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Back to Italy. Reshoring Made in Italy. ADACI e BYinnovation. Le ipotesi di reshoring di una parte degli approvvigionamenti. Fornitori e buyers: una filiera da ristrutturare in ottica sostenibile. I contenuti del webinar del 14 luglio 2020.
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Comunità energetiche: osservazioni da ITALIA SOLARE e Legambiente inviate ad ARERA per i 7 punti al documento di consultazione. ARERA riconosca i risparmi sui costi di dispacciamento e distribuzione della condivisione di energia

ITALIA SOLARE e Legambiente hanno risposto al Documento di Consultazione di ARERA con alcune osservazioni affinché le Comunità energetiche partano in modo efficiente e sulla base di un modello equo.

Nel documento proposto da ARERA, scrivono le due associazioni, ci sono senza dubbio “spunti positivi di interpretazione della normativa, riguardo alla tipologia di configurazioni ammesse” così come è importante sia stato specificato che all’interno dei sistemi di autoconsumo collettivo e delle comunità di energia rinnovabile vi sia solo un limite di potenza per ciascun impianto, ma non un limite alla potenza aggregata. Le due associazioni valutano positivamente anche “la specificazione che all’interno dei sistemi di autoconsumo collettivo e delle comunità di energia rinnovabile vi possano essere più produttori fra loro diversi”.

Tuttavia, segnalano nel documento ITALIA SOLARE e Legambiente, vi sono anche alcuni aspetti che meritano un approfondimento e una rielaborazione nella definizione finale del documento. Di seguito i 7 punti salienti:

1. Necessità di dare adeguata considerazione al consumo istantaneo di energia
L’autoconsumo collettivo e la condivisione di energia tecnicamente danno un contributo di capacità e diminuiscono i costi per la gestione dei flussi di energia e per le infrastrutture di rete perché diminuiscono i flussi di energia verso le linee di alta tensione e di media tensione e quindi la necessità di ottenere servizi su tali linee e la capacità impegnata sulle linee di maggiore tensione. Occorre quindi meglio riflettere la finalità espressamente stabilita dall’articolo 42 bis del DL 162/2019 di massimizzare l’autoconsumo istantaneo o la condivisione istantanea di energia, che sono elementi fondamentali per la transizione energetica e per lo sviluppo delle più innovative tecnologie al servizio della stessa. In particolare dovrebbero avere riconoscimento i risparmi sui costi di dispacciamento, sulle infrastrutture di distribuzione e sui costi di capacità, che oggi non hanno valorizzazione nel DCO.

2. Mancata disciplina della condivisione di energia
Il documento di consultazione proposto non attua il meccanismo di condivisione di energia nonostante in più punti l’Articolo 42 bis del DL 162/2019 faccia riferimento al diritto di condividere l’energia nei sistemi di autoconsumo collettivo e nelle comunità di energia rinnovabile e preveda la necessità di valorizzare i risparmi sulla materia prima energia.
Le associazioni chiedono dunque di dare piena applicazione alla disciplina di legge e a quanto previsto dalla disciplina comunitaria consentendo l’effettiva condivisione della materia prima energia.

3. Necessità di chiarire il regime fiscale della condivisione di energia
L’Articolo 42 bis del DL 162/2019 stabilisce che ARERA deve adottare i provvedimenti necessari a garantire l’immediata attuazione delle disposizioni in materia di autoconsumo collettivo e comunità di energia rinnovabile. Tale disposizione non prevede eccezioni per quanto riguarda la disciplina fiscale. Si ritiene dunque che sia necessario che ARERA attivi, prima dell’adozione dei propri provvedimenti, i necessari coordinamenti con l’Agenzia delle Entrate e le altre autorità di carattere fiscale per garantire l’immediata attuazione delle disposizioni.

4. Attività complementari da parte delle Comunità di energia rinnovabile
L’Articolo 22 della direttiva 2001/2018 ha previsto che non debbano essere previsti ostacoli normativi o amministrativi che risultino ingiustificati per le attività della comunità, si chiede quindi che sia specificato che l’accesso alle attività di vendita dell’utente del dispacciamento e del balance service provider sia garantito alle comunità a condizioni semplificate che tengano conto delle loro limitate dimensioni.

5. Attività di misura e l’accesso ai dati
Per quanto riguarda le modalità di misura le associazioni chiedono, per i soggetti che intendano aderire a sistemi di autoconsumo collettivo o a comunità di energia rinnovabile, che sia garantita la possibilità di usare un contatore 2G, provvedendo alla sua installazione da parte del distributore. Inoltre, per quanto riguarda i dati in immissione, le associazioni chiedono che siano utilizzati i dati trasmessi dal produttore e non quelli inviati dal distributore, qualora il produttore lo richieda.

6. Incentivi
Trattandosi di incentivi diversi da quelli cui fa riferimento l’Articolo 26 del D. Lgs 28/2011, ITALIA SOLARE e Legambiente chiedono che gli altri incentivi siano cumulabili nei limiti stabiliti dalle norme comunitarie sugli aiuti di Stato. La Delibera dovrebbe inoltre specificare che le tariffe incentivanti dovrebbero prevedere una maggiorazione non solo per l’installazione dei sistemi di accumulo, ma anche per quella parte di energia che risulta istantaneamente condivisa. Sarebbe anche opportuno chiarire espressamente che sulla base della disciplina vigente si possono avere gli incentivi della comunità energetica anche per impianti in zona agricola.

7. Necessità di uno studio di sistema
ARERA, secondo le due associazioni, dovrebbe attivare uno studio e un’analisi approfondita per meglio capire come le configurazioni di autoconsumo multiplo interagiscono con il sistema elettrico e ottenere spunti e modalità per meglio valorizzare il contributo di tali configurazioni, anche in un’ottica di medio-lungo periodo, ai fini della completa attuazione della Direttiva 2001/2018.

ITALIA SOLARE è un’associazione di promozione sociale che sostiene la difesa dell’ambiente e della salute umana supportando modalità intelligenti e sostenibili di produzione, stoccaggio, gestione e distribuzione dell’energia attraverso la generazione distribuita da fonti rinnovabili, in particolare fotovoltaico. Promuove inoltre la loro integrazione con le smart grid, la mobilità elettrica e con le tecnologie per l’efficienza energetica per l’incremento delle prestazioni energetiche degli edifici.
“ITALIA SOLARE è l’unica associazione in Italia dedicata esclusivamente al fotovoltaico e alle integrazioni tecnologiche per la gestione intelligente dell’energia”.
ITALIA SOLARE conta circa 800 soci: operatori, proprietari e gestori di impianti fotovoltaici, installatori, progettisti e semplici sostenitori. L’associazione opera attraverso 10 gruppi di lavoro: Relazioni istituzionali; Sviluppo tecnologico e normative; Marketing e comunicazione; Fiscalità; Finanza; Relazioni internazionali; Mercato elettrico; Legislativo e regolatorio; Sistemi di accumulo; Misure e contatori.

www.italiasolare.eu

Barometro Procurement, Logistica, Supply Chain. Si è tenuto il 14 maggio il webinar organizzato da BYinnovation Sustainable Business Development con ADACI Associazione Italiana Acquisti & Supply Management, inizialmente progettato come convegno nel contesto della Fiera Green Logistics Expo, rimandata per i motivi sanitari.
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Contro il Dominio dei Costi – 2 – Una Visione Ecosistemica. Da moltissimi esempi che si potrebbero estrapolare in ogni campo produttivo, il tema che emerge è il seguente: i costi sono da valutare in un’ottica di sistemi aperti (o ecosistemi) e non di sistemi chiusi.
Questa è una considerazione più generale di quella che si impose nel management per superare il paradosso della produttività.
La qualità totale di allora era company-wide. Oggi non possiamo non renderci conto che tutto è interconnesso, che il sistema mondo non è frazionabile.

Le considerazioni che ascoltiamo e leggiamo oggi sulla green economy sono un riflesso parziale di questa constatazione generale. La green economy presuppone un patrimonio connesso al miglioramento della qualità della vita, che non è misurabile perché non si riferisce a un sistema chiuso, ma della cui esistenza siamo consapevoli.

