Category: Ambiente

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OGM regole ed etichette. Slow Food Italia, insieme a Slow Food Europe, Slow Food Deutschland e Slow Food Nederland, si unisce alla campagna europea #IChooseGMOFree promossa da oltre 40 associazioni in tutta Europa. Si chiede che venga mantenuta la normativa in materia di Ogm anche per i nuovi Ogm, conosciuti in Italia come Tecniche di Evoluzione Assistita, TEA

«C’è un gran dibattere a livello europeo sui nuovi Ogm. È essenziale che gli italiani, così come i cittadini degli altri Paesi europei, capiscano cosa c’è davvero in gioco: il rischio è che l’etichettatura dei nuovi Ogm non sia più obbligatoria. Un passo che sarebbe anti democratico e in piena contraddizione con gli impegni di trasparenza presi dall’Unione europea affinché i cittadini possano compiere le proprie scelte alimentari consapevolmente. Chiediamo quindi che vengano applicate le regole in vigore per garantire la tracciabilità, i test sulla sicurezza e una vera libertà di scelta per i consumatori e per gli agricoltori. Deregolamentare i nuovi Ogm significa limitare inequivocabilmente la possibilità di scegliere cibo e colture libere da Ogm. E invaliderebbe miseramente ma concretamente la conversione verso un’agricoltura davvero ecologica. Ci rivolgiamo quindi ai nostri ministri e ai deputati europei affinché ascoltino e rispondano alle fondate istanze dei cittadini!» sottolinea Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia.

È questo il senso della petizione lanciata da Slow Food Italia e rivolta ai politici nazionali e ai membri del Parlamento europeo, chiamati a prendere posizione e ostacolare il piano della Commissione europea che ha manifestato l’intenzione di deregolamentare i nuovi Organismi geneticamente modificati (Ogm, conosciuti in Italia anche come Tecniche di evoluzione assistita, TEA).

Fermiamo la deregolamentazione dei nuovi Ogm
Le lobby e le multinazionali agroalimentari hanno cercato per anni di convincere le istituzioni europee a escludere i nuovi Ogm dall’attuale regolamentazione europea sui semi transgenici di vecchia generazione. Lo scopo è rendere i nuovi Ogm non rintracciabili, non etichettati ed esenti dalla valutazione dei loro rischi. In altre parole, agricoltori, produttori, dettaglianti e consumatori non sarebbero più in grado di rifiutare i prodotti Gm e optare per scelte libere da Ogm.

La Commissione europea rischia di commettere un grave errore con il risultato di agevolare lo sviluppo e la commercializzazione di nuovi Ogm da parte dell’industria agro-biotecnologica. Nel 2020 la Commissione ha pubblicato uno studio che mostra il chiaro desiderio di deregolamentare i nuovi Ogm e diversi Paesi europei sembrano essere a favore di questa proposta.
Poiché la Commissione europea prevede di presentare una proposta per regolamentare i nuovi Ogm nei prossimi mesi, chiediamo a ogni cittadino dell’Ue di firmare la nostra petizione per sollecitare i decisori politici europei e nazionali a prendere una posizione contro qualsiasi tentativo di modificare la legislazione Ue esistente. Gli Stati membri e il Parlamento europeo avranno infatti il potere di adottare o respingere la proposta di una nuova legislazione da parte della Commissione.

Si tratta di un’importante opportunità per i cittadini europei di far ascoltare la propria voce su un argomento che avrà un impatto diretto sulla loro vita quotidiana. Dobbiamo mobilitarci contro il progetto dell’industria agroalimentare di sbarazzarsi delle regole di etichettatura e di avere minori controlli di sicurezza. Mantenere queste regolamentazioni significa permettere ai consumatori di informarsi e di prendere decisioni consapevoli sul cibo che mangiano, e dare la possibilità ad agricoltori, allevatori e aziende di trasformazione alimentare di indicare se un prodotto è un Ogm o contiene ingredienti Gm.

Perché la Commissione europea vuole deregolamentare i nuovi Ogm?
Per decenni, agli agricoltori e ai cittadini è stato detto che gli Organismi geneticamente modificati possono aiutare a combattere gli effetti del cambiamento climatico sull’agricoltura. Secondo l’industria delle biotecnologie agricole, l’ingegneria genetica che si occupa di geni di piante, animali e altri organismi viventi, rivoluzionerà il modo di fare agricoltura. Permetterà cioè agli agricoltori di continuare a coltivare specie che grazie a nuovi tratti genetici saranno in grado di difendersi dalle pressioni del cambiamento climatico. Questi “nuovi Ogm” sono presentati come semplici tecniche moderne di selezione delle piante, ma tale dichiarazione è falsa: in realtà, le sementi prodotte con nuove tecniche Gm come CRISPR/Cas9 sono potenzialmente pericolose per la biodiversità e per l’ambiente e non hanno posto alcuno nell’agricoltura rispettosa della natura. La Commissione europea sta commettendo un grave errore per favorire i giganti multinazionali dell’industria agro-biotecnologica.

La deregolamentazione dei nuovi Ogm renderà il sistema alimentare europeo sostenibile?
In un rapporto pubblicato nell’aprile 2020, la Commissione europea sostiene che i nuovi Ogm potrebbero contribuire a implementare la sostenibilità delle produzioni alimentari e dovrebbero quindi essere esentati dalle leggi dell’Ue sugli Ogm. Tuttavia, questa affermazione non è adeguatamente comprovata e si basa su promesse non verificabili da parte degli sviluppatori di Ogm e dei gruppi di interesse associati. Inoltre, l’agricoltura Gm favorisce lo sviluppo di monocolture intensive e non affronta in alcun modo le cause alla base di sistemi alimentari insostenibili.
Slow Food ha una posizione di lunga data contro gli Ogm a causa dei rischi che presentano per la biodiversità, delle minacce che pongono ai mezzi di sussistenza e alla sovranità dei piccoli agricoltori e del fatto che sono incompatibili con un sistema agricolo basato sull’agroecologia.

Potremo continuare a scegliere alimenti privi di Ogm se saranno deregolamentati?
Nel 2018, la Corte di giustizia europea (CGCE) ha stabilito che i nuovi Ogm rientrano nel campo di applicazione della legislazione Ue sugli Ogm del 2001 secondo il principio di precauzione. Ciò significa che sono soggetti all’autorizzazione dell’UE, alla valutazione del rischio, all’etichettatura degli Ogm e alla tracciabilità per garantire agli agricoltori, ai produttori alimentari e ai consumatori il diritto di sapere se un prodotto alimentare contiene organismi Gm o meno. Eppure ora la Commissione europea vuole cambiare la legge per escludere alcuni Ogm dai regolamenti Ogm dell’Ue, il che significa che queste regole non si applicherebbero più e l’etichettatura dei nuovi Ogm potrebbe non essere più obbligatoria. Così facendo agricoltori, produttori di cibo, dettaglianti e consumatori non potranno più rifiutare i prodotti Gm e optare per scelte senza Gm.

www.slowfood.it

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Transizione ecologica mobilità va pianificata. Lo stiamo facendo? I dati di vendita di auto elettriche in Italia, seppur positivi, non sono tali da garantire il raggiungimento degli obiettivi dell’Europa. Sotto i riflettori: infrastruttura di ricarica; costi; cornice socio-economica di utilizzo. Nella seconda giornata di Next Generation Mobility, in programma a Torino dal 3 al 5 maggio, si fa il punto insieme ai player del settore e ai rappresentanti del progetto europeo Interreg Alpine Space e-SMART

La transizione ecologica nella mobilità costituisce uno dei pilastri nel piano di sviluppo condiviso a livello europeo e nazionale.
Le dimensioni del parco di vetture circolanti, in Italia di 39 milioni, nel 2021 ha registrato appena 265.000 auto ibride, dato poco incoraggiante rispetto al boom degli ultimi tre anni dopo con la spinta dell’ecobonus.
Diverse le cause di questa netta frenata, non ultima quella dell’attesa degli incentivi, fin troppo preannunciati, che hanno provocato il posponimento di acquisti già decisi.
Secondo lo scenario del PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima), entro il 2030 le e-car in Italia dovrebbero rappresentare, con sei milioni di unità vendute, il 13% del parco circolante. Ciò significa che per raggiungere tale obiettivo nei prossimi 8 anni si dovranno vendere circa 800mila “auto alla spina”, a fronte delle sole 137mila vendute nel 2021.

Cosa è necessario per far sì che la domanda regga a questi ritmi senza flessioni?
Una recente ricerca di BIP, società di consulenza aziendale e tecnologica italiana, che sarà presentata a Next Generation Mobility il prossimo 4 maggio, dimostra che l’implementazione e il potenziamento delle infrastrutture di ricarica sono la chiave per lanciare il mercato dell’auto elettrica in Italia. Come già sta succedendo in Francia, Germania, Norvegia e nel Regno Unito il percorso da intraprendere prevede due fasi: nella prima, capillarità territoriale per ridurre la distanza media tra punti di ricarica; nella seconda, calcolo della sostenibilità economica dell’infrastruttura, facendo attenzione all’aumento del numero medio di auto servite per stazione.

