Category: Ambiente

Climate risk financial reporting. Assirevi sugli impatti del rischio climatico sui bilanci societari e sulle attività di revisione.

Con il documento di sintesi “Climate risk & financial reporting”, Assirevi – Associazione Italiana delle Società di Revisione Legale – fornisce il proprio contributo all’approfondimento dei potenziali impatti sul bilancio degli aspetti legati ai rischi correlati al cambiamento climatico e delle possibili conseguenti implicazioni sulle attività di revisione.

Ad oggi, il framework contabile IAS/IFRS, comunemente adottato nel contesto nazionale per la preparazione dei bilanci d’esercizio delle società che si qualificano come enti di interesse pubblico, non fornisce elementi espliciti per la presentazione e la valutazione degli impatti derivanti dai rischi correlati al cambiamento climatico. Tuttavia, in determinate circostanze, potrebbe sussistere la necessità di fornire specifiche informazioni al riguardo, in applicazione dei principi contenuti nello stesso framework, anche al fine di rispondere ai numerosi richiami in tal senso effettuati negli ultimi anni da standard setters e authorities nazionali e internazionali. Particolarmente significativo a tale proposito, da ultimo, è quanto indicato dall’ESMA nelle sue “European common enforcement priorities for 2022 annual financial reports”.

Il Position Paper di Assirevi offre elementi esemplificativi sul processo di valutazione del rischio che è opportuno sia condotto dal management rispetto al business e all’operatività dell’azienda per poi passare a illustrare, coerentemente con i principi di revisione di riferimento (ISA Italia), le implicazioni sul processo di revisione del bilancio in risposta ai rischi identificati dal management.

“Si tratta di un contributo allo sviluppo di un percorso di crescita, sia per il management sia per il revisore, volto a un migliore svolgimento dei reciproci ruoli, con il fine di perseguire il comune obiettivo di rafforzare l’aspettativa dei mercati rispetto ad un’informativa corretta e trasparente, nell’interesse e a tutela di tutti gli stakeholders”, spiega Gianmario Crescentino, presidente di Assirevi.

In particolare, per identificare le informazioni rilevanti, il Position Paper di Assirevi raccomanda il punto di vista della materialità finanziaria con focus sull’impatto finanziario dei rischi e delle opportunità legate al cambiamento climatico.

Un utile punto di riferimento per lo sviluppo del processo di valutazione del rischio da parte delle società è individuato nelle raccomandazioni della Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TCFD): queste si riferiscono alla Governance, alla Strategia aziendale, al Risk Management e al tema dei Metrics and targets. I rischi da prendere in considerazione sono divisi in macrocategorie: la prima è legata ai rischi di transizione, che includono le tipologie di rischi legati alla transizione verso un’economia low-carbon attraverso, principalmente, l’incremento dei costi e il cambiamento delle preferenze del mercato; la seconda è legata ai rischi fisici, cioè quelli che possono avere un impatto finanziario rilevante per le aziende in termini diretti (danneggiamento di assets aziendali) o indiretti attraverso la supply chain.
La TCFD ha poi sviluppato una serie di esempi per supportare le aziende nell’identificazione dei rischi climatici e nella valutazione del relativo impatto finanziario. Le principali casistiche identificate riguardano i rischi regolatori e legali, i rischi legati alle tecnologie (es. sostituzione dei prodotti e servizi esistenti con alternative a più basse emissioni con conseguente ritiro precoce dal mercato o riduzione della domanda), i rischi di mercato (legati ad esempio ai cambiamenti nei gusti e nelle scelte dei consumatori o all’aumento del costo delle materie prime), i rischi reputazionali e i rischi fisici, a loro volta suddivisi in acuti (es. aumento di eventi climatici estremi) o cronici (cambiamenti nelle precipitazioni, aumento delle temperature medie, aumento dei livelli del mare).

È evidente che i rischi climatici a cui le aziende sono esposte e la loro entità dipendono significativamente dal settore, dall’industria, dal posizionamento geografico e dalle specificità dell’azienda stessa. Data la pervasività di questi temi in tutte le aree aziendali, il management risulta coinvolto secondo tre modalità principali, ovvero: l’assegnazione di responsabilità formali al management team; la formazione di gruppi di lavoro inter-funzionali e lo sviluppo di programmi di lavoro tematici; la formazione di comitati di lavoro ad hoc, con il top management e l’executive management, per svolgere attività di supporto al Consiglio di Amministrazione.

Il revisore ha, dal canto suo, la responsabilità di acquisire una ragionevole sicurezza che il bilancio nel suo complesso non contenga errori significativi dovuti a frodi o a errori. Conseguentemente, il revisore è chiamato a ottenere una comprensione degli impatti derivanti dal cambiamento climatico sull’impresa, considerando se tali impatti determinino un rischio di errore significativo nel bilancio, e sviluppare adeguate risposte di revisione per indirizzare/gestire il rischio valutato. In particolare, il revisore dovrebbe opportunamente
(1) considerare se il bilancio rifletta in modo appropriato gli impatti del cambiamento climatico in conformità al framework contabile sull’informazione finanziaria applicabile
(2) comprendere la relazione tra il rischio di cambiamento climatico e le proprie responsabilità in base agli standard professionali e alle leggi e ai regolamenti applicabili.

“La qualità e profondità dell’informativa finanziaria ha assunto di recente ancora maggiore rilevanza, anche in seguito all’emergere di nuovi e rilevanti profili di rischio per le società, quali quelli derivanti dal cambiamento climatico. Gli operatori del mercato, nei loro diversi ruoli, sono perciò chiamati a interrogarsi sugli eventuali impatti che queste tematiche possono determinare nella misurazione di attività, passività, ricavi, costi e flussi di cassa rilevati nel bilancio e, più in generale, sull’esistenza di rischi “emergenti” di importanza crescente, che possono influenzare la stessa continuità aziendale dell’impresa”, conclude Crescentino.