Dietro questa consapevolezza che convive con la non-misurabilità, c’è una questione enorme e irrisolta.
Non possiamo essere generici e nasconderci dietro parole-slogan, come green, blue, teal, e così via.

Un rischio oggi evidente è dato dalle semplificazioni e dagli slanci volontaristici 
È proprio ciò di cui dovremmo fare a meno. Alcuni modi in cui i sistemi esistenti generano esternalità dannose sono infatti molto evidenti, ne abbiamo citato esempi, e sono già oggi contestati da vari movimenti. Quando però la base di tali critiche è eminentemente moralistica, basata su pensieri e valori ritriti; comunicata con slogan che appartengono al vecchio mondo, spacciandoli come nuovi, “giovani”, si rischia molto, perché la cosa più facile per un potere che rifiuta di rigenerarsi è adottare questi stessi slogan, che apparentemente richiamano il cambiamento, ma nella sostanza (a) reiterano i pregiudizi epistemici alla radice del problema, (b) nel loro approccio semplificatorio inducono la politica a operare danni ancor più gravi – per di più col sostegno delle masse.

Occorre sicuramente una misura del patrimonio diversa da quella che emerge dalle logiche di bilancio dei sistemi chiusi, che collegano stato patrimoniale a conto economico. Saremmo portati a convenire che l’esito dei processi che si svolgono in un sistema aperto e complesso possa essere valutato per l’impatto che ha sulla vita delle persone, sugli ambienti culturali e tecnologici in cui si sono costruiti i loro stili di vita e i loro valori, incluso il pianeta con le sue biosfere e noosfere, e infine sull’idea di mondo che include tutto ciò.

Come dire che siamo indotti a ragionare di biopolitica
Approccio oggi più aderente alla situazione di quanto non lo fosse nel mondo studiato da Foucault ai suoi tempi (mezzo secolo fa e anche meno, ma i fattori chiave sono cambiati nel frattempo…); il rapporto tra il potere e la vita sta diventando molto meno intermediato, più diretto, e nello stesso tempo straordinariamente più complesso.
Il declino degli intermediari storici (stati, partiti, sindacati, comunità scientifiche e accademiche, banche, grandi imprese, chiese e altri raggruppamenti religiosi, organizzazioni economiche e sociali di ogni tipo) è spiegabile proprio col fatto che sono non solo basati, ma intrinsecamente costituiti sull’idea di sistemi chiusi, con responsabilità separate. In questa separatezza i costi sono infatti gestiti in una logica di chiusura sia spaziale-organizzativa, sia temporale (il periodo di esercizio, il ciclo di vita dell’investimento, ecc.).
Questo porta a una deresponsabilizzazione rispetto a quello che succede “fuori” dal sottosistema e “dopo” il termine in cui si debbano rendicontare dei risultati.

La stretta relazione tra chiusura del sistema e mancanza di sostenibilità appare ovvia
L‘ottimizzazione dei sottosistemi, perseguita in un’ottica di sistemi chiusi, porta al degrado del sistema nel suo complesso.

Quando poi ci sono parti del sistema che non sono rappresentate da qualche forma di potere, vengono naturalmente depredate; tipicamente il rapporto uomo-natura è sempre stato un rapporto di predazione.
Tutti gli intermediari storici hanno predato dove e quando hanno potuto, e tuttora la nostra economia mainstream, ancora prevalente pur se in affanno, si basa sulla predazione delle risorse naturali, si pensi ai combustibili fossili.
Il nuovo rapporto tra potere e biopolitica, che sta emergendo in contemporanea alla crisi degli intermediari storici, forse può offrire nuove prospettive, ma al momento non è compreso ed è privo di guida; né siamo in grado di capire quale genere di guida eventualmente serva.
Si affacciano realtà di multiappartenenze (appartenenze a multiple comunità di tipo tribale, unite da valori e stili di vita simili), di peer-to-peer (gruppi che si governano senza centri di riferimento, come i possessori di valute virtuali), di data management (soprattutto da parte di grandi piattaforme cui attengono milioni/miliardi di persone dalle quali assorbire i dati relativi alla loro vita, potendone quindi rinforzare, modificare, sfruttare i valori, i saperi, le attività).
È tuttavia difficile immaginare l’evoluzione di questi sviluppi e a maggior ragione capire come possano generare un nuovo “ordine”. Sicuramente i più solidi tra gli intermediari tradizionali possono leggere la trasformazione e cavalcarla.
Lo stato cinese per esempio sembra in grado di sommare alla sua funzione storica quella di grande piattaforma digitale, tale da coinvolgere gli abitanti della Cina. Tuttavia difficilmente potrà evitare che ognuno di essi sia comunque “multiappartenente”; caratteristica che potrebbe diventare peraltro un grande atout, se ci sarà la saggezza di avvalersene.

Gli stati tuttavia rimangono troppo implicati nel vecchio ordine industriale, in cui i consumi di massa sono funzionali al consenso politico: consumi di massa che per essere tali a loro volta si appoggiano sul concetto di “costo”, anzi di “basso costo”.

Purtroppo i costi bassi di questi consumi sono la causa diretta della non-sostenibilità del sistema: agricoltura intensiva, allevamenti intensivi, produzioni standardizzate, permettono bassi costi di accesso, ma pregiudicano mortalmente la salute sia del pianeta sia delle persone.

Questo modello di produzione/consumo è comunque ormai in declino generalizzato perché insostenibile anche economicamente, non più in grado di retribuire né il lavoro, né il capitale: in più, la disruption indotta dall’emergere del digitale lo stravolge a livello fisico-territoriale, economico, culturale.

Tuttavia gli stati territoriali hanno costruito su di esso i propri messaggi politici e le competenze delle loro vaste burocrazie: saranno capaci di liberarsi di questi enormi “distressed asset” per riproporsi come intermediari efficaci?
Il fattore costo sta alla base di tutto ciò, e come abbiamo visto impatta pesantemente sulle nostre vite e su quelle di tutte le istituzioni, determinano policy, scelte, decisioni che modificano a fondo le nostre prospettive e opportunità, ma soprattutto la nostra qualità della vita e i livelli di rischio cui siamo soggetti: tutto quanto possiamo chiamare biopolitica. Abbiamo anche visto che questo impatto il più delle volte è negativo e provoca danni e catastrofi.
Manca in modo flagrante un quadro in cui questo parametro possa essere governato.
Se consideriamo come modello di sistema aperto l’ecosistema, cioè un sistema vivente o quasi-vivente, che si autodefinisce in un equilibrio dinamico (e non statico come i sistemi chiusi), possiamo immaginare un governo della biopolitica?
Certamente porterebbe con sé alcune promesse interessanti:

– La sostenibilità intrinseca, perché la sostenibilità equivale al mantenimento dell’equilibrio dinamico dell’ecosistema
– La governabilità della relazione tra macrosistema e sottosistemi a vari livelli (sul modello organismo-cellule), e per analogia tra locale e globale
– Una misura di efficienza rapportata alla qualità e non all’output (come noto, i sistemi viventi sono estremamente inefficienti dal punto di vista termodinamico, dissipano energia per creare “ordine”, finalizzano la conoscenza all’emersione di livelli superiori di adattamento e di potenziale)
– L’enfasi sulla ridondanza (che trova la sua metafora nell’importanza delle cellule staminali, pluripotenti), riconducibile anche alla conoscenza estesa e connessa come patrimonio primario
– L’enfasi sulla diversità (è già ben approfondito il tema della biodiversità)
– La ricorsività dei pattern come alternativa all’universalità degli standard (il che promette nuovi approcci non solo all’economia, ma anche alla politica e al diritto).

La diversità dell’approccio rispetto a quello attuale è impressionante, tuttavia trova delle corrispondenze in una serie di fenomeni emergenti nella nostra epoca: il fallimento dei modelli predittivi mainstream, una distribuzione di capitali finanziari sulle imprese che prescinde molto più che in passato dal conto economico, una crisi delle organizzazioni pubbliche e private orientate a soddisfare bisogni di massa, la perdita di importanza nella generazione di capitali delle immobilizzazioni materiali, che diventano sempre più liability, il crescente ruolo strategico dell’innovazione e in generale del controllo della conoscenza.