Il punto di riferimento è il mercato norvegese, il primo e unico maturo oggi, dove l’infrastruttura di ricarica serve 30-32 vetture per punto con distanze medie tra una stazione e l’altra di 4 km. In numeri assoluti, prendendo per buono il target PNIEC, significano 187.500 punti diffusi sul territorio italiano. Oggi sono circa 27.900. Se si punta prima alla capillarità e poi alla sostenibilità economica, gli investimenti dovranno essere sostenuti da fondi pubblici. Il PNRR prevede finanziamenti per 13.755 colonnine in aree urbane e 7.500 sulle autostrade, del tipo rapido o ultrarapido. Ammesso che tutte vengano installate, si arriverebbe a poco più di 49.000 colonnine. Ne mancherebbero ancora quasi 140.000. Non è ben chiaro chi sosterrebbe l’investimento, al ritmo di 1300 al mese.

Questi numeri, che sono solo alcuni tra quelli proposti dallo studio BIP Consulting, fissano il punto da cui bisogna partire per il successo della transizione della mobilità da combustibili fossili a elettrico.
Oggi metà delle ricariche avvengono in ambito domestico, un quarto sul posto di lavoro e il resto in punti pubblici. Questa situazione riflette il quadro socio-economico attuale dell’utilizzatore medio di auto elettriche alla spina (ricordiamo che sono 265.000). Con 6 milioni di vetture, è improbabile che le condizioni saranno le stesse. Questo va considerato nella pianificazione della transizione.
Lo stesso per il prezzo della ricarica.
Come ricordato da BIP, gli interessi di utilizzatori, case automobilistiche e fornitori di ricarica sono divergenti.
L’utente non vuole pagare il sovrapprezzo della ricarica rapida se non necessario; i costruttori automobilistici vogliono evitare i costi e i pesi addizionali legati a caricatori di bordo più potenti; i fornitori vogliono realizzare infrastrutture in grado di garantire un rapido ritorno dell’investimento.
Come conciliare tutto questo, ammesso che sia possibile, costituisce una sfida per chi spinge per la transizione, ossia lo Stato.

La pianificazione della transizione ecologica nella mobilità e le sue sfide costituiscono una questione talmente importante che Next Generation Mobility dedica l’intera giornata del 4 maggio, ad affrontarne i diversi angoli. In particolare, oltre al trasporto individuale di persone, verrà affrontato il tema dell’elettrificazione del trasporto pubblico e di quello delle merci nel tratto finale della catena distributiva, che conduce al punto vendita di prossimità. L’intera sessione è organizzata in collaborazione con il progetto europeo Interreg e-Smart, partner di Next Generation Mobility, e i suoi risultati verranno illustrati dai rappresentanti delle diverse città e nazioni partecipanti.

Next Generation Mobility nasce da una partnership consolidata: Clickutility Team, che da oltre 15 anni organizza convegni in ambito mobilità e smart city, e Studio Comelli, che da sempre si occupa di progettare contenuti di eventi e agende scientifiche e di media relations.

– BYinnovation è Media Partner di Next Generation Mobility

www.ngmobility.it

Viaggi sostenibili: 10 consigli della piattaforma di viaggi Omio (per principianti ed esperti) sono un tema molto ampio e la scelta del mezzo di trasporto non è l’unico punto da affrontare.

Ci sono vari aspetti del viaggio da considerare, dalla modalità di prenotazione fino allo smaltimento dei rifiuti. Omio, piattaforma e app per la prenotazione di biglietti di treni, aerei, autobus e traghetti, ha stilato una lista di consigli pratici sia per chi vuole iniziare a viaggiare in modo responsabile sia per chi si considera già esperto ma vuole avere un comportamento ancora più attento all’ambiente.

Per principianti:
– Non solo aereo: valuta tutte le alternative
Evitare crociere ad alto impatto ambientale può essere semplice, ma le cose si fanno più complicate per quanto riguarda l’aereo, spesso preferito perché veloce. Grazie a Omio, tuttavia, è possibile confrontare le varie opzioni di viaggio e scoprire come treno e autobus spesso siano più veloci ed economici di quanto si pensi e permettano di risparmiare CO2.

– Esplora i dintorni
Un consiglio tanto semplice quanto efficace: le distanze brevi riducono la nostra impronta ecologica, e in più non bisognerà preoccuparsi dei lunghi tragitti in treno o in autobus. Pianificate un viaggio a tappe o provate i treni notturni: in questo modo si risparmia anche una notte in hotel e al mattino si è già pronti per scoprire la destinazione.

– Utilizza solo biglietti elettronici
Stampare i biglietti è ormai obsoleto. L’app di Omio garantisce accesso a tutte le prenotazioni e a tutti i biglietti, in qualsiasi momento, anche offline, e permette di gestire i propri soggiorni direttamente dall’app grazie alla partnership con Booking.com.

– Riduci gli sprechi
Quando si viaggia si producono molti rifiuti che potrebbero essere facilmente evitati. Ad esempio, è sempre bene portare con sé una borraccia invece di comprare una bottiglia dietro l’altra, evitare take-away che producono troppa plastica e preferire il proprio shampoo, bagnoschiuma e sapone, lasciando i flaconcini omaggio in hotel.

– Spostati in bici o con i mezzi pubblici
Una volta arrivati, è meglio spostarsi con i trasporti pubblici locali o con una bici: questa scelta, oltre che sostenibile, è anche economica e consente di immergersi subito nella destinazione.

– Preferisci le alternative locali alle grandi catene
Meglio prenotare un piccolo hotel a conduzione familiare, provare piatti locali in ristoranti autentici, bere un caffé in un piccolo bar e scegliere prodotti del posto: in questo modo entrerete nello spirito della destinazione e potrete scoprirla come veri local.

– Non disperdere rifiuti nella natura
Per chi ama trascorrere il tempo immerso nella natura, è sempre bene portare un sacchetto per i rifiuti, poiché i cestini non sono sempre presenti o spesso sono stracolmi. Raccogliete tutta la spazzatura e buttatela quando possibile.

– Rispetta la natura
Molti non sanno che raccogliere conchiglie, coralli, pietre e sabbia è proibito in molti Paesi e può addirittura essere sanzionato. Prima di tutto, è importante proteggere gli ecosistemi locali e lasciarli il più possibile intatti.

– Rispetta gli animali
Farsi un selfie con gli animali non rientra tra le pratiche di turismo responsabile: non siate insistenti e limitatevi ad ammirarli da lontano!

– Risparmia energia mentre sei via
Prima di partire per le vacanze, assicuratevi di aver spento riscaldamento, luci, gas e tutti i dispositivi non necessari.

Per esperti:
– Scegli una vacanza self-made invece che all-inclusive
Prenotare una vacanza all-inclusive già organizzata nei minimi dettagli è una grande tentazione, ma non sempre vengono proposte alternative sostenibili, sia per quanto riguarda i mezzi di trasporto che il soggiorno. Inoltre, programmare la propria vacanza da soli è anche un ottimo modo per sostenere ristoranti, negozi e piccoli produttori.

– Preferisci i mezzi di trasporto a minor impatto ambientale
Viaggiare in treno o in pullman a volte implica tempistiche più lunghe; tuttavia permette di non perdersi panorami mozzafiato, di immergersi nella destinazione e di entrare a contatto con gli abitanti locali.
Una soluzione potrebbe essere pianificare itinerari a tappe: in questo modo andrete a fondo nell’esplorazione della destinazione e conoscerete meglio le sue caratteristiche.

– Metti in valigia solo lo stretto necessario
Portate solo ciò che davvero vi serve, perché un peso maggiore significa maggiori emissioni. Siamo onesti, chi non sì è mai accorto alla fine delle vacanze di non avere usato nemmeno la metà delle cose?! E se non sapete da che parte iniziare, potete seguire la guida di Omio per la valigia perfetta.

– Esci dagli schemi
I viaggi più belli e più sostenibili (e quelli che rimarranno nel cuore più a lungo) sono quelli che evitano le mete troppo turistiche. Scegliere una destinazione insolita e meno inflazionata renderà l’esperienza di viaggio unica e consentirà di sostenere le popolazioni locali che normalmente traggono pochi profitti dal turismo.

– Viaggia plastic-free
Sono poche le persone che riescono a viaggiare completamente senza plastica, eppure le alternative sostenibili a questo materiale non mancano. Per esempio, si possono mettere in valigia posate da viaggio riutilizzabili, una tote bag in cotone biologico, una giacca a vento ottenuta da materiali riciclati, shampoo solido e dischetti struccanti di cotone.

– Scegli una protezione solare green
Le tradizionali creme solari contengono sostanze che vanno a intaccare il delicato equilibrio degli ecosistemi. Quindi, specialmente in spiaggia, scegliete una crema solare naturale e biologica che rispettano il mare e l’ambiente circostante.

– Rinuncia all’aria condizionata
È consigliabile evitare il più possibile l’uso del condizionatore, anche nelle destinazioni più calde. Certo, bisognerà sopportare un po’ il caldo, ma si risparmierà energia e si eviteranno tosse e mal di gola in vacanza.

