Category: Istituzioni – Cultura – Finanza

Salute Pianeta Terra Madre: politica, economia e società civile abbiano la salute del pianeta, degli ecosistemi e delle persone come obiettivo comune. Secondo gli scienziati la biodiversità, a partire dal microbiota e dal cibo che mangiamo, è la risposta alla crisi climatica

Esiste una sola salute, del pianeta, degli ecosistemi, degli animali, delle piante e della specie umana, tutto è strettamente connesso, a partire dalla biodiversità invisibile dei microbi e dal cibo che mangiamo. Ed è per questo che politica, economia e società civile devono lavorare sempre di più insieme, come in una sorta di triangolo, con lo stesso obiettivo di preservare l’equilibrio degli ecosistemi e il benessere delle persone.

È questo il messaggio che cinque medici, ricercatori e divulgatori scientifici di fama internazionale hanno lanciato nel corso della conferenza Salute del pianeta, salute delle persone disponibile a questo link sulla piattaforma di Terra Madre Salone del Gusto. Questo appuntamento fa parte del percorso realizzato da Slow Food grazie al supporto di Reale Mutua che per un mese approfondirà il tema Cibo e salute.

La pandemia di Covid-19 ci ha messo di fronte alla necessità, non più procrastinabile, di rivedere il nostro approccio con la natura, di guardare alla tutela della biodiversità non più come un impedimento alla corsa forsennata del sistema capitalistico, ma come una risorsa per mitigare la crisi climatica.

«La chiave per agire di fronte a questo scenario è l’approccio olistico, basato sul fatto che il pianeta, le piante e gli animali, noi esseri umani, condividiamo tutti uno stesso futuro, che con le nostre scelte possiamo influenzare positivamente o negativamente» sottolinea Andrea Pezzana, direttore della S.C. Dietetica e Nutrizione Clinica presso ASL Città di Torino e consulente scientifico di Slow Food per il tema Cibo e salute, moderando l’incontro. Una visione che da sempre fa parte della filosofia e dei progetti avviati da Slow Food in oltre 30 anni di attività e che oggi si possono toccare con mano in 160 Paesi in cui il movimento è presente. «Sano è il naturale completamento di buono, pulito e giusto, i tre pilastri del cibo di qualità così come lo intende Slow Food ed è per questo che stiamo lavorando a un position paper su questo tema e chiediamo a tutti di offrirci il proprio contributo affinché questo documento possa davvero essere olistico e condiviso e possa indicare le linee guida da seguire a livello internazionale»

Cibo e salute infatti è anche una sezione tematica, realizzata con il contributo di Reale Mutua, Sostenitore Ufficiale di Slow Food Italia, che si arricchisce di giorno in giorno di notizie, approfondimenti, video, consigli…

L’effetto spillover e il concetto di One Health
Alla base del Covid-19, e di tutte le altre pandemie del passato, c’è il fenomeno dello spillover, reso ormai famoso dall’omonimo libro scritto nel 2012 dal giornalista e divulgatore scientifico David Quammen, intervenuto in apertura della conferenza: «Viviamo in un pianeta di virus, ma quello che genera il salto di specie, lo spillover, da un animale selvatico all’uomo, è lo squilibrio ecologico. Quando l’essere umano disturba ecosistemi remoti per catturare gli animali e nutrirsene, per abbattere alberi, estrarre carburanti fossili o altre risorse minerarie, si espone ai virus degli animali selvatici, creando opportunità per la diffusione di una pandemia».
Quammen ricorda il concetto di “one health”, su cui le Nazioni Unite lavorano dal 2017 per creare un fronte comune di ricerca e sensibilizzazione e prevenire proprio il diffondersi delle pandemie: «Siamo tutti connessi: le scelte che compiamo, compreso il cibo che mangiamo, e il modo in cui quel cibo è prodotto o allevato hanno implicazioni che possono condurre a un pianeta più sano oppure a una pandemia».

La vita al microscopio che fa la differenza
Abbiamo sempre pensato che i microbi, e cioè tutti quegli esseri invisibili alla base della vita sulla Terra, dovessero essere eliminati affinché la nostra salute fosse garantita. Negli ultimi 20-30 anni invece abbiamo scoperto che sono molto importanti per il pianeta, le piante e gli animali perché garanzia di biodiversità.

E secondo Heribert Hirt, professore dell’Institute of Plant Sciences, Inra Paris, Francia; del Center for Desert Agriculture, Kaust, Arabia Saudita e del Max Perutz Laboratories, University of Vienna, Austria, sono proprio i microbi all’interno del nostro corpo che fanno la vera differenza tra un individuo e l’altro: «Osservando il nostro quadro genetico, abbiamo scoperto che siamo tutti uguali al 99,9%, mentre è guardando al microbiota intestinale, e cioè al complesso di microbi che popolano una persona, che si riscontrano differenze tra l’80 e il 90%. E questo incide anche nel modo in cui il nostro organismo funziona e reagisce alle pressioni esterne».
Un microbiota intestinale inadeguato è causa della disbiosi, cioè l’opposto della simbiosi, e può essere causa di patologie come diabete, Alzheimer e tumori. E allora come possiamo nutrire il nostro microbiota? «Nel nostro corpo ci sono più microbi che cellule e non sono solo passeggeri, sono abitanti a tutti gli effetti. Li ereditiamo a partire dal liquido amniotico, li rinforziamo con l’allattamento e l’ambiente che ci circonda. Ma è a partire dallo svezzamento che il quadro può cambiare sostanzialmente: i cibi tradizionali con alti contenuti di fibre, minerali e vitamine fanno la differenza. Dove trovarli? Innanzitutto mangiando tante verdure e cibi crudi, ma è essenziale che questi provengano da piante in buona salute, non coltivate con pesticidi, perché questi uccidono i microbi già in campo. Ecco perché è importante il cibo che mangiamo. Tutto è collegato, salute delle piante, degli animali, dell’uomo e il collegamento sono i microbi».

Fragilità dell’ambiente e fragilità dell’ecosistema
La crisi climatica, la crisi ambientale, la pandemia, determinano conseguenze innanzitutto sugli elementi di maggiore fragilità del sistema. Sono gli anziani, i primi a pagare il prezzo del Covid-19 in termini di vite umane. Ma anche gli impollinatori, fondamentali per garantire la varietà e variabilità sulla Terra, la sicurezza alimentare e quella biodiversità che, come ormai tutti gli esperti affermano, può aiutarci a mitigare la crisi climatica, e non solo: «Basti pensare che 1,4 milioni di api sono trasportate ogni anno in California per avviare la fioritura dei mandorli che altrimenti non avverrebbe. Il lavoro degli impollinatori solo negli Stati Uniti vale 15 miliardi di dollari. Eppure non siamo riusciti ancora a debellare la produzione e diffusione dei neonicotinoidi, così tossici per le api» racconta Kathy Sykes, esperta in politiche pubbliche, salute ambientale, invecchiamento e comunità sostenibili negli Stati Uniti. La buona notizia è che piccole azioni possono aiutare i nostri amici impollinatori ma un grande passo deve farlo la politica: «Nel 2015 Obama aveva messo in piedi una task force per salvare gli impollinatori e capire come favorire la loro attività. Pochi giorni fa, Biden appena eletto ha firmato il rientro negli accordi di Parigi sul clima, e questa è una buona notizia per noi».