Molti di questi fenomeni sono sintetizzabili in uno spostamento del modello vincente da quello basato sullo sfruttamento di risorse finite (e quindi iper-focalizzato sui costi) a quello basato sulle fonti cognitive, teoricamente infinite e quindi nel loro complesso non vincolate da un sistema di costi.
Se teniamo conto del fatto che processi cognitivi e processi vitali sono identificabili, si può immaginare che una nuova biopolitica e una nuova bioeconomia possano essere configurate a partire da una rappresentazione del mondo basata sul possibile della cognizione e non sullo pseudo-reale delle risorse materiali.
L’inizio della sperimentazione di nuovi modelli di questo genere non può essere immaginato in modo massivo, ma è immaginabile che un nuovo paradigma culturale sia adottato in vari iperluoghi, territori e/o reti globali, dove si creino dei sistemi pilota in grado di prosperare sulle logiche del vivente, totalmente diverse da quelle del modello macchina oggi ancora imperante pur se profondamente scosso.
Nel frattempo i decisori attuali, privati e pubblici, possono gradualmente acquisire la consapevolezza che i vincoli connessi ai costi non sono barriere reali, ma totem da abbattere. Soprattutto in una regione come l’Europa, che vanta come punto di forza l’eccellenza e la varietà dei suoi stili di vita.

Autore: Paolo Zanenga, Presidente Diotima Society

Diotima Society
History. D is an open non-profit organization established in 2013, with headquarters in Milan (Italy), and with members, correspondents and ambassadors all around the world.
Goal. D investigates the multiple Change dynamics: origins, paths, research strategies, resiliency factors, and frames of convergence (“consilience”). An essential tenet is the reunification of the “two cultures” (scientific and humanistic).
Awards. D Golden MASK is awarded to distinguished Insightful Thinkers and Society Innovators. The Award is granted by an International committee of 36 members, nominated by the Board of Trustees of D in conjunction with other Institutions.

www.diotimasociety.org

per rileggere la PARTE 1:
Contro il Dominio dei Costi – 1 – In Nome della Sostenibilità

Contro il Dominio dei Costi – 1 – In Nome della Sostenibilità. L’attuale crisi indotta dalle epidemie di Covid-19 mette in evidenza una crisi delle infrastrutture sanitarie aggravata, se non causata, da una politica di riduzione dei costi perseguita con crescente accanimento negli ultimi decenni.
Quanto è ora il costo di dover fare i conti con tale politica?
Sicuramente di molti ordini di grandezza superiore.

Oggi, come dopo le crisi del 2008 e del 2011, tutti i modelli secondo i quali si dovevano allocare le risorse rispettando criteri ritenuti quasi intoccabili, saltano, e là dove si centellinavano i milioni si stanzieranno i trilioni.
Strappi in condizioni di estrema emergenza?
O dimostrazione che quei modelli e quei criteri sono solo idoli di un sistema che non sa uscire da una crisalide epistemica?

Anche in assenza di “cigni neri”, il costo della non-qualità è sempre molto superiore al costo della qualità
Nonostante ciò sia stato dimostrato con evidenza almeno fin dagli anni ’80, si è pervicacemente favorito – su scala globale – lo sviluppo di un’economia basata sulla riduzione dei costi, anche in presenza di risorse abbondanti, anche quando lo stesso non-utilizzo delle risorse poneva dei problemi.

Ci sono evidenze svariate dei danni incalcolabili – e delle opportunità perdute – causate da questa impostazione, e a tutti i livelli. Si tratta di un vizio sistemico estirpabile solo con un’azione altrettanto sistemica e coinvolgente, dai modelli teorici dell’economia all’educazione delle persone, dalla ridefinizione dei valori patrimoniali alla revisione delle norme che regolano la finanza pubblica.

Sono sempre esistite due filosofie rispetto alle scelte di spesa e di investimento
La prima privilegia la qualità sul costo: ogni plus di qualità è da adottare e rispettare col massimo rigore possibile sempre e a prescindere dal costo.
La seconda ritiene più utile un compromesso: la qualità costa, la non-qualità anche, occorre stabilire un livello di qualità accettabile, che permetta le funzioni dei processi coinvolti senza costare troppo.
Numerosi studi hanno dimostrato come la scelta della seconda filosofia sia sempre fallimentare.

La partecipazione attiva al programma CMS – Cost Management System del CAM-I (USA, www.cam-i.org ), che opera dal 1984 e ha avuto un ruolo importante nel cambiamento del pensiero economico e manageriale al volgere degli anni ’90 (*), ci consente una testimonianza diretta di come questi studi abbiano portato alla luce questioni fondamentali, spesso nascoste da diversi strati di prassi e modelli applicativi ritenuti validi ed esaustivi, ma in realtà parziali e svianti, quando non mistificatori.

(*) Questo lavoro di ricerca e` stato cosi` commentato da Peter Drucker, su HBR (1990): “… ha scatenato una rivoluzione intellettuale. Il piu` eccitante e innovativo lavoro nel management oggi, con nuovi concetti, nuovi approcci, nuova metodologia – fino a quello che si potrebbe chiamare una nuova filosofia economica – che stanno rapidamente prendendo forma…”.

L’antefatto e la motivazione di studi come il CMS stavano in quello che fu chiamato il “Paradosso della Produttività”: paradosso rispetto a un teorema a monte secondo il quale se tutti i sottosistemi di un sistema funzionano “bene”, funzionerà “bene” anche il sistema nel suo complesso. Purtroppo non è così, perché l’idea di “bene” cambia a seconda del contesto in cui viene pensata e perseguita.
Un parametro che evidenzia tale differenza di prospettiva è proprio il costo, quando questo diventa la misura dell’efficienza, del rispetto del budget, dell’ottenimento di risultati.
Non è difficile capire che il responsabile di un sottosistema sarà portato ad adottare la seconda filosofia, quella della qualità di compromesso, non quella della qualità “totale”; in questo modo le mancanze e le inadeguatezze dei suoi processi sono scaricate a valle: a ottimi risultati interni al sottosistema corrispondono una serie di esternalità negative, spesso destinate a moltiplicarsi esponenzialmente.
Le mancanze e inadeguatezze non erano solo dovute al modo in cui i processi venivano svolti, ma anche ai criteri con cui venivano valutati e attuati gli investimenti: i grandi investimenti in automazione della fine degli anni ’70 furono un completo fallimento, che innescò una fase di declino per molte imprese, soprattutto manifatturiere – ben noto il caso della General Motors.
Non sembra che maggiore successo abbia finora arriso al più recente tentativo di creazione della smart factory, operato in Germania con il programma Industria 4.0, non per caso uscito dai riflettori dei media dopo un periodo di grande fortuna.
Eppure furono proprio gli americani a concepire l’idea della qualità totale, senza compromessi.
È significativo notare quando questo avvenne, durante la II Guerra Mondiale: guarda caso, un periodo di emergenza in cui il costo smise di essere un parametro, perché la priorità era produrre in grande quantità e anche in grande qualità.
Le norme militari sono orientate alla qualità, perché l’affidabilità e l’efficacia di ciò che serve in guerra devono essere sempre garantite.

Questa spinta ebbe anche il non trascurabile effetto di superare del tutto le difficoltà economiche che si trascinavano dalla crisi del ’29.
I principi della qualità totale (in realtà non ancora così “totale” come potremmo concepirla oggi) caddero presto in disuso, superate da principi economico-finanziari orientati a garantire gli azionisti in un orizzonte di breve termine e interpretati dalla sempre più incombente “mano visibile” del management, non sempre disinteressata e non sempre trasparente.
Il risultato fu che il manufacturing americano, che era su livelli di eccellenza negli anni ’40, negli anni ’80 mancava gravemente di qualità e di competitività.
Paradossalmente, mancava anche di efficienza, perché la frammentazione dei centri di responsabilità creava costi indiretti rilevanti e crescenti.