– Non disperdere i rifiuti e raccogli quelli che trovi
Oltre a raccogliere i propri rifiuti, non lasciate che quelli dispersi dagli altri rimangano dove sono: raccoglieteli o partecipate a iniziative di gruppo (ad esempio quelle per la pulizia di spiagge), un modo utile e originale per prendersi cura dell’ambiente, entrare in contatto con le persone del posto e fare nuove amicizie.

– Scegli un alloggio sostenibile
Prenotare alloggi sostenibili non è sempre semplice, ma per fortuna sono sempre più numerose le piattaforme che scelgono di introdurre delle etichette per identificare gli alloggi green o che mettono a disposizione soluzioni di soggiorno ecologiche e immerse nella natura.

– Sostieni le iniziative locali
Turismo responsabile significa anche offrire sostegno agli abitanti locali, specialmente se la tua meta è un luogo più povero rispetto al proprio Paese di origine. Ricordatevi di dare una mancia se è usanza, scegliete guide di viaggio del posto e scoprite le organizzazioni che partecipano a progetti di sostegno sociale.

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Il cibo è la nostra salute. Solo con la biodiversità si nutre il pianeta. In occasione della Giornata Mondiale della Salute 2022, Slow Food presenta la sua posizione sul tema Cibo e Salute.

Slow Food lavora per migliorare la biodiversità, il clima e la salute attraverso il cibo
«Esiste un legame indissolubile tra la salute dell’uomo, degli animali, delle piante e dell’ambiente: solo con una prospettiva olistica è possibile affrontare i problemi che riguardano ciascuna forma di vita» afferma Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia in occasione della Giornata Mondiale della Salute 2022. «La salute è al centro dell’impegno di Slow Food. Obiettivo dell’associazione è infatti rendere il cibo buono, pulito e giusto accessibile a tutti. Una dieta è sana non solo quando è adeguata dal punto di vista nutrizionale, ma anche se promuove la salute umana e rispetta quella del pianeta. Una dieta sana si basa su una ricca diversità di cibi di origine vegetale,  integrali e minimamente lavorati, coltivati localmente con metodi sostenibili e, soprattutto, una dieta sana può essere – ed è – piacevole».

«La difesa della biodiversità, una battaglia che da sempre caratterizza la nostra associazione, rappresenta una possibile soluzione alla crisi climatica e alla malnutrizione in tutte le sue forme: sovrappeso e obesità, denutrizione e carenza di micronutrienti. Guardando alle tendenze che stanno plasmando le diete in tutto il mondo e che favoriscono le malattie legate all’alimentazione e la malnutrizione, crediamo che l’approccio One Health possa far comprendere come il modo in cui il cibo viene prodotto possa avere un impatto diretto sulla salute umana, animale, vegetale e, in generale, del pianeta».

La ricerca di Slow Food su Cibo e Salute esamina lo stato attuale dei nostri sistemi alimentari globali e le modalità con cui Slow Food lavora per promuovere diete sane.
Il documento presenta inoltre una ricerca condotta da Slow Food per analizzare il contenuto nutrizionale di alcuni Presìdi Slow Food e descrivere in che modo le principali iniziative di Slow Food, come gli orti e i Mercati della Terra, sostengono le comunità locali e garantiscono diete sane e sostenibili proteggendo la biodiversità.
Il documento descrive anche il modo in cui i nostri sistemi alimentari sono governati oggi ed evidenzia la necessità di applicare una politica migliore in ambito alimentare e sanitario, concludendo con una serie di raccomandazioni che Slow Food rivolge ai responsabili politici europei.

I dati sul sistema alimentare odierno
Il sistema alimentare oggi è dominato da grandi aziende che producono, trasformano, distribuiscono e vendono il cibo, indirizzando le scelte alimentari che le persone compiono e definendo dall’alto la disponibilità del cibo e il suo prezzo. La qualità del cibo fornito è di conseguenza povera di sostanze nutritive: ricca di grassi, sale e zuccheri e priva di nutrienti importanti come minerali e vitamine. Inoltre, l’eccessiva abbondanza di questi alimenti solleva problemi di sicurezza alimentare, poiché molti individui e comunità non hanno attualmente accesso a diete adeguate e culturalmente appropriate.
Allo stato attuale, secondo la Fao, ci sono 1,9 miliardi di adulti in sovrappeso nel mondo, oltre 650 milioni dei quali sono obesi, mentre allo stesso tempo ci sono quasi 800 milioni di persone denutrite che soffrono la fame e miliardi che presentano carenze di micronutrienti. L’obesità, un tempo riscontrata soprattutto nei Paesi dal reddito elevato, si è oggi estesa ai Paesi con medio e basso reddito, spesso insieme alla denutrizione. Anche nei Paesi dove una maggiore disponibilità di calorie ha mitigato i problemi di sicurezza alimentare, la malnutrizione persiste sotto forma di carenze di micronutrienti.

La tutela della biodiversità come risposta
L’altra faccia della medaglia di questa abbondanza industrializzata è il grandissimo potenziale di biodiversità disponibile per le comunità locali di cui solo una minuscola percentuale viene effettivamente consumata. Delle oltre 300.000 specie vegetali commestibili note, infatti, l’approvvigionamento alimentare mondiale dipende da sole 150. Inoltre, quattro colture – riso, mais, patate e grano – forniscono più della metà delle calorie consumate globalmente.

«Spesso dimenticate, le piante alimentari commestibili locali possono dare un contributo significativo a migliorare e diversificare la dieta. Da un punto di vista nutrizionale, molte di queste specie vegetali sono più ricche di vitamine, minerali e macronutrienti come grassi e proteine rispetto alle specie domestiche convenzionali» spiega Serena Milano, segretario generale della Fondazione Slow Food per la Biodiversità. «Inoltre, le piante commestibili locali richiedono meno acqua, fertilizzanti, prodotti chimici, si adattano naturalmente al loro ambiente e sono in grado di resistere meglio alla pressione di malattie e parassiti. Promuovere le piante alimentari locali è una strategia che aumenta la diversità della dieta tra le popolazioni urbane e rurali durante tutto l’anno e riduce la fame e il rischio di malnutrizione in tempi di penuria alimentare e carestia. Per di più l’utilizzo di queste piante è sostenibile ed efficace dal punto di vista dei costi».

Crisi climatica e salute
C’è un altro elemento che provoca effetti negativi sulla nostra salute: la crisi climatica. Quest’ultima sta avendo un impatto su tutti i sistemi ambientali e sta danneggiando anche la salute umana.

La sicurezza alimentare globale è minacciata dall’aumento delle temperature e dai cambiamenti nelle precipitazioni, oltre che da eventi estremi come ondate di calore, inondazioni e siccità, che hanno un effetto significativo sulla produzione agricola.
La nostra dieta è uno dei motori del cambiamento climatico, dato che la sola produzione di carne è responsabile di quasi un quinto delle emissioni globali di gas serra. Allo stesso tempo, il consumo eccessivo di carne rossa ha anche effetti negativi sulla salute umana.

Il cambiamento climatico può anche rendere il cibo meno nutriente
L’impoverimento nutrizionale dovuto all’aumento dei livelli di CO2 può influenzare le concentrazioni di quasi tutti i micronutrienti. Questa alterazione del valore nutrizionale del cibo dovuta al cambiamento climatico si unisce alle conseguenze causate dall’impoverimento del suolo.
Ecco perché nella Giornata Mondiale della Salute Slow Food riafferma con forza il suo impegno a lavorare per una salute migliore, promuovendo abitudini alimentari sane in cui il cibo sia considerato di vitale importanza sia per la salute dell’ambiente che per quella di chi lo produce e lo consuma.

A sostenere le attività di ricerca e approfondimento di Slow Food sul tema Cibo e Salute è Reale Mutua, Sostenitore Ufficiale di Slow Food Italia.

www.slowfood.it/cosa-facciamo/cibo-salute/

www.slowfood.it/una-dieta-sana-e-anche-amica-del-clima/

Circular Economy package set to be a game changer. The new package is a fundamental step forward but still lacks teeth to make sustainable products the norm, the EEB warns
The European Commission released a set of initiatives [1] to speed up the transition towards a circular economy. The European Environmental Bureau (EEB) welcomed the Package as a potential game changer, but stressed the need for swift action to reduce our emissions and resource use, while respecting planetary boundaries and human rights.

Stéphane Arditi, Director of Policy Integration and Circular Economy at the EEB, said: “This package could help drive the much needed market and industry transformations to achieve a resource-efficient, sustainable and fair economy – but it still lacks teeth to truly make sustainable products the default choice for all.

The package consists of:
– A Sustainable Products Initiative aimed at boosting the circularity of products on the EU market, including a reform of Ecodesign laws
– A Strategy for Sustainable and Circular Textiles
– A proposal for the revision of the Construction Products Regulation (CPR)
– New rules to reinforce the consumer power.

Sustainable products and Ecodesign
The Sustainable Products communication lays out a number of measures targeting the sustainability of products sold on the EU market, and the Commission restated its ambition to make sustainable products the norm.