Politiche globali coerenti su cibo, salute e ambiente
«Le politiche che influenzano il settore alimentare, a diversi livelli – locale, nazionale e globale – per affrontare le sfide attuali devono guardare a cibo, salute e ambiente in maniera olistica e coerente, come lati di uno stesso triangolo» sottolinea Rosalind Sharpe, direttrice del Food Research Collaboration (FRC) di Londra. «Il settore pubblico, quello privato e la società civile possono lavorare insieme a tutti i livelli, per definire, ad esempio, politiche agricole a sostegno delle aree rurali, o commerciali per agevolare la distribuzione di cibi di qualità piuttosto che prodotti altamente processati, possono agire sulle infrastrutture, per esempio l’e-commerce, per aiutare i piccoli produttori a essere competitivi anche in un mercato globale». In tutto il mondo sono diversi i governi che si sono già adoperati, anche grazie all’azione di advocacy di associazioni come Slow Food e alla collaborazione delle aziende private, mettendo in atto decine di iniziative che tutelano la salute pubblica, la biodiversità, i produttori di piccola scala, che limitano gli sprechi, l’uso di antibiotici e pesticidi, che mitighino il consumo di alimenti ricchi di zuccheri e fortifichino l’educazione alimentare a partire dai più piccoli. «Quello che serve è lavorare affinché le politiche globali siano coordinare e determinino un cambio di mentalità a tutti i livelli» conclude la ricercatrice inglese.

La Food Talk integrale di David Quammen
Le connessioni tra distruzione ecologica, pandemie umane e cibo che mangiamo, disponibile online a partire dall’11 febbraio

La più importante manifestazione dedicata al cibo buono, pulito e giusto, è organizzata da Slow Food, Città di Torino e Regione Piemonte con il patrocinio di Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali e Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare. L’edizione 2020 di Terra Madre Salone del Gusto è possibile grazie al sostegno delle aziende che credono nel progetto. Tra tutte citiamo i Platinum partner: Pastificio Di Martino, Unicredit, Lavazza, Acqua S.Bernardo, Quality Beer Academy; i Gold partner: Agugiaro&Figna, Astoria, BBBell. Con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Associazione delle fondazioni di origine bancaria del Piemonte. Con il contributo di IFAD, UE. In collaborazione con SANA e Turismo Torino e Provincia.

www.slowfood.it

approfondimento

EU industrial pollution law revision essential to cut greenhouse gases and pollutants. The Industrial Emissions Directive (IED) currently excludes limits on carbon dioxide and other greenhouse gas emissions (GHGs), making it unfit to support the EU’s moves to address climate change, according to legal, environmental and health experts.
As the directive determines the allowable emissions levels of over 50,000 industrial facilities – about half of the EU’s GHG emissions – the group is launching a petition demanding the IED be revised to include GHGs and to limit air, water and soil pollution much more strictly, to ensure that the commitments under the European Green Deal become reality.

The news comes during the European Commission’s public consultation on the IED
Christian Schaible, Policy Manager for Industrial Production at the European Environmental Bureau (EEB) said: “The whole point of the IED is to protect us and our environment from the negative impacts of industrial activities. If the Commission is serious about their zero pollution, circular and carbon neutrality goals, they must redesign its scope, rethink how standards are set, and ensure greater transparency.”

Doreen Fedrigo, Industrial Transformation Policy Coordinator at CAN Europe, said: “EU leaders last year agreed to more ambitious greenhouse gas emission reductions by 2030. Now is the time to implement this higher climate goal, across all sectors. The IED is a key tool to drive drastic cuts in greenhouse gas and toxic emissions in the industry sector. Including limits on greenhouse gas emissions alongside stricter limits on other industrial emissions will be needed for the EU to honour its commitments under the Paris Climate Agreement.

The NGOs also stress that the IED does not currently address a variety of serious problems related to the air, water and soil pollution. Large-scale industrial activities are one of the main contributors to air pollution, which leads to 412,000 premature deaths in Europe every year, meaning a stricter regulation on all industrial emissions can no longer be avoided.

Vlatka Matkovic, Senior Health and Energy Officer at the Health and Environment Alliance (HEAL) said: “Zero pollution and a health-protective approach need to be at the heart of the industrial emissions law, to urgently and significantly cut pollution, especially from coal power plants. The revision of the Industrial Emissions Directive is a not-to-be-missed opportunity for preventing disease and premature deaths, and for delivering on the EU’s climate ambition.”

The current IED does not lead to a zero pollution environment or circular economy, nor does it ensure proper public participation rights and access to information. The NGOs point out various cases of these failures throughout the EU Member States.

Laura Otýpková, lawyer from Frank Bold said: “The current IED is full of loopholes and flexibilities which allow industrial operators to avoid complying with strict rules. At the same time, the public is often excluded from proper participation and denied access to information on emissions. In the end, the IED seems like a token gesture – its revision is a perfect opportunity to make it the powerful piece of legislation it could be.”

The NGOs have launched a petition to urge the European Commission to transform the Industrial Emission Directive (IED).
The Industrial Emissions Directive came into force in January 2011 and was transposed in the EU Member States by January 2013.
It regulates dangerous pollutants from industry, including dust, nitrogen oxides, sulphur dioxide and heavy metals. Industry – which includes factories, power plants, intensive livestock farming and refineries – is the source of about a half of the European Union’s greenhouse gas emissions and 75% of hazardous waste production. Large-scale industrial activities are one of the main contributors to air pollution which leads to 412,000 premature deaths in Europe every year. At the same time, according to industry reports, these facilities release about 4,600 tonnes of heavy metals every year into the air, water and soil, including ecotoxic arsenic and neurotoxic lead and mercury. Their main source is coal combustion.
In a recent evaluation, the European Commission concluded that the IED is not working on several levels. Most importantly, the law is not helping to decarbonize industry. What we see in several countries is that the IED has allowed multiple flexibilities and has not lowered emissions, especially from coal plants, as fast as it could have. The fitness check showed that the IED has rarely helped tackle transboundary pollution and has not enabled sufficient public participation or access to information. This means that industrial operators are being allowed to pollute at dangerous levels while people at home and abroad remain powerless to do anything about it.

The European Commission has started preparing an update to the Directive, which should include new rules for industrial pollution. The public can now have their say to influence the future legislation, and secure the protection of climate and health. The consultation will be open for anyone to participate until 23 March. The European Commission should prepare the final proposal by the end of 2021, and it will then be voted on by the European Parliament.

The European Environmental Bureau (EEB) is Europe’s largest network of environmental citizens’ organisations, standing for environmental justice, sustainable development and participatory democracy. Our experts work on climate change, biodiversity, circular economy, air, water, soil, chemical pollution, as well as policies on industry, energy, agriculture, product design and waste prevention. We are also active on overarching issues as sustainable development, good governance, participatory democracy and the rule of law in Europe and beyond.
We have over 160 members in over 35 countries.

ph. © Enrico Rainero

www.eeb.org

www.caneurope.org

www.frankbold.org

www.clientearth.org

Petition

Corporate Environmental Disclosures. CDSB calls for regulatory change following review of European Corporate Environmental Disclosures. The third consecutive review of environmental and climate-related disclosures in Europe shows signs of improvement, but the information remains insufficient for investment decision-making.

Latest report released by the Climate Disclosure Standards Board “The state of EU environmental disclosures in 2020” analysed the strength and weaknesses of disclosure among 50 largest companies in the European Union with a combined market capitalisation of US$3.5 trillion under the EU Non-Financial Reporting Directive (NFRD).

Companies reviewed showed progress in the completeness and quality of greenhouse gas emissions and business model disclosures, however the top strengths and weaknesses remain unchanged.

CDSB’s report concludes that investors’ ability to integrate information disclosed under the EU’s rules into their decision-making is inherently limited without further improvements to the Non-Financial Reporting Directive on TCFD, risk and materiality.

Top strengths:
– Policies and due diligence – All companies disclosed environmental policies, but 30% did not clarify board and management level due diligence;
– Business model – 52% fully disclose the environmental aspects of their business model; and
– Key performance indicators – All companies provided GHG emissions disclosures, but only 10% disclosed metrics on biodiversity.

Top weaknesses:
– TCFD – 68% referenced the recommendations of the Task Force on Climate-related Financial Disclosures, but only 18% adequately disclosed their resilience to different climate scenarios;
– Principal Risks – 74% considered both physical and transition risks, but just 4% clearly disclosed risks over different time horizons; and
– Materiality – 38% (2019: 8%) applied a double materiality perspective, but this did not necessarily improve the quality of disclosures.