Alcune considerazioni emerse dal CMS possono essere così sintetizzate
– Gli indici economico-finanziari non sono indicatori efficaci di come realmente funzionano i processi di un sistema; non premiano la qualità e permettono manipolazioni.
– Sempre per via dell’affidarsi a tali indici, le decisioni passate di investimento, avendo creato debito, pesano troppo sulle decisioni presenti: ad esempio, l’investimento in una tecnologia andrebbe svalutato o azzerato via via che si presentano alternative migliori; ogni tentativo di recupero dei costi sostenuti peggiora le scelte e porta a una spirale negativa. Considerazioni analoghe dovrebbero valere anche per gli stati.
– La responsabilizzazione dei decisori su un determinato sottosistema appartenente a un sistema più ampio porta a scelte che ottimizzano il sottosistema, ma compromettono il sistema nel suo complesso. La strutturazione della nostra società in compiti e responsabilità via via più frammentate ovviamente aggrava la problematica.
– Le scelte a monte, in un ciclo di vita di qualsiasi sistema, sono molto più determinanti di quelle assunte durante il ciclo, anche se in assoluto richiedono minori risorse; per questo è fondamentale disporre di un’amplissima ridondanza e diversità di risorse in queste fasi a monte; solo così si otterrà un’efficienza ottimale sul durante (per inciso, l’attuale processo di digitalizzazione elimina in gran parte la necessità di risorse concentrate per lo sviluppo del ciclo nelle sue fasi operative). Il riconoscimento sul piano economico e politico – da parte dei capitali, dei clienti e delle istituzioni pubbliche – di questa capacità di ridondanza e diversità dell’intrapresa e dell’innovazione come precondizione essenziale di qualsiasi attività operativa, è la chiave di un’economia forte.
Una considerazione più generale è la seguente: la focalizzazione su sistemi chiusi porta a privilegiare i costi sulla qualità, la consapevolezza che tutti i sistemi sono aperti porta a capire che i costi saranno minimi se la qualità sarà massima, senza compromessi di alcun tipo.

A supporto di ciò proviamo a prendere in considerazione alcuni grandi temi che si impongono nella nostra contemporaneità
1. PLASTICA
Le plastiche, o meglio i polimeri, sono sostanze che si sono imposte per la loro straordinaria versatilità e varietà di utilizzi, e anche per il loro costo competitivo verso altri materiali.
Oggi lamentiamo giustamente l’invadenza della plastica nel pianeta, fino alla formazione di grandi isole di plastica negli oceani. Ciò sta portando a una demonizzazione della plastica e a una volontà di limitarla attraverso modalità il più delle volte estemporanee e del tutto irrilevanti in una prospettiva sistemica.
Nel frattempo le plastiche negli oceani continuano ad aumentare, portate principalmente dai grandi fiumi che attraversano regioni molto popolose e povere, come il Gange e lo Yangtze, che hanno le concentrazioni di plastiche più alte di qualsiasi altro fiume al mondo. L’Indonesia è tra i Paesi che contribuiscono di più all’inquinamento, mentre dall’Europa arriva solo lo 0,28%.
Quindi il problema della plastica non è della plastica in sé (che ha tuttavia il peccato originale di essere un derivato del petrolio), ma soprattutto della gestione dei suoi costi.
C’è in generale una grande attenzione ai costi marginali, che per le plastiche di uso comune è molto basso.
Non c’è invece attenzione al costo totale della plastica (come di molte altre cose), che include l’ammortamento degli investimenti nella raccolta differenziata e nel riciclaggio (visto che sono pochi i polimeri biodegradabili).
Inoltre il danno fatto agli oceani non viene quantificato né risarcito.
Non dobbiamo demonizzare la plastica, ma dovremmo pagarne interamente il costo totale e non solo quello marginale.
Non è un caso che il problema sia molto di più il Gange del Reno. La povertà induce a trascurare i costi indotti; anche per questo è un forte driver di insostenibilità e la sua eliminazione è il primo punto dell’agenda ONU 2030.
Trascurare i costi indotti significa provocare danni incommensurabilmente più gravi.

2. CEMENTO ARMATO
Una storia parallela a quella della plastica può essere quella del cemento armato, o meglio del calcestruzzo armato. Anche se la sua invenzione è più antica, l’esplosione dell’utilizzo del cemento armato è, specie in Italia, coeva a quella della plastica, e caratterizza il periodo definito “miracolo economico”.
Senza nulla togliere alle possibilità che in certi contesti e condizioni questa tecnica può avere, la povertà e la trascuratezza degli indotti (negli anni ’60 in pochi si preoccupavano della durata del calcestruzzo armato) portarono a ignorare totalmente la qualità del materiale e delle opere che si stavano facendo; generando nel contempo la devastazione ambientale che tutti i nostri territori, quale più quale meno, conoscono.
La persistenza di un certo modo di gestire i costi è stata resa drammaticamente evidente dal crollo del Viadotto Polcevera a Genova nel 2018. Opera costruita sfidando le caratteristiche intrinseche del materiale per dichiarazione dello stesso progettista, arrivava a proporre una sfida basata su un materiale povero, trasformando il basso costo in valore ideologico.
Il ponte era il simbolo di questa ideologia. Qui abbiamo anche avuto un esempio di come sia diffusa la pericolosissima tendenza a non quantificare i costi connessi a eventi singolari, che in questo caso erano purtroppo addirittura certi, anche se ovviamente con tempistiche non determinabili con precisione. La mancata considerazione anticipata dei costi della non-qualità ha generato condizioni oggi presenti e incombenti, gravi e difficili da gestire, senza contare l’enorme danno ambientale della cementificazione.

3. ENERGIA NUCLEARE
Certamente non è questa la sede per prendere partito a favore o contro il nucleare, una tecnologia il cui dominio e il cui sviluppo dovrebbero comunque essere patrimonio di una società sviluppata. Solo occorre mettere in evidenza che, anche qui, occorre tenere conto dei costi su tutto il ciclo di vita degli impianti nucleari e delle tecnologie connesse.
Nascondere alcuni costi, come il decommissioning delle centrali a fine vita per poter propagandare un costo dell’energia particolarmente competitivo, è molto pericoloso.
Alla fine del ciclo di vita la tendenza è quella di tirare avanti per non sostenere costi rilevanti e non recuperabili, incrementando (come nel caso, diverso ma analogo dal punto di vista della filosofia dei costi, del ponte di Genova) i rischi di eventi catastrofici.

4. PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E CORRUZIONE
Quando si ritiene che sia possibile equiparare la qualità di offerte diverse, e che quindi il prezzo debba discriminare la scelta (si pensi alle gare in cui il criterio discriminante è il massimo ribasso), si punisce la qualità.
Offerte diverse non avranno mai la stessa qualità, e non è sufficiente il fatto che rispondano egualmente ai requisiti dati. Se non si premia il delta anche piccolo di qualità a prescindere dal suo costo differenziale, e ci si accontenta del rispetto di requisiti standard, si crea una zona in cui la corruzione non solo può insediarsi, ma anche organizzarsi.
Un’economia che favorisce organizzazioni adattate a vincere bandi con requisiti standard, non è certo una buona economia: è un’economia con grumi di corruzione e soprattutto è un’economia che non ha interesse a innovare, a cercare il meglio, a sfidarsi.
Alla fine la differenza di competitività tra sistemi è tutta qua.
La pubblica amministrazione muove una quota importante dell’economia, e quindi ha una grande responsabilità in questo senso.
C’è troppa focalizzazione sui costi marginali e troppo poca sul premiare l’innovazione.
Non è azzardato affermare che un sistema che non sia impegnato a fondo nel miglioramento e nell’innovazione è un sistema che nel rilassamento si corrompe, disincentiva i talenti e distrugge il patrimonio cognitivo che è l’asse portante di una società sana e di successo.
Accontentarsi di ciò che “funziona” (il cha-bu-duo cinese), che soddisfa bisogni di base, è un errore fondamentale.
Ovviamente un sistema orientato a premiare la qualità richiede un alto livello di conoscenza e cultura da parte di chi decide, il che non attiene a una burocrazia dedita alla conoscenza della norma più che del contesto.
Occorre maggiore coinvolgimento dei fruitori finali, unito alla loro continua educazione, e una continua riscrittura della norma conseguente alla comprensione dei cambiamenti.

