Category: Istituzioni – Cultura – Finanza

Comuni Sostenibili On The Road. Parte la prima edizione del viaggio nei Comuni e nelle Città d’Italia per raccontare le buone pratiche di sostenibilità locali promossa dalla Rete dei Comuni Sostenibili e ALI Autonomie Locali Italiane.

La puntata su Rovigo è stata presentata in anteprima nel corso di un incontro dedicato al primo Rapporto di Sostenibilità del Comune.
Un viaggio nei Comuni italiani che hanno avviato la transizione ecologica. Undici tappe in undici Comuni per raccontare le esperienze e le buone pratiche realizzate dalle amministrazioni sui temi della sostenibilità ambientale, economica, sociale e istituzionale, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. È la prima edizione di Comuni Sostenibili On The Road, l’iniziativa promossa dalla Rete dei Comuni Sostenibili, ALI Autonomie Locali Italiane e Leganet srl, realizzata con il sostegno di Enel, il patrocinio di ASviS l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile e le media partnership di Rai Radio 2, Caterpillar M’illumino di Meno e The Post Internazionale (TPI).

La puntata su Rovigo è stata presentata in anteprima in occasione di un incontro della Rete con l’amministrazione, in cui si sono approfonditi i contenuti del primo Rapporto di Sostenibilità del Comune. Aumentano il verde urbano dedicato ai bambini e alle bambine, l’estensione dei parchi attrezzati e le colonnine di ricarica per auto elettriche, crescono le piste ciclabili e l’illuminazione pubblica convertita a LED, migliorano i tempi di pagamento delle fatture da parte del Comune, che adesso vengono pagate con oltre 5 giorni di anticipo rispetto alla scadenza, cresce le raccolta differenziata e diminuisce il consumo di nuovo suolo.

Cresce anche l’utilizzo dei Criteri Ambientali Minimi negli acquisti di beni e servizi e prosegue la conversione del parco mezzo comunali con auto a basso impatto o a impatto zero. Sul versante della sicurezza, aumentano le telecamere di videosorveglianza e l’organico della polizia municipale.

“Sono questi alcuni dei dati più significativi che emergono dal primo Rapporto annuale sulla sostenibilità del Comune di Rovigo – spiega Maurizio Gazzarri, responsabile sviluppo e analisi del monitoraggio della Rete dei Comuni Sostenibili. “Da questo primo monitoraggio ne emerge una realtà dinamica e di eccellenza, considerato che ben l’82% degli indicatori relativi a materie di competenza comunale ha avuto una tendenza positiva negli ultimi 5 anni. Non solo, limitando all’ultimo biennio, la percentuale di indicatori con tendenza positiva sale all’88%: malgrado la situazione complessa e difficile, il Comune di Rovigo ha ottenuto risultati in controtendenza. Un dato che lo pone tra i Comuni italiani maggiormente sensibili e attenti ai temi della sostenibilità ambientale, economica e sociale. Il monitoraggio della Rete dei Comuni Sostenibili include anche una valutazione di tipo qualitativo su alcuni aspetti della vita amministrativa. Da sottolineare il fatto che Rovigo si sia dotato da molti anni del Piano di Azioni per l’Energia Sostenibile, attualmente in fase di aggiornamento e che sia in corso la redazione del Master Plan del Verde Urbano: due tra gli strumenti di pianificazione di livello locale più importanti.”

La puntata della tappa di Rovigo, sarà online da venerdì 9 dicembre e disponibile sui siti internet, social network e Canali YouTube dei promotori dell’iniziativa, Rete dei Comuni Sostenibili e ALI Autonomie Locali Italiane, ma anche sui canali di comunicazione del Comune.

“La Rete dei Comuni Sostenibili è un’associazione d’avanguardia sui temi della sostenibilità con un progetto innovativo unico in Italia e tra le esperienze più avanzate in Europa. L’iniziativa di Comuni Sostenibili On The Road – dichiara il direttore della Rete Giovanni Gostolisi colloca all’interno di un’intensa attività progettuale con l’obiettivo, da un lato, di far crescere la consapevolezza dell’importanza dei Comuni nel raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 e, dall’altro, dalla volontà di dare protagonismo a chi è impegnato nelle comunità locali, a partire dai sindaci e degli amministratori locali, per realizzare la transizione ecologica raccontando esperienze concrete e progetti realizzati”.

L’assessore Dina Merlo ricorda che l’amministrazione comunale di Rovigo ha deciso di aderire alla Rete dei Comuni Sostenibili, con l’intenzione di partecipare attivamente alla sua costituzione, condividendone in pieno gli obiettivi e le modalità organizzative a supporto delle politiche di sostenibilità dei comuni.
Il Comune di Rovigo ha formalizzato la sua adesione alla Rete dei Comuni Sostenibili nell’intento di coordinare le iniziative e le progettazioni di sostenibilità che intende attuare in una visione economica sociale e ambientale, integrandole nella programmazione comunale in un percorso virtuoso di prospettiva nel breve, medio e lungo periodo.

Insieme al sindaco di Rovigo, Edoardo Gaffeo, i protagonisti della puntata sono: Eddi Boschetti, Presidente WWF provinciale di Rovigo; Dina Merlo, assessore allo sviluppo sostenibile; Alessandro Gasparetto, presidente IQT Consulting spa; Elena Trivari, specialista sostenibilità Gruppo IRSAP; Erika Alberghini, assessore alle politiche giovanili e sport; Elisa Tosoni, responsabile e-mobility Triveneto per Enel X Way; Giuseppe Favaretto, assessore alle opere pubbliche e cura del territorio; Denis Maragno, presidente FIAB Rovigo; Luisa Cattozzo, assessore all’innovazione e transizione digitale.

L’iniziativa rientra all’interno di un progetto innovativo già avviato dall’associazione Rete dei Comuni Sostenibili che ha l’ambizione di accompagnare i Comuni nella “messa a terra” e nel raggiungimento dei 17 Goal dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Ciò attraverso azioni concrete dei governi locali e un monitoraggio unico in Italia con un “set” di 101 indicatori per misurare l’efficacia delle politiche locali di sostenibilità, realizzato in collaborazione con l’ASviS Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. Strumenti e servizi utili alla pianificazione strategica. Le città e i comuni, infatti, sono fondamentali per raggiungere più di 100 dei 169 target dell’Agenda 2030. Comuni e Città, oltre ad essere l’architrave istituzionale dell’Italia, sono da sempre protagonisti dei grandi cambiamenti del Paese.

La Rete dei Comuni Sostenibili è un’associazione nazionale senza scopo di lucro aperta all’adesione di tutti i Comuni italiani e Unioni di Comuni, a prescindere dalla dimensione, collocazione geografica e colore politico dell’amministrazione comunale. È possibile seguire la sua attività tramite il sito web e i canali social, incluso Telegram.

www.comunisostenibili.eu

www.aliautonomie.it

Greenwashing e finanza sostenibile: impegno per contrastarlo. Un nuovo paper del Forum per la Finanza Sostenibile fa luce su un fenomeno insidioso, che rappresenta un ostacolo allo sviluppo sostenibile del mercato. Trasparenza, dialogo, verifica dei dati ESG: sono questi i punti chiave da tenere in considerazione, e tutti gli attori coinvolti (istituzioni, aziende e investitori) devono fare la loro parte

Con la crescita dell’interesse nei confronti della sostenibilità ambientale, sociale e di governance (ESG, dall’inglese Environmental, Social and Governance) è aumentato anche il rischio di greenwashing. Con questo termine si fa riferimento a un particolare comportamento che consiste nel presentare i prodotti, gli obiettivi e/o le politiche di un’azienda come rispettosi dell’ambiente (e, più in generale, dei temi ESG), a fronte di azioni in contraddizione con tale immagine.
Il fenomeno può però essere evitato e prevenuto, attraverso una serie di strumenti e comportamenti improntati alla trasparenza.