In her keynote address at the launch event, EU Commissioner Mairead McGuinness said: “The rules of the game must be transformed to fully integrate sustainability at every step of the financial value chain, and that’s why the Commission has prepared the Renewed Sustainable Finance Strategy for early next year. One of the priorities of the renewed strategy will be to strengthen the foundation for sustainable investment and the review of the Non-Financial Reporting Directive is crucial.” “Our ultimate aim,” she added, “is to put financial and the so-called non-financial information on the same footing.

Mardi McBrien, CDSB Managing Director, said: “To achieve the goals of the Paris Agreement, it is essential for investors to receive comparable and consistent information that is needed to inform their capital allocation. The sustainability reporting landscape is moving towards harmonisation and common standards. The work of the European Commission is important in achieving this goal and we will continue working closely with Europe to develop leading approaches and internationally to develop a global baseline that works for all.

The Climate Disclosure Standards Board (CDSB) was founded in 2007 and is an international consortium of business and environmental NGOs committed to advancing and aligning the global mainstream corporate reporting model to equate natural capital with financial capital. It does so by offering companies a framework for reporting environmental and climate information with the same rigour as financial information.
In turn, this helps them to provide investors with decision-useful environmental and climate information via the mainstream corporate report, enhancing the efficient allocation of capital.
Regulators also benefit from compliance-ready materials. Collectively, we aim to contribute to more sustainable economic, social, and environmental system.
CDSB also hosts the TCFD Knowledge Hub on behalf of the Task Force on Climate-related Financial Disclosures.

www.cdsb.net

Report

People-powered energy system: activating the community energy market for bioenergy. In the updated Renewable Energy Directive II (RED II), the EU clearly considers community energy as a key factor for future Renewable Energy (RE) market uptake and mandates Member States to implement regulatory frameworks for enabling and facilitating this process.
At the same time, several barriers prevent citizens from becoming (bio)energy producers and bioenergy projects to be more appealing. Among others, lack of preparedness for communities to tap the full bioenergy market potential1, lack of bioenergy stakeholders’ awareness of the potential of communities and missing/ unsupportive (local, regional and national) framework and policy conditions.
For a people-powered energy system, the Horizon 2020-funded project BECoop (2020-2023) aims at putting communities in charge of their local renewable (bio)energy generation.

Although significant progress has been made in the EU towards a more effective clean-energy transition, there is still an increasingly uneven penetration rate of RE across energy sectors.
Remarkably, a rather slow penetration in the EU heating and cooling sector is observed, which accounts for 51% of EU’s total energy consumption and is expected to account for the largest share of demand by 2050. Understanding the need for accelerating efforts, the EU has adopted a target for a 1.3% annual increase in renewable heat during this next decade.

Alongside the challenging nature of increasing RE heating penetration, there is, at the same time, a significantly untapped RE market uptake potential that should be seriously considered, bioenergy.
Deriving from living organic materials, bioenergy can be used to produce, among else, electricity, heat, and fuels. Even though not fully exploited, it holds, in practice, the highest potential for replacing fossil fuelled heat and remains the leading technology in the EU RE heating sector. As experts therefore suggest, the expansion of bioenergy projects across Europe would be of crucial importance for meeting the EU-established targets.

Apart from scientific and technological innovations, renewable energy uptake also relies on peoples’ perceptions. In this context, energy communities and cooperatives (RESCoops) provide an ideal framework, they can empower a more effective, fair, and democratised clean-energy transition, holding a series of benefits: they help fight climate change and reduce GHG emissions, contribute in mitigating energy poverty, support job creation, energy supply security and more.

Community bioenergy schemes can play a catalytic role in the market uptake of bioenergy heating technologies, yet their deployment nowadays remains significantly slow.
While there are, arguably, numerous energy cooperatives established across Europe, their vast majority focuses on exploiting solar and wind energy with biomass-based communities accounting for only a minor share of existing RESCoops. In addition, energy communities’ dispersion and range appear restricted, with 80% of them located in either Germany or Denmark, whereas, in terms of production, electricity takes the lion’s share, in contrast to heating.

There is a clear need for unlocking and activating the underlying market potential of community bioenergy, and that is exactly what BECoop, a new Horizon 2020-funded project, aims to do. The ambition of BECoop is to foster a broad deployment of bioenergy heating technologies across Europe, by providing the necessary conditions, technical as well as business support tools and by boosting demand and start de-risking community bioenergy investments.

The project aims to make community bioenergy projects more appealing to potential interested actors and to foster new links and partnerships among the international bioenergy community. The project will investigate and specify the community bioenergy market uptake facilitators and barriers and, building upon this information, further empower policymakers to introduce enabling frameworks for community bioenergy.

4 pilot cases across Europe (Spain, Greece, Poland, Italy) will target existing energy communities seeking to include bioenergy heating projects (district heating, pellets stove, forest biomass), and local/national authorities aiming at initiating novel bioenergy community structures in support of their clean energy transition goals. The selected cases represent diverse framework conditions, community bioenergy maturity, RE penetration in the heating and cooling market and socioeconomic environments, thus, providing a highly complementary synthesis of evidence.

1 This is mostly due to the cost of establishing such projects and the required project development effort and time. Additional barriers such as technical or business, as well as limited awareness of the multiple benefits prevent bioenergy projects from emerging. Finally, the know how and good practices established in one region are not easily transferrable to another.
This project has received funding from the European Union’s Horizon 2020 research and innovation programme under grant agreement No 952930.

www.ieecp.org

Global fight against climate change. Pandemic-induced boost to climate change fight opens investment opportunity. 2021 is on track to be the biggest year yet in the global fight against climate change as the COVID-19 crisis has spurred worldwide political support for the “build back better” movement.

Massive amounts of government spending earmarked for 2021 to support both the economy and new, ambitious net-zero emissions targets have positive implications for investors say two Toronto-based investment professionals, who were recently certified as global Sustainability and Climate Risk (SCR) experts.

Catherine Ann Marshall, SCR, Principal Consultant at RealAlts, and Tania Caceres, SCR, Principal at Risk Nexus are among the first professionals globally to earn the SCR credential making them members of an elite network of sustainability thought leaders, according to the Global Association of Risk Professionals (GARP). The pair say that many government investment initiatives to push a “green recovery” will also provide attractive new investment opportunities to the private sector.

The latest action to unleash government funds is expected Friday (Dec.18, 2020) as the European Parliament votes on the 2021 portion of the multi-year 1.82 trillion European Green Deal Investment Plan. The Plan has a binding target of reducing greenhouse gas emissions by 2030 by at least 55% from the 1990 level.

This Plan follows other recent spending announcements by Canada and the UK, and expectations that president-elect Joe Biden will convene a climate summit within his first 100 days in office. All of these developments added to the momentum in 2020 to fight climate change. More than 110 countries, including major greenhouse gas emitters China, Japan and South Korea, have now committed to becoming carbon neutral by mid-century, according to the United Nations.

Last week the Canadian government unveiled its C$15 billion multi-year green recovery plan which focuses on energy retrofits for real estate, clean transportation, annual increases in the carbon tax until 2030, and support for green industry and nature-based climate solutions. This came on the heels of the announcement of a binding net zero target for Canada by 2050.

Since the summer, and as recently as this month, the UK government made a series of announcements targeting a 68% cut in carbon emissions by 2030 supported by almost 7.4 billion in green recovery initiatives, with more spending to come in future. The UK pledged in 2019 to achieve net zero emissions by 2050.

“These announcements mean governments are taking action to protect against the physical risks of climate change, but they will result in companies facing transition risks as the economy moves away from fossil fuels,” said Ms. Caceres, who has 20 years of experience managing real estate investment risk across Canada and Europe. “The good news is that the transition will open up many new investment opportunities”.

“For instance, the UK government has announced it will partner with private infrastructure investors on green investments such as railroads,” said Ms. Marshall, a real assets expert with 20 years of investment experience. “Other new investment opportunities will include clean energy production and energy retrofits for real estate. These investments have a history of producing solid income returns, and in this low yield environment, they are a welcome opportunity.”