Autore: Paolo Zanenga, Presidente Diotima Society

Diotima Society
History – D is an open non-profit organization established in 2013, with headquarters in Milan (Italy), and with members, correspondents and ambassadors all around the world.
Goal – D investigates the multiple Change dynamics: origins, paths, research strategies, resiliency factors, and frames of convergence (“consilience”). An essential tenet is the reunification of the “two cultures” (scientific and humanistic).
Awards – D Golden MASK is awarded to distinguished Insightful Thinkers and Society Innovators. The Award is granted by an International committee of 36 members, nominated by the Board of Trustees of D in conjunction with other Institutions

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per leggere la PARTE 2:
Contro il Dominio dei Costi – 2 – Una Visione Ecosistemica

Interventi Cluster d’Impresa. Il Cluster principale è rappresentato dal Made in Italy che comprende quasi 620 mila imprese con 4 milioni di addetti e 261 miliardi di valore aggiunto mentre quello con il numero di imprese più elevato è rappresentato dall’Edilizia che sfiora il milione di unità con 1,9 milioni di addetti e 160 miliardi di valore aggiunto. Altro Cluster di rilievo è quello della Sanità che comprende 346 mila imprese ed occupa quasi un milione di addetti per 98 miliardi di valore aggiunto.

Misurare l’impatto diversificato della crisi sui vari cluster d’impresa perché solo una conoscenza diretta dei problemi delle PMI di ognuno di essi può aiutarle a venirne fuori. A patto che l’azione sia tempestiva, non solo per dare le giuste risposte agli imprenditori, ma, soprattutto, per infondere in loro quella necessaria fiducia a far fronte alle sfide anche impossibili che si presenteranno da qui a breve.

Sono i temi del documento “Emergenza Covid -19”, pubblicato dal Consiglio e dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti che raccoglie le analisi e le proposte della categoria per i singoli cluster d’impresa alla luce dell’emergenza epidemiologica.

I Cluster al momento operativi rappresentano, complessivamente, 1,9 milioni di imprese di cui quasi 420 mila società di capitali. Vi operano circa 7,3 milioni di addetti che realizzano una produzione di 1.476 miliardi di euro ed un valore aggiunto di 558,5 miliardi pari al 35% del valore aggiunto prodotto da tutte le attività economiche.
Il Cluster principale è rappresentato dal Made in Italy che comprende quasi 620 mila imprese con 4 milioni di addetti e 261 miliardi di valore aggiunto mentre quello con il numero di imprese più elevato è rappresentato dall’Edilizia che sfiora il milione di unità con 1,9 milioni di addetti e 160 miliardi di valore aggiunto.
Altro Cluster di rilievo è quello della Sanità che comprende 346 mila imprese ed occupa quasi un milione di addetti per 98 miliardi di valore aggiunto.
Più piccoli ma non meno significativi il Cluster rappresentato dall’Economia del Mare che raggruppa poco più di 15 mila imprese e 262 mila addetti con 23,5 miliardi di valore aggiunto e il Cluster Ambiente con 9 mila imprese, 194 mila addetti e 16 miliardi di valore aggiunto. All’interno del Cluster Made in Italy, si segnala il settore Turismo con 345 mila imprese, 1,6 milioni di addetti e 66 miliardi di valore aggiunto che rappresenta certamente la parte maggiore del tessuto imprenditoriale, mentre il settore della Meccanica è quello che realizza la quota maggiore di valore aggiunto pari a 113 miliardi di euro, il 43% dell’intero Cluster.

Il documento individua, per ogni cluster, i comparti e le tipologie di attività economiche delle imprese che ne fanno parte. Su questa base, quindi, presenta sinteticamente i principali dati statistici con particolare riguardo al numero di imprese e alla forma giuridica, al numero di addetti e laddove possibile al fatturato e al valore aggiunto prodotto. Segue una rapida analisi delle problematiche specifiche delle imprese che vi fanno parte, con riguardo sia agli aspetti fiscali che economico- finanziari”.

“Il documento – spiega Achille Coppola, segretario del consiglio nazionale dei commercialisti e con il consigliere Giuseppe Laurino responsabile del progetto “Attività d’impresa” – nasce nell’ambito del progetto “Attività d’Impresa”, che si pone l’obiettivo di sviluppare nuove competenze professionali tra i Commercialisti facendo leva sull’esperienza di chi si è specializzato nella consulenza a determinati settori produttivi e tipologie di business. Il progetto prevede la realizzazione di una struttura a rete in grado di valorizzare le conoscenze teoriche e pratiche dei Commercialisti, favorirne la circolazione tra colleghi, promuovere specifiche iniziative di formazione specialistica, implementare un sistema di relazioni socio-economiche in grado di valorizzarne al meglio i contenuti anche attraverso il coinvolgimento dei principali stakeholder dei vari cluster d’impresa”.
“Questo documento evidenzia l’importanza della nostra categoria per la P.A. e le imprese del Made in Italy, Economia del Mare, Edilizia & Ambiente e naturalmente quelle sanitarie. In questo preciso momento, dopo le professioni sanitarie e le forze dell’ordine, i commercialisti sono coloro che più di prima sono al fianco dello Stato e delle imprese. Con la nostra competenza per settore, strutturati in rete, ci proponiamo in chiave sussidiaria, con l’obiettivo di rendere più veloci i tempi dettati dalla burocrazia e dalle “sabbie mobili” delle norme”.

I cluster esaminati sono: nell’ambito del Made in Italy, Agricoltura e Agroalimentare, Turismo, Cultura, Moda e Accessori, Meccanica; per quanto riguarda Service economy, il settore Sanità; L’Economia del Mare; e per l’Edilizia e l’Ambiente, Sistema Casa e Infrastrutture, e il settore Ambiente.

www.fondazionenazionalecommercialisti.it

Quarantena e Resurrezione. Era il 4 novembre 1966 quando Firenze fu sommersa dall’alluvione. Metri di fango misti a gasolio e liquidi fognari invasero abitazioni, negozi, musei, chiese, opere d’arte.
Ero un bambinetto e, col passare dei giorni, cominciai a vedere furgoncini carichi di ragazzi e ragazze vestiti con jeans, camicie colorate, che parlavano lingue straniere per me.
Venivano da tutto il mondo per ripulire la città da quella disgrazia nauseabonda. Li chiamarono “Angeli del Fango“.
Alcuni si stabilirono a Firenze, per sempre. Più avanti negli anni ebbi il privilegio di conoscerne alcuni e diventammo amici.
Non si può dimenticare nè essere più gli stessi.

Lo Scrutatore non Votante
Nella bellissima canzone di Samuele Bersani il bravo cittadino controlla che gli altri seguano le regole scrupolosamente, ma si astiene, non partecipa: “e dice: oh, issa, ma non scende dalla macchina… prepara un viaggio ma non parte”.
Negli anni ’70, anch’essi terribili per molti versi, nacquero quei grandi temi sociali e ambientali che ancora oggi tengono tutte le prime pagine, irrisolti. Generarono la consapevolezza della partecipazione. Svilupparono il volontariato.
Poi quel germe si è sterilizzato, travolto da una corsa accelerata dalle tecnologie che hanno risucchiato l’autocoscienza individuale e imposto la velocità del rincorrere sempre, contro i tempi del riflettere e pianificare.

Apatia, Simpatia, Antipatia, Empatia
Parole importanti, tutte formate dalla radice della parola greca “pàtheia” che semplicisticamente tradurrei “passione”.
Oggi siamo sommersi nell’apatia, la mancanza di passione, di interesse, di coinvolgimento. Delusi dai nostri simili e assillati dai tools tecnologici.
Nutriamo la simpatia e quindi desideriamo stare con (sùn in greco) coloro che troviamo affini e stiamo distanti da coloro che ci stanno antipatici: abbiamo tutti i mezzi digitali a buon mercato per diffamarli sui social e prenderne le distanze istantaneamente.
Infine, l’empatia (en = dentro e pàtheia = passione) significa partecipazione, condivisione: l’altruismo dell’essere e del fare solidale.