Assirevi è un’associazione privata senza scopo di lucro fondata nel 1980 e legalmente riconosciuta.
Riunisce oggi 15 società di revisione italiane di grandi, medie e piccole dimensioni, che rappresentano la quasi totalità delle società che svolgono la revisione sugli Enti di Interesse Pubblico in Italia (vale a dire società quotate, banche e assicurazioni) e che sono quindi soggette alla vigilanza di Consob. Al momento, i professionisti che operano nell’ambito delle Associate di Assirevi sono circa 7.000 (che salgono a oltre 25.000 ove si considerino i network cui le Associate aderiscono), con una presenza distribuita su tutto il territorio nazionale.
Le Associate di Assirevi si caratterizzano per una vocazione professionale europea e internazionale, nonché per una visione spiccatamente multidisciplinare della loro attività.
Tra gli scopi principali di Assirevi vi è quello di promuovere, sostenere e fornire contributi alla valorizzazione dell’attività di revisione legale e delle altre attività di assurance (al cui genere appartiene anche la revisione legale dei conti), alla loro evoluzione, nonché alla cultura ad esse relativa.
Inoltre, Assirevi promuove e realizza l’analisi scientifica di supporto all’adozione o modifica dei principi e delle norme tecniche e operative per lo svolgimento della revisione legale e delle altre attività di assurance.
Infine, Assirevi si occupa di promuovere nei confronti delle Associate e del mercato la diffusione della conoscenza tecnico-scientifica in materia di audit e assurance, nonché delle altre tematiche a queste strettamente connesse, anche attraverso la predisposizione di Quaderni, Monografie, Documenti di Ricerca e Position Paper.

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Clima Loss and Damage. Greenpeace accoglie con favore l’accordo della COP27 per l’istituzione di un Fondo per il finanziamento delle perdite e dei danni (Loss and Damage), una base importante verso la giustizia climatica. Ma resta da capire se i governi riusciranno a svincolarsi dalla morsa dell’industria dei combustibili fossili, la cui presenza si è fatta sentire anche al vertice di Sharm el-Sheik.

Yeb Saño, direttore esecutivo di Greenpeace Sud-Est asiatico e capo della delegazione di Greenpeace presente alla COP27 dichiara: “L’accordo per un Fondo di finanziamento delle perdite e dei danni segna una svolta per la giustizia climatica. I governi hanno posto la prima pietra di un nuovo fondo, atteso da tempo, per fornire un sostegno vitale ai Paesi e alle comunità vulnerabili, già devastati dall’accelerazione della crisi climatica. I negoziati sono stati inficiati dai tentativi di scambiare l’adattamento e la mitigazione con le perdite e i danni. Alla fine si è evitato il fallimento grazie allo sforzo concertato dei Paesi in via di sviluppo e alle richieste degli attivisti per il clima, che hanno chiesto agli oppositori di desistere”.

“Per quanto riguarda la discussione sui dettagli del Fondo, dobbiamo fare in modo che i Paesi e le imprese maggiormente responsabili della crisi climatica diano il massimo contributo. Ciò significa finanziamenti nuovi e aggiuntivi per i Paesi in via di sviluppo e le comunità vulnerabili al clima, non solo per le perdite e i danni, ma anche per l’adattamento e la mitigazione. I Paesi sviluppati devono mantenere l’attuale impegno di 100 miliardi di dollari all’anno per sostenere i Paesi a basso reddito nell’attuazione di politiche di riduzione delle emissioni di carbonio e nell’aumento della resilienza agli impatti climatici. Devono inoltre rispettare l’impegno di raddoppiare almeno i finanziamenti per l’adattamento”.

È incoraggiante che un gran numero di Paesi del nord e del sud abbia espresso alla COP27 il proprio forte sostegno all’eliminazione graduale di tutti i combustibili fossili – carbone, petrolio e gas – che è ciò che richiede l’attuazione dell’Accordo di Parigi. Ma sono stati ignorati dalla presidenza egiziana della COP27.
Gli Stati petroliferi e un piccolo esercito di lobbisti dei combustibili fossili erano presenti in forze a Sharm el-Sheikh per assicurarsi che ciò non avvenisse. Alla fine, se non si eliminano rapidamente tutti i combustibili fossili, nessuna somma di denaro sarà in grado di coprire il costo delle perdite e dei danni che ne deriveranno.

“La decarbonizzazione rimane l’azione principale per poter rispettare l’accordo di Parigi ed evitare, come ci ha più volte ricordato la comunità scientifica, un inferno climatico. Questo in Italia non sta accadendo, nonostante le “belle parole” della premier Italiana all’apertura della conferenza: le scelte politiche del nostro governo vanno nella direzione opposta a quelle della decarbonizzazione”, dichiara Simona Abbate, campagna Clima di Greenpeace Italia.

“Affrontare il cambiamento climatico e promuovere la giustizia climatica non è un gioco a somma zero. Non si tratta di vincitori e vinti. O facciamo progressi su tutti i fronti o perdiamo tutti. Bisogna ricordare che la natura non negozia, la natura non scende a compromessi. La vittoria odierna del potere popolare sulle perdite e i danni deve tradursi in una rinnovata azione per smascherare chi blocca l’azione per il clima, spingere per politiche più coraggiose per porre fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili, incrementare le energie rinnovabili e sostenere una giusta transizione. Solo così si potranno fare maggiori passi avanti verso la giustizia climatica, grazie alla solidarietà tra la società civile, le comunità più esposte agli impatti e i Paesi in via di sviluppo più colpiti dalla crisi climatica”, conclude Yeb Saño.

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Bomba CO2 a Lützerath. “Questo carbone deve rimanere sottoterra”. Migliaia di persone provenienti da diversi Paesi si sono riunite per protestare nel piccolo villaggio tedesco di Lützerath in solidarietà con gli attivisti e le attiviste per il clima che, da due anni, cercano di fermare la demolizione di quest’area per estrarre carbone e che sono ora in procinto di essere sgomberati.