With extensive experience as institutional investment professionals in real assets, the pair are uniquely positioned to recommend how to invest sustainably in real estate and infrastructure.

In bestowing the SCR certificate to Ms. Marshall and Ms. Caceres, GARP said “the SCR distinction makes you one of the area’s first subject matter experts, joining you with an elite network of thought leaders.”

About GARP SCR: The Global Association of Risk Professionals Sustainability and Climate Risk program, launched in 2020, is a global certification that tests candidates’ ability to apply a range of knowledge and skills critical to managing sustainability and climate risks in a financial context. The curriculum builds a comprehensive and global understanding of the facts, challenges, and issues related to ESG. It equips SCRs to become climate risk leaders by enhancing their skills to effect organizational change and to integrate sustainability standards into investment processes. GARP’s
certification programs are recognized by the financial industry worldwide.

About Tania Caceres: Tania leads Risk Nexus, a global real estate consulting firm launched in 2014 specialized in ESG strategy, integration, and risk management. It serves large corporate clients including leading Canadian and European REITs, pension funds, and global investment managers.

About Catherine Ann Marshall: Catherine leads RealAlts, an independent investment consulting firm focused on advising institutional investors on global real assets. Launched in 2008, RealAlts advises both asset owners such as pension funds and insurance companies as well as investment managers.

www.realalts.com

Kyoto Club e Transport-Environment: destinare 41 miliardi del Recovery Plan alla mobilità sostenibile. 41,15 miliardi del PNRR per una ripresa sostenibile del settore trasporti italiano. Puntare su mobilità urbana e regionale, elettrificazione dei trasporti e transizione ecologica dell’industria automotive. Queste le proposte di Kyoto Club e Transport Environment illustrate nel nuovo rapporto Un Piano di Ripresa e Resilienza per la mobilità sostenibile che sarà commentato oggi in occasione del convegno annuale di Kyoto Club sull’Accordo di Parigi. Risorse che mettano al centro le città, insieme ad una green and just transition del settore produttivo del comparto trasporti.

Secondo Kyoto Club e Transport Environment, che hanno visionato la bozza del Consiglio dei Ministri del 7 dicembre 2020 del PNRR, il Recovery Plan italiano è troppo sbilanciato sulle grandi opere, che assorbirebbero la maggior parte delle risorse in modo inefficiente sia dal punto di vista della necessaria e rapida decrescita delle emissioni di CO2 che è urgente indurre nel settore, sia dal punto vista sociale ed economico. Per decarbonizzare il settore e rilanciare i trasporti in versione green servirebbero piuttosto: un deciso impulso alle reti per la ciclabilità, la pedonalità e la rigenerazione dello spazio urbano, azioni mirate per l’elettrificazione dei trasporti, il potenziamento del TPL elettrico, della mobilità condivisa e degli hub intermodali nelle stazioni, la logistica delle consegne merci a emissioni zero e un’adeguata rete di ricarica per permettere alla mobilità elettrica di continuare con il trend positivo che ha caratterizzato il 2020.

“L’obiettivo di dedicare risorse e progetti alla mobilità urbana, prevista dai PUMS delle città, diviene “uno dei tanti” obiettivi e non assume quel ruolo centrale che merita per il suo peso e impatto, per migliorare i servizi per cittadine/i e imprese. Nella bozza del testo, invece, si punta ancora una volta a potenziare le grandi opere AV piuttosto che dare priorità al trasporto locale e regionale e al potenziamento delle reti ferroviarie del mezzogiorno. Resta in sospeso il giudizio sui singoli progetti e la loro qualità, dato che sono indicati in modo aggregato e sommario, senza una definizione puntuale delle risorse assegnate. Cosi come andrà verificata la sostenibilità complessiva del PNRR, che non può limitarsi alla parte green del 37%” specifica Anna Donati, coordinatrice del gruppo di lavoro Mobilità sostenibile di Kyoto Club.

Servono inoltre politiche industriali decise per permettere al settore industriale di stare al passo con i tempi e scongiurare il rischio che l’Italia resti tagliata fuori dalla rivoluzione elettrica della mobilità. L’elettrificazione dei trasporti rappresenta una delle più importanti rivoluzioni industriali del secolo odierno e una necessità impellente per il settore, che a fronte di mancanza di innovazione potrebbe trovarsi in gravi difficoltà. Grazie ai fondi stanziati dal PNRR possiamo accelerare la spinta alla riconversione della nostra industria in chiave ecologica e garantire un futuro solido al settore automotive e relativa forza lavoro.

“Questa è la nostra occasione per portare a compimento quella transizione verso un’economia a zero emissioni nette al 2050, realizzando la filosofia che è alla base dell’Accordo di Parigi e del più recente Green Deal Europeo. Tra le varie misure sottolineiamo quelle per una reindustrializzazione Green del nostro comparto dei trasporti in modo da recuperare il ritardo che abbiamo accumulato. L’indicazione di una data, il 2030, oltre la quale si potranno vendere solo auto elettriche rappresenta uno stimolo formidabile per accelerare gli investimenti in questa nuova filiera. È arrivato il momento di dare risposte concrete alla crisi che stanno attraversando cittadini e cittadine.” sostiene il direttore scientifico di Kyoto Club, Gianni Silvestrini.

In merito alla governance del PNRR le associazioni chiedono inoltre l’istituzione di un Comitato permanente di consultazione delle associazioni ambientali, al fine di assicurare che la quota parte green del fondo (almeno il 37%) sia spesa a favore della transizione ecologica e che il 100% sia stanziato nel rispetto dei criteri della sostenibilità.

Veronica Aneris, Direttrice di T&E per l’Italia aggiunge “Questi soldi li stiamo chiedendo in prestito alle generazione future ed è doveroso assicurare la costruzione di nuove e solide fondamenta per lo sviluppo sostenibile e la transizione ambientale, energetica e sociale di cui abbiamo urgente bisogno. Utilizzare queste risorse per continuare ad alimentare l’economia business as usual, basata sui combustibili fossili, sarebbe non solo un grave errore strategico, ma anche eticamente inaccettabile. Le competenze in materia di ambiente e sostenibilità devono essere al centro del processo del PNRR sia nella fase di pianificazione e selezione dei progetti che in quella attuativa ed operazionale. Per questo chiediamo l’istituzione di un Comitato consultivo di responsabilità ambientale che veda coinvolte anche le associazioni ambientali.”

In Italia, nel 2018 le emissioni di gas serra dai trasporti sono state pari a 108 mln di tonnellate di CO2, equivalenti al 26% delle emissioni totali. Rispetto al 1990, le emissioni nei trasporti invece di ridursi, come prescritto dagli accordi internazionali sul clima, sono aumentate.

Il raggiungimento del nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 del blocco UE, recentemente portato per il 2030 dal 40% al 55%, richiede una drastica riduzione delle emissioni del settore trasporti nei prossimi 10 anni.

ph. © Enrico Rainero

www.transportenvironment.org

www.kyotoclub.org

Investire in decarbonizzazione dell’economia favorirà il rilancio dalla crisi generata dall’attuale pandemia e contribuirà a uno sviluppo socioeconomico di lungo periodo: la finanza sostenibile può ricoprire una funzione cruciale in questo processo attraverso l’integrazione del “fattore clima” nelle politiche d’investimento.

Il nuovo manuale del Forum per la Finanza Sostenibile individua 4 azioni prioritarie per gli investitori e 6 settori strategici d’intervento, anche in una dimensione di partnership pubblico-privato.
La pubblicazione è stata realizzata a partire dai contributi raccolti in un gruppo di lavoro organizzato in collaborazione con WWF e con il supporto di BPER Banca, Etica Sgr, Natixis Investment Managers e UBS Asset Management.

La presentazione del manuale si è svolta in occasione dell’evento conclusivo della nona edizione della Settimana SRI, che ha coinvolto circa 5.000 persone in 13 eventi online organizzati dal Forum (complessivamente, il calendario della Settimana SRI comprende 17 convegni e 2 eventi culturali).