Motivi sociali, politici ed economici, che non è il caso di approfondire, hanno fatto in modo che l’empatia stia diventando un atteggiamento raro, sempre meno praticato.
Ci illudiamo di condividere, di partecipare ai valori con i nostri “like”, che purtroppo sono sterili manifestazioni tecnologiche di simpatia.
Non di partecipazione. Di certo non di empatia.

Il paradosso del distanziamento
L’individualismo è ben radicato. Sempre meno ci si parla fra persone (addirittura in famiglia) mentre si “digitano” tastiere e schermi touch.
Un distanziamento tecnologico è in atto da decenni, progressivo e inarrestabile.
Che soddisfa e alimenta l’apatia in cui scivoliamo ogni giorno, progressivamente ed inarrestabilmente.

Da soli si va veloci, insieme si va lontano
Ho citato gli Angeli del Fango del 1966. Da quel momento si sviluppò fertilissima la cultura dell’associazionismo: volontariato sociale, sanitario, ambientale, educativo, artistico, professionale.
Si chiama TERZO SETTORE.
Oggi purtroppo le Associazioni hanno forti crisi di identità.
Mancano persone di polso che abbiano la leadership di portarle al raggiungimento di nobili obbiettivi.

Quanti settori necessitano di obbiettivi ambiziosi e quante attività di sviluppo sostenibile ci sarebbero!
– industriali
– agroalimentari
– turistiche
– lavoratori
– categorie produttive
– professionisti e manager
– salvaguardia e sviluppo sociale
– ambientale
– sanitario
– educativo
– salvaguardia artistica
– … di controllo istituzionale e spending review

Anziani, indigenti, medici, professionisti e anche imprenditori abbandonati a se stessi.
Tavoli di lavoro, di programmazione e organizzazione?
Nulla!
Tutti outsider in mezzo alla tempesta, circondati da un rumore di fondo sterile e sempre più assordante.
Indagini e numeri raccolti senza metodo e presentati disaggregati, solo per dare l’impressione di “essere sul pezzo”.

Un imperativo professionale è la formazione permanente
Associazioni professionali qualificate devono tenere aggiornati i manager giorno per giorno, fornendo loro la conoscenza che il tempo lavorativo non permette più di cercare ed approfondire individualmente. E distinguere e valorizzare così i talenti.

In ambito sociale, ambientale, artistico, quanti di noi avrebbero la volontà di fare, secondo le proprie caratteristiche, ma da soli non sappiamo entrare nell’attivismo costruttivo?
Oppure, quelli che già lavorano con altruismo, sono sconosciuti ai più, ai “like” di massa.
Talenti sopiti, un capitale umano e sociale oggi disperso, da valorizzare – e gli eventi come oggi hanno il potere di farlo, come lo fece l’alluvione del 1966.

Convinto da anni nell’ambientalismo e nello “sviluppo sostenibile”, un giorno mi sentii rispondere; “Tu vorresti che un miracolo fermasse tutto per poi risorgere!”
Ecco, oggi non c’è stato un miracolo.
E’ stato un virus biologico, attecchito nelle nostre abitudini, che si è diffuso con le modalità di un virus tecnologico.
Il miracolo sta nello spirito dell’altruismo che si è acceso.
Ora bisogna pianificare e ricostruire la resurrezione, in modalità “insieme”.

E controllare attentamente “gli sciacalli e le iene” che a tutti i livelli ne approfitteranno.
Ripensiamo costruttivamente allo strumento del TERZO SETTORE.
Buona Pasqua!

Enrico Rainero, 11 aprile 2020

La Distruzione Costruttiva. Il più grande nemico anche in questa tragedia è stata l’inerzia, che all’inizio rende le decisioni e le azioni lente e dubbiose. E’ vero sia per l’individuo, sia per i sistemi collettivi.
Poi, ad un certo momento, scatta qualcosa e l’ingegno unito alla tecnologia, all’altruismo o alla finanza, prendono il sopravvento.
Per Joseph Shumpeter i cicli distruttivi sono necessari per ricostruire le rinascite, industriali, finanziarie e sociali.

Il Cigno Nero
“Abbiamo sempre fatto così, perchè cambiare proprio ora?” Questa frase, da sempre il mantra per giustificare la non-azione, oggi è stata polverizzata da qualcosa di inimmaginabile fino a un mese fa.
La realtà ha superato l’immaginabile.
Chi si era azzardato a citare la teoria del Cigno Nero (Nassim Nicholas Taleb – simbolo di evento catastrofico, imprevedibile e ineluttabile) ha avuto ragione.
E, subito dopo al problema sanitario, dovremo vigilare molto attentamente su quanti di professione approfittano delle disgrazie per speculare e rubare risorse: è il terreno perfetto per i business di mafie, camorre, ndranghete.
Sarebbe una duplice catastrofe.

Il Cigno Verde
Nella comunità finanziaria da alcuni anni si sta parlando del Cigno Verde (simbolo di evento catastrofico, ineluttabile legato alla crisi ambientale; non più, però, imprevedibile).
Secondo questa previsione del Cigno Verde, sarà la catastrofe climatica a mettere in ginocchio il pianeta, con esiti assai prolungati.
Le avvisaglie ci sono da anni.
I nostri muri mentali non le vogliono vedere, ovvero, non vogliamo modificare realisticamente i comportamenti per contrastare questa emergenza in costante crescita.

Non ci sono scuse, adesso
I muri mentali oggi sono stati abbattuti.
Facciamo in modo che, tornando là fuori, non ne ricostruiamo subito di nuovi.
Un diverso modo di vivere è possibile, lo stiamo verificando oggi.
Tutto ciò che non abbiamo modificato con le risorse a disposizione, lo stiamo facendo oggi con le risorse al minimo.
In questa emergenza si sono attivati i più grandi sistemi di lavoro e di didattica a distanza, in una vastità mai neppure testata finora, si sono visti piccoli laboratori tecnologici stampare in 3D le valvole per i ventilatori, piccole sartorie artigianali confezionare mascherine, grandi maison della moda impostare piani produttivi per produrre camici ospedalieri, complessi industriali convertire le proprie linee produttive per fabbricare ventilatori polmonari.

La facile tentazione sarà di ricominciare tutto come prima.
Ma, visto che si deve ripartire, perché non pianificare subito un sistema più sostenibile, con caratteristiche meno distruttive di ciò che abbiamo fatto finora, investendo subito in nuovi asset green e di economia circolare?
– Sistema puntuale di controllo della spesa pubblica
– Produzione e utilizzo di energie rinnovabili e pulite
– Ottimizzazione della mobilità pubblica e privata (che non significa soltanto “andiamo tutti con auto elettriche“), con reti intermodali gestite in funzione della sostenibilità.
– Riqualificazione edilizia ed urbana (smart buildings in smart-cities)
– Gestione dei rifiuti (circular economy), riuso
– Efficienza nell’industria e CSR Corporate Social Responsibility, ambientale e sociale
– Logistica con reti intermodali gestite in funzione della sostenibilità.
– Agricoltura biologica e biodiversità
– Filiera alimentare sostenibile e dieta equilibrata
– Tolleranza e integrazione responsabile delle diversità

Se non modificheremo e cambieremo, prepariamoci inevitabilmente ad un nuovo collasso.
E’ necessario pianificare e organizzare il nuovo, agire con mente aperta e costruttiva.
Un passo alla volta. ma intransigente.
Anche se “abbiamo sempre fatto così“, dal marzo 2020 non è più vero.

Enrico Rainero

www.byinnovation.eu

ADACI Eventi e Workshop 2020: l’Associazione professionale senza scopo di lucro realizza la sua mission attraverso eventi locali e nazionali, seminari, tavole rotonde, workshop, incontri CPO e team di studio specifici sui trends delle materie e dei servizi.
ADACI ha attivato, nel corso degli ultimi anni, collaborazioni con Associazioni e Club professionali di altre funzioni aziendali con i quali ha organizzato eventi su tematiche trasversali all’azienda che possono interessare sia la funzione acquisti sia altre aree aziendali.