La multinazionale tedesca di combustibili fossili RWE ha acquistato l’area per espandere la miniera di lignite Garzweiler, definita dai movimenti ambientalisti come una delle più grandi “bombe di carbonio” in Europa.

La lignite, un tipo di carbone, è la fonte di energia più dannosa per il clima e l’area mineraria del Reno è la maggiore fonte di emissioni di CO2 d’Europa.

“Lützerath è un limite che non possiamo superare. Se venisse estratto tutto il carbone su cui si trova sarebbe impossibile per la Germania rispettare l’accordo di Parigi”, dichiara Karsten Smid, esperta di energia di Greenpeace Germania. “L’avidità di RWE non può essere più importante della salute di cittadine e cittadini e della protezione del clima. Questo carbone deve rimanere sottoterra”.

A partire dal 2020 diversi movimenti ambientalisti hanno occupato il villaggio, opponendosi alla sua distruzione e al mega-progetto estrattivo.
Si sono installati negli edifici abbandonati, costruendo case sugli alberi, impianti fotovoltaici, centri comunitari e ripopolando un villaggio fantasma per dimostrare che una società basata sulla giustizia climatica e la solidarietà è possibile.

“La posta in gioco qui non è solo la Germania che non rispetta l’accordo di Parigi, ma anche le compagnie di combustibili fossili che distruggono il nostro futuro per profitti a breve termine”, dichiara Chiara Campione, responsabile della campagna Clima di Greenpeace Italia. “Lützerath è un esempio dei crimini che le compagnie di combustibili fossili stanno commettendo ovunque sul pianeta, in questo caso con la complicità di Unicredit e Intesa Sanpaolo, due delle più importanti banche italiane, che stanno largamente finanziando questo folle progetto con centinaia di milioni di euro”.

Secondo ReCommon Intesa Sanpaolo è il primo investitore italiano in RWE, con 135 milioni di euro
Dall’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, Intesa e UniCredit hanno finanziato la multi-utility tedesca, che produce ancora energia derivante dal carbone per circa il 30%, con 2 miliardi di euro.

Greenpeace Germania fa parte di un’ampia coalizione di organizzazioni ambientaliste, movimenti per il clima e organizzazioni locali che lottano per salvare Lützerath, tra cui Alle Dörfer bleiben, BUND, Campact, Fridays for Future, Klima-Allianz Deutschland, Lützerath Lebt e NAJU NRW.

La coalizione di cui Greenpeace fa parte chiede che sia fermata la distruzione del villaggio di Lützerath e che il carbone sepolto in quest’area resti sottoterra. Secondo la coalizione, a Lützerath si capirà se la Germania darà davvero un equo contributo all’Accordo di Parigi sul clima, con l’eliminazione graduale del carbone.

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Rinnovabili e pregiudizi: da Italy for Climate la prima piattaforma di contrasto alla disinformazione sulle fonti rinnovabili

Nasce Falsi Miti Sulle Rinnovabili, la prima piattaforma che promuove un’informazione chiara e fondata su dati scientifici sulle fonti rinnovabili ideata da Italy for Climate, centro studi della Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

Le fonti rinnovabili rappresentano una risposta concreta e realizzabile all’attuale crisi energetica e climatica, eppure sono spesso trascurate all’interno del dibattito pubblico e istituzionale o relegate a soluzioni marginali e utopistiche. Il dibattito pubblico nazionale ed i canali mediatici – sia tradizionali che nuovi – sono carichi di idee sbagliate e informazioni obsolete sull’energia rinnovabile e sulla sua capacità di svolgere un ruolo sempre più dominante nel mix di produzione elettrica nazionale già nei prossimi anni.

Per contrastare questa disinformazione e contribuire alla diffusione di informazioni verificate e aggiornate Italy for Climate ha lanciato il progetto Falsi miti sulle rinnovabili: «Non è solo in nome di una corretta informazione che abbiamo ideato questo progetto – spiega Andrea Barbabella, coordinatore dell’iniziativa – ma è soprattutto perché pensiamo che sia proprio a causa di questa diffusa disinformazione che l’Italia non riesce ad accelerare sulla transizione energetica. Complessità burocratiche, moratorie, opposizioni dei comitati locali sono tutte figlie di una scarsa consapevolezza e conoscenza delle potenzialità delle fonti rinnovabili».

La piattaforma individua primariamente 5 falsi miti comunemente diffusi: idee sbagliate, basate su presupposti scorretti o semplicemente informazioni ormai obsolete ma che continuano ad essere diffuse. Per ognuno di questi falsi miti Italy for Climate ha svolto un’attività di ricerca pubblicando sulla piattaforma dati, fonti e offrendo una chiave di lettura per l’analisi delle informazioni semplice e immediata, con vari livelli di approfondimento.

La piattaforma si rivolge a utenti, politici, operatori della comunicazione, imprenditori: tutti abbiamo un ruolo nella transizione energetica e abbiamo bisogno di avere informazioni chiare su quei temi che riguardano la quotidianità di ognuno di noi.

«Il mondo delle rinnovabili è cambiato enormemente nell’ultimo decennio, e in poco più di due decenni queste tecnologie dovranno porre fine all’era dei combustibili fossili – spiega Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e Promotore di Italy For Climate -. Eppure in Italia la loro crescita è ancora stentata e sono in molti a non considerarli una vera alternativa su cui puntare, anche per rispondere alla crisi dei prezzi dell’energia. Bisogna contrastare con maggiore decisione l’ignoranza e i pregiudizi che spesso sono il principale freno allo sviluppo di queste tecnologie, mostrando in modo chiaro e scientificamente fondato la loro capacità di soddisfare la nostra fame di energia e i vantaggi ambientali ed economici che potranno portare».