Sul greenwashing e sugli strumenti per contrastarlo e prevenirlo si concentra il nuovo paper realizzato dal Forum per la Finanza Sostenibile. Il paper è frutto di un gruppo di lavoro, avviato dall’Associazione all’inizio del 2022 con i propri Soci, che ha approfondito il tema del greenwashing e individuato risorse e strategie comuni per prevenire e contrastare il fenomeno.

“Uno degli elementi sostanziali per dispiegare gli effetti della finanza sostenibile è senza dubbio la trasparenza”, commenta Francesco Bicciato, Direttore Generale del Forum per la Finanza Sostenibile. “Per questo motivo abbiamo coinvolto diversi stakeholder, con l’obiettivo di mettere a disposizione gli strumenti idonei per prevenire e contrastare il greenwashing. Un altro aspetto centrale per il Forum è l’engagement: il dialogo trasparente tra investitori e aziende investite è la precondizione per combattere il greenwashing”.

I danni del greenwashing
Come rileva anche l’ESMA, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, il greenwashing danneggia gli investitori che vogliono allocare le proprie risorse in attività economiche sostenibili. In più, si configura come una vera e propria pratica di concorrenza sleale, penalizzando le aziende impegnate in un reale percorso di sostenibilità. Più in generale, a rimetterci è la credibilità del mercato. Sia le società che incorrono nel fenomeno di greenwashing sia gli operatori finanziari che le supportano si espongono a tre categorie di rischio: reputazionale, legale e finanziario.

Come combattere il greenwashing
L’Unione Europea è in prima fila nella lotta contro il greenwashing e sono numerosi gli interventi normativi che vanno nella direzione di incrementare il grado di trasparenza delle aziende, dall’introduzione della tassonomia delle attività economiche ecosostenibili, al regolamento relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (SFDR). Un’importante risorsa a disposizione di imprese, investitori e consumatori per prevenire e contrastare il greenwashing è rappresentata poi dalle certificazioni, come EU Ecolabel.

Le linee guida per ridurre il rischio di greenwashing
Il paper individua una serie di linee guida generali a cui attenersi per ridurre il più possibile il rischio di greenwashing. Per sviluppare politiche di sostenibilità efficaci e una comunicazione trasparente, occorre innanzitutto identificare gli obiettivi di sostenibilità e dettagliare il percorso con cui si intende raggiungerli, specificando le metodologie di misurazione dei Key Performance Indicator scelti per monitorarli. Un elemento cruciale è costituito dalla definizione delle modalità di reperimento dei dati ESG e dalla verifica delle informazioni raccolte e dei progressi realizzati. Importante è poi dialogare con gli stakeholder (incluse le aziende investite, tramite l’engagement) e pubblicare rendicontazioni dettagliate sui soggetti coinvolti, sulle modalità di svolgimento del processo di dialogo e sui risultati raggiunti.

Il ruolo degli investitori
Nell’azione di contrasto al greenwashing è essenziale l’impegno sia degli asset owner sia degli asset manager. I primi definiscono le politiche di investimento sostenibile e hanno il compito di guidare e monitorare l’operato dei gestori, che devono garantire la presenza di procedure e controlli sugli aspetti ESG. Gli asset manager sono anche tenuti a progettare, classificare e commercializzare i prodotti finanziari in modo da riflettere fedelmente gli investimenti sottostanti.

Il Forum per la Finanza Sostenibile
Il Forum per la Finanza Sostenibile è un’associazione non profit nata nel 2001. La base associativa è multi-stakeholder: ne fanno parte operatori finanziari e altre organizzazioni interessate all’impatto ambientale e sociale degli investimenti. La missione del Forum è promuovere la conoscenza e la pratica dell’investimento sostenibile, con l’obiettivo di diffondere l’integrazione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) nei prodotti e nei processi finanziari. Il Forum per la Finanza Sostenibile è membro di Eurosif, lo European Sustainable Investment Forum.

finanzasostenibile.it

investiresponsabilmente.it

paper

Consumatore sostenibile, un aiuto al pianeta con un occhio al portafoglio: l’inchiesta di Altroconsumo sulle abitudini sostenibili dei cittadini. L’indagine rientra tra le iniziative del progetto RESSS, finanziato dal MiSE, con l’obiettivo di guidare i consumatori nella transizione verso un’economia circolare.
Il 51% del campione crede che il prezzo dei prodotti più sostenibili sia troppo alto. Il 42% reputa l’offerta di prodotti green limitata o inadeguata

Quante volte ci siamo chiesti come poter aiutare il nostro pianeta, soprattutto in questo delicato momento storico di crisi degli approvvigionamenti, in cui si sente il bisogno di tagliare le spese non necessarie e ridurre gli sprechi. Sono molti i comportamenti che possono aiutare a limitare l’impatto ambientale e il consumo energetico: dal dare una seconda vita agli indumenti, al preferire la riparazione e il ricorso al mercato di seconda mano rispetto all’acquisto di nuovi beni, fino alla condivisione di prodotti e servizi che non servono quotidianamente.
A tal proposito, Altroconsumo ha condotto un’inchiesta sul grado di sostenibilità nella quotidianità degli italiani, misurando i dati che riguardano dagli acquisti ai comportamenti domestici su un campione di oltre 1.200 cittadini durante il mese di giugno 2022.
L’indagine fa parte delle iniziative legate al progetto RESSS (Rendiamo semplici le scelte più sostenibili), finanziato dal MiSE, Legge 388/2000 – ANNO 2021, finalizzato ad accompagnare i consumatori nella transizione verso un’economia circolare. L’obiettivo è rendere sempre più facile compiere azioni ecologiche e rispettose dell’ambiente, informando anche sulle possibilità offerte da bonus e incentivi messi a disposizione dal Governo. Da maggio sono state ricevute oltre 5814 richieste di contatto da parte di consumatori interessati ad avere informazioni su bonus, ecobonus e incentivi.

I risultati dell’inchiesta saranno presentati durante il webinar online “Rendere semplici le scelte sostenibili: mettiamoci in gioco”, in programma il 24 novembre alle ore 15. L’incontro, indirizzato a divulgatori scientifici e giornalisti, sarà moderato da Mercato Circolare e si terrà in modalità interattiva a distanza, grazie a strumenti che renderanno i contenuti più fruibili, accattivanti e facilmente ricordabili.

UNA PERSONA SU 2 È CONVINTA CHE FARE SCELTE SOSTENIBILI SIA PIÚ COSTOSO
Molte persone credono che fare scelte green sia un lusso per pochi, ma in realtà così non è: ciascuno può adottare un’ottica sostenibile e di risparmio nel proprio piccolo. Dai risultati emerge che le donne hanno maggior sensibilità ambientale, ma i fattori che influenzano le abitudini green si differenziano in base alla categoria di prodotto. Ad esempio, l’82% degli intervistati valuta il consumo di energia come criterio sostenibile prima di acquistare un importante elettrodomestico. Al contrario, quando si tratta di scegliere un prodotto hi-tech o un capo d’abbigliamento, rispettivamente il 53% e il 64% dei rispondenti è condizionato dalle promozioni del momento, mentre i mobili sono scelti soprattutto per il loro design (63%).
Dall’inchiesta emerge che una persona su due considera il prezzo degli articoli più sostenibili troppo elevato. Il denaro rappresenta certamente una possibile barriera al vivere sostenibile, ma non è detto che debba essere necessariamente così vincolante. Per molti cittadini c’è ancora una barriera culturale da superare, per cui parole come condivisione, riparato o ricondizionato suonano stonate, e questo pregiudizio porta a stare alla larga da un’ampia offerta di servizi consolidati che il mercato offre da tempo.