The Package also includes a legislative proposal to unleash the potential of Ecodesign, extending its scope to virtually all products placed on the market, and opening the door to new innovative measures such as carbon and environmental footprinting of products, the development of a Digital Product Passport, and impact consideration beyond EU borders.

However, the new regulation will only deliver results through the delegated acts established for specific product groups. These will take time to establish, notably as the Commission foresees a limited increase in staff working on product policy. Opportunities to deliver results from the onset, such as an immediate ban on the destruction of unsold goods, were not taken. Moreover, the proposal fails to address and disclose social and due diligence aspects within the Product Passport. [2]

Jean-Pierre Schweitzer, Policy officer for products and circular economy at the EEB, said: “Applying Ecodesign to a broader set of products will save Europe emissions, resources, and increase our resilience, but we are still a long way from these measures being put into practice.”

Sustainable textiles
The ‘Textiles Strategy’ sets out the European Commission’s plans for new policies to bring more sustainability to one of the world’s most polluting, wasteful and exploitative sectors.

The EEB welcomes the clear plans for binding rules on product design, targets for more reused textile products, and for more weight on producers to bear the end-of-life costs of textile waste. However, the EEB calls on policy-makers to ensure strong civil society participation in the development of the initiatives announced in the Strategy, and to enhance measures that tackle human rights’ abuses in supply chains, a clear blind spot in today’s text.

Emily Macintosh, Policy Officer for Textiles at the EEB, said: “You can’t green fast fashion. Today the European Commission has named overproduction as the problem by calling out the number of collections brands put out every year. Now we need to ensure that the actions set out in this strategy are translated into real industrial accountability for all companies regardless of size, and that there are no get-out clauses when it comes to the destruction of goods and ensuring fairness for workers.

Construction Products
Despite larger advancements in other files, the Construction Products Regulation revision timidly inches forward in regards to alignment with the Sustainable Products Initiative. Faced with rising demands for a Renovation Wave, the CPR continues to set a lower bar for construction products by proposing neither legally binding environmental requirements for product performances nor more digital and transparent product information.

NGOs have continuously warned [3] such lack of ambition is especially concerning for an industry desperately in need of decarbonisation, as the source of 35% of EU emission [4]. This largely goes unaddressed by the current CPR, which continues to allow dominant industry players to set environmental standards, where they can agree on the lowest common denominator that stifle out innovations and SMEs.

Gonzalo Sánchez, Policy Officer for Circular Economy and Carbon Neutrality in the Building Sector at the EEB, said: “Minimum environmental requirements and a mandatory Digital Products Passport for construction products are key to decarbonise Europe’s built environment by 2050. Postponing these actions will mean an unsurmountable task in the next decade to decarbonise the building stock, due to the delay in implementing circular measures and investing in low-emission materials.”

Empowering consumers
The Initiative on ‘Empowering the Consumer for the Green Transition’ is set to strengthen existing EU legislation to prevent greenwashing and reduce obsolescence, by amending both the Unfair Commercial Practices Directive (UCPD) and the Consumer Rights Directive (CRD).

The proposal aims to improve the credibility of sustainability claims and labels – a measure highly called for, as recent research showed that 42% of green claims are potentially false or deceptive [5]. Moreover, new rules on information provisions regarding the length of warranty periods, the availability of spare parts, and software updates, are meant to help consumers understand the expected lifespan of the products they purchase [6].

The EEB welcomes the measures as a much-needed step to stop greenwashing, but warned about possible loopholes: the initiative fails to clarify how some of the most problematic and widespread claims such as “climate neutrality” are going to be tackled, while the foreseen ban on planned obsolescence was dropped from the proposal.

Blanca Morales, Senior Coordinator for EU Ecolabel at the EEB, said: “We need bolder measures to prohibit unreliable credentials, especially on climate neutrality, and list those that are based on harmonised, robust methods. We call on the Commission to reinforce these provisions in the upcoming regulation on Green Claims. Companies should be obliged to publicly register their claims and evidence before use. No data, no market!”

NOTES
[1] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_22_2013
[2] In its presentation of the initiative, the Commission said these aspects would be addressed via the Corporate Sustainabilty and Due Diligence files, but those do not deliver the same level of transparency as the Digital Product Passport.
[3] https://eeb.org/library/ngos-letter-on-the-construction-products-regulation-revision/
[4] https://ec.europa.eu/environment/levels_en
[5] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_21_269
[6] The proposal also blacklists companies’ practices leading to premature obsolescence, such as avoiding to inform consumers on the need to use software updates that prevent products from working, or requiring the use original consumables like inks for printers.

The European Environmental Bureau (EEB) is Europe’s largest network of environmental citizens’ organisations, standing for environmental justice, sustainable development and participatory democracy. Our experts work on climate change, biodiversity, circular economy, air, water, soil, chemical pollution, as well as policies on industry, energy, agriculture, product design and waste prevention. We are also active on overarching issues as sustainable development, good governance, participatory democracy and the rule of law in Europe and beyond.
We have over 140 members in over 30 countries.

www.eeb.org

Mission for Adaptation to Climate Change and Societal Transformation. The Mission, a first in the EU policy world, anchoring it in the research and innovation policy of the EU with a perspective until 2030, fosters the development of innovative solutions and will engage with and empower regions, cities and communities to adapt to climate change.

Four projects explore climate adaptation for vulnerable communities in EU Macro-Regional Strategies Week.

REGILIENCE, IMPETUS, ARSINOE and TransformAr examine ‘transformative action for climate resilient and adaptive regions’ as part of wider collaboration effort

Four Horizon 2020-funded projects explored how to best assess and improve the climate-change resilience of vulnerable regions in a joint session on 9 March 2022, during the 3rd European Union Macro-Regional Strategies (EU MRS) Week. REGILIENCE, ARSINOE, IMPETUS and TransformAr are coordinating efforts to identify common goals, challenges and work areas, to achieve best possible outcomes for communities as part of the European Green Deal and the European Union’s Mission for Adaptation to Climate Change and Societal Transformation. The session on ‘transformative action for climate resilient and adaptive regions’ was the first result of this collaboration to raise visibility of the projects, their participants and their goals.

More than 60 participants joined the session to hear a panel of experts present approaches and solutions that will be tested in various regions and communities by the four projects in the Mission for Adaptation to Climate Change and Societal Transformation.

The Mission, a first in the EU policy world, anchoring it in the research and innovation policy of the EU with a perspective until 2030, fosters the development of innovative solutions and will engage with and empower regions, cities and communities to adapt to climate change.

The Mission, the EU Adaptation Strategy and their importance for regional development as well as various solutions and support measures were presented by Johannes Klumpers, Head of Secretariat at EC Directorate General CLIMA. He highlighted how public funding can accelerate the achievement of societal goals, which is key to getting citizens on board as active and engaged players.
He invited session participants to adhere to the Mission charter, to become part of a community of practice on adaptation to climate change and to join the First Mission Forum on 7 June 2022.
He said the Mission’s goals are to help regions:
– understand climate risks,
– prepare plans / roadmaps,
– build resilience and demonstrate adaptation.

This keynote was followed by short video testimonials from selected project demonstration regions: French Guadeloupe is a demonstrator in the TransformAr project, addressing 2 key sectors, agriculture and tourism, which are highly impacted by climate change; the Latvian Zemgale Planning Region is developing a GIS-based flood

By assessing and improving the resilience of regions, the 4 projects will help them prepare for future crises and reduce their associated risks. In this framework, new tools and methodologies help regions and communities to better understand, plan and develop strategies tailored to their needs, which will maximize their resilience to the impacts of climate change.

A panel of experts explained the opportunities that result from the projects working together in a cluster, presented existing good practices, and expressed the motivation of partners to step up regional climate action.

Moderated by Vasileios Latinos of ICLEI (REGILIENCE), the panellists discussed: how to simplify resourcing and financing of adaptation; how to overcome the ‘adaptation gap’ and evolve towards integrated climate action that engages and empowers citizens, switching focus from post-catastrophe action to perspectives for resilience; and how to test specific adaptation measures that can be replicated in other regions as well as more systemic approaches to climate change.

Stefania Manca representing the Municipality of Genoa and the EU Agenda Partnership for Climate Adaptation commented that the 2017-2022 Partnership allowed representatives from cities and countries to exchange knowledge and feedback on funding schemes. She said a focus on insurance data and upscaling potential is useful, for example an EU Investment Bank toolkit and guidance for cities helps them assess benefits and enhance their ability to access financial instruments. Better planning and avoidance of maladaptations are also necessary, she added.

Chrysi Laspidou of University of Thessaly explained how the four projects are building upon and helping to materialise the EU macro-regional strategies by equalising regional climate-change preparedness levels and supporting their planning efforts. Change is happening through the systematic involvement of all actors and breaking out of sectoral silos, changing mindsets and co-creating adaptation pathways, identifying the financial instruments that will fund them.

“Covid has showed that we are not good at reacting: we need to be prepared. That’s what these 4 projects are doing, at different levels and with different countries – helping them to prepare and adapt to climate change.” Chrysi Laspidou, University of Thessaly, ARSINOE project lead
Representing the TransformAr project were Laurence Couldrick of West Country Rivers Trust, UK and Alessio Satta of MEDSEA Foundation Sardinia, Italy.