I 5 Falsi miti sulle rinnovabili
1. Le rinnovabili sono e rimarranno marginali
Falso. 8 kW su 10 di impianti di generazione elettrica installati ogni anno sono rinnovabili: in pochi anni le fonti rinnovabili hanno già cambiato il panorama energetico mondiale.

2. Le rinnovabili costano troppo
Falso. 1 kWh prodotto da eolico o fotovoltaico costa 5 centesimi di €, meno della metà rispetto a fossili e nucleare in Europa. Le rinnovabili erano le fonti più economiche già prima della crisi energetica.

3. Le rinnovabili ci fanno restare al buio
Falso. Già oggi ci sono Paesi che producono elettricità per oltre il 90% da fonti rinnovabili, anche in Europa, e cresce il numero di Governi che puntano a fare lo stesso entro il prossimo decennio.

4. Le rinnovabili rovinano il paesaggio
Falso. Servirebbe solo lo 0,7% del territorio nazionale per sostituire tutti gli impianti fossili con pannelli fotovoltaici: meno di 200 mila ettari, un decimo della superficie oggi edificata in Italia

5. Le rinnovabili fanno male a economia e occupazione
Falso. Al 2030 saranno 14 milioni i nuovi posti di lavoro nel mondo, contro i 5 milioni persi nell’oil&gas. Grazie alle rinnovabili crescono investimenti e occupazione e si valorizzano le filiere locali.

Qual è lo stato delle rinnovabili in Italia
L’Italia è sempre stata fra le grandi economie europee con la più alta quota di fonti rinnovabili nel mix di generazione elettrica. Negli ultimi anni però sta perdendo questo primato, a causa del rallentamento nella crescita del settore che è stato in Italia più forte che nel resto d’Europa. Ad oggi il 40% della generazione elettrica in Italia è stata soddisfatta dalle fonti rinnovabili: soprattutto idroelettrico (16%), fotovoltaico (9%), eolico (7%), bioenergie (6%), geotermoelettrico (2%). Si tratta di un valore abbastanza significativo e in linea con la media europea, ma è un valore che non cresce più ormai da 8 anni: già nel 2014 avevamo raggiunto il 43% di generazione elettrica da fonti rinnovabili, grazie alla forte crescita registrata a cavallo del 2010 (8 anni prima era il 16%, nel 2006). Questo brusco rallentamento è stato causato da una serie di fattori: in un primo momento, per il mancato rinnovo degli incentivi che avevano sostenuto la crescita del settore fino a quel momento, e in un secondo momento perché l’iter burocratico per poter installare un nuovo impianto a fonti rinnovabili è diventato sempre più lungo, complesso e costoso. Il risultato è stato che negli ultimi 8 anni l’Italia ha installato in media circa 1 GW (ovvero milioni di kW) di nuovi impianti rinnovabili ogni anno, un ritmo assolutamente insufficiente rispetto ai circa 8-10 GW che dovremmo mettere a terra per stare al passo con la transizione energetica. Recentemente il Governo ha provato ad intervenire con più decisione per sbloccare questa situazione e il 2022 sembra registrare un rilancio del settore (stimato in circa 3 GW di nuova potenza nell’anno), ma è ancora presto per poter valutare i reali impatti di questi interventi di semplificazione. Sappiamo però che non è solo sul fronte della burocrazia che l’Italia deve agire per tornare ad essere un volano delle fonti rinnovabili: urge costruire una maggiore conoscenza e consapevolezza, a tutti i livelli di governo e di società, di quanto le rinnovabili stiano già trasformando il settore elettrico e di quanto il mondo, e l’Italia, non possa prescindere da questa trasformazione.

L’Italia è uno dei Paesi in cui gli iter autorizzativi per costruire nuovi impianti rinnovabili sono i più lunghi in Europa.

Alcune Regioni varano moratorie contro le rinnovabili e spesso le Sovrintendenze si oppongono alla realizzazione degli impianti in nome della tutela del paesaggio. Tutto questo ci porta ad essere fanalino di coda per crescita delle rinnovabili tra le grandi economie europee.

Italy for Climate è il centro studi della Fondazione per lo sviluppo sostenibile nato con lo scopo di informare sulla questione climatica in modo corretto. Si pone come punto di riferimento sui temi del clima e dell’energia, riunisce le migliori competenze italiane per supportare il paese verso la transizione climatica attraverso studi, ricerche, coinvolgendo aziende e istituzioni. Ogni anno promuove la Roadmap climatica per l’Italia, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Il coordinatore è Andrea Barbabella, esperto di analisi, indicatori e reporting di sostenibilità. È socio fondatore e membro del Consiglio della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, per cui è responsabile dell’area Clima e l’energia e di quella Ricerche e progetti.

www.italyforclimate.org

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The EU food waste action. EU policymakers face pressure to back ambitious legally binding food waste targets.

The countries supporting and opposing ambitious legally binding EU food waste targets have been revealed, according to a survey of EU member state positions published today by Feedback EU and European Environmental Bureau (EEB).

Campaigners have praised Romania, the Netherlands, Luxembourg, and Estonia for “leading the world” by expressing support for the introduction of legally binding targets for member states to reduce EU food waste by 50% from farm to fork by 2030. Other member states like Austria, Denmark, the Czech Republic and Croatia also expressed support for legally binding EU food waste targets, but for now stopped short of clearly back 50% farm to fork reduction by 2030.

In contrast, Poland, Malta, Slovenia and Portugal currently oppose the setting of any legally binding food waste targets for EU member states – in a move condemned by campaigners. Greece and Latvia also currently oppose setting targets at 50% or farm to fork, preferring lower targets for only limited parts of the supply chain.
Many other member states are currently remaining neutral or undecided. Findings are the result of a survey sent by Feedback EU and EEB to the Ministries in each EU member state with responsibility for food waste policy, between June-September.