Investimenti sostenibili per il clima: i contenuti
Il punto di partenza: l’attuale crisi legata alla pandemia di COVID-19 non deve oscurare il problema del cambiamento climatico
L’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature medie globali entro 1,5° non può passare in secondo piano rispetto all’uscita dalla crisi generata dalla pandemia di COVID-19 per due motivi. Anzitutto perché gli aspetti sanitari e ambientali sono strettamente connessi: l’alterazione degli ecosistemi aumenta i rischi per la salute umana e, viceversa, la tutela della biodiversità e il contrasto al riscaldamento globale comportano ripercussioni positive anche dal punto di vista sanitario. In secondo luogo, perché investire sul clima può creare opportunità di rilancio dell’economia. Occorre quindi allineare i portafogli agli obiettivi di decarbonizzazione e investire in soluzioni di mitigazione e di adattamento al cambiamento climatico. Come?

4 azioni strategiche e 6 settori prioritari
Il manuale esamina 4 azioni che gli investitori possono integrare nelle politiche d’investimento per tenere conto dei temi ambientali e climatici:
1) analizzare i rischi finanziari legati al clima;
2) migliorare la trasparenza sui temi di sostenibilità – essenziale è quindi la rendicontazione delle imprese e la disponibilità di dati ESG per gli investitori;
3) ridurre gli impatti ambientali negativi dei portafogli – attraverso la combinazione di engagement, esclusioni, disinvestimenti e riallocazioni;
4) investire in soluzioni di mitigazione e di adattamento.
Per la quarta azione, il manuale esamina 6 settori strategici, anche per interventi in partnership pubblico-privato:
1) energia;
2) agricoltura e foreste;
3) trasporto e mobilità;
4) città ed edilizia;
5) digitale;
6) economia circolare.

L’interconnessione tra dimensione ambientale e sociale del cambiamento climatico
Uno degli aspetti peculiari del manuale è l’analisi dei fenomeni sociali legati al cambiamento climatico e la loro rilevanza dal punto di vista finanziario, in termini sia di rischi (per esempio danni alla salute, aumento delle disuguaglianze e migrazioni involontarie), sia di opportunità (in chiave di giusta transizione e di maggiore resilienza di imprese e società umane).

Il convegno di presentazione
Gian Franco Giannini Guazzugli e Francesco Bicciato, rispettivamente Presidente e Segretario Generale del Forum per la Finanza Sostenibile, hanno aperto il convegno.

“Nell’evento di oggi, che conclude la nona edizione della Settimana SRI, trattiamo la stretta connessione tra azione per il clima e rilancio dell’economia. Il manuale “Investimenti sostenibili per il clima”, realizzato a partire dai contributi di un Gruppo di Lavoro che ha coinvolto i Soci del Forum, evidenzia il valore aggiunto della natura multistakeholder della nostra associazione”, ha sottolineato Giannini Guazzugli.

“L’emergenza climatica e quella sanitaria sono profondamente legate: gli strumenti di finanza sostenibile focalizzati sulla decarbonizzazione possono essere efficaci anche in ottica di ripresa dell’economia, inclusione sociale, salvaguardia del capitale naturale e tutela della salute. Questo è il presupposto per le otto proposte che abbiamo inviato al Governo sull’impiego di strumenti di finanza sostenibile per il rilancio dell’economia”, ha dichiarato Bicciato.

Arianna Lovera, Senior Programme Officer del Forum, ha illustrato i contenuti del manuale.
La mattinata è proseguita con una tavola rotonda moderata da Emanuele Bompan, Direttore Responsabile della rivista Materia Rinnovabile, con la partecipazione di: Ugo Biggeri, Presidente di Etica Sgr; Barbara Galliano, Deputy Country Head, Head of Retail Distribution di Natixis Investment Managers Italia; Eugenio Garavini, Vice Direttore Generale di BPER Banca; Matteo Leonardi, Energy Advisor di WWF e Valeria Piani, Strategic Engagement Lead di UBS Asset Management.

Ugo Biggeri ha dichiarato: “Etica Sgr conferma la sua attenzione alle tematiche socio-ambientali e il suo impegno per una finanza sostenibile nel suo ventesimo anno di vita. Con un pizzico di orgoglio possiamo affermare di essere stati tra i primi protagonisti in Italia e di aver agito sempre con coerenza. Oggi siamo sempre più convinti che occorre crescere ancora, rafforzando l’efficacia del proprio impegno per il clima: con prodotti, certo, ma anche numeri, dati e rendicontazioni. Sostenere la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio significa prendersi cura del futuro del nostro Pianeta. Questo è il nostro lavoro e il nostro impegno”.

“Per riuscire ad affrontare sfide ambientali, indissolubilmente legate a quelle sociali, come il cambiamento climatico e il degrado del territorio, della biodiversità, delle risorse idriche e marine, sarà indispensabile una combinazione tra investimenti pubblici e privati. La finanza sostenibile deve fare la differenza per essere parte integrante della soluzione. Dimostrare chiarezza seppur nella diversità degli approcci ESG, impegno attivo e convinzione, risultati e impatto: questo significa per Natixis IM essere un gestore responsabile”, ha detto Galliano.

“Emerge nuovamente come le Banche svolgano un ruolo determinante nell’evoluzione della società: è ciò che sta avvenendo nella transizione delle imprese e delle famiglie verso un’economia a basso impatto ambientale – ha dichiarato Garavini BPER Banca, da sempre legata ai territori, ha intrapreso un percorso che l’ha portata a individuare le linee guida strategiche dello sviluppo dei processi aziendali e delle politiche creditizie e di investimento in chiave di sostenibilità. Per i mercati finanziari, questo termine è sinonimo di miglior gestione del rischio e di capacità di creare valore nel medio-lungo periodo: business e sostenibilità sono due facce della stessa medaglia”.

Leonardi ha affermato: “L’innovazione è l’elemento indispensabile per la crescita economica di oggi. Ancora di più per affrontare la ripresa post COVID. Gli investimenti in settori non compatibili con la decarbonizzazione non sono un’opzione percorribile. La politica deve riconoscere la decarbonizzazione come un’opportunità, tracciare una strategia coerente e solida nel tempo e innescare l’effetto moltiplicativo degli investimenti privati. L’innovazione implica una dimensione di rischio, per gestire il quale lo Stato deve mettersi in gioco con le risorse del Green Deal e di Next Generation EU, e altrettanto di opportunità, senza le quali non si cresce e non si potrà mettere mano alle disuguaglianze generate dalla crisi”.

Piani ha commentato: “Le conseguenze del cambiamento climatico non possono più essere ignorate. Sono necessari ingenti capitali per passare a un’economia a ridotte emissioni di carbonio e limitare il riscaldamento globale sotto i 2°C. Oltre ai benefici per il pianeta, l’impegno a contrastare il cambiamento climatico offre importanti opportunità di investimento e la possibilità di potenziare i rendimenti futuri in diverse asset class e regioni e su vari orizzonti temporali. In questa ottica, UBS AM ha creato la metodologia interna “Climate Aware” per sviluppare prodotti di investimento attivi e passivi che siano allineati con scenari di transizione verso una economia più pulita. Accompagniamo inoltre i nostri investimenti con un dialogo continuo con il management aziendale per accelerare il cambiamento”.