IL 70% DEGLI INTERVISTATI DICHIARA DI AVER ACQUISTATO O VENDUTO ARTICOLI DI SECONDA MANO
In questo contesto, la modalità alternativa all’acquisto più diffusa risulta il prestito, al contrario del noleggio, ancora poco diffuso: solo il 24% degli intervistati afferma di aver noleggiato un articolo almeno una volta al posto di comprarlo. Il 16% ha fatto ricorso, almeno una volta, al noleggio di un veicolo per trasportare un mobile o un grande elettrodomestico. Una percentuale minore (3%), dichiara di aver noleggiato altre categorie di prodotti, quali abiti, accessori, attrezzi e utensili.
Più diffuso, invece, l’utilizzo dell’usato: il 70% dei rispondenti afferma di aver venduto o acquistato almeno un prodotto di seconda mano tra quelli delle categorie considerate dall’indagine (grandi elettrodomestici, prodotti hi-tech, abbigliamento, mobili). Più nel dettaglio, la percentuale di coloro che hanno acquistato (tralasciando chi ha venduto) si aggira attorno al 56%. Sono soprattutto l’abbigliamento e il mobilio, a registrare le percentuali più elevate, rispettivamente il 38% e il 31%, acquisti fatti perlopiù nei mercatini dell’usato. I canali di acquisto dell’usato dipendono in parte dalla categoria di prodotto, ad esempio, oltre un terzo di coloro con esperienza di acquisti di seconda mano compra articoli hi-tech su siti e app specializzati in vendite di seconda mano, mentre il 30% si serve di distributori di prodotti ricondizionati, ma in tanti si rivolgono anche ad amici e parenti.

RIPARARE E NON ACQUISTARE: COME ALLUNGARE IL CICLO DI VITA DEL PRODOTTO
Un’altra strategia per risparmiare e allungare la vita di un bene è la riparazione. La maggior parte dei rispondenti risulta informato su questo: il 70% sa che le istruzioni per manutenzione e riparazione devono essere messe a disposizione, il 60% sa di avere diritto di poter acquistare eventuali pezzi di ricambio. Nonostante ciò, quasi la metà del campione dichiara di non essere al corrente dei propri diritti a riguardo. Sulla garanzia di conformità pare esserci ancora confusione, infatti il 46% pensa che garantisca la durata minima di vita dei prodotti oltre a tutelare il consumatore in caso di acquisto di prodotti difettosi o che non rispondono all’uso dichiarato.

È necessario quindi un cambio delle abitudini nel quotidiano, anche solo agendo su piccole cose come: smettere di bere l’acqua minerale in bottiglia che, oltre ad offrire un risparmio economico di almeno 150 euro/anno, riduce l’impatto ambientale. Inoltre, possedere un’automobile tutto l’anno conviene solo se davvero la si utilizza spesso. Con azioni e iniziative pro-ambiente, quindi, è possibile costruire un futuro più sostenibile per tutti, evitando parallelamente inutili voci di spesa.

Finanziato dal MiSE. Legge 388/2000 – ANNO 2021

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Banche Etiche europee più redditizie della media delle banche mainstream e sono pioniere nella misurazione e nella riduzione dell’impatto sul clima: è quanto emerge dal “Quinto rapporto sulla finanza etica in Europa” presentato al Parlamento europeo il 12 ottobre.

Il rapporto, pubblicato dal Gruppo Banca Etica in collaborazione con Febea, la Federazione Europea delle Banche e dei finanziatori Etici e Alternativi, mette a confronto i principali dati finanziari delle 24 banche etiche europee con quelli dell’aggregato di circa 4.500 banche operanti nell’Eurozona, sulla base dei dati forniti dalla Banca Centrale Europea.

“Nei dieci anni fino al 2020, le banche etiche sono state mediamente due volte più redditizie rispetto a quelle tradizionali in termini di ROE”, afferma Anna Fasano, presidente di Banca Etica. “I loro depositi durante la pandemia sono cresciuti di oltre il 15% nel 2020 rispetto al 2019”.

Le 25 banche etiche analizzate nel rapporto finanziano esclusivamente progetti con impatti sociali e ambientali positivi e sono strutturalmente diverse dalle banche tradizionali.
Le banche etiche utilizzano un approccio bancario che si basa sulla relazione con i clienti sia per il credito sia per la raccolta di risparmio e si focalizzano sull’economia reale, mentre le banche mainstream sono molto più dedite alle attività finanziarie (investimenti in titoli, servizi finanziari, ecc.).
Nel 2020, i prestiti a persone e imprese rappresentavano in media il 72,98% delle attività totali per le banche etiche, ma solo il 36,96% per il sistema bancario europeo.

Come mostra il rapporto, le banche etiche sono all’avanguardia anche nella misurazione delle emissioni di CO2 generate indirettamente dai loro prestiti.

“Le banche in genere misurano le emissioni Scope 1 e 2, prodotte dai sistemi di riscaldamento dei loro uffici o dal consumo di elettricità”, afferma Mauro Meggiolaro, analista di Fondazione Finanza Etica. “Solo recentemente alcune banche tradizionali hanno iniziato a misurare e a rendere note le emissioni dell’Ambito 3, generate dai prestiti alle imprese e ai privati. Le banche etiche sono state tra le prime al mondo a divulgare i dati sulle emissioni Scope 3 dei loro portafogli finanziari e creditizi, secondo i principi del PCAF (Partnership for Carbon Accounting Financials). Questo è fondamentale per effettuare analisi di scenario, fissare obiettivi, intraprendere azioni e divulgare i progressi verso la decarbonizzazione”.

“Il rapporto evidenzia una serie di ragioni per cui le banche etiche dovrebbero essere trattate in modo diverso dal punto di vista normativo, sia a livello europeo che nazionale”, continua Fasano. “Le banche etiche non hanno avuto alcuna responsabilità nella crisi finanziaria del 2008, ma la regolamentazione è stata inasprita anche per loro. Il legislatore non ha fatto alcuna differenza tra i diversi tipi di banche. Di conseguenza, oggi le banche etiche sono sottoposte a una mole sproporzionata di regole pensate per le banche mainstream che sono state all’origine delle crisi bancarie e rischiano di vedere indebolita la loro flessibilità nel rispondere alle esigenze delle cooperative e delle imprese sociali, delle organizzazioni ambientaliste e del Terzo Settore”.

Interventi:
– Peru Sasia, presidente di FEBEA
– Anna Fasano, presidente di Banca Etica.
– Adriana Kocornik-Mina, Responsabile Metriche e Ricerca presso la Global Alliance for Banking on Values e membro del Comitato Direttivo del PCAF.
– Patrizia Toia (S&D) e Ernest Urtasun (Verdi/EFA), eurodeputati
– Victor Meseguer, direttore di Social Economy Europe,
– Federica Ielasi, Università di Firenze e nel CdA di Etica Sg

ll Gruppo Banca Etica è composto da Banca Etica, Etica Sgr, CreSud. Propone una gamma completa di servizi finanziari che coniugano l’efficienza economica con la promozione culturale, ambientale, umana. Fondazione Finanza Etica e Fundación Finanzas Éticas sono le fondazioni culturali del Gruppo in Italia e Spagna. Promuovono attività di ricerca e studio sui temi della finanza etica, analisi critiche e proposte di alternative rispetto alle regole e alle pratiche del mondo finanziario e iniziative di studio e sensibilizzazione sull’educazione critica alla finanza.
Banca Etica, la prima e tuttora unica banca italiana interamente dedita alla finanza etica, opera da 23 anni su tutto il territorio nazionale. Conta 46 mila soci e 82 milioni di capitale sociale. È presente anche sul territorio spagnolo come Fiare Banca Etica. Banca Etica aderisce ai principali network internazionali della finanza etica: Global Alliance for Banking on Values (GABV) e Federazione Europea delle Banche Etiche e Alternative (Febea). Etica Sgr è la società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Etica, l’unica in Italia che colloca esclusivamente fondi comuni di investimento etici.
CreSud offre risorse finanziarie e servizi di assistenza a organizzazioni di microfinanza, produttori di commercio equo e sostenibile, associazioni e ONG in America Latina, Africa ed Asia.