The Commission is due to make a proposal for legally binding food waste targets for EU member states later this year, with formal adoption by 2023 – a decision which is influenced by consultation with EU member states. Negotiations with the European Parliament and Council will then decide on the ultimate targets – the Ministries in each country will shape the Council’s position. If adopted, this will be the first legislation of its type in the world.

48 organisations from 20 EU countries have now signed a joint statement calling on EU policymakers to introduce legally binding targets for member states to cut EU food waste from farm to fork by 50% by 2030, within scope of current reporting, and review extending reporting to cover all on-farm food waste. The signatories include NGOs Feedback EU, European Environmental Bureau and Zero Waste Europe, food waste businesses Too Good to Go and OLIO, and members of the EU Platform on Food Losses and Food Waste – the EU’s official advisory body on food waste.

It is estimated that the EU wastes 140.6 million tonnes of food each year – more food than it imports, according to a report from environmental organisation Feedback EU published in September. Food waste also costs EU businesses and households an estimated €143 billion a year, and causes at least 6% of the EU’s total greenhouse gas emissions.

Frank Mechielsen, Executive Director at Feedback EU said: “We want to praise countries like Romania, the Netherlands, Luxembourg, and Estonia for their leadership in supporting legally binding targets to halve EU food waste from farm to fork by 2030. At a time of high food prices and growing climate crisis, while the EU is potentially throwing away more food than it’s importing, it’s vital that the Commission and other EU countries follow their lead. It’s shameful that countries like Poland, Malta, Slovenia and Portugal currently oppose targets on food waste. We urge countries who are still undecided to get behind this common-sense legislation. Halving food waste across the supply chain by 2030 is a huge opportunity to tackle climate change and improve food security, and setting a weaker target would be planning to fail to meet Sustainable Development Goal 12.3. And opting for a retailer-and-consumer-only food waste target would mean that between 38-75% of total EU food waste, including from farms, processing and food service, would be excluded.

Piotr Barczak, Senior Policy Officer at European Environmental Bureau, said: “All EU Member States have committed in 2013 to the Sustinable Development Goals, among which SDG 12.3 commits to reducing food waste by 50% by 2030. 10 years later, many MS haven’t really progressed, but rather increased their food waste generation. Some of them quite openly oppose binding targets at EU level, or refuse to answer our legitimate civil society questions. These gevernments are not responsible.”

The European Environmental Bureau (EEB) is Europe’s largest network of environmental citizens’ organisations, standing for environmental justice, sustainable development and participatory democracy. Our experts work on climate change, biodiversity, circular economy, air, water, soil, chemical pollution, as well as policies on industry, energy, agriculture, product design and waste prevention. We are also active on overarching issues such as sustainable development, good governance, participatory democracy and the rule of law in Europe and beyond.
We have over 180 members in over 38 countries.

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Agroalimentare inquinante. Slow Food: la COP27 è finita, ma i sistemi alimentari inquinanti rimangono. Quella che si è appena conclusa in Egitto doveva essere una COP di “implementazione”, ma dopo due settimane di negoziati, accordi e piani nazionali continuano a essere insufficienti per mantenere l’obiettivo di 1,5 gradi fissato a Parigi. Nonostante i sistemi alimentari e la produzione agricola abbiano avuto in questa COP una centralità mai registrata in nessun altro meeting sul clima organizzato prima d’ora, le soluzioni avanzate per affrontare il loro drammatico impatto non sono all’altezza dello status quo, confermando ancora una volta il peso degli interessi delle multinazionali dell’agroalimentare.

Edward Mukiibi, presidente di Slow Food, dichiara: «Il confronto si è spostato dal trovare soluzioni concrete alla crisi climatica – come abbandonare un sistema produttivo intensivo basato sui combustibili fossili a favore di tecniche agroecologiche – al sostenere misure di adattamento. Finanziare i paesi in via di sviluppo per fronteggiare gli effetti della crisi climatica senza individuare la radice delle cause e le misure per mitigarla non aiuterà nessuno. Darà solo maggiore libertà ai giganti dell’agroindustria di sostenere le loro false soluzioni improntate sul greenwashing».

Raoul Tiraboschi, vicepresidente di Slow Food Italia aggiunge: «Le aspettative deludenti purtroppo si sono concretizzate. Le dichiarazioni del vice presidente della Commissione europea, Frans Timmermans, e della ministra del cambiamento climatico del Pakistan, Sherry Rehman sono totalmente condivisibili: la dichiarazione finale non è in alcun modo rispondente alle gravi problematiche a tutti ormai note. La giustizia climatica è ancora lontana».

Slow Food accoglie positivamente alcuni sviluppi della COP27. Il programma di oltre 200 eventi collaterali sui sistemi agricoli e l’allestimento di quattro padiglioni sul cibo e l’agricoltura dimostra che il mondo ha finalmente preso coscienza dell’impatto della produzione agroalimentare sul cambiamento climatico. Come anche l’aver dedicato una giornata all’agricoltura nel programma ufficiale. Infine, l’accordo sui fondi per perdite e danni è una buona notizia per i paesi che dimostrano maggiore vulnerabilità nel fronteggiare le avversità del cambiamento climatico.

Detto questo, la COP27 rimane un contenitore vuoto, la cui agenda è stata dominata dalle multinazionali dell’agribusiness, a partire dalle più importanti aziende di produzione di carne e latticini, i big del settore pesticidi e fertilizzanti, i lobbisti dei combustibili fossili, e tante altre compagnie che hanno avuto mano libera nel bloccare ogni azione significativa possibile. Il numero di delegati di queste aziende è più che raddoppiato dall’ultima edizione ed è addirittura più alto dei rappresentanti di alcuni Paesi. E visto che queste multinazionali sono responsabili degli effetti che il nostro pianeta sta subendo, non avrebbero mai dovuto intervenire sui contenuti dei negoziati sul clima.