Negotiorum Fucina
E’ un evento professionalmente coinvolgente che pone i partecipanti al centro dei lavori che, quindi, non saranno più soltanto uditori. Da questa logica emergono opportunità di stimolanti esperienze professionali che nella “fucina delle idee” si fondono per accrescere i contenuti culturali del convegno al massimo potenziale.
ADACI attraverso l’importante network di professionisti associati diventa il naturale supporto alla condivisione delle esperienze culturali in un clima di confronto sereno e costruttivo che si svilupperà nelle tavole rotonde.
La volontà di ADACI di stimolare lo sviluppo delle idee pone il suo focus sia verso il Mondo Accademico, già anima dei Negotiorum Doctrina attraverso la collaborazione culturale con professori universitari sia verso l’imprenditoria nazionale carburante del “Made in Italy” nell’economia mondiale (partecipazione media 180 manager).

Doctrina
Sono eventi animati da relatori del mondo accademico e manageriale, coniugano il risultato della ricerca universitaria con le strategie ed il modus operandi delle imprese eccellenti (partecipazione media 75).
La novità di quest’anno è che Opportunity 50 sarà realizzato insieme, creando occasioni di networking e di opportunità per i ns. partner.

CPO Lounge Community
I protagonisti della CPO LOUNGE sono Top Manager, Direttori Acquisti, Direttori di Logistica o di Supply Chain di importanti aziende, interessati ad arricchire i contenuti professionali, ad accelerare la crescita della funzione attraverso il confronto di settori, progetti ed esperienze nazionali ed internazionali, in un clima riservato di amichevole confronto professionale.

Workshop
Sono incontri semestrali tra compratori, venditori ed analisti di mercato, per confrontarsi e scambiarsi informazioni utili per la predisposizione dei budget e per la definizione delle politiche d’acquisto. L’evento è ripetuto con successo da oltre 25 anni (partecipazione media 60)

Fucinandum Innovation
Sono convegni culturali di apprendimento interattivo. In questi eventi culturalmente innovativi verranno analizzate in modo professionalmente coinvolgente attraverso testimonial importanti, le tematiche nelle Tavole Rotonde del Negotiorum Fucina.

Magister 
E’ un evento organizzato con tavole rotonde parallele tra Top Manager e Professori Universitari (partecipazione media 80)

I format degli eventi e delle iniziative ADACI si concretizzano anche attraverso ADACI SMART, un evento che alterna sessioni plenarie e tavole parallele nelle quali key note speaker porteranno la loro esperienza accademica e professionale (Supply Chain ADACI Management Research Table).

ADACI PA Symposium
Un evento dedicato all’incontro tra manager pubblici e privati su tematiche acquisti e supply chain management. Esperienze a confronto fra spending review, riorganizzazioni territoriali, controlli interni e miglioramento del servizio al cliente.

Gli Sponsor di ADACI
Divenire sponsor di Adaci è la occasione di prestigio più diretta per avere accesso al mondo degli acquisti e del supply chain. Essere uno sponsor di Adaci non significa solo ottenere un determinato livello di visibilità in un convegno o un in workshop, rappresenta piuttosto l’opportunità di accedere a un articolato consesso costituito dai professionisti del settore, dalle imprese e dagli enti ai quali appartengono, dalle scuole e dalle università dove hanno studiato, dalle comunità locali nelle quali risiedono.
Lo sponsor Adaci vive in continuo questa realtà, all’interno della quale condivide idee, opinioni, articoli e testi specializzati, iniziative, proposte, momenti di confronto e di svago.

ADACI è l’Associazione Italiana Acquisti e Supply Management. Da 50 anni costituisce un preciso riferimento culturale e professionale per chi opera negli Approvvigionamenti, Supply Management, Gestione Materiali, Logistica e Facility Management: funzioni in costante evoluzione il cui ruolo ha assunto nel tempo importanza strategica e dimensioni di sempre maggior rilievo. Favorisce l’armonica integrazione dei vari attori del sistema economico, la crescita ed il riconoscimento professionale degli operatori della domanda di mercato, li valorizza e promuove nell’ambito delle imprese, istituzioni, enti pubblici, atenei ed istituti di ricerca. ADACI annovera più di 1.200 manager operativi in tutto il territorio nazionale, suddivisi in sei Sezioni Territoriali: Lombardia e Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta, Tre Venezie, Emilia Romagna e Marche, Toscana e Umbria, Centro Sud.

– BYinnovation è Media Partner di ADACI

www.adaci.it

Idea del futuro nei giovani: confronto internazionale tra Italia, Germania, Polonia, Russia. La ricerca è stata svolta contemporaneamente in quattro stati – ITALIA, GERMANIA, POLONIA, RUSSIA – in un campione rappresentativo di giovani che appartengono a sistemi molto diversi tra loro; una scelta che già di per sé è una notevole novità. L’indagine ha fatto emergere elementi che, a nostro avviso, dovrebbero far molto riflettere sul modo di pensare ed organizzare il proprio futuro da parte delle giovani generazioni.

L’iniziativa è stata promossa dai sociologi del “Centro Federale di Sociologia Teorica ed Applicata” dell’Accademia delle Scienze di Russia (FCTAS RAS) e della “Università Umanitaria Statale Russa” di Mosca e si è svolta in collaborazione: per la Germania, con l’Istituto IWAK dell’“Università Goethe” di Francoforte; per la Polonia, con il “Central Institute for Labour Protection (C.I.O.P)” di Varsavia, il “Voivodeship Labour Office” di Bialystok e la “Warsaw School of Social Psychology”; per l’Italia, con l’Eurispes e il Dipartimento CoRiS dell’Università La Sapienza.

La dimensione totale del campione intervistato nel 2019 è stata pari a 2.200 persone.

I risultati della ricerca sono stati illustrati in un incontro tra esperti nella sede dell’Eurispes da: Svetlana Varlamova ed Elena Kayshauri del Centro Federale di Sociologia Teorica e Applicata, Accademia della Scienze di Russia; Anna Doroshina dell’Università Umanitaria Statale Russa di Mosca.

Dalla ricerca emerge, in particolare, che tra i valori della vita considerati prioritari dai giovani, la salute raggiunge percentuali elevate in tutti e quattro i paesi: 98% in Polonia, 97,8% in Italia, 86,1% in Germania, 95,3% in Russia. Il lavoro è importante per il 92,4% degli italiani, l’89,1% dei russi, l’87,5% dei polacchi, il 70,7% dei tedeschi. Il valore dell’amore riscuote preferenze che variano dall’84,6% dei russi al 92,2% dei polacchi. La politica, al contrario, suscita la preferenza del 61,3% degli italiani, e solo di poco più della metà dei tedeschi (55,3%), del 38,3% dei polacchi e del 36,6% dei russi. Anche il valore relativo ai figli è in declino (70,5% Italia, 68,4% Polonia, 67,6% Russia, 67,5% Germania). Così come quello della religione (36,9% Russia, 36,1% Polonia, 35,6% Germania, 32,8% Italia).

Pianificazione della vita sempre più breve
In tutti i paesi considerati, i giovani presentano un orizzonte di pianificazione sociale della propria vita di valore medio da 4 a 8 anni. Per quanto riguarda l’idea che i giovani hanno sulla durata della loro vita e del loro stato di buona salute fisica e mentale, i giovani russi stimano che la loro vita attiva arriverà a 56,2 anni, la durata della vita a 68,8 anni; i giovani polacchi rispettivamente a 51,1 anni e 76,6 anni; i giovani tedeschi pensano di restare attivi fino a 61,2 anni e di avere una durata di vita pari a 82,4 anni. I giovani italiani hanno espresso i risultati più elevati con una valutazione di vita attiva fino a 65,8 anni e una aspettativa di durata della vita pari a 84,5 anni. Le indicazioni relative ai progetti per figli variano in media da 1,29 a 1,69 figli. I giovani russi hanno progetti per 1,64 figli (media), i giovani italiani per 1,69 figli (media).