FEBEA Federazione Europea delle Banche Etiche e dei Finanziatori Alternativi, è una Federazione che riunisce 33 istituzioni finanziarie di 15 Paesi europei, con l’obiettivo di sviluppare e promuovere i principi della Finanza Etica. L’obiettivo di FEBEA è sviluppare la finanza etica e sociale in Europa, attraverso le attività dei suoi membri e le proprie iniziative. FEBEA difende una visione impegnata, rigorosa e ambiziosa della finanza sociale ed etica.

www.finanzaetica.info

Febea

rapporto

Banche in crisi da fossili. Esposizione di 1,35 trilioni di dollari in asset legati ai combustibili fossili nelle 60 banche più grandi al mondo.

L’aumento di capitale necessario per coprire il rischio di questa esposizione è equivalente a 3-5 mesi di utili bancari

“Una transizione più sicura per il fossil banking – Quantificazione dei capitali supplementari necessari per coprire i maggiori rischi legati all’esposizione ai combustibili fossili”
Il rapporto di Finance Watch, l’ONG paneuropea che promuove una finanza al servizio della società, rivela che le 60 banche più grandi al mondo hanno un’esposizione di circa 1,35 trilioni di dollari ad asset legati ai combustibili fossili.

I combustibili fossili sono il principale fattore di accelerazione del cambiamento climatico, e molti asset legati ai combustibili fossili dovranno essere abbandonati prima che termini la loro vita economica nel percorso di transizione verso un’economia sostenibile. In altre parole, si svaluteranno, trasformandosi in attivi non recuperabili, i cosiddetti “stranded asset”. E le banche che li hanno finanziati subiranno delle perdite. Se aggiungiamo a queste perdite finanziarie i danni cagionati dagli eventi catastrofici indotti dal cambiamento climatico, la conseguente destabilizzazione dell’intero sistema finanziario potrebbe sfociare in un’altra crisi finanziaria.

Lo studio evidenzia, inoltre, che l’esposizione delle banche globali ai soli asset legati ai combustibili fossili – escludendo i settori ad alte emissioni a valle della filiera – è quasi equivalente all’esposizione dell’intero sistema finanziario ai mutui subprime prima della crisi finanziaria globale del 2007-2008. Benché gli asset legati ai combustibili fossili e quelli connessi ai mutui subprime presentino evidenti differenze strutturali, la situazione attuale presenta comunque delle analogie con quella di allora.

Benoît Lallemand, Segretario generale di Finance Watch, ha dichiarato: “Poiché i rischi finanziari legati al clima crescono proporzionalmente al tempo di inazione, se in futuro dovessero concretizzarsi in modo improvviso darebbero luogo a una sorta di “effetto Lehman” climatico. In tutto il sistema si evidenzia una tendenza allo scarico di responsabilità, in cui governi, responsabili delle politiche monetarie e fiscali, organi di vigilanza, agenzie di rating, imprese e istituzioni finanziarie accusano le altre parti di inerzia.
Proprio come fecero alla vigilia dell’ultima crisi finanziaria, questi stakeholder ora tendono a dare eccessiva fiducia ai calcoli e ai modelli: una scelta tanto più illusoria in rapporto al cambiamento climatico, che rappresenta un rischio molto più grande e complesso rispetto al quale, per definizione, non disponiamo di dati storici su cui poter fare affidamento.
Nel frattempo, il conto è virtualmente nelle mani dei contribuenti. Oggi siamo alle prese con una grave crisi che colpisce il costo della vita, e molte famiglie faticano ad arrivare a fine mese.
Intanto, complice l’aumento dei tassi di interesse, gli utili delle banche crescono.
In tale contesto, è incomprensibile che le autorità non intervengano tempestivamente in via cautelativa per proteggere i contribuenti dai rischi finanziari legati al clima”.

Sottovalutati i rischi associati agli asset legati ai combustibili fossili
La regolamentazione vigente non obbliga le banche ad accantonare fondi sufficienti a coprire potenziali perdite di valore di questi asset. In caso di crash bancario, il costo delle operazioni di salvataggio ricadrebbe sui contribuenti, invece di essere assorbito dal mercato. Per di più, il trasferimento del rischio assume le sembianze di una “sovvenzione implicita”: in assenza di un’adeguata regolamentazione, le condizioni di finanziamento sono mantenute artificialmente favorevoli, e così il settore bancario fornisce un sussidio annuo all’industria dei combustibili fossili stimato in 18 miliardi di dollari. Questo contributo svantaggia in modo evidente il finanziamento dei progetti sostenibili e di transizione.

Per contribuire a risolvere il problema, Finance Watch esorta le autorità normative ad adeguare i requisiti patrimoniali delle banche in base alla loro esposizione ai combustibili fossili. Questo sarebbe un importante punto di partenza per affrontare i rischi finanziari legati al clima che pesano sui bilanci delle banche.
I requisiti patrimoniali determinano la capacità delle banche di assorbire possibili perdite. A livello internazionale, questi requisiti sono dettati dal Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria; a livello europeo, sono messi in atto dal regolamento sui requisiti patrimoniali (CRR), attualmente all’esame dei legislatori.

Secondo Finance Watch, gli asset legati ai combustibili fossili dovrebbero essere trattati come asset “più rischiosi”, con conseguente attribuzione di un fattore di ponderazione del rischio del 150% in linea con gli standard di Basilea.

Stando ai nuovi dati del rapporto di Finance Watch, sarebbe necessario un capitale supplementare compreso tra 157,0 e 210,2 miliardi di dollari per le 60 banche globali, ivi incluse le 28 banche considerate di importanza sistemica per la stabilità finanziaria globale e le 22 principali banche europee in termini di asset. Si tratterebbe di un importo mediamente equivalente a un solo trimestre di utili non distribuiti del 2021. In termini percentuali, l’aumento medio di capitale sarebbe compreso tra il 2,44% e il 3,27% del capitale esistente. Il proposto adeguamento dei requisiti patrimoniali dovrebbe essere introdotto in modo graduale, e le autorità dovrebbero collaborare con gli istituti bancari per stabilire piani realistici. Poiché l’aumento di capitale sarebbe finanziato mediante gli utili non distribuiti in un arco di tempo relativamente limitato, non comporterebbe una riduzione sfavorevole della capacità di concessione di credito delle banche.

Julia Symon, Head of Research & Advocacy di Finance Watch e coautrice del rapporto sottolinea: “Il nostro studio mostra come il rafforzamento dei requisiti patrimoniali per il finanziamento dei combustibili fossili – un passo fondamentale per affrontare il rischio legato al cambiamento climatico – è una misura attuabile con un costo medio pari a 3-5 mesi di utili da parte delle banche, e questa è una stima prudenziale basata su dati disponibili al pubblico per il 2021.
C’è anche un precedente rispetto all’implementazione di misure relative al capitale: gli aumenti di capitale necessari per attuare le riforme di Basilea dopo la crisi finanziaria sono stati realizzati attingendo agli utili non distribuiti, senza alcuna riduzione del credito bancario o del volume degli asset.
Il mantenimento degli impegni internazionali sul clima, come l’Accordo di Parigi, comporterà una significativa perdita di valore per numerosi asset legati ai combustibili fossili. In assenza di interventi normativi concreti per accompagnare la nuova realtà, i rischi di una transizione disordinata e di dissesti legati al clima rischiano di essere maggiori di quanto il sistema finanziario sia in grado di gestire”.

Finance Watch è un’associazione di interesse pubblico sostenuta da finanziamenti indipendenti che vuole mettere la finanza a servizio della società civile. Si prefigge di rafforzare la voce della società nel processo di riforma della regolamentazione finanziaria, facendosene portavoce e portando all’attenzione generale e delle autorità argomenti di interesse pubblico.
Tra i membri di Finance Watch si annoverano associazioni per la difesa dei consumatori, associazioni di edilizia sociale, sindacati, ONG, esperti di finanza, accademici e altre organizzazioni della società civile che rappresentano collettivamente un elevato numero di cittadini europei.
Nei suoi principi fondanti, Finance Watch afferma che la finanza è essenziale per la società poiché fa fruttare il capitale in modo trasparente e sostenibile, ma che il legittimo perseguimento di interessi privati da parte del settore finanziario non deve avvenire a scapito della società civile.

www.bancaetica.it

www.finance-watch.org

rappporto

TNFD as Greenwashing? Civil Society Groups Say UN-backed TNFD Proposal Invites Corporate Greenwashing on Nature.

Thirteen civil society organizations are sounding the alarm about the corporate greenwashing on nature that the work of the Taskforce on Nature-related Financial Disclosures (TNFD) might facilitate. The TNFD is a voluntary initiative led by business but endorsed by various actors on the international stage. Like its sister initiative, the Task Force on Climate-related Financial Disclosures, TNFD will likely serve as a blueprint from which government regulators will draw, as public concern continues to build about the nature and biodiversity crisis and the trillions of dollars in financing that drive it. In May 2022, a Joint NGO Letter to the TNFD by 28 NGOs and networks outlined major concerns with its first draft.

“We were always skeptical that a process so wholly controlled by business interests would deliver – but combing through its latest draft we are shocked by just how bad it remains.” said Shona Hawkes, an adviser with Rainforest Action Network.

Launched in 2021, the Taskforce on Nature-related Financial Disclosures is headed by 34 senior staff from global companies.
TNFD is developing a framework that outlines what information a company or financial institution should self-report regarding how its relationship with nature has, or will, impact its business. This may include how it is preparing for changes in the short, medium, or long term. It emerges at a point in time when the global community is increasingly aware of the trillions of dollars that are underpinning companies or projects that are driving the nature crisis. TNFD launched the first draft of its framework in March 2022, the second in June 2022, the third and fourth are anticipated in November 2022 and February 2023, and the final version is expected in September 2023.

Key areas of concern in TNFD’s current framework include:
– TNFD doesn’t require companies or financial institutions to report their known harms and adverse impacts on nature or people.
TNFD only requires a business to report on significant financial risks or opportunities – in this case, those that may arise from its relationship with nature. This in itself is subjective. An ethical firm may see all harms to nature as bad for business, a company profiting off environmental abuse is less likely to. If a business is knowingly linked to environmental abuse but doesn’t think this is financially detrimental it doesn’t get reported. This is a major red flag for greenwashing and does not seem aligned with the approach of the European Securities and Markets Authority (ESMA) or the Global Reporting Initiative which back double materiality reporting. TNFD also notes that it received feedback on its first draft that reporting on impacts – and also human rights – should be incorporated, but it has opted to omit both.

– TNFD ignores human rights including the rights of women, Indigenous Peoples, local communities, peasants, and the very people who are standing up to companies, often at great risk, in order to safeguard nature.
Despite TNFD receiving hundreds of thousands of dollars in funding from the UN Development Programme – TNFD is normalizing the idea that we can fix the nature crisis while ignoring the human rights abuses that often underpin it.

– TNFD doesn’t require a business to publish grievance lists or take similar steps to disclose where communities, NGOs or media investigations have made allegations that it is linked to harms against nature and people.
Complaints and grievances are one of the most important tools to understand if a business’ claims don’t stack up in practice.

– TNFD plans to rush out a series of guidances. These guidances will outline recommendations for sectors, financial actors, realms (ocean, freshwater, land and atmosphere) and potentially other areas. In its broader work TNFD has often cherry-picked from approaches that set a very low bar, rather than reflect expectations set through more sound multi-stakeholder processes. Poor guidance is highly likely to set a lower bar than many existing national and international environmental and human rights standards. In doing so, TNFD will undermine the headway made, and lessons learned, over many years. This process requires further and wider consultation and a more rigorous assessment than that proposed.

“When we look at what TNFD is proposing, the first question should be: Will this work? Based on our many years of tracking cases of corporate and financial sector harms, the answer is a resounding ‘no’. If environmental destruction isn’t even reported, and the rights of local people aren’t respected, business as usual will persist.” said Edisutrisno, Executive Director of TuK Indonesia

“Global corporations are writing the rules of TNFD – cognisant that it may form the blueprint for future regulations. And yet, these companies and financial institutions reap more profits when there is lax regulation. What we see so far with TNFD is an embarrassing lack of ambition to shift the financial system so that nature and people can survive and thrive. Instead, it’s a blueprint for intensifying the biodiversity crisis.” said Katharine Lu, Senior Program Manager, Friends of the Earth US

“TNFD in its current form offers up huge potential for greenwashing by companies and financial institutions, potentially delaying meaningful action that is so urgently needed to tackle the climate and biodiversity crises.” said Hannah Greep, Banks & Nature Campaign Lead, BankTrack

“Not only is TNFD’s own proposal woeful, it is hijacking the broader conversation about how to divert the trillions of dollars in financing that is driving, and profiting from, the destruction of nature and human rights abuses. This is light years away from the solutions that the victims of corporate abuses and nature harms are calling for.” said Kwami Kpondzo, Coordinator Extractive Industries, Tourism and Infrastructure campaign, Global Forest Coalition

“What is lost in the TNFD discussion is how violent, brutal, devastating, and often, deadly the fights to save lands, forests, and waters often are. On average, four people are killed every week in efforts to prevent them from speaking out on the need to protect nature and their rights. Many investors and banks have repeatedly been alerted about their links to these harms, and have done little if anything to prevent them. Past, present, and potential future harms to nature and human rights must be included in TNFD reporting to curb these abuses.” said Melissa Blue Sky, Senior Attorney, Center for International Environmental Law

“Under TNFD’s proposed framework businesses are fully entitled to continue to back the destruction and degradation of nature and human rights – so long as it doesn’t affect their profits. But by not requiring companies to consider both long and short-term harms to communities and the environment in their risk analysis, the TNFD is setting the stage for severe environmental and human rights abuses and the worsening of the biodiversity and climate crises.” said Moira Birss, Climate and Finance Director, Amazon Watch

“We are incredibly concerned that UN agencies are backing, and funding, TNFD, which is not a multistakeholder initiative— it is written by business for business as usual. There is no mention of human or Indigenous rights, no gender analysis, and no equal seat at the table for those on the front lines of the climate and biodiversity crises. There is no discussion of accountability or mechanisms to address harms and grievances to impacted communities or ecosystems. We urgently need real solutions that are bold and transformative. We are in a catastrophic moment, and cannot further initiatives that enable profit over people and nature.” said Osprey Orielle Lake, Executive Director, Women’s Earth and Climate Action Network (WECAN)

Amazon Watch
BankTrack
Center for International Environmental Law
Forest Peoples Programme
Forests & Finance Coalition
Friends of the Earth US
Global Forest Coalition
Global Witness
Jubilee Australia Research Centre
Profundo
Rainforest Action Network
TuK Indonesia
Women’s Earth and Climate Action Network (WECAN)

https://globalforestcoalition.org

Serve legge per il clima. “La lotta al cambiamento climatico e l’obiettivo della neutralità climatica al 2050 sono una priorità, da cui dipendono il futuro e l’economia del nostro Paese” con queste parole Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, promotore di Italy For Climate, ha aperto la Conferenza Nazionale sul clima 2022 “Crisi energetica e climatica: la nuova roadmap per l’Italia”, l’appuntamento più importante a livello nazionale dedicato al clima.
Iniziativa promossa da Italy For Climate con il patrocinio del Ministero per la Transizione Ecologica, della Commissione Europea e di Rai per la Sostenibilità, e la media partnership di Rai Radio 1 e Rai Pubblica Utilità.

“L’Italia deve dotarsi quanto prima di una legge per il clima, come hanno già fatto Germania, Francia e Regno Unito, per varare misure concrete di adattamento al cambiamento climatico, coinvolgendo i diversi settori e i territori. – spiega Edo Ronchi – Abbiamo accumulato 30 anni di ritardi e, a causa dello scarso impegno nella riduzione delle emissioni, subiamo già oggi ingenti danni: incendi, siccità, eventi meteorologici estremi sono conseguenze gravi davanti agli occhi di tutti”.

Il loro impatto sulla salute delle persone e sulla produzione alimentare e non solo, sono una realtà e continueranno a verificarsi in ogni caso per molti anni, anche invertendo oggi la rotta energetica, a causa dell’inerzia del sistema climatico: danni ambientali, alle persone, all’economia, all’agricoltura, alle imprese che sono evidenti e saranno sempre più gravi, con una perdita di PIL stimata da Italy for Climate dell’8%, ossia oltre 140 miliardi di euro ogni anno a partire dai prossimi decenni.

Al pacchetto di 40 proposte di intervento presentato da Italy for Climate a dicembre 2021, articolato per ogni settore economico, per conseguire gli obiettivi della roadmap che consentirebbe all’Italia di arrivare al 2030 con una riduzione delle emissioni di gas serra del 60% rispetto al 1990, azzeramento dell’uso energetico del carbone, taglio del 41% del petrolio, taglio del 45% del gas (ossia 30 Mld di mc, equivalente all’import di gas dalla Russia prima della crisi) si aggiungono 3 nuove proposte operative prioritarie, presentate nella Conferenza di oggi, coerenti con il piano europeo REPowerEU e con un impatto rilevante in tempi relativamente brevi: nei prossimi tre anni da sole produrranno un risparmio di oltre 15 miliardi di mc di gas e taglio di quasi 40 milioni di tonnellate di gas serra:
1. Raggiungere al 2030 l’85% della produzione elettrica nazionale attraverso fonti rinnovabili (oggi è circa al 40%).
2. Ripensare il Superbonus dell’edilizia, per elettrificare 3 milioni di abitazioni in tre anni, con un risparmio di risorse pubbliche e un innalzamento dei benefici ambientali connessi.
3. Mobilitare i cittadini, attraverso “Faccio la mia parte”, una campagna per incidere molto e velocemente sui consumi di energia attraverso i comportamenti individuali.

Rinnovabili strategiche e decisive
L’elettrificazione dei consumi è un driver fondamentale della transizione energetica, ma solo se associata alla progressiva decarbonizzazione del kWh, grazie alle fonti rinnovabili.
È la strategia del programma presentato nelle scorse settimane da Elettricità Futura (Confindustria) e condiviso con il Ministro Cingolani, che ci porterà ad avere circa l’84% della generazione elettrica nazionale da fonti rinnovabili attraverso tre step:
– Revisione del quadro normativo, con l’adozione dei nuovi target europei, la classificazione delle fonti rinnovabili come «materia di interesse pubblico prevalente», l’individuazione delle “aree di riferimento” con iter autorizzativi semplificati e della durata inferiore a un anno;
– Iniziativa “tetti solari”, con introduzione di uno sportello unico e iter amministrativo inferiore ai tre mesi, obbligo di solarizzazione dei tetti commerciali e pubblici entro il 2027, promozione dell’elettrificazione, dei prosumer e la diffusione dei sistemi di accumulo;
– Attivazione di comunità e territori, promuovendo un ruolo attivo di Regioni città e Comuni nella lotta la cambiamento climatico, introducendo l’obbligo per le Amministrazioni comunali di monitorare e rendicontare, di valutare i potenziali locali, di fissare target e obiettivi a medio e lungo termine, di promuovere le Comunità energetiche rinnovabili.

Un nuovo e decisivo Superbonus
Il sistema, in vigore da quasi due anni, purtroppo non ha prodotto risultati sufficienti nell’ottica della riduzione dei consumi energetici e della decarbonizzazione.
A maggio del 2022 sono stati realizzati 170 mila interventi con 30 miliardi di euro di finanziamenti (ultimo consuntivo ENEA) che avrebbero interessato circa 500 mila abitazioni (meno del 2% del totale nazionale; stima di Italy for Climate) e prodotto un risparmio non superiore a 400 mila tep: meno dell’1% del consumo energetico degli edifici in Italia e dello 0,4% di tutti i consumi energetici finali nazionali.
Puntare con più’ forza sull’elettrificazione degli edifici residenziali è non solo tecnicamente possibile, ma anche ambientalmente ed economicamente molto più efficiente e con tempi di realizzazione relativamente rapidi: sostituzione delle caldaie tradizionali con pompe di calore e piastre a induzione, fotovoltaico e sistemi di accumulo. Un intervento straordinario in questo senso su 3 milioni di abitazioni consentirebbe di tagliare al 2025 circa 2-3 miliardi di mc di gas e circa 6 MtCO2eq, con costi molto più contenuti.
Gli edifici sono responsabili di oltre il 40% dei consumi finali di energia ed in particolare, di gas; oggi una abitazione italiana consuma il 50% di energia in più rispetto alla media europea (a parità di condizioni climatiche).

Il contributo di ogni cittadino
I comportamenti individuali possono incidere moltissimo e molto velocemente sui consumi di energia e, quindi, sulle emissioni di gas serra. Italy for Climate propone di lanciare a livello nazionale una grande campagna di sensibilizzazione collegata all’iniziativa dell’Agenzia Internazionale dell’Energia e della Commissione europea “Playing my part”, che prevede la diffusione su vasta scala di misure comportamentali per i cittadini: abbassare riscaldamento e condizionatori, impostare meglio le temperature delle caldaie, promuovere lo smart working, ridurre l’utilizzo dell’auto privata in città per spostarsi a piedi, bicicletta e con il trasporto pubblico e condiviso, usare meno l’aereo e prendere di più il treno. Secondo le stime questa campagna potrebbe portare in media a un risparmio annuo per le famiglie di 450 euro insieme alla riduzione di 3 miliardi di mc di gas e di 2 milioni di tonnellate di petrolio, per un taglio delle emissioni pari a circa 12 milioni di tonnellate di CO2eq.

Rendere le città e il territorio protagonisti
Sono tutti d’accordo sul fatto che senza un coinvolgimento attivo degli enti locali e dei territori non si potrà realizzare alcuna transizione. Per questo Italy for Climate propone di portare velocemente a termine il burden sharing tra le Regioni del nuovo target europeo sulle rinnovabili (già adottando il 45% al 2030 indicato in REPowerEU) con nuovi target effettivamente vincolanti per le Amministrazioni regionali, prevedendo anche la possibilità di commissariamento in caso di inadempienze gravi e prolungate. Ma anche i Comuni dovranno fare la loro parte, a cominciare da quelli con più di 10 mila abitanti che dovranno dotarsi di un sistema di monitoraggio e rendicontazione dei livelli di produzione e consumo di energie rinnovabili, di analisi dei potenziali locali e specifici target. E che dovranno anche dare vita nel proprio territorio ad almeno una Comunità energetica rinnovabile entro il 2025: questo vorrebbe dire in pochi anni passare da qualche decina a oltre mille Cer. Per i Comuni più grandi, con più di 50 mila abitanti, si prevede l’introduzione di specifici Piani comunali per il clima con target fino al 2050.

Una legge per il clima
A monte di tutto ciò l’urgenza che l’Italia, come già fatto da tutti i grandi paesi europei, si doti di una Legge per il clima, che fornisca un quadro certo e vincolante da qui al 2050, definendo target specifici, anche a livello dei singoli settori produttivi, e azioni chiare e stabili.
Il Governo italiano vari misure necessarie per conseguire quei target, far ripartire l’efficienza energetica e raddoppiare in pochissimi anni la produzione di energia da fonti rinnovabili, che in Italia non crescono dal 2014 e nel 2021 anno abbiamo installato di gran lunga meno rinnovabili di qualsiasi altro Paese europeo.

Tagliare la dipendenza dall’estero e creare occupazione
Realizzare gli obiettivi della Roadmap di Italy for Climate consentirebbe all’Italia anche di ridurre notevolmente la dipendenza energetica dall’estero, e di promuovere nuovi posti di lavoro nelle filiere della green economy collegate alla transizione energetica. Secondo le ultime stime presentate da Elettricità futura, nel solo comparto della generazione elettrica lo sviluppo delle rinnovabili potrebbe portare da qui al 2030 a 470 mila posti di lavoro in più rispetto a quelli oggi esistenti.

Il ruolo dell’informazione: cruciale per lo sviluppo della Roadmap
Conoscenza e informazione hanno ruolo centrale nel momento di transizione in cui viviamo e l’attuazione di misure come quelle descritte; per superare luoghi comuni infondati e, ad esempio, i “falsi miti” sul contributo che le fonti rinnovabili potrebbero/dovrebbero avere.
Le energie rinnovabili non bastano a coprire il fabbisogno energetico dei prossimi decenni?
Hanno un impatto ambientale negativo? Costano troppo? Deprimono l’occupazione collegata invece alle fonti fossili? Solo una informazione corretta e basta su dati scientifici può permettere di superare e demolire questi falsi miti e sostenere l’impegno e il contributo dei cittadini e dell’interno Paese, come discusso in Conferenza da un panel di giornalisti.

Nessun ruolo per il nucleare in Italia
I tempi tecnici di realizzazione degli impianti nucleari sono molto lunghi e, anche immaginando di partire domani, andrebbero ben oltre il 2035, cioè ben oltre il tempo limite per vincere la sfida climatica.
Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia oggi in Europa il kWh da nucleare costa circa il triplo di quello da fotovoltaico ed eolico a terra, con previsioni al 2050 di aumento fino a cinque volte tanto, con costi in Italia ancora maggiori, perché non disponiamo di filiere produttive nazionali sul nucleare.
Due aspetti tecnici e oggettivi che condizionano fortemente ogni riflessione su una ipotesi di programma di sviluppo del nucleare in Italia, in cui il costo troppo elevato diventa variabile di valutazione determinante e insuperabile.

Accompagnare la transizione energetica
La transizione presenta implicazioni sociali rilevanti. La conferenza è stata l’occasione per affermare come gli interventi in favore di rinnovabili ed efficienza energetica possono aiutare le fasce sociali più deboli, specie nel contesto attuali di prezzi dell’energia molto elevati. Accompagnare la transizione energetica con misure appropriate potrebbe non solo renderla socialmente accettabile ma addirittura pienamente socialmente desiderabile.

“Per uscire dalla dipendenza fossile dalla Russia e costruire un sistema energetico più sicuro e resiliente, dobbiamo accelerare subito la transizione energetica – ha dichiarato ancora Edo Ronchi Presidente Fondazione Sviluppo Sostenibile e Promotore di Italy for Climate. – È prioritario attivare subito un programma organico di misure concrete per le fonti rinnovabili e l’autonomia energetica. Con il REPowerEU la Commissione Europea ha delineato obiettivi concreti che anche l’Italia deve implementare con un piano che acceleri l’elettrificazione e lo sviluppo delle fonti rinnovabili per raggiungere il nuovo target al 2030, che alza dal 40% al 45% la quota rinnovabile del consumo complessivo di energia. È fondamentale ridisegnare e rendere più incisivo il Superbonus per promuovere prioritariamente interventi integrati di elettrificazione totale delle abitazioni, coinvolgere di più i cittadini, le città e le Regioni nel percorso della transizione energetica. Infine, fondamentale dotarsi di una Legge per il clima che fornisca un quadro certo e vincolante da qui al 2050, definendo target specifici, anche a livello dei singoli settori”.

“La crisi energetica che stiamo vivendo da un anno a questa parte ci ha messo di fronte agli occhi l’insostenibilità di un modello economico basato sull’import di combustibili fossili e i rischi ad esso connessi. – ha dichiarato Andrea Barbabella Coordinatore Italy For Climate – Gli eventi degli ultimi giorni sono tornati puntuali a ricordarci che il cambiamento climatico non si ferma nemmeno di fronte a pandemie o tensioni geopolitiche. Il riscaldamento globale è oramai una realtà con la quale dobbiamo fare i conti e a cui non possiamo dettare i tempi: per questo con Italy for Climate fin dall’inizio del nostro percorso abbiamo lavorato a una roadmap climatica per l’Italia, per fissare dei paletti su dove dobbiamo arrivare e stimolare un confronto tra le parti in causa su cosa e come fare per arrivarci. Adesso dobbiamo trasformare questo momento difficile in una opportunità per accelerare la costruzione di un sistema energetico più efficiente, più rispettoso della salute del pianeta e delle persone e basato prioritariamente sulle risorse che abbiamo in casa nostra, come il sole o il vento. Tutto questo non solo è possibile ma ha anche ricadute economiche e sociali positive importanti, anche se ovviamente la transizione va saggiamente accompagnata per non lasciare nessuno indietro”.

Italy for Climate è un’iniziativa della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, in partnership con Enea e Ispra, e promossa da Chiesi, Conou, Davines, Edison, Elettricità Futura, Erg, illy, Italian Exhibition Group, H+K Strategies.

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Investimenti Sostenibili Sella Sgr: i risultati 2021. Nel Report di Impatto, alla settima edizione, gli obiettivi sociali e ambientali raggiunti soprattutto grazie agli investimenti effettuati nell’ambito delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica e della gestione delle risorse

Promuovere le energie rinnovabili, aumentare l’efficienza energetica, supportare l’edilizia sostenibile e migliorare la gestione delle risorse.

Sono alcune delle tematiche interessate dal fondo Investimenti Sostenibili di Sella Sgr, la società di gestione del risparmio del gruppo Sella, i cui risultati sono contenuti nel “Report di Impatto 2021”: giunto alla settima edizione e realizzato in collaborazione con Mainstreet Partners, si tratta di un bilancio annuale degli obiettivi ambientali e sociali raggiunti grazie agli investimenti effettuati dal fondo e rappresenta uno strumento di informazione e trasparenza rivolto sia agli investitori sia ad un pubblico più ampio.

I risultati presenti nel “Report di Impatto 2021” di Sella Sgr evidenziano numeri importanti che testimoniamo come attraverso il fondo Investimenti Sostenibili si possa partecipare in maniera concreta e misurabile al cambiamento.
I dati mostrano un’attenzione particolare alle tematiche ambientali – come lo sviluppo di energia da fonti rinnovabili, la riduzione delle emissioni di CO2 o il risparmio di acqua – insieme agli aspetti sociali, quali il miglioramento della condizione di vita o l’accesso alle cure sanitarie.

Gli investimenti effettuati dal fondo hanno contribuito al raggiungimento dei 17 obiettivi di Sviluppo Sostenibile sanciti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite generando i seguenti impatti:
– 42.763 MegaWattora di energia generata da fonti rinnovabili;
– 5.089 MegaWattora di consumi ridotti;
– 14 MegaWatt di energia generati con nuovi impianti di produzione da fonti rinnovabili;
– 413 tonnellate di rifiuti non prodotti evitando l’impatto ambientale dello smaltimento;
– 26.196 tonnellate di CO2 evitate;
– 4.060 milioni di litri di acqua risparmiati grazie alla gestione efficiente delle risorse idriche;
– 131.086 pazienti che hanno avuto la possibilità di accedere a trattamenti sanitari mirati alla prevenzione;
– 6.125 pasti forniti a livello nutrizionale controllato, sano e di provenienza naturale;
– 273 famiglie disagiate in Sud America hanno potuto migliorare le loro condizioni di vita;
– 57 posti di lavoro creati;
– 80 microprestiti emessi con finalità sociali o per finanziare piccole imprese.

“Il 2021 è stato un anno fondamentale, che ha rafforzato e accelerato il ruolo della finanza come motore di una crescita più sostenibile e inclusiva – ha commentato Alessandro Marchesin, Amministratore Delegato di Sella Sgr – mentre la regolamentazione europea ha segnato nuovi passi verso una maggiore trasparenza dell’offerta per consentire ai risparmiatori di effettuare scelte di investimento sempre più consapevoli. Quantificare in modo chiaro e oggettivo l’impatto della nostra strategia di investimento ambientale e sociale è da sempre una priorità, e anche i risultati 2021 del nostro fondo Investimenti Sostenibili lo dimostrano.
In questo contesto il principale driver di riferimento è stato il cambiamento climatico e le questioni energetiche collegate, come la decarbonizzazione, che sicuramente continueranno a rappresentare un punto di ulteriore attenzione nei prossimi anni”.

Investimenti Sostenibili, istituito nel 1999 come fondo etico, è diventato nel 2015 il primo fondo comune a impatto in Italia. Nel 2021, è stato classificato come prodotto finanziario che ha obiettivi di sostenibilità ai sensi dell’Art. 9 del nuovo Regolamento SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) europeo.

Dalla nascita del fondo ad oggi, grazie alla devoluzione annua pari allo 0,5% del patrimonio di una classe di Investimenti Sostenibili, sono stati destinati oltre 3 milioni di euro a sostegno dei numerosi progetti di solidarietà in Italia e all’estero.

www.sella.it

Gas e nucleare tassonomia green: il greenwashing prende in giro gli investitori che credono nella transizione ecologica.

In Europa finanziare il gas e il nucleare sarà considerato green
Con il voto del Parlamento Europeo l’energia prodotta con il gas e con il nucleare rientrano ufficialmente tra le attività economiche considerate sostenibili, così come aveva proposto la Commissione Europea.

Il voto – con 328 favorevoli a gas e nucleare e 278 contrari – ha dimostrato che vi è stata battaglia e che una parte significativa del Parlamento Europeo ha ben compreso che così si sta stravolgendo e inficiando la coerenza e la credibilità degli impegni assunti in sedi internazionali per combattere il riscaldamento globale e promuovere una reale transizione energetica.

I pareri contrari dei tecnici nominati dalla stessa UE, le mobilitazioni degli attivisti e dell’intero movimento della finanza etica non sono bastate a evitare questa incredibile incongruenza.

Ora i tantissimi risparmiatori e investitori europei che vorrebbero indirizzare le proprie risorse verso progetti green si troveranno davanti alla concreta possibilità di investire in prodotti che contengono anche azioni di centrali nucleari e aziende che estraggono e trasformano gas fossile.

Nei giorni scorsi con Banca Etica, la Federazione Europea delle Banche Etiche e Alternative (Febea), la Global Alliance for Banking on Values (Gabv), e le reti della microfinanza europee, MFC e EMN, avevamo scritto agli europarlamentari per chiedere di escludere gas e nucleare dalla cosiddetta tassonomia green, spiegando che questo era l’unico modo per salvaguardare la credibilità dell’immenso lavoro fatto dalle istituzioni comunitarie negli ultimi anni per regolamentare il settore della finanza ESG. Abbiamo chiarito in ogni modo che escludere gas e nucleare dagli investimenti sostenibili non avrebbe significato impedire il finanziamento di questi settori, ma solo evitare di chiamare sostenibile ciò che palesemente non lo è.

Il Gruppo Banca Etica continuerà con convinzione ad escludere dai propri investimenti il nucleare e le fonti fossili come il gas e a puntare sullo sviluppo delle energie rinnovabili che a oggi sono la migliore opzione per la transizione ecologica e l’indipendenza energetica del nostro Paese e del continente.

Continueremo a marcare la nostra differenza rispetto a chi vende come green prodotti finanziari altamente nocivi o inquinanti, adesso anche con la validazione della UE.

Diventa sempre più importante il ruolo dei risparmiatori nello scegliere dove investire il denaro. Ci auguriamo che almeno la nuova normativa sarà applicata seriamente nella parte in cui impone alle società finanziarie di informare la clientela se nei prodotti venduti come sostenibili rientrano anche investimenti nel gas e nel nucleare.

Anna Fasano, presidente di Banca Etica

www.bancaetica.it

www.eticasgr.it

www.febea.org

www.gabv.org

www.mfc.org.pl

www.european-microfinance.org

EU credibility crippled after MEPs accepted calling gas and nuclear green, NGOs says. In a tight vote, the European Parliament failed to veto the inclusion of gas and nuclear in the list of sustainable investments.
The EEB challenges the legitimacy of an act of institutional greenwashing that does not count with enough support inside and outside the EU institutions.
The European Environmental Bureau (EEB) is the largest European network of environmental civil society organisations.

Overstepping its powers and under huge pressure from lobbies, the European Commission proposed to label fossil gas and nuclear energy as sustainable investments earlier this year.

Despite its long-term environmental, economic and social impacts, this act was presented as secondary legislation, meaning that it could not be amended and that only an absolute majority of the European Parliament or the Council could reject it.
This procedure should be reserved only for technical aspects and not for avoiding democratic scrutiny on political decisions of major significance.

278 MEPs from every political group voted to protect the credibility of the EU Taxonomy. Ignoring science and expert advice, 328 MEPs regrettably chosed to let the greenwashed proposal pass. This tight vote reveals the lack of consensus around the proposal to consider gas and nuclear “green investments”. Beyond the environmental movement, opposition to this greenwashed plan has emerged within the EU institutions themselves, voiced by the European Investment Bank and several EU lawmakers, as well as by the investors and banks.

Billions of euros in ‘green’ financing now risk being diverted into polluting energy sources that are far from being harmless and temporary, at the expense of energy efficiency and renewables.
This decision arrives at the worst geopolitical moment when Europe is trying to get out of its heavy reliance on energy imports.
More investment in gas and uranium will only take us further away from energy independence.

Patrick ten Brink, Secretary-General of the EEB, says: “Since its very formulation as secondary legislation, the Commission’s proposal to deem nuclear and gas as greens has lacked democratic legitimacy. By ignoring science and expert advice, the EU institutions have collectively failed to resist vested interests. Without any doubt, the credibility of the European green project is today weaker than yesterday. Civil society organisations see this political act as an unjustifiable breach of the EU Green Deