionale. Osservatorio ACCREDIA-ISNOVA: chi sceglie la certificazione energetica accreditata aumenta reputazione, visibilità sul mercato e fiducia dei clienti.
Per imprese e PA la certificazione è al 60% opportunità di innovazione, per gli Esperti in Gestione dell’Energia è al 48% aumento della reputazione, per gli Energy Service Company è al 66% aumento della fiducia dei clienti.
Nel 2016 certificati sotto accreditamento 1674 EGE, 1025 ESCo e 1269 organizzazioni per la norma ISO 50001.
Le certificazioni accreditate contribuiscono in maniera decisiva al miglioramento del mercato dei servizi energetici, con benefici energetici, ambientali, sociali e di produttività; per tutti gli attori coinvolti, dalla PA alle imprese, ai consumatori ma anche per il sistema Paese in generale.
E’ quanto è emerso dall’Osservatorio ACCREDIA “Le certificazioni accreditate per l’efficienza energetica”, realizzato dall’Ente unico italiano di accreditamento, in collaborazione con Isnova, (I’Istituto per la Promozione dell’Innovazione Tecnologica), controllato da Enea, e presentato oggi a Roma dal Presidente di ACCREDIA Giuseppe Rossi e dal Presidente di Enea, Federico Testa, insieme a rappresentanti delle imprese e della Pubblica Amministrazione.
Lo studio ACCREDIA-Isnova delinea ruolo, benefici, criticità e aree di miglioramento dei processi della certificazione accreditata delle competenze (figure professionali e organizzazioni) e dei sistemi di gestione dell’energia ed è stato realizzato su un campione composto da soggetti e organizzazioni in possesso di certificazioni per il miglioramento della performance energetica: EGE (Esperti in gestione dell’Energia), ESCo (Società che forniscono servizi energetici) e organizzazioni certificate ISO 50001 “Sistemi di gestione dell’energia”.
La certificazione accreditata, rilasciata da un organismo verificato da ACCREDIA, presenta maggiore credibilità e autorevolezza rispetto agli altri tipi di certificazione, come l’autodichiarazione di conformità o la qualificazione emessa da fornitori o subfornitori e presenta vantaggi per la PA, le imprese ed i consumatori.
Per quanto riguarda la PA essa è uno degli strumenti impiegati per lo sviluppo di politiche energetiche e ambientali per raggiungere gli obiettivi di efficienza energetica fissati a livello europeo e nazionale. Essa inoltre semplifica i controlli sulle imprese e consente una corretta valutazione dei fornitori negli acquisti verdi.
Per quanto riguarda le imprese, la certificazione accreditata conferisce maggiore incisività e penetrazione sul mercato, grazie al vantaggio competitivo; inoltre attraverso di essa il fornitore può dimostrare al cliente che opera in conformità alle norme nazionali ed internazionali e alle prescrizioni attinenti al proprio campo di attività. Essa infatti verifica, in modo terzo e indipendente, il mantenimento e l’aggiornamento delle competenze dei professionisti o l’approccio sistemico al miglioramento continuo dei processi relativi a un sistema di gestione. In più, è facilitato l’accesso alle gare pubbliche e si accresce la reputazione aziendale e la fiducia trasmessa ai consumatori.
Questo tipo di certificazione risponde, infine, alla richiesta dei consumatori di avere garanzie sempre crescenti sull’affidabilità e sostenibilità dei beni e servizi acquistati, contribuendo all’adozione di comportamenti energeticamente consapevoli e con ricadute positive sull’ambiente.
Per ciò che riguarda nello specifico, i benefici derivanti dalla certificazione accreditata, gli EGE hanno evidenziato – l’aumento della reputazione professionale (per il 48%),
– una maggiore visibilità sul mercato (32%),
– l’avanzamento professionale (11%)
– la facilitazione nelle gare di appalto (10%).