Spiegano Svetlana Varlamova ed Elena Kayshauri: «L’aspetto demografico della ricerca è uno dei temi più preoccupanti. Quello che emerge è che l’aumento della ricchezza del Paese e delle possibilità economiche non è il requisito essenziale per l’aumento della natività. I giovani vogliono una famiglia, ma non vogliono fare figli; e questa è una tendenza comune a tutti i paesi occidentali. A nostro giudizio, la politica dovrebbe aiutare a cambiare la percezione dell’idea di famiglia e sottolinearne l’importanza; così come il mondo dell’imprenditoria e dei media dovrebbero diventare veicolo per comunicare gli aspetti positivi di essere genitori».

Lavoro e casa: in cima agli incubi dei giovani. Il terrorismo non c’è
La situazione del mercato del lavoro, i problemi abitativi, la mancanza di tutele per la vecchiaia e, in generale, le difficoltà economiche sono tra i principali problemi percepiti dai 18-30enni.
In particolare, le difficoltà finanziare sono citate dal 36,8% dei tedeschi, 35,7% dei russi, 22,9% degli italiani, 22,5% dei polacchi. Gli affitti elevati sono un problema per quasi la metà dei tedeschi (48,2%), quattro polacchi e russi su dieci (rispettivamente 41,9% e 40,2%) e tre italiani su dieci (30,5%). Molto meno sentiti i problemi come la minaccia del terrorismo (8,1% in Italia, 3,5% in Russia, 2,9% in Polonia,1,9% in Germania); o la crescita di sentimenti nazionalisti (11,8% in Polonia, 11,5% in Germania, 9,7% in Italia, 9,1% in Russia).

Il colore del successo? Carriera, amici e salute
Opinione comune dei giovani intervistati è che il raggiungimento del successo sia la misura più importante per la realizzazione della propria personalità. Tra i criteri principali che i giovani indicano per definire cosa sia il successo nella vita prevalgono i motivi di realizzazione personale: il successo nella carriera (30,6% Russia, 27,8% Germania, 20,7% Polonia, 18,6% Italia); la possibilità di vivere una vita interessante (40% Germania, 39,9% Russia, 25,2% Polonia, 10,2% Italia); di avere amici (37,5% Polonia, 37,3% Russia, 36,6% Germania, 30,4% Italia); o una buona salute (38% Germania, 37,9% Polonia, 36,7% Russia, 36,2% Italia).
Nei quattro Stati presi in considerazione, i giovani intervistati hanno dichiarato che, in una prospettiva di 10-15 anni, dopo aver ricevuto un’istruzione e trovato un posto adeguato nel mercato del lavoro, saranno in grado di esprimere il loro potenziale raggiungendo una posizione nella scala sociale di valore quasi doppio rispetto a quella attuale (dinamiche: Italia da 61,9% a 75,3%; Germania da 45,3% a 79,4%; Polonia da 42,6% a 73%; Russia da 35,5% a 81,3%).

Spiegano ancora Svetlana Varlamova ed Elena Kayshauri: «Abbiamo chiesto ai giovani il livello di posizione sociale e professionale che si prefiggono di raggiungere nel futuro. E un dato, in particolare, ci ha stupito. In Italia, rispetto ai giovani degli altri paesi, abbiamo riscontrato un numero molto più alto di ragazzi che aspirano ad un lavoro “dipendente” (il 63,3% rispetto al 25,8% della Polonia, al 20,1% della Germania e al 12,7% della Russia). Parallelamente, sono lo zero per cento coloro che vorrebbero essere imprenditori di grandi imprese (contro il 21,6% della Polonia, il 12,4% della Germania, il 19,6% della Russia)».

I valori della vita: politica e religione sempre più lontane
I valori della vita dei giovani tra i 18 e i 30 di Italia, Germania, Polonia e Russia sono fortemente orientati verso valori che riguardano la vita sociale e privata, evidenziando, invece, una lontananza rispetto ai valori politici e a quelli spirituali. È quanto emerge da un’indagine realizzata nei quattro paesi europei sui giovani e la loro idea di futuro. Una indagine che, secondo l’obiettivo dei promotori, punta a colmare un vuoto conoscitivo perché sono molto rari gli studi approfonditi sugli orientamenti al futuro da parte dei giovani, ma soprattutto perché è la prima volta che si confrontano gli orientamenti dei giovani appartenenti a sistemi anche molto diversi tra loro per situazioni politiche, culturali, economiche e sociali.

Vita politica e sociale: Europa divisa a metà
Come è vissuto dai giovani il valore della partecipazione alla vita della comunità nella quale vivono? In Italia dove i il ruolo della religione e della Chiesa è forte la partecipazione alle attività religiose è più intensa (22,1%, a fronte del 10,2% Germania, 5,1% Russia, 4,3% Polonia).
Lo stesso si può dire per le attività di volontariato che coinvolgono i giovani in Italia (37,9%); in Germania e Polonia la percentuale di giovani che partecipano ad attività simili è pari alla metà (rispettivamente pari a 19,2% e 19,5%); in Russia il 27,8%. Riguardo alla partecipazione politica e civile, i giovani polacchi sono molto più vicini ai russi rispetto a tedeschi e italiani; l’unica differenza riguarda i tassi di partecipazione elettorale che in Polonia sono risultati superiori di circa il 10% rispetto alla partecipazione dei russi. Invece, per altri tipi di attività sociali e politiche, i dati relativi ai polacchi risultano leggermente inferiore ai dati russi. La vita politica e sociale interna della Germania e dell’Italia mostra un quadro molto diverso: il coinvolgimento attraverso la partecipazione a elezioni di vari livelli, referendum, dimostrazioni e manifestazioni non ha confronto con la situazione dei vicini orientali.

Conclusioni
I risultati dello studio evidenziano che nel 2019 l’orizzonte sociale della pianificazione della vita dei giovani è progettato solo a medio termine ed è significativamente in ritardo rispetto all’orizzonte della pianificazione biologica; un dato che impoverisce il quadro generale del progresso futuro; ma suggerisce che le giovani generazioni non vivono “giorno per giorno”. I giovani, classificati per coorti statistiche, nel contesto dei cambiamenti globali e delle crisi costanti che li caratterizzano, non vedono la possibilità di costruire piani a lungo termine, che è tipico per le età più mature, e sono alla ricerca di opportunità in varie fonti di risorse. Lo sviluppo sostenibile degli Stati di residenza dei giovani e una situazione stabile nel campo della sicurezza internazionale possono contribuire all’estensione della distanza dell’orizzonte della pianificazione della vita.

L’immagine del futuro è influenzata dalla struttura degli orientamenti di valore. La somiglianza della struttura degli orientamenti di valore parla delle comuni radici cristiane della cultura europea e della divisione dei valori universali nella gioventù di Italia, Germania, Polonia e Russia. Divergenze non fondamentali nelle strutture di valore mostrano piuttosto che esse sono legate alle caratteristiche e specificità nazionali della vita politica e pubblica dei suddetti paesi. L’ottimismo sociale è diffuso tra i giovani di Italia, Germania, Polonia e Russia. Le autovalutazioni delle prospettive delle giovani generazioni si concentrano sulla mobilità sociale verticale, un elemento che indica le condizioni di vita generali considerate come accettabili delle giovani generazioni e il loro grado di fiducia nelle possibilità di miglioramento o meno del loro paese. Più alti sono il “grado” di ottimismo e le dinamiche di movimento sulla scala sociale, più elevata è la collocazione del paese nella scala della “competizione mondiale”.

Pertanto, la misura dell’ottimismo sociale può essere un indicatore della valutazione del funzionamento degli ascensori sociali nella comunità. L’adesione a determinati valori determina la direzione delle aspirazioni dei giovani. L’attuale generazione giovanile è orientata alla creazione del proprio futuro confidando in prevalenza su se stessi reagendo principalmente in modo autonomo, per conto proprio.

Un’ultima considerazione: il fatto che le giovani generazioni, appartenenti a sistemi anche molto diversi tra loro, manifestino elementi di convergenza su alcuni orientamenti fondamentali relativi alla loro idea di futuro dovrebbe far riflettere sia gli studiosi che i decisori politici sul fatto che il mondo digitale sta creando sempre di più una comunità giovanile che esprime pensieri e sentimenti autonomi al di là dei tradizionali confini degli Stati. L’interpretazione e la gestione di questo fenomeno è un problema aperto per tutti: un problema scientifico, politico, culturale e sociale.

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