In tutto ciò, la voce dei contadini di piccola scala, dei produttori dell’agroalimentare e dei popoli indigeni, quelli che vivono gli effetti del cambiamento climatico giorno dopo giorno sulla loro pelle, è stata tenuta ai margini.
Nonostante proprio questi ultimi siano centrali per la sicurezza alimentare a livello globale, visto che producono l’80% del cibo consumato in regioni come l’Asia e l’Africa Subsahariana, mentre i popoli indigeni sono i guardiani di una incredibile varietà di pratiche sostenibili.
Le loro conoscenze tradizionali sono la chiave per fronteggiare i peggiori effetti dei cambiamenti climatici e ristabilire la resilienza.

Soluzioni e i sistemi alimentari davvero sostenibili sono stati messi da parte dalla COP27
Sfortunatamente, il Koronivia Joint Work on Agriculture non prende in considerazione i sistemi alimentari e considera marginale l’agroecologia come soluzione per favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici, nonostante i benefici che essa determina siano comprovati. Senza un mandato ambizioso per questo meccanismo, che ha l’obiettivo di stabilire azioni concrete e attuare nuove strategie di adattamento e mitigazione nel settore agricolo, il mondo non sarà in grado di sostenere sistemi alimentari sostenibili, giusti e resilienti che permettano ai popoli e alla natura di prosperare.

Slow Food condanna le false soluzioni che vengono presentate agli appuntamenti internazionali sul clima, come gli Ogm
Se vogliamo assicurare sia sistemi alimentari di lunga durata che la sopravvivenza della vita sul pianeta così come la conosciamo, queste false soluzioni tecnologiche devono essere tenute fuori dalla prospettiva.

I leader mondiali hanno bisogno di prendere coscienza che l’agroecologia è l’unico sentiero verso la resilienza, e ascoltare le necessità e le soluzioni messe in campo dai produttori di piccola scala. Come abbiamo messo in evidenza nella Dichiarazione sul clima, Slow Food lavora per promuovere una filiera corta e giusta piuttosto che sistemi alimentari basati su produzioni intensive globali. Abbiamo bisogno di una trasformazione olistica dei sistemi che comprenda tutti gli anelli della catena, dalla produzione al consumo.

La COP27 non è riuscita a consegnare un piano ambizioso per il futuro del cibo, ma la lotta continua. Slow Food continuerà a sviluppare azioni dal basso per contrastare il cambiamento climatico e a mobilitare la propria rete e i cittadini in tutto il mondo affinchè politici e amministratori agiscano immediatamente, a livello locale e globale.

www.slowfood.it

Ecomondo raddoppiato con +41% di presenze sul 2021 e forte crescita anche sul 2019. Green economy: per circolarità e rinnovabili Italia all´avanguardia.

Ecomondo e Key Energy di Italian Exhibition Group hanno chiuso i battenti nel quartiere fieristico riminese con un +41% di presenze totali rispetto al 2021 (e un +15 sull´edizione record del 2019), segnando inoltre il raddoppio delle presenze estere (provenienti da 90 paesi) grazie alla politica d´internazionalizzazione avviata da IEG in questi anni e che attrae a Rimini nuovi e numerosi visitatori mondiali nel segno dell´eccellenza, qualitativa e numerica.

Dalle due manifestazioni, che alla data di oggi hanno ottenuto una copertura mediatica che sfiora i 550 milioni di contatti lordi Italia-Estero emerge forte e chiara la traiettoria green del futuro dell´economia del nostro Paese. Lo confermano sia la ricerca dedicata alla ´Nuova sfida della transizione ecologica per le imprese italiane´ presentata all´11a edizione degli Stati Generali della Green Economy, promossi dal Consiglio Nazionale della Green Economy, in apertura di Ecomondo, sia lo studio ´Scenari energetici dirompenti per l´Italia´ per le filiere delle energie rinnovabili, in apertura di Key Energy.

Ecomondo e Key Energy rappresentano un vero e proprio ´sistema´, una community, che deve la sua unicità all´intreccio virtuoso tra il business della parte espositiva, le relazioni istituzionali al più alto livello, dalla Commissione europea passando per il Ministero dell´Ambiente e la Sicurezza energetica, fino alla Fondazione per lo Sviluppo sostenibile e ai Consorzi di filiera, e a un calendario convegnistico ricchissimo e articolato che offre a visitatori ed espositori la bussola per orientarsi nei cambiamenti in atto e uno stimolo constante per i decisori pubblici a proseguire nel cammino della sostenibilità.

Con l´86% delle imprese italiane che giudica elevato o buono il livello di attenzione per la transizione ecologica e con i 24 miliardi di euro di benefici stimati per i consumatori da qui al 2030 sulla scia dello sviluppo delle rinnovabili, l´economia italiana nel prossimo futuro si colora di verde.
Centinaia le storie di innovazione portate in Fiera a Rimini dalle start up e dalle aziende espositrici. Mentre sul versante dell´azione globale dei due saloni, sono 80 le associazioni internazionali che operano nella green economy con cui i saloni hanno stretto accordi di collaborazione; costante l´impegno a promuovere la ´crescita blu´ nell´area del Mediterraneo con le case history dei progetti internazionali di cooperazione per la tutela dell´ecosistema marino e del contrasto al cambiamento climatico nell´area; infine, con il progetto Africa Green Growth entra nell´agenda della sostenibilità sociale l´autonomia energetica dei Paesi africani.

Lo stato dell´arte del mercato, lo hanno testimoniato i 1.400 brand espositori presenti su 130mila metri quadrati in questa 25ª edizione di Ecomondo e 15ª di Key Energy che raccolgono il meglio delle tecnologie made in Italy e internazionali per i pilastri della green economy: bio-economia circolare, gestione e valorizzazione dei rifiuti e delle acque reflue, rigenerazione dei suoli e dei mari e crescita blu sostenibile e rischio idrogeologico, assieme alle soluzioni e tecnologie nel settore del solare, fotovoltaico e sistemi di accumulo, eolico on shore e off shore, efficientamento energetico nell´industria e negli edifici, ed un focus sulle città sostenibili e mobilità elettrica.