Le Società che forniscono servizi energetici (ESCo) hanno identificato come benefici:
– l’aumento della fiducia del cliente nel prodotto o servizio offerto (per il 66%),
– la maggiore visibilità sul mercato (per il 64%),
– l’aumento della qualità dei servizi forniti (55%),
– la facilitazione nella partecipazione a gare d’appalto (51%)
– la maggior credibilità con le istituzioni bancarie (26%).
Le organizzazioni certificate ISO 50001 hanno evidenziato come benefici l’opportunità di misurare la prestazione energetica (72%), o di innescare l’innovazione di processo, l’identificazione delle priorità in campo energetico (53%), il miglioramento delle competenze (31%).
Nel 2016 sono stati 1674 gli Esperti in Gestione dell’Energia certificati sotto accreditamento: il 44% di essi lavora nel settore dell’agricoltura, che è quello che ha il maggior numero di organizzazioni che si sono dotate di un energy manager certificato EGE, seguito da quello dell’industria e del terziario, rispettivamente con il 25%, della PA con l’11% e dei trasporti con il 7%.
Le ESCo certificate sono state 1025: il settore di attività prevalente indicato è quello industriale con il 49%, seguito da quello terziario con il 20%, dalla PA con il 18%, residenziale con l’8% e agricoltura con il 4%.
Le organizzazioni che hanno fatto certificare il loro sistema di gestione dell’energia secondo la ISO 50001, nel 2016, sono state 1269, appartenenti prevalentemente al settore dell’industria (47%), seguito dal terziario (31%) e PA (13%).
“Oggi quello dell’efficienza energetica è uno degli strumenti principali per raggiungere gli obiettivi di politica ambientale e per il miglioramento dei consumi energetici che ha individuato l’Unione Europea. E affidarsi alle certificazioni accreditate è una delle soluzioni che ha introdotto anche il Governo italiano per raggiungerli”, ha commentato il Presidente di ACCREDIA, Giuseppe Rossi.
“Come evidenziato dalla ricerca, chi punta alla sostenibilità dei propri servizi ottiene un vantaggio competitivo sul mercato, riduce il rischio, si posiziona meglio, accresce la propria reputazione tra i clienti e rafforza credibilità e immagine. La certificazione rilasciata da un organismo autorizzato, terzo e indipendente diventa pertanto un asset vantaggioso per tutti, dalle imprese, alla PA, ai consumatori finali”.
“Per questo – ha spiegato Rossi – abbiamo deciso di coinvolgere nell’indagine gli esperti e le aziende che si occupano e si sono dotate di certificazione accreditata per approfondire gli aspetti positivi e aree di miglioramento di questo settore, raccogliendo anche il contributo del Ministero dello Sviluppo Economico e di quello dell’Ambiente, che hanno ribadito come la qualificazione degli operatori rappresenti un fattore chiave per migliorare il mercato dei servizi energetici”.
“Rispetto ad altri Paesi come la Germania, che vanta più di 6 mila aziende che hanno certificato il loro sistema di gestione dell’efficienza energetica – continua Rossi – siamo un po’ più indietro nell’utilizzo di queste forme di certificazione, attestandoci oggi su un numero di certificati vicino ai 1300; il trend però è in forte crescita rispetto all’anno scorso e le politiche incentivanti del Governo dovrebbero ulteriormente facilitare il ricorso da parte delle imprese e pubblica Amministrazione a questi strumenti“
ACCREDIA è l’Ente unico nazionale di accreditamento designato dal Governo italiano. Il suo compito è attestare la competenza, l’imparzialità e l’indipendenza di chi deve garantire un grado elevato di protezione degli interessi pubblici, quali la salute, la sicurezza e l’ambiente.
ACCREDIA è un’associazione privata senza scopo di lucro che opera sotto la vigilanza del Ministero dello Sviluppo Economico e svolge un’attività di interesse pubblico, a garanzia delle istituzioni, delle imprese e dei consumatori.