Laurence Couldrick emphasised the need to avoid tackling challenges within siloes such as ‘water’, ‘flooding’, ‘fires’, etc. and instead to take a more integrated and long-term perspective – for example reviewing farming practices that might appear beneficial for the short term but may not be viable in the future. How do people adapt and respond to droughts, flood risks, and so on? “We are starting these conversations, changing practices and looking at the role of citizens, communities and financing in this,” he said. The role of authorities and the need to involve them from an early stage of planning to ensure funds and methods match needs and expectations around post-disaster actions was raised by Alessio Satta. He highlighted the value of narratives to bring people on board and move from planning to action to overcome the adaptation gap.

On behalf of the IMPETUS project, Giovanni Luigi Brumat of Cantina Toblino – a viticulture cooperative in Trentino, Italy – explained the challenges faced by his community. “As well as climate data, we need more decision-making systems dealing with climate change,” he said. In the past 10 years, climate change events have been increasingly impactful. More understanding is needed of water consumption and how best to deal with scarcity, as well as how to access financing for solutions.

The project’s ‘Resilience Knowledge Boosters’ will use new data handling and visualization systems to support informed decision making, and to come up with new solutions.

The 9 March session came hot on the heels of the latest report from the Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), which highlighted the need for adaptation strategies as climate change impacts become increasingly frequent and damaging to economies, health and well-being as well as to the environment. The EU MRS Week provided valuable big-picture context and understanding of the value added by a macro-regional strategic approach.

A REGILIENCE survey to understand common needs and challenges to adapt to climate change impacts is open, to gather experiences from vulnerable regions in different parts of Europe.
The impacts of climate change are increasingly frequent, resulting in economic losses, environmental degradation and affecting health and well-being of people all around Europe – and globally-, highlighting the need to find adaptation strategies on top of mitigation strategies. That was again highlighted recently in the latest IPCC report. The EU released a strategy in 2021, to help EU face these events and reduce the regions’ vulnerability.

These projects have received funding from the European Union’s Horizon 2020 research and innovation programme under grant agreement No 101036560 (REGILIENCE), 101036683 (TransformAr), 101037424 (ARSINOE) and 101037084 (IMPETUS).

ARSINOE is a HORIZON 2020-funded project which aims to build an ecosystem for innovative climate change adaptation solutions.
Starting from 1st October 2021 and for the next four years, ARSINOE will shape the pathways to resilience by bringing together the Systems Innovation Approach, addressing the growing complexity, interdependencies and interconnectedness of modern societies and economies, with the Climate Innovation Window, the European Union’s innovations marketplace for climate adaptation technologies.
Within the ARSINOE ecosystem, pathways to solutions are co-created and co-designed by local public authorities, universities, businesses, citizens and associations engaged in nine widely varied regions across Europe.
CONTACT: Lisa Pourcher (G.A.C. Group), lpourcher@group-gac.com

IMPETUS. To help accelerate Europe’s climate adaptation strategy and meet the European Union’s ambitions to become the world’s first climate-neutral continent by 2050, IMPETUS was launched in October 2021 with the objective: turn climate commitments into tangible, urgent actions to protect communities and the planet.
Working with local citizens, policy-makers and businesses in 7 demonstration sites around Europe, IMPETUS teams are analysing solutions, boosting knowledge and creating packages of adaptation measures that other communities can use as a pathway towards a climate-neutral and sustainable future.
CONTACT: Laura Durnford (ESCI), ld@esci.eu

TransformAr. The EU-funded TransformAr project will create products and services to introduce large-scale and disruptive adaptive Transformational Adaptation processes in vulnerable regions and communities across Europe.
Relying on existing successful initiatives, the project will address water-related risks and impacts of climate change through six TransformAr lighthouse demonstrator regions and communities that will test solutions.
Transformational pathways are deemed essential for climate and social resilience to achieve rapid and far-reaching TA. Gathering 22 partners from 11 countries, the project’s findings will contribute to the EU’s strategy on climate change adaptation.
CONTACT: Jérôme Oudart (Euroquality), jerome.oudart@euroquality.fr

REGILIENCE – sharing the most promising solutions supporting communities and regions across Europe to become more resilient to climate change. Communities and regions are key catalysers where change can be driven, but guidance is needed for them to accompany and assist citizens and economies in adapting to climate change.
That is exactly what REGILIENCE, a project funded by the EU Horizon 2020 programme, aims at. It will support communities, cities and regions in their efforts towards building climate resilient pathways, facilitating the identification and upscaling of the most promising solutions and adapting to their needs.
The 48-month project will be implemented by 9 partners and work closely with ARSINOE, IMPETUS and TransformAr to amplify the reach and impact of results, coordinate actions and maximise benefits for communities impacted by climate change.
CONTACT: Marine Faber Perrio (IEECP), marine@ieecp.org

www.arsinoe-project.eu

www.climate-impetus.eu

www.euroquality.fr

www.regilience.eu

Vino buono pulito e giusto. Tre convegni online aprono la prima edizione di Sana Slow Wine Fair. Si parla di sostenibilità ambientale, di tutela del paesaggio e del valore sociale del lavoro in vigna, i tre cardini attorno a cui è nato il Manifesto Slow Food per il vino buono, pulito e giusto.

Che sia buono non basta più
E’ da questa consapevolezza che nasce il lavoro di Slow Food sul vino. Tutto cominciò nel 2007 a Montpellier, in Francia, quando produttori di vino provenienti da tutto il continente si riunirono per Vignerons d’Europe. Era la prima volta, il primo passo di un percorso che ha portato alla nascita di Slow Wine e dell’omonima guida alle cantine, presto diventata punto di riferimento nel panorama nazionale, e poi alla stesura del Manifesto Slow Food per il vino buono, pulito e giusto.

Con la prima edizione di Sana Slow Wine Fair, in programma a BolognaFiere dal 27 al 29 marzo 2022, proseguiamo nel solco segnato negli ultimi quindici anni. E, nella settimana precedente alla tre giorni emiliana, Slow Food organizza altrettanti convegni online per fare il punto, insieme ai delegati della Slow Wine Coalition e a tutti gli stakeholder della filiera vino. I tre convegni mettono al centro i princìpi che, secondo Slow Food, occorre rispettare quando si coltiva la vite e si produce vino: parliamo di sostenibilità ambientale del vino, di tutela del paesaggio e di equità sociale nel lavoro in vigna e ruolo sociale del vino. Coniugando questi tre aspetti, il vino buono, pulito e giusto può contribuire a cambiare il sistema agricolo.

Gli appuntamenti digitali sono liberi e aperti a tutti coloro che, dai produttori agli enotecari, dai giornalisti agli appassionati, credono nel valore che il vino può restituire all’ambiente e alle comunità. Per partecipare basta registrarsi sul sito nella pagina dell’evento digitale scelto.

Martedì 22 marzo ore 18
La produzione del vino: un potente alleato della transizione ecologica

Di “sostenibilità” si sente parlare sempre più spesso. Ma che cosa significa essere sostenibili nella produzione di vino? Quali sono le metodologie che fanno la differenza? Come fa un viticoltore a ridurre la propria impronta ambientale? Occorre lavorare su diversi fronti, dalla gestione oculata della risorsa idrica alla difesa del suolo senza ricorrere a fitofarmaci, prediligendo un approccio agroecologico. Nel corso del tempo, le piante hanno ad esempio sviluppato difese in grado di proteggerle dagli attacchi di parassiti: si tratta dunque di mettere la vite in condizione di esprimere al meglio queste potenzialità. Un convegno per ribadire il no di Slow Food a concimi, diserbanti, antibotritici di sintesi e per esortare all’uso consapevole delle risorse.

Alla conferenza intervengono:
– Florence Fontaine, Université Reims Champagne-Ardennes, Contrasto al deperimento dei vigneti europei a causa delle malattie del legno (esca e altri patogeni): lo stato degli studi;
– Bernard Nicolardot, AgroSup Dijon, Institut national supérieur des sciences agronomiques, de l’alimentation et de l’environnement, La gestione della sostanza organica nel suolo del vigneto;
– Isabella Ghiglieno, Dicatam, Dipartimento di Ingegneria Civile Ambiente Territorio Architettura e Matematica dell’Università di Brescia, e Marco Tonni, Sata studio agronomico, Brescia, L’impronta idrica nel settore vitivinicolo. Stima degli impatti ed esempi applicativi;
– Paolo Marucco, Disafa, Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino, Ottimizzare la distribuzione dei fitofarmaci per ridurre dosaggi, deriva e consumi. Presentazione di un nuovo prototipo;
– Maurizio Gily, consulente viticolo e docente dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Le resistenze naturali nella vite e la loro gestione nel miglioramento genetico tradizionale.
Modera Francesco Sottile, agronomo e docente presso l’Università di Palermo, tecnico della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus.

Mercoledì 23 marzo ore 18
Il vino giusto: dalla comunità agricola al lavoro delle persone

Non ci sono soltanto la cura dei filari e la potatura delle piante tra i compiti dei vignaioli. Non è sufficiente occuparsi della raccolta e della pigiatura delle uve, così come non basta seguire la fermentazione e l’imbottigliamento. Tra i ruoli di chi lavora in vigna c’è quello sociale: significa che il vignaiolo può, e deve, essere motore di crescita economica grazie al rapporto virtuoso instaurato con i propri dipendenti e con le comunità con cui la propria cantina interagisce. Partiamo da questo secondo punto, cioè dalla relazione con l’ambiente sociale circostante: molti dei borghi e dei villaggi in cui si è sviluppata la viticoltura esistono in funzione di questa pratica che mantiene in vita zone considerate marginali. Occorre maturare consapevolezza di questo rapporto, facendo sì che si traduca in senso di responsabilità. Pensare al proprio business, ragionare in termini meramente economici, significa rischiare di incrinare questo equilibrio.
Stesso discorso per quanto riguarda il rapporto con i propri dipendenti: è innanzitutto indispensabile corrispondere un compenso equo ai lavoratori e rispettare le norme in materia di contratti di lavoro, aspetti che non debbono più venire disattesi. In secondo luogo occorre creare le condizioni affinché vi sia reale integrazione e arricchimento culturale reciproco: produrre vino significa anche fare comunità, con tutto ciò che ne deriva.

Alla conferenza intervengono:
– Claudio Naviglia, Ceo e co-founder di Humus Job, La sostenibilità sociale in vigna: contratto di rete e lavoro condiviso;
– Carolina Alvarado, viticoltrice di Valparaíso, Cile, e presidentessa di Slow Food Chile, La comunità e il vino come pratica sociale;
– Arianna Occhipinti, viticoltrice in Sicilia, Italia;
– Gianluca Brunori, economista e professore ordinario di Food Policy presso l’Università di Pisa, Dalla qualità alla responsabilità: le nuove sfide di fronte alla transizione ecologica.

Giovedì 24 marzo ore 18
Vignaioli, vigne, vino e paesaggio

L’ulivo nelle vicinanze del mare, il castagno in montagna e la vite in collina: semplificando, sono queste tre le coltivazioni che alle nostre latitudini hanno contribuito più di qualunque altra a definire il paesaggio. Basterebbe questo per comprendere l’impatto della viticoltura sull’aspetto del territorio. I benefici, sia dal punto paesaggistico sia della conservazione dell’ambiente rurale, sono innegabili: si scongiura l’erosione dei suoli dettata dall’incuria, si promuove la gestione delle acque in zone di forte pendenza, si realizza il monitoraggio degli incendi. Ciò non deve però distrarre da un altro importante aspetto, quello che riguarda il rischio di una deriva verso una sorta di monocoltura delle vite. Importante, in altre parole, è quindi scongiurare che si metta a repentaglio la biodiversità del suolo (attraverso l’utilizzo di erbicidi o fitofarmaci) e dei terreni, sacrificando altre specie arboree sull’altare del vino: occorre rispettare l’alternanza di vigneto, siepi e aree boscate e promuovere una gestione che escluda il suolo nudo.
Non solo: le aziende agricole sono chiamate a svolgere un compito rilevante di tutela del paesaggio anche dal punto di vista architettonico: gli edifici aziendali eventualmente da costruire vanno progettati tenendo conto del paesaggio, così come gli interventi di ristrutturazione e di ammodernamento delle strutture.

Alla conferenza intervengono:
– Marina Santos, viticoltrice di Rio Grande do Sul, Brasile, Come la crisi climatica influenza il paesaggio vitivinicolo, tra copertura vegetale e agroforestazione;
– Francesco Paolo Valentini, viticoltore in Abruzzo, Italia, L’intensità delle precipitazioni, fitopatologie e produzione vitivinicola di qualità;
– Fabio Zottele, membro del Comitato tecnico-scientifico del CERVIM (Centro di Ricerca, Studi, Salvaguardia, Coordinamento e Valorizzazione per la Viticoltura Montana), Il paesaggio come mezzo della produzione vitivinicola? Il capitale paesaggistico;
– Viviana Ferrario, professore associato in Geografia presso l’Università Iuav di Venezia, Agricultural heritage. Imparare dai paesaggi viticoli storici.

Sana Slow Wine Fair – dal 27 al 29 marzo – BolognaFiere

www.slowfood.it

www.bolognafiere.it

Osservatorio Greenwashing di SOS LOGistica, LCA Studio Legale e Mediatyche. SOS LOGistica, l’associazione che, dal 2005, è focalizzata sulla logistica sostenibile, in collaborazione con LCA Studio Legale e Mediatyche – communication & sustainability ha deciso di avviare un nuovo osservatorio legato ai rischi sempre maggiori di greenwashing.

Greenwashing è la strategia di comunicazione di certe imprese, organizzazioni o istituzioni politiche finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale, allo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli effetti negativi per l’ambiente dovuti alle proprie attività o ai propri prodotti. Tale pratica, purtroppo, si estende oggi anche alle dimensioni sociali ed economiche della sostenibilità.

Le prime sanzioni di questi comportamenti risalgono all’inizio degli anni 2000, ma il tema ha rivestito un’importanza crescente nel corso degli anni a seguito della maggiore consapevolezza dei consumatori sulla sostenibilità dei prodotti/servizi acquistati, che li porta ad essere più vulnerabili all’inganno. Da qui, l’esigenza di un maggiore focus e tutela recepiti dalla normativa.

L’iniziativa, presentata durante un webinar disponibile nel canale YouTube di SOS LOGistica, intende sensibilizzare le aziende circa l’importanza di una comunicazione veritiera relativamente alle iniziative di sostenibilità e, quindi, di focalizzare le energie e le risorse sul cambiamento effettivo piuttosto che di immagine, anche attraverso la consapevolezza dei rischi legali e di reputazione cui il greenwashing espone.

Gli obiettivi alla base dell’osservatorio
– Monitoraggio nazionale ed internazionale dei casi e delle pratiche assimilabili o giudicati come attività di greenwashing;
– Analisi dell’evoluzione normativa e delle direttive europee sulla rendicontazione delle performance di sostenibilità;
– Monitoraggio delle attività da parte della committenza di servizi logistici in merito alla rendicontazione e comunicazione della sostenibilità ambientale e sociale dei propri processi di supply chain e logistica;
– Sensibilizzazione del settore della logistica sui rischi a cui si espongono gli operatori in caso di comunicazione non oggettivata, trasparente e dimostrabile;
– Disseminazione di strumenti e buone pratiche per comunicare e promuovere le proprie performance di sostenibilità.

L’osservatorio nasce in concomitanza con la prima ordinanza cautelare di un tribunale italiano contro il greenwashing, una pronuncia storica nel nostro paese, che stabilisce un precedente per “ambientalismo di facciata”, nei confronti di una società friulana che produce un tessuto utilizzato soprattutto nei rivestimenti delle auto, ma anche di molti arredamenti.

Inoltre, l’osservatorio si proietta verso la fine del 2022, quando le aziende con uno stato patrimoniale superiore ai 20 milioni di Euro, un fatturato superiore ai 40 milioni e più di 250 dipendenti avranno l’obbligo di redigere il Bilancio di Sostenibilità secondo la normativa europea.

“La logistica è un settore che in questi ultimi due anni sta beneficiando di una visibilità mai avuta prima a seguito del ruolo avuto nella pandemia. Questo può portare gli operatori alla tentazione di approfittarne, con il rischio di esagerare nelle dichiarazioni, dato che il settore non è abituato a comunicare. – ha dichiarato Daniele Testi, Presidente di SOS LOGistica – Questa iniziativa si propone quindi di fornire input e linee guida alle aziende del settore per beneficiare di questo trend positivo evitando al contempo scivoloni. Il nostro rating di Logistica Sostenibile, il primo in Italia, che oggettiva le performance di sostenibilità tramite un ente terzo indipendente, è fondamentale per evitare il greenwashing.”

“L’attenzione e la sensibilità dei consumatori alla sostenibilità e alle tematiche green cresce di pari passo al fenomeno del greenwashing: sempre più imprese, anche nel settore logistico, adottano strategie di green marketing (ingannevoli) finalizzate a indurre in errore i consumatori circa le virtù ecologiche dei propri prodotti o servizi e all’impatto ambientale della propria attività. L’Osservatorio si inserisce proprio in questo contesto, con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento e sensibilizzazione in relazione alla comunicazione green nel settore della logistica e trasporti.” spiegano gli avvocati Gianluca De Cristofaro e Davide Magnolia, entrambi partner di LCA Studio Legale.

“Siamo molto contenti di essere protagonisti dell’Osservatorio sul greenwashing insieme a SOS-LOGistica e LCA. I tempi sono maturi per parlare ed educare le imprese su questo tema; la stessa Commissione Europea ha annunciato che entro il 30 marzo definirà uno standard di valutazione per analizzare quanto e come i brand comunicano, non lasciando più al caso la promozione di prodotti e servizi. Il ruolo di noi comunicatori diventerà sempre più centrale nel guidare le aziende a comunicare al meglio la propria sostenibilità. – ha dichiarato Elena Rabaglio, Co-Founder e responsabile sostenibilità di Mediatyche.”

SOS LOGistica è l’associazione che, dal 2005, promuove e disseminale migliori pratiche di logistica e mobilità sostenibile, ideatrice del primo rating di sostenibilità logistica che promuove le aziende più virtuose con processi e programmi di sostenibilità verificati da ente terzo e indipendente. I soci sono aziende italiane, multinazionali, esperti di logistica, start up, informatici, docenti universitari, tecnici dell’innovazione e dell’ambiente, imprenditori. Il Presidente dell’associazione è Daniele Testi, il Presidente del Comitato Scientifico il Prof. Jean Paul Fitoussi. L’associazione ha sedi a Milano, Genova e Torino.

LCA è uno studio legale indipendente e full service, specializzato nell’assistenza legale e fiscale d’impresa, con sedi in Italia, a Milano, Genova e Treviso (all’interno dell’incubatore tecnologico H-Farm), e negli Emirati Arabi Uniti, a Dubai, in International Partnership con IAA Law Firm.

Mediatyche, fondata nel 2011 da Massimo Tafi e Elena Rabaglio, è un’agenzia di consulenza specializzata in comunicazione e sostenibilità. Radicata sul territorio nazionale, ma con uno sguardo proiettato anche sul mercato estero, Mediatyche ha il suo punto di forza in una moderna visione della comunicazione in chiave sostenibile. L’agenzia collabora con imprese multinazionali e importanti associazioni di categoria, coordinando progetti di comunicazione nazionali e internazionali. Fa parte del network di agenzie indipendenti thenetworkone ed è associata a UNA Comunicazione. Tra le iniziative più significative il lancio, in collaborazione con Format Research e Homina, dell’Osservatorio Permanente Comunicazione e Sostenibilità, con l’obiettivo di esplorare anno su anno il mondo delle imprese in relazione a questo tema, misurandone annualmente consapevolezza, azioni e cambiamenti.

– BYinnovation è Media Partner di SOS LOGistica

www.sos-logistica.org

www.lcalex.it

www.mediatyche.it

Centrali a carbone per energia. Errore clamoroso per non affrontare i benefici di una strategia basata in modo strutturale sulle rinnovabili.

Di fronte all’aumento esponenziale dei prezzi del gas, alla guerra e ai possibili problemi di approvvigionamento, occorre reagire in modo strutturale e non con soluzioni a volte false, a volte inammissibili, a volte facili (forse), ma che sicuramente rischiano di perpetuare i problemi e non risolverli.

È questo l’appello che lanciano Greenpeace Italia, Legambiente e WWF Italia rispondendo al Presidente del Consiglio Mario Draghi che ha parlato della possibilità di riaprire in Italia le centrali a carbone per compensare il calo delle importazioni di gas dalla Russia.
Le soluzioni vere e strutturali sono evidenti e già alla nostra portata: energie rinnovabili, accumuli, pompaggi, reti, risparmio e l’efficienza energetica, un mix formidabile.

È di tutta evidenza che in tempi di carenza di energia, il primo passo è usare l’energia al meglio e risparmiarla: questo però deve diventare non un atteggiamento momentaneo, ma una priorità permanente. Dal lato delle fonti alternative, se gli operatori energetici, non un’associazione ambientalista, si dichiarano in grado di installare 60 GW di rinnovabili in 3 anni, a patto che si velocizzino al massimo le pratiche autorizzative, sarebbe davvero assurdo che dal Governo non si cogliesse la palla al balzo e non si mettesse su una task force per individuare le modalità e aiutare la pubblica amministrazione a dare risposte alle richieste pendenti. Questa dovrebbe essere la priorità assoluta, con l’obiettivo di approvvigionarci interamente da fonti rinnovabili entro il 2035: si può fare, è un obiettivo che altri Paesi si sono già posti. È la vera e l’unica garanzia di indipendenza energetica perché non dipendente da combustibili importati, ancorché fossili.

La soluzione falsa del cosiddetto gas nazionale
La retorica inutile e dannosa che vuole il via allo sfruttamento intensivo e massiccio delle estrazioni di gas sul nostro territorio e nei nostri mari.
Come dimostrato in una nota tecnica del WWF sul Gas Nazionale, anche volendo sommare tutte le riserve nazionali, incluse quelle difficilmente estraibili a causa di costi economici ed energetici poco sostenibili, l’Italia avrebbe al massimo riserve di gas per 111,588 miliardi di m3.
Dal momento che il nostro paese consuma (C) circa 75-76 miliardi di m3 /anno, anche sfruttando tutte le riserve (poco realistico) queste sarebbero in grado di coprire appena un anno e mezzo della domanda di gas nazionale.

Un tema, quello della insensata corsa al gas, sviluppato anche nel report di Legambiente
Inoltre, il gas nazionale non sarebbe per forza destinato al mercato nazionale e non farebbe alcuna differenza dal lato dei prezzi, a meno che non si voglia nazionalizzarlo.
Una accelerazione spinta sulle rinnovabili avrebbe anche effetti occupazionali netti positivi come dimostrato dallo scenario commissionato da Greenpeace Italia.

La soluzione inammissibile è la riapertura delle centrali a carbone
L’Italia gioca non solo la sua credibilità, ma anche molte delle sue riduzioni di gas serra che deve attuare sul rispetto dell’impegno di chiudere tutte le centrali a gas entro il 2025. Le centrali a carbone vanno chiuse senza se e senza ma, i tentativi dei soliti noti che cercano di riportare in auge persino il peggior combustibili fossile, un vero e proprio killer non solo del clima, ma anche della salute umana e delle attività economiche, si scontra con la sofferenza decennale degli abitanti dei territori su cui le centrali insistono. Tutti gli amministratori, indipendentemente dal colore politico, vogliono che centrali si chiudano: e vanno chiuse.

La soluzione facile (forse) ma sicuramente nel senso sbagliato è quella dell’aumento delle infrastrutture per il gas: sarebbe uno spreco di risorse, immobilizzate in un combustibile fossile quando la decarbonizzazione va invece accelerata. Ma non è solo una questione ambientale: noi attualmente abbiamo infrastrutture sovradimensionate, oggi i rigassificatori che abbiamo li paghiamo in bolletta perché sono sottoutilizzati. Il MITE dovrebbe informarsi e usare al meglio le strutture esistenti prima di parlare di nuovi rigassificatori che saranno disponibili, a essere super-ottimisti, tra 5 anni. Noi oggi dobbiamo minimizzare le infrastrutture che rischiano di immobilizzare i soldi da destinare invece alla transizione energetica.

Per Greenpeace Italia, Legambiente e WWF Italia, di fronte alla grave crisi internazionale attuale, e alla gravissima crisi climatica che ci colpisce già, ma che rischia di diventare ingestibile con l’aumento della temperatura, ce lo ricorda con dati aggiornati e ulteriormente preoccupanti l’IPCC.
Siamo a un bivio: non dobbiamo assolutamente scegliere la strada di spendere tanto per perpetuare i problemi attuali, bensì imboccare decisamente la strada del futuro.

www.greenpeace.org

www.wwf.it

www.legambiente.it

WWF nota tecnica gas nazionale

LEGAMBIENTE nota tecnica gas nazionale

Race to Resilience in Italia. Emergenza clima: ridurre le emissioni e adattarsi al clima che cambia. Sfida posta a Regioni Province e Comuni.
L’iniziativa promossa dall’Onu “Race to Resilience” e le esperienze di Lombardia, Sardegna, Genova e Bologna

Mitigare gli effetti del cambiamento climatico, riducendo le emissioni di CO2, ma anche mettere in atto misure di resilienza dei sistemi socio-economici per garantire resilienza e prosperità delle nostre società a fronte degli effetti estremi derivanti dal fenomeno globale in atto. Questi i temi affrontati durante il Webinar promosso da Italy for Climate e Green City Network, in collaborazione con l’Ambasciata Britannica a Roma.
Il clima sta cambiando in ogni regione della Terra, in maniera rapida e con fenomeni estremi sempre più frequenti. L’emergenza climatica è un tema di primissimo piano ed in cui un ruolo cruciale è svolto anche da regioni, province e comuni, responsabili delle strategie per i territori. Oggi, infatti, risulta fondamentale non solo mitigare gli effetti del cambiamento climatico, riducendo le emissioni di CO2, ma anche mettere in atto misure di adattamento e resilienza dei sistemi socio-economici, per garantire la prosperità delle nostre società a fronte degli effetti estremi derivanti dal fenomeno globale che continueranno ad impattare sui Paesi e i territori per decenni, anche dopo l’auspicato raggiungimento dell’obiettivo della neutralità carbonica fissato al 2050.

Per questo le Nazioni Unite hanno lanciato Race To Resilience, l’iniziativa rivolta agli attori non governativi (regioni, province, comuni, ma anche imprese e enti finanziari) per lavorare a interventi di resilienza e sviluppo dei territori e promuovere la condivisione di buone pratiche con un network globale. L’iniziativa punta a mettere a disposizione di regioni, province e comuni piattaforme di confronto per la condivisione di esperienze e best practice, a supporto di tutte le realtà, anche quelle più piccole. Obiettivo globale di Race To Resilience è infatti quello di accrescere la resilienza climatica per almeno 4 miliardi di persone, con particolare riferimento alle comunità più vulnerabili della Terra, grazie agli sforzi collettivi delle iniziative partner verso gli obiettivi di resilienza climatica.
Una chiamata all’azione e all’impegno per gli enti sul territorio perché avviino o condividano in rete a livello nazionale e internazionale le loro esperienze e guidare il percorso verso la resilienza climatica nel nostro Paese.

Per l’Italia, Paese particolarmente colpito dagli effetti del climate change, la Race to Resilience diventa una occasione unica per aiutare i territori ad attrezzarsi contro gli impatti climatici. questi i contenuti emersi durante il webinar Race to Resilience. Città e Regioni alla sfida di un clima che cambia promosso da Italy for Climate e Green City Network, in collaborazione con l’Ambasciata Britannica a Roma.
La discussione ha visto il contributo di rappresentanti delle istituzioni, delle organizzazioni internazionali e delle amministrazioni locali, che si sono confrontati sul tema dell’adattamento climatico e del ruolo cruciale degli enti locali per accrescere la resilienza climatica. Un’occasione preziosa per condividere i progetti e le strategie di adattamento climatico e di transizione ecologica messe in campo dalle regioni e dalle città per contrastare il cambiamento climatico, valutando le possibili criticità, le prospettive ed i percorsi attuativi volti a ad aumentare la resilienza dei loro territori.

Nel webinar ha portato la propria esperienza la Regione Lombardia, ad oggi l’unica Regione ad aver aderito alla campagna Race to Resilience e impegnata da 10 anni sul tema dell’adattamento climatico. Durante il webinar è intervenuto Raffaele Cattaneo, Assessore regionale all’Ambiente e al Clima che ha sottolineato l’importanza per le amministrazioni locali di fare rete e di investire sempre di più nelle loro capacità di adattamento ai cambiamenti climatici. Già nel 2012 la Regione ha tracciato le linee di indirizzo per fronteggiare il tema della resilienza climatica. Un percorso che ha portato nel 2014 alla definizione della Strategia Regionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (SRACC) e nel 2016 all’elaborazione del “Documento di Azione Regionale sull’Adattamento al Cambiamento Climatico, un importante strumento di governance e di intervento cui si collegherà il Piano Regionale per L’Ambiente e Clima (PREAC) la cui approvazione è attesa nelle prossime settimane.

L’incontro ha visto anche il contributo di Anna Lisa Boni, Assessora ai Fondi Europei/PNRR e Transizione Ecologica del Comune di Bologna. Il Comune già nel 2008 ha aderito al Patto Dei Sindaci Europeo, il più grande movimento al mondo di città e regioni che realizzano azioni per il clima e l’energia. Da qui la definizione del primo Piano d’Azione per l’Energia ed il Clima (PAESC) e il Piano di Adattamento climatico. Tra gli obiettivi annunciati durante l’evento, il Comune mira ad essere tra le prime 100 città a raggiungere la neutralità climatica entro il 2030. Tanti i progetti in cantiere: creazione di una grande infrastruttura ecologica, incremento del verde, sviluppo di 6 nuovi parchi metropolitani, piantumazione di 1 albero ogni 4 persone.

Durante i lavori è intervenuto anche Matteo Campora, l’Assessore all’Ambiente e alla Mobilità del Comune di Genova per raccontare l’esperienza e gli interventi messi in campo dalla Città in tema di adattamento e resilienza climatica. Il Comune ha definito una strategia sulla resilienza denominata Genova Lighthouse, che ha posto le basi per lo sviluppo di un vero e proprio piano di azione al 2050 su adattamento e mitigazione climatica, attraverso un approccio inclusivo che coinvolge tutta la città e che mira ad acquisire una piena consapevolezza di quelle che sono le problematiche locali. L’Action Plan al 2050 si struttura su 3 asset principali che delineano le linee di intervento individuate: Progettazione innovativa delle Infrastrutture (GREY), Rigenerazione Urbana (GREEN), Sviluppo delle economie genovesi attraverso la Community e le Imprese (SOFT). Uno strumento che guida già da oggi tutte le attività del Comune.
Anche la Sardegna ha portato la sua testimonianza con l’intervento di Gianni Lampis, Assessore della Difesa dell’ambiente della Regione Sardegna. La Sardegna, per la sua posizione centrale nel Mediterraneo, ha riconosciuto l’importanza di prendere un’iniziativa concreta e significativa per attrezzarsi ad affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici. La Regione ha definito lo scenario climatico per il 2050 con la Strategia regionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Sracc), mediante accordi di collaborazione con gli enti locali. Nel 2020 è stato stabilito il percorso di revisione della strategia estendendo i settori di indagine e i relativi strumenti all’ambiente urbano, alla costa e agli ambienti di transizione, considerando che in Sardegna i rischi climatici sono aggravati dalla conformazione geografica isolata e amplificati dalla pressione antropica. Nel 2021 sono stati sottoscritti tre accordi di collaborazione con le Università di Cagliari e di Sassari, con l’Arpas e con l’Ispra, prevedendo di concludere la fase di studio e la revisione della Strategia entro il 2023.

A chiudere i lavori l’intervento di Pietro Arca Sindaco di Sorradile (OR) che ha illustrato le principali azioni messe in campo dal Comune in tema di adattamento climatico. Il Comune è protagonista in Sardegna fin dal 2014 sulle iniziative legate ai cambiamenti climatici, distinguendosi per gli importanti risultati raggiunti a partire dalla riduzione del 40% delle emissioni di CO2. Il comune ha presentato già nel 2015 il proprio Piano di adattamento ai cambiamenti climatici che è stato premiato dal Green City Network. Attualmente il Comune sta lavorando all’aggiornamento di un nuovo piano di azione integrato sul clima.

Italy for Climate, l’iniziativa italiana sul clima della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, è il referente dell’iniziativa delle Nazioni Unite nel nostro Paese. Già da tempo I4C promuove azioni che contribuiscono ad alimentare il dibattito nazionale sui temi del clima in Italia, attraverso studi, ricerche e sensibilizzando sull’importanza di individuare un percorso condiviso per la neutralità climatica del Paese che coinvolga tutti gli attori del sistema. I4C si è fatto promotore del Primo Ranking delle regioni sul clima, il Rapporto che ha misurato e valutato le performance delle Regioni italiane in termini di impatto sul clima, realizzato in collaborazione con Ispra e tracciato una Roadmap climatica per l’Italia con obiettivi e proposte di intervento in linea con le indicazioni europee del Green Deal e con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

“La crisi climatica è già in corso e dobbiamo attrezzarci quanto prima per imparare ad adattarci e a gestirne gli impatti, ai quali il nostro Paese è particolarmente esposto. In quest’ottica regioni e città – ha sottolineato Edo Ronchi Presidente Fondazione Sviluppo Sostenibile e Promotore di Italy for Climate e del Green City Network – giocano un ruolo da protagonista, perché è su scala locale che si verificano gli eventi estremi e si vivono gli effetti della crisi climatica, ed è dunque su scala locale che bisogna mettere a terra le azioni di prevenzione, di pianificazione e di gestione dei rischi. Resilienza climatica per un territorio significa non solo adattarsi ad un clima che cambia, ma anche riuscire ad accrescere il benessere economico e sociale nonostante gli stress climatici. Ogni territorio ha le sue esigenze e le sue vulnerabilità, per questo la condivisione di buone pratiche e il supporto di una rete globale come Race to Resilience sono cruciali per sviluppare strategie di adattamento efficaci e adeguate alla sfida che abbiamo di fronte. La pandemia che stiamo vivendo ha colpito duramente l’economia globale perché un tale evento era imprevedibile e ci ha colti impreparati, non possiamo permetterci di fare lo stesso errore anche davanti alla crisi climatica, di cui invece conosciamo già i rischi e la portata degli impatti attuali e futuri”.

Wendy Wyver, Primo Consigliere bilaterale che per l’Ambasciata britannica ha coordinato il lavoro sulla Pre COP e la COP26 tra Regno Unito ed Italia ha così commentato “Il 2021, con le presidenze italiane e britanniche del G7, G20 e della COP26, è stato un anno d’intensa collaborazione fra Italia e Regno Unito nella lotta ai cambiamenti climatici ed il Glasgow Climate Pact ci permette di mantenere vivo l’obiettivo di un grado e mezzo. Ma è essenziale che venga tradotto in azione concrete dai Paesi che l’hanno sottoscritto con azioni coordinate ed immediate. La campagna Race to Resilience, che sostiene ed è complementare alla Race to Zero, coinvolge imprese, investitori, città, regioni e società civile nel processo che mira a rafforzare la nostra resilienza a un clima che cambia. È chiaro a tutti infatti che non vogliamo solo sopravvivere agli eventi climatici estremi, vogliamo anche riuscire a prosperare nonostante essi.”

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