Filiere che hanno attratto in Fiera a Rimini 600 buyer esteri grazie alla sinergia con Agenzia ICE e Ministero degli Affari Esteri e che hanno generato 2537 business matching sulla piattaforma digitale.
Mentre le visualizzazioni da parte degli operatori professionali dei profili espositori sulla piattaforma B2B GreenTechInsights superano le 270mila visualizzazioni.

160 gli eventi istituzionali curati dai due comitati scientifici di Ecomondo e Key Energy rispettivamente presieduti da Fabio Fava dell´Università di Bologna e Gianni Silvestrini direttore del Kyoto Club Italia.

«All´inizio, Ecomondo contava 3mila metri quadrati espositivi – ha dichiarato nel suo intervento di oggi in fiera a Rimini il Ministro dell´Ambiente e Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin – Dopo 25 anni questo numero si è moltiplicato per 40, fino a 130 mila. Numeri che danno l´idea delle opportunità da cogliere sia per il futuro, sia per le tecnologie che ci permettono di guardare a una produzione energetica diversa»

Ecomondo tornerà a Rimini dal 7 al 10 novembre del 2023, preceduta, dal 22 al 24 marzo 2023, dalla prima edizione di K.EY The Renewable Energy Expo (lo spin off da Ecomondo di KEY ENERGY che diventa autonomo, raddoppiando il suo spazio).

www.ecomondo.com

www.keyenergy.it

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Cop27 agiamo noi ogni giorno per contrastare i bla bla bla politici. Slow Food: i dieci giorni di confronto in Egitto difficilmente produrranno gli effetti immediati necessari oggi.

Un anno dopo la delusione per i risultati insufficienti della Cop26 di Glasgow, i leader del mondo sono tornati a riunirsi.
Dal vertice sul clima che Sharm el-Sheikh ospita fino al 18 novembre, in molti sembrano aspettarsi poco o nulla.
Le premesse perché l’evento si riveli l’ennesimo fallimento, in effetti, ci sono: Cina e India, due tra i principali responsabili delle emissioni climalteranti, in Egitto non ci sono, così come la Russia.
Ci sono quei paesi che della crisi climatica, più che esserne causa, stanno pagando le conseguenze in modo drammatico: i paesi del sud del mondo, il Pakistan dove tra agosto e settembre 33 milioni di persone sono state colpite dalle alluvioni, i paesi dell’Africa orientale dove l’insicurezza alimentare causata anche da fenomeni climatici estremi uccide e costringe le popolazioni ad abbandonare le proprie terre.

Dalle interminabili discussioni che attendono i leader riuniti in Egitto difficilmente emergeranno provvedimenti in grado di cambiare la storia. L’obiettivo di limitare a 1,5 gradi centigradi il surriscaldamento della Terra rispetto ai livelli preindustriali, come stabilito a Parigi nel 2015, è sempre meno raggiungibile.

Gli organizzatori della Cop27 hanno promesso di portare “la trasformazione del sistema alimentare e le diete sostenibili al centro” del vertice: staremo a vedere.

«L’impressione è che più di tutto manchi una visione: non sembra esserci nessuno, tra tutti quei decisori, che voglia prendersi la briga di affrontare un tema scottante come la crisi climatica; e quando qualcuno lo fa, ecco i se e i ma: troppi e fuori tempo massimo, vista la situazione in cui viviamo» sottolinea Raoul Tiraboschi, vice presidente di Slow Food Italia. «Nell’attesa non possiamo più aspettare, per questo dobbiamo attingere a quella azione decisa, immediata, collettiva e solidale, che è già nelle mani di ognuno di noi, a partire dal modo in cui ci alimentiamo. Il sistema alimentare globale oggi dominante – oltre a concentrare la ricchezza nelle mani di pochi, lasciar morire di fame milioni di persone, generare un insopportabile spreco, impoverire i suoli agricoli e provocare la sofferenza di miliardi di animali – è la principale causa della crisi climatica. Ecco perché scegliere che cosa portare in tavola ha ripercussioni sull’ambiente».

E perché l’indignazione che giustamente proviamo ogni volta che ci troviamo di fronte all’inazione dei decisori politici non ci fa scattare in piedi, scendere in piazza e manifestare?
Diventiamo protagonisti!
Facciamo sentire la nostra voce.
Mobilitiamoci, facciamo sentire la nostra voce fino a soffocare il bla, bla, bla che da anni viene puntualmente riproposto.

www.slowfood.it

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Food Additives Campaign: Scientists answer consumer’s common questions this October. The EU-funded project FoodSafety4EU and the European Food Information Council (EUFIC) launched a social media campaign about food additives, based on an analysis of consumers’ questions and concerns. Although food additives must prove a purpose and undergo strict safety evaluations, they are a source of concern for consumers. Therefore, the campaign features experts in the field who will answer consumers’ most common questions throughout the month of October. The aim: raising general awareness of food additives, why they are used, their safety and labelling in the EU, and empowering consumers to take science-based decisions.

Food additives – a source of concern for consumers
Food additives are substances added to foods to perform certain functions, for example, to sweeten or help preserve them. Although they play an important role in our food supply, on average, 36% of Europeans report being concerned about additives like colours, preservatives and flavourings used in food and drinks, as highlighted in the 2022 Eurobarometer. In some EU countries like Lithuania, Estonia and Greece even more than 50% say they are concerned about food additives.

“In FoodSafety4EU we are strongly committed to understand risk perception in consumers and build our science-based messages accordingly. Together with EUFIC we will not just communicate but we will enjoy communicating!” said Veronica M.T. Lattanzio, Project Coordinator at the National Research Council of Italy (CNR).

Digital tools give insights into people’s questions
To develop an impactful campaign that answers people’s questions and concerns, EUFIC collected data about consumers’ frequently asked questions about food additives in order to identify knowledge gaps and barriers.

A keyword research analysis on Google showed that people mostly have questions on specific food additives, like monosodium glutamate, nitrates or sulphites, or questions on groups of food additives, such as emulsifiers or sweeteners. When looking for general information on “food additives” or “e-numbers”, consumers are more interested in the definition of these terms, their safety and health effects or in the functions of food additives.

Furthermore, EUFIC’s community and website visitors had the opportunity to submit their questions on food additives via different channels (e.g., social media polls & website pop-ups). Most questions received were related to safety concerns, e.g., when an additive is allowed in one country but not in another.

Science-based advice easy to understand
The experts who will be featured throughout the campaign on the channels of EUFIC (Instagram, Facebook, Twitter and LinkedIn) and FS4EU (Instagram, Facebook, Twitter, LinkedIn) come from a variety of backgrounds, including food and chemical safety, and nutrition research.
Posts with short video interviews, visuals, as well as a set of website articles will help make the scientific information about this topic more accessible to the public.

website

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Giornata alimentazione 2022. Slow Food: “Il sistema alimentare dominante è una follia”. Ancora oggi nel mondo 800 milioni di persone soffrono la fame, nonostante il cibo ci sia e venga sprecato.

Colpa di chi, con il cibo, vuole arricchirsi invece che nutrire
Il cibo, oggigiorno, pare essere dappertutto: se ne produce in quantità sufficiente a sfamare 12 miliardi di persone. Ma c’è un dato tutt’altro che rassicurante, quello sulle persone che soffrono la fame: secondo la Fao, nel 2021, chi ne ha patito sono stati tra 702 e 828 milioni di individui. In mezzo a questi due opposti, c’è il dato sullo spreco alimentare: quasi un terzo del cibo viene gettato via senza essere consumato.

In occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione, che si celebra il 16 ottobre, Slow Food – forte anche dell’entusiasmo e del coraggio infuso dai 3 mila delegati da 130 Paesi che a fine settembre si sono dati appuntamento a Torino in occasione di Terra Madre – denuncia le assurdità che caratterizzano il modo di produrre e consumare cibo.

«La giornata mondiale dell’alimentazione non può che fare perno sul tema dell’equità: viviamo in un’epoca in cui ancora si muore di fame. E una constatazione tanto insopportabile diventa ancora più odiosa quando si chiarisce che non si muore di fame per scarsità alimentare ma per povertà. È la povertà a determinare la negazione del diritto alla sopravvivenza – sottolinea Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia –. Il sistema alimentare dominante, oggi, è lo specchio di un mondo che ragiona al contrario, che agisce sulla base dei profitti invece che dei diritti, che promuove lo sfruttamento invece che il benessere. Quello che ha a che fare con la produzione di cibo è un settore che raccoglie ingenti investimenti, ma che non produce ricadute economiche sugli anelli più deboli della catena, su coltivatori e allevatori di piccola scala, e che lascia morire di fame decine di milioni di persone».

I metodi di produzione di cibo oggi maggiormente diffusi impoveriscono le risorse invece di tutelarle
Agire in questo modo significa correre a velocità folle verso l’autodistruzione, perché, di questo passo, non sarà più possibile coltivare in suoli sempre più poveri, pescare in acque sempre più calde e inquinate, portare al pascolo gli animali in aree montane abbandonate e aride.

L’industria del cibo non ha più legami con i luoghi né con le stagioni
Da dove arriva ciò che portiamo in tavola? Da luoghi invisibili, o da non luoghi come gli allevamenti intensivi nascosti dentro a capannoni lontani dagli occhi dei consumatori. L’agroindustria sforna frutta e verdura in enormi campi monocolturali, ottenuta da semi che sono gestiti e venduti da una manciata di multinazionali che, per inciso, sono le stesse che mettono in commercio i fertilizzanti e i pesticidi. Oppure da qualche altro angolo del mondo, come la guerra in Ucraina ha reso evidente anche ai più distratti.

Proprio le conseguenze delle tensioni internazionali hanno innescato una spirale di inflazione che sta avendo – e avrà sempre di più – gravi conseguenze sulla sicurezza alimentare dei meno abbienti: la ridotta disponibilità economica delle famiglie le spingerà a privilegiare alimenti a basso costo, che spesso sono quelli meno salubri e meno nutrienti ma che nascondono le ingiustizie più gravi, come lo sfruttamento della manodopera o il ricorso alla chimica.

La sovranità alimentare è un’utopia? No, non lo è
Slow Food lo dimostra: ci sono milioni di attivisti e simpatizzanti in tutto il mondo che lottano per mantenere i semi nelle mani di chi produce il cibo, che combattono il land e il water grabbing, che allevano in maniera consapevole e rispettosa degli animali. Non è un’utopia, ma i giganti che spingono per cancellare tutto questo sono sempre più grandi.

«Promuovere un sistema alimentare sano richiede un investimento: più che quello economico – una vera transizione ecologica, in questo senso, sarebbe in grado di assicurare velocemente un ritorno in termini di lavoro, salute e sicurezza –, occorre un investimento in volontà. Volontà di chi ha il compito di governare l’Italia o di rappresentarla in Europa: senza lasciarsi tentare dai luccichii dell’agroindustria, dell’editing genetico e degli Ogm, dalla chimica di sintesi o dall’illusione che la crisi ambientale si risolva solo attraverso la tecnologia. Servono volontà e competenza, capacità di ascoltare e farsi ispirare da chi il cibo lo produce per nutrire, non per arricchirsi a discapito di qualcun altro» conclude Barbara Nappini.

www.slowfood.it

documento FAO