ACCREDIA ha 67 soci che rappresentano tutte le parti interessate alle attività di accreditamento e certificazione, tra cui 9 Ministeri (Sviluppo Economico, Ambiente, Difesa, Infrastrutture e Trasporti, Interno, Istruzione, Lavoro, Politiche Agricole, Salute), 7 Enti pubblici di rilievo nazionale, i 2 Enti di normazione nazionali, UNI e CEI, 13 organizzazioni imprenditoriali e del lavoro, le associazioni degli organismi di certificazione e ispezione e dei laboratori di prova e taratura accreditati, le associazioni dei consulenti e dei consumatori e le imprese fornitrici di servizi di pubblica utilità come Ferrovie dello Stato ed Enel.
L’Ente è membro dei network comunitari e internazionali di accreditamento ed è firmatario dei relativi Accordi di mutuo riconoscimento, in virtù dei quali le prove di laboratorio e le certificazioni degli organismi accreditati da ACCREDIA sono riconosciute e accettate in Europa e nel mondo.
Big data to reduce Green House gas Emissions. Big data analytics company and ETH Zurich spin-off Teralytics, Telefónica NEXT and sustainability solution provider South Pole Group conducted a study in Nuremberg, Germany that reveals the analysis of mobile network data as an effective way to estimate CO2 and NOX emissions in urban areas at very low cost.
To achieve this, Teralytics examined aggregated and anonymised data, which is generated when mobile devices communicate with Telefónica’s mobile communication cells while users make calls, send texts or browse the internet.
Teralytics was able to refine this raw data into human mobility patterns to understand how the different modes of transport, for instance trains or cars, are frequented. Combining this information with data on the emissions of the different transport modes, the three entities were able to estimate air pollution and GHG emissions in the city.Screen Shot 2017-04-25 at 14.56.33
As each form of transportation produces a unique amount of CO2 and NOX emissions, understanding urban mobility patterns is vital to understand the source of emissions. The study in Nuremberg used this information to estimate with up to 77 per cent accuracy the concentration of air pollutants in the city.
These findings encourage further exploration of how big data can be used to understand and ultimately solve environmental issues such as air pollution in cities across the world. This is particularly interesting with regards to the lower cost of analysing and interpreting data compared to the higher cost of production and maintenance of elaborate measuring stations.
The novel approach could thus allow an ongoing analysis on a nationwide scale.
“While our contemporary urban lifestyles result in the generation of harmful greenhouse gasses, it also generates large amounts of behavioural data. Our mission at Teralytics is to use this data for the benefit of society,” says Georg Polzer, CEO of Teralytics. “Our findings from Nuremberg showed that this data can be used to give city planners insights into how human mobility contributes to pollution. This is a vital part to efficiently design and implement clean air and low carbon strategies. We are looking forward to further exploring this opportunity.”
Using a three-level process, the fully anonymised and aggregated data was first transformed into movement flows by the data scientists at Teralytics, identifying over 1.2 million transportation routes during the analysed time period.
The sustainability solution expert South Pole Group then used an atmospheric model to estimate air pollution levels caused by the usage of the different modes of transportation, taking into account meteorological data and information on the respective traffic carriers’ emission levels from the German Federal Ministry for the Environment (BMUB).
In the third step, the accuracy of the method was examined by comparing the findings with existing data from air pollution measuring stations.
The values measured at these stations were found to correlate up to 77 per cent with those from the Teralytics’ calculations
The results of this pilot study in Nuremberg constitute a sound basis to further develop the methodology. Following its success, the consortium was able to secure financial support from Climate KIC’s Low Carbon City Lab (LoCaL), an initiative that brings together cities, business, academia and NGO’s to deliver high environmental and societal impact. With this backing, the research partnership will expand and improve the methodology, focusing on short travel routes and taking into account local emission factors like airports, large-scale events, and types of vehicles on the road (i.e. electric cars and SUVs). Moreover, the influence of factors such as traffic jams and red lights will be taken into account in order to make even more accurate estimations of the air pollution levels in a city.
“The results from this pilot study exceed our expectations,” says Maximilian Groth, responsible for Business Development & Partnerships at Teralytics. “We are confident that we will soon be able to scale this product to cities worldwide to support urban planners in making our air cleaner and achieving the goals of the Paris Agreement at the lowest possible cost.”
This research follows other successful studies on usage of mobile network data, including a smart data analysis for transport in Stuttgart by Teralytics, Telefónica Germany, and Fraunhofer IAO.
“Approximately 70 per cent of global greenhouse gas emissions are generated in cities, meaning that they play a key role in climate protection. We see great potential in the use of continuously generated data, such as mobile network data, to measure and reduce pollution levels in cities.” States Renat Heuberger, CEO of South Pole Group.
Florian Marquart, Managing Director of Telefónica NEXT for Advanced Data Analytics: “The pilot project in Nuremberg has clearly shown the specific added value of anonymised mobile network data for the environment. This is data from people for people. We see great potential in the results and will start the next phase of our research. The goal is to develop a product that German cities, German states and the German federal government can use to better face the challenges of emissions pollution”.
Teralytics is the trusted data analytics partner for some of the largest telecom operators in North America, Europe and Asia. Using technology built for operators by data scientists, we have perfected the ingestion, modelling and transformation of raw signals from subscriber actions and movements on operator networks to deliver meaningful and actionable insights, that delivers new value to our mobile operator partners. By unlocking and processing a massive scale of device movement and consumer intelligence data from location and behavioural signals, we can analyse people, places and things and offer actual insights to help city planners, venue owners, retailers, NGOs and media companies make informed decisions, optimize operations and maximize ROI. Headquartered in Zurich, Teralytics has offices in New York, and Singapore.
South Pole Group is a leading provider of global sustainability solutions and services. The company has delivered climate-proven solutions to a wide range of public, private and civil society organisations for over a decade. The Group’s expertise covers key areas of corporate climate action, investment climate risks, sustainable supply chains, green finance, as well as renewable energy and energy efficiency. A pioneer in emission reduction and renewable energy projects, South Pole Group has been consistently rated by Environmental Finance’s Voluntary Carbon Market Survey as one of the most successful carbon market service providers in the world. www.thesouthpolegroup.com
Within Telefónica Germany NEXT GmbH based in Berlin, Telefónica Deutschland has bundled its digital growth areas “Advanced Data Analytics” and “Internet of Things”. The new company acts as an independent entrepreneur on the market and develops digital products and services under CEO Nicolaus Gollwitzer. As a partner to other industries, Telefónica NEXT enables companies to make better use of the growth opportunities provided by digitalisation. With “Advanced Data Analytics”, Telefónica NEXT focuses on the social and economic advantage that can be obtained from analysing large volumes of data. In addition, Telefónica NEXT is working on solutions for the Internet of Things. The new software platform geeny.io helps companies to offer connected solutions for end users. Telefónica NEXT imposes strict data protection standards on all products and applications, and often goes even further, because people should be able to retain control over their data and shape their digital lives as they choose.
Climate-KIC is the largest European innovation initiative for climate-friendly technologies. Launched as EU program 2010, Climate-KIC supports with offices in 15 European countries innovation projects, start-ups and young innovators. Numerous partners from industry and commerce, science, public sector and civil society work in Climate-KIC on ground-breaking, scalable innovations to fight climate changes.
Worldwide Premiere of The Third Industrial Revolution: A New Story for the Human Family, as told by Jeremy Rifkin, at the Tribeca Film Festival.
The film provides a counter-narrative on the future of the global economy.
Immediately following the premiere at Tribeca, a panel discussion featuring Ford president and CEO Mark Fields, Director and VICE CCO Eddy Moretti, and Jeremy Rifkin expanded on key topics from the film including emerging 5G communications, green electricity grids, and e-mobility solutions and the changing urban landscape.
Will the Third Industrial Revolution Create an Economic Boom that Saves the Planet?
Jeremy Rifkin’s thinking about how to build a clean-energy powered, automation-filled future is inspiring major infrastructure plans in Europe and China.
Can his new Vice documentary convince American business leaders to buy in?
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