È seguita una relazione sull’azione per il clima di Stefano Caserini, Docente di Mitigazione dei Cambiamenti Climatici al Politecnico di Milano, che ha commentato: “Le recenti dichiarazioni del Primo Ministro cinese, la svolta negli Stati Uniti e l’European Green Deal mostrano che la transizione fuori dal sistema dei combustibili fossili è iniziata, ma deve essere accelerata enormemente se si vuole rispettare l’obiettivo dell’Accordo di Parigi. E i dati della scienza del clima confermano sempre più come non c’è più spazio per i rinvii e le azioni ambigue”. Il Forum per la Finanza Sostenibile

ll Forum per la Finanza Sostenibile è nato nel 2001. È un’associazione non profit multi-stakeholder: ne fanno parte operatori del mondo finanziario e altri soggetti interessati agli effetti ambientali e sociali dell’attività finanziaria. La missione del Forum è promuovere la conoscenza e la pratica dell’investimento sostenibile, con l’obiettivo di diffondere l’integrazione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) nei prodotti e nei processi finanziari. Il Forum per la Finanza Sostenibile è parte di Eurosif, l’European Sustainable Investment Forum.

www.finanzasostenibile.it

www.settimanasri.it

www.investiresponsabilmente.it

manuale

Ridurre emissioni gas serra. La Commissione Europea adotta la strategia dell’UE sul metano nel quadro del Green Deal europeo

La Commissione adotta la strategia dell’UE sul metano
La Commissione europea ha presentato oggi la strategia dell’UE per ridurre le emissioni di metano.
La Commissione europea ha presentato oggi la strategia dell’UE per ridurre le emissioni di metano. Dopo il biossido di carbonio, il metano è il secondo più importante agente dei cambiamenti climatici. È anche un potente inquinante atmosferico locale che causa gravi problemi di salute. La lotta contro le emissioni di metano è pertanto essenziale per conseguire gli obiettivi climatici per il 2030, la neutralità climatica entro il 2050 e per contribuire all’ambizione della Commissione di azzerare l’inquinamento.
La strategia definisce misure per ridurre le emissioni di metano in Europa e a livello internazionale: contiene interventi legislativi e non legislativi nei settori dell’energia, dell’agricoltura e dei rifiuti, che insieme rappresentano circa il 95 % delle emissioni di metano associate all’attività umana nel mondo. La Commissione collaborerà con i partner internazionali dell’UE e con l’industria per conseguire riduzioni delle emissioni lungo la catena di approvvigionamento.

Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo per il Green Deal, ha dichiarato: “Per diventare il primo continente climaticamente neutro l’Unione europea deve tagliare tutti i gas a effetto serra. Il metano è il secondo più potente gas a effetto serra e una causa determinante dell’inquinamento atmosferico. La strategia sul metano garantisce tagli delle emissioni in tutti i settori, in particolare l’agricoltura, l’energia e i rifiuti. Crea per le zone rurali l’opportunità di produrre biogas a partire dai rifiuti. La tecnologia satellitare dell’Unione europea consentirà di monitorare da vicino le emissioni e di innalzare gli standard internazionali.”

La Commissaria per l’Energia Kadri Simson ha dichiarato: “Oggi abbiamo adottato la prima strategia di lotta alle emissioni di metano dal 1996. I settori dell’energia, dell’agricoltura e dei rifiuti hanno tutti un ruolo da svolgere, ma l’energia è il settore in cui le emissioni possono essere ridotte più rapidamente al minor costo. L’Europa aprirà la strada ma non possiamo muoverci da soli. Dobbiamo collaborare con i partner internazionali per far fronte alle emissioni di metano dell’energia che importiamo.

Una delle priorità della strategia è migliorare la misurazione e la comunicazione delle emissioni di metano. Attualmente il livello di monitoraggio varia secondo i settori e gli Stati membri e nell’intera comunità internazionale. Oltre alle misure a livello dell’UE volte a rafforzare le norme in materia di misurazione, verifica e comunicazione, la Commissione sosterrà la creazione di un osservatorio internazionale delle emissioni di metano in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, la Coalizione per il clima e l’aria pulita e l’Agenzia internazionale per l’energia. Il programma satellitare Copernicus dell’UE migliorerà la sorveglianza e contribuirà a individuare i super emettitori mondiali e le principali perdite di metano.

Per ridurre le emissioni di metano nel settore dell’energia si proporrà l’obbligo di migliorare il rilevamento e la riparazione delle perdite nelle infrastrutture del gas e si valuterà l’opportunità di legiferare per vietare le pratiche di routine di combustione in torcia e di rilascio in atmosfera. La Commissione avvierà un dialogo con i partner internazionali ed esaminerà l’eventualità di norme, obiettivi o incentivi per le importazioni di energia nell’UE, con i relativi strumenti di esecuzione.

La Commissione migliorerà la comunicazione delle emissioni prodotte dall’agricoltura attraverso una migliore raccolta di dati e promuoverà opportunità di riduzione delle emissioni con il sostegno della politica agricola comune. L’accento sarà posto principalmente sulla condivisione delle migliori pratiche nelle tecnologie innovative di riduzione del metano, diete animali e gestione della riproduzione. Contribuiranno anche la ricerca mirata sulla tecnologia, soluzioni basate sulla natura e cambiamenti alimentari. I rifiuti umani e agricoli organici non riciclabili possono essere usati per produrre biogas, biomateriali e prodotti biochimici, in modo da generare flussi di reddito supplementari nelle zone rurali ed evitare nel contempo le emissioni di metano. La raccolta di questi rifiuti sarà pertanto ulteriormente incentivata.

Nel settore dei rifiuti la Commissione valuterà l’opportunità di ulteriori azioni per migliorare la gestione dei gas di discarica, sfruttandone il potenziale di consumo energetico riducendo nel contempo le emissioni, e riesaminerà la legislazione pertinente sulle discariche nel 2024. Ridurre al minimo lo smaltimento dei rifiuti biodegradabili nelle discariche è fondamentale per evitare la formazione di metano. La Commissione valuterà la possibilità di proporre ulteriori ricerche sui rifiuti nelle tecnologie del biometano.
Riesaminerà inoltre il regolamento sulla condivisione degli sforzi e valuterà la possibilità di estendere il campo di applicazione della direttiva sulle emissioni industriali ai settori che emettono metano non ancora inclusi.

Contesto
A livello molecolare, il metano è più potente del biossido di carbonio. Contribuisce alla formazione di ozono troposferico ed è un potente inquinante atmosferico locale che causa gravi problemi di salute.
Al termine del ciclo di vita il metano è trasformato in biossido di carbonio e vapore acqueo, contribuendo ulteriormente ai cambiamenti climatici. La riduzione delle emissioni di metano contribuisce pertanto a rallentare i cambiamenti climatici e a migliorare la qualità dell’aria.
La valutazione d’impatto del piano dell’UE per il 2030 sugli obiettivi climatici ha concluso che un aumento del livello di ambizione per ridurre le emissioni di gas a effetto serra ad almeno il 55 % entro il 2030 richiederebbe uno sforzo accelerato per affrontare il problema delle emissioni di metano.
L’UE, che produce il 5 % delle emissioni mondiali di metano a livello interno, incoraggerà l’azione internazionale in quanto principale importatore mondiale di energia e come attore forte nei settori dell’agricoltura e dei rifiuti.

https://ec.europa.eu/energy/topics/oil-gas-and-coal/methane-emissions_en

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EU energie rinnovabili offshore per un’Europa climaticamente neutra. Per contribuire a raggiungere l’obiettivo europeo della neutralità climatica entro il 2050, la Commissione europea ha presentato la strategia dell’UE per le energie rinnovabili offshore. La strategia propone di aumentare la capacità eolica offshore dell’Europa: dagli attuali 12 GW passare ad almeno 60 GW entro il 2030, e a 300 GW entro il 2050. La Commissione si propone di integrare questa capacità entro il 2050 con 40 GW provenienti da energia oceanica e da altre tecnologie emergenti, come l’eolico e il fotovoltaico galleggianti.
Questa crescita ambiziosa potrà contare sull’ampio potenziale dell’insieme dei bacini marittimi europei e sulla leadership mondiale delle imprese dell’UE nel settore. La crescita creerà nuove opportunità per l’industria, genererà posti di lavoro verdi in tutto il continente e rafforzerà la leadership mondiale dell’UE nel settore delle tecnologie energetiche offshore, assicurando inoltre la protezione dell’ambiente, della biodiversità e della pesca.

Nelle parole di Frans Timmermans, Vicepresidente esecutivo responsabile per il Green Deal europeo: “La strategia odierna evidenzia l’urgenza e l’opportunità di aumentare gli investimenti nelle energie rinnovabili offshore. Con i nostri vasti bacini marittimi e la nostra leadership industriale, l’Unione europea ha tutto il necessario per affrontare la sfida. Le energie rinnovabili offshore sono già un vero successo europeo: intendiamo trasformarlo in un’opportunità ancora maggiore per energia pulita, posti di lavoro di alta qualità, crescita sostenibile e competitività internazionale.

La Commissaria per l’Energia Kadri Simson, ha dichiarato: “L’Europa è leader mondiale nel settore delle energie rinnovabili e può diventarne il motore di sviluppo a livello globale. Dobbiamo intensificare l’azione, sfruttando tutto il potenziale dell’energia eolica offshore e facendo avanzare più rapidamente altre tecnologie come quelle per l’energia del moto ondoso e delle maree e il fotovoltaico galleggiante. La strategia odierna delinea una direzione chiara e un quadro stabile – fondamentali per le autorità pubbliche, gli investitori e gli sviluppatori del settore. Dobbiamo stimolare la produzione interna dell’UE per conseguire i nostri obiettivi in materia di clima, rispondere alla crescente domanda di energia elettrica e sostenere l’economia nella ripresa post-COVID.”

Virginijus Sinkevičius, Commissario responsabile per l’Ambiente, gli oceani e la pesca, ha affermato: “La strategia odierna indica come sviluppare le energie rinnovabili offshore integrandole con altre attività umane – come la pesca, l’acquacoltura o il trasporto marittimo – e in armonia con la natura. Le proposte ci consentiranno inoltre di proteggere la biodiversità e affrontare possibili conseguenze socioeconomiche per i settori che dipendono dalla buona salute degli ecosistemi marini, promuovendo così una solida coesistenza all’interno dello spazio marittimo.”

Per promuovere l’espansione della capacità energetica offshore, la Commissione incoraggerà la cooperazione transfrontaliera tra gli Stati membri riguardo pianificazione a lungo termine e diffusione. Ciò richiederà l’integrazione degli obiettivi di sviluppo delle energie rinnovabili offshore nei piani nazionali di gestione dello spazio marittimo che gli Stati costieri sono tenuti a presentare alla Commissione entro marzo 2021.
La Commissione proporrà inoltre, nell’ambito del regolamento TEN-E riveduto, un quadro per la pianificazione a lungo termine delle reti offshore coinvolgendo le autorità di regolamentazione e gli Stati membri in ciascun bacino marittimo.

La Commissione stima che da oggi al 2050 saranno necessari investimenti per quasi 800 miliardi di € per conseguire gli obiettivi proposti.

Per contribuire a generare e sbloccare gli investimenti, la Commissione:
– fornirà un quadro giuridico chiaro ed efficace. A tal fine, in un documento di lavoro dei suoi servizi che accompagna la strategia, oggi la Commissione ha anche chiarito le norme sul mercato dell’energia elettrica e valuterà se siano necessarie norme più specifiche e mirate. La Commissione si assicurerà che il riesame della disciplina in materia di aiuti di Stato per la protezione ambientale e l’energia e della direttiva sulle energie rinnovabili faciliti una diffusione delle energie rinnovabili offshore efficiente sotto il profilo dei costi.
– contribuirà a mobilitare tutti i fondi pertinenti a sostegno dello sviluppo del settore. La Commissione incoraggia gli Stati membri a utilizzare il dispositivo per la ripresa e la resilienza e a collaborare con la Banca europea per gli investimenti e altre istituzioni finanziarie per sostenere gli investimenti nell’energia offshore attraverso InvestEU. I fondi di Orizzonte Europa saranno mobilitati per sostenere ricerca e sviluppo, in particolare per le tecnologie meno mature.
– assicurerà una catena di approvvigionamento rafforzata. La strategia sottolinea la necessità di migliorare la capacità produttiva e le infrastrutture portuali e di aumentare la disponibilità di manodopera adeguatamente qualificata per far fronte a tassi di installazione più elevati. La Commissione prevede di creare una piattaforma dedicata alle energie rinnovabili offshore nell’ambito del Forum industriale per l’energia pulita, che consenta di riunire tutti i soggetti coinvolti e facilitare lo sviluppo della catena di approvvigionamento.

Il mercato mondiale delle energie rinnovabili offshore è in rapida crescita, in particolare in Asia e negli Stati Uniti, con opportunità per l’industria dell’UE ovunque nel mondo. La Commissione sosterrà l’adozione di queste tecnologie a livello mondiale attraverso la diplomazia del Green Deal, la politica commerciale e i dialoghi dell’UE con i paesi partner incentrati sull’energia.
Per analizzare e monitorare gli impatti ambientali, sociali ed economici delle energie rinnovabili offshore sull’ambiente marino e le attività economiche che ne dipendono, la Commissione consulterà regolarmente una comunità di esperti provenienti dalle autorità pubbliche, dai portatori di interessi e dalla comunità scientifica. Oggi la Commissione ha adottato anche un nuovo documento di orientamento sullo sviluppo dell’energia eolica e la legislazione dell’UE in materia di natura.

Contesto
Oggi l’eolico offshore produce energia elettrica pulita in grado di competere con le tecnologie esistenti basate sui combustibili fossili, e talvolta addirittura meno costosa. Le industrie europee stanno rapidamente sviluppando una serie di tecnologie in grado di sfruttare la potenza dei nostri mari per produrre elettricità verde.
Dall’energia eolica offshore galleggiante, alle tecnologie basate sull’energia oceanica – come gli impianti che sfruttano il moto ondoso e le maree o gli impianti fotovoltaici galleggianti, oppure l’uso di alghe per produrre biocarburanti – le imprese e i laboratori europei sono attualmente all’avanguardia.
La strategia per le energie rinnovabili offshore stabilisce il più ambizioso obiettivo di diffusione delle turbine eoliche offshore (sia a fondazione fissa che galleggiante), dove l’attività commerciale è già a buon punto. In questi settori l’Europa ha già acquisito notevole esperienza tecnologica, scientifica e industriale e può già contare su forti capacità lungo tutta la catena di approvvigionamento, dalla produzione all’installazione.
Sebbene la strategia sottolinei le opportunità in tutti i bacini marittimi dell’UE — Mare del Nord, Mar Baltico, Mar Nero, Mediterraneo e Atlantico — e per specifiche comunità costiere e insulari, i vantaggi di queste tecnologie non si limitano alle regioni costiere. La strategia mette in evidenza molte zone interne in cui la produzione e la ricerca sostengono già lo sviluppo energetico offshore.

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Slow Food 20 anni dei Presìdi e 1000 prodotti sull’Arca del Gusto italiana: emblemi dell’impegno a tutela della biodiversità, i produttori che, con il loro lavoro, danno vita ai Presìdi Slow Food. Dal Piemonte alla Sicilia, dall’Emilia-Romagna al Lazio persone che ogni giorno mantengono in vita colture secolari, salvaguardando prodotti a rischio estinzione, tramandando tecniche tradizionali e tutelando paesaggi e ambiente.

Dal Cappone di Morozzo a oggi…
Torniamo per un attimo alla fine del millennio scorso, al 1998. A Morozzo, nel Cuneese, si tiene la tradizionale fiera del cappone: si celebra da un secolo, eppure sta per scomparire. Colpa di un sistema alimentare per cui i capponi sono allevati in batteria, trattati con dosi potenti di ormoni. Costano meno e rendono di più, e pazienza se non è un modo né sano né giusto di allevare.
È in quel momento, da questo paesino piemontese di duemila abitanti, che nasce il concetto di Presidio Slow Food. All’epoca già da un paio d’anni l’associazione della Chiocciola stava lavorando a un progetto sugli alimenti a rischio scomparsa: era l’Arca del Gusto, un vero e proprio catalogo nel quale la rete in tutto il mondo aveva iniziato a segnalare prodotti a rischio di estinzione.
I Presìdi nascono da questo impegno e ne diventano presto “il braccio operativo”: sono i progetti con cui Slow Food, attraverso la Fondazione per la Biodiversità Onlus, si impegna concretamente a tutelare questi saperi e questi alimenti e – per dirla con il presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus Piero Sardo – anche «lo strumento più efficace per difendere, sostenere e sviluppare la biodiversità domestica, cioè non quella delle specie selvatiche bensì di quelle selezionate da agricoltura e allevamento».

… e oltre
Oggi, a oltre vent’anni di distanza da quel giorno a Morozzo, i Presìdi Slow Food sono 593, di cui 324 in Italia, mentre i prodotti segnalati sull’Arca del Gusto sono 5.327. «Il bilancio è estremamente positivo – ha spiegato Serena Milano, segretaria generale della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus, nel corso del convegno 20 anni in nome della biodiversità organizzato presso Nuvola Lavazza a Torino per fare il punto sul progetto dei Presìdi -. Sono un progetto originale e innovativo che all’inizio sembrava un’utopia e che invece ha funzionato. I dati che oggi dimostrano l’impatto positivo dei Presìdi sono tantissimi: sono economici, ma anche sociali e ambientali. Uno per tutti: le emissioni generate dalle aziende agricole estensive e di piccola scala dei Presìdi sono inferiori del 30% a quelle di analoghe produzioni convenzionali».
E poi, naturalmente, ci sono gli effetti sociali e culturali: «In molti casi siamo partiti con pochissimi produttori, spesso anziani, poi si sono aggiunte nuove famiglie, molti giovani che hanno deciso di lavorare in campagna, magari dopo aver conseguito una laurea. Sono nate associazioni, consorzi di produttori orgogliosi del proprio lavoro e che hanno condiviso disciplinari di produzione». Si sono dati, in altre parole, regole ferree per assicurare un cibo buono, pulito e giusto. Ed è proprio per questa adesione ai principi dell’associazione e per il rispetto dei rigidi disciplinari di produzione, che da oggi per la prima volta i Presìdi possono costituirsi in Comunità Slow Food, come gruppo di persone che opera sul territorio con un obiettivo comune, mentre i prodotti possono fregiarsi della chiocciola rossa ed essere raccontati attraverso l’etichetta narrante, una grande operazione di trasparenza per descrivere tecniche di allevamento, coltivazione o trasformazione utilizzate da ogni singolo produttore.

A proposito del disciplinare di produzione: secondo Francesco Sottile, del comitato esecutivo di Slow Food Italia, «è il punto più vicino tra Slow Food e la ricerca scientifica, perché all’interno di quel documento sono contenuti tanti elementi frutto della conoscenza scientifica, dell’innovazione e della consapevolezza dei meccanismi che regolano il rapporto tra produzione e ambiente».
Non è insomma un vezzo, quello di tutelare i prodotti e le tradizioni che ci giungono dal passato: è il modo scelto da Slow Food per preservare la biodiversità. Per salvaguardare la vita sul nostro pianeta.

«I Presìdi sono una visione di Slow Food che ha teso a proteggere, molto prima del tempo, la biodiversità alimentare. Insieme ai sistemi naturali messi in pericolo dal prelievo dell’uomo, dall’industrializzazione, da un’idea di sviluppo miope e sbagliata erano a rischio tanti saperi e tante culture e Slow Food lo ha visto con anticipo. Dietro un Presidio c’è sempre il racconto di un territorio, storie di persone» ha ricordato nel suo intervento Sveva Sagramola, conduttrice di Geo su Rai 3, che da sempre è a fianco di Slow Food per far conoscere al grande pubblico i Presìdi.

Largo ai giovani
Al convegno hanno partecipato anche quattro giovani produttori, in rappresentanza della seconda generazione impegnata nei Presìdi: «Mi sono appassionato all’agricoltura e alla vita nei campi quando ero bambino, grazie a mia nonna paterna che fin dagli anni Sessanta ha coltivato il cardo, dando così vita all’azienda di famiglia, e che mi ha insegnato molto di quello che oggi conosco» ha raccontato Lorenzo Agatiello, 20 anni, produttore del Presidio del cardo gobbo di Nizza Monferrato.
Lorenzo, come Lucia e Nicola Ceccarelli, che vengono invece dall’Umbria dove fanno parte del Presidio Slow Food del vino santo affumicato dell’Alta Valle Tevere, non hanno alcuna intenzione di abbandonare l’azienda che hanno ereditato: «La porteremo avanti anche perché rappresenta gli sforzi della nostra famiglia – dicono – Ci piacerebbe iniziare a produrre vino con metodologie all’avanguardia e anche costruire un frantoio per l’olio».
Il friulano Manuel Gambon, del Presidio Slow Food della pitina, ha cominciato a produrre nel 2016, quando ha aperto con il fratello un laboratorio di lavorazione delle carni. Producono principalmente pitina, “polpette di carne” molto particolare che può essere consumata sia cruda, a fettine, che cotta. «A casa le abbiamo sempre fatte seguendo la ricetta di mio zio Danilo, che le produce per l’autoconsumo secondo gli insegnamenti di suo padre» ha spiegato. «Che cos’è il Presidio per me? Una garanzia di qualità e di tradizione. Sono contento che il disciplinare di produzione sia ancora più rigido inserendo l’obbligo di non utilizzare nitriti e nitrati».

Qualche dato
I numeri non sanno rendere l’importanza del progetto e neppure trasmettere l’entusiasmo e la passione dei produttori, ma possono restituire una fotografia di quanto accaduto in vent’anni. In Italia nel 2000 i Presìdi erano 90; oggi sono 324. I produttori coinvolti erano 500, oggi sono cinque volte di più, circa 2500.
Diamo uno sguardo a qualche caso specifico: quello della razza bovina piemontese, ad esempio, dove da sette gli allevatori sono diventati 62; il pomodoro fiaschetto di Torre Guaceto (Br), ha vissuto una ripresa che ha consentito di passare da una produzione di 250 a 1500 quintali. A Ustica viene invece coltivata una lenticchia dagli eccezionali valori nutrizionali: in due decenni la produzione è aumentata da 2600 a 9000 kg, e insieme anche il prezzo, da 3 a 12 € al kg, consentendo alle persone che abitano l’isola di occuparsi di agricoltura.
Sono progetti nati nei campi, negli allevamenti, sulle barche di chi la mattina presto esce a pescare, in tutta Italia. E sono diventati, in pochi anni, un esempio: casi da studiare per le università e soggetti in grado di interloquire con le istituzioni.

A quota mille
Il 2020 è anche l’anno in cui in Italia si raggiunge quota 1000 sull’Arca del Gusto: il millesimo prodotto italiano è il peperoncino tri pizzi della Calabria, indispensabile per fare l’autentica ‘nduja di Spilinga.
Detto anche minni di vacca (cioè mammelle di vacca) per via delle tre protuberanze all’estremità inferiore, è un ecotipo selezionato nel tempo da generazioni di contadini dell’area del Monte Poro. Il valore del tri pizzi è elevato, perché la produzione non è abbondante e non è sufficiente per tutta l’nduja prodotta localmente. Molti produttori preferiscono dunque usare peperoncini coltivati fuori regione o addirittura provenienti dall’estero, in particolare dall’Asia, spesso rischiosi a causa dei prodotti chimici impiegati nella loro coltivazione ma il cui prezzo può essere inferiore anche di cinque volte.

La due giorni dedicata ai 20 anni dei Presìdi fa parte del ricco palinsesto di eventi organizzati dalla rete in 160 Paesi per la tredicesima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, la manifestazione dedicata al cibo buono, pulito e giusto e alle politiche alimentari organizzata da Slow Food, Regione Piemonte e Città di Torino.
È inoltre l’iniziativa con cui Slow Food ha partecipato alla Green Week europea (dal 19 al 22 ottobre), un momento in cui tutti i paesi dell’Unione celebrano la biodiversità, confrontandosi sulle strategie da attuare nei prossimi anni per salvare il pianeta.

www.slowfood.it

www.terramadresalonedelgusto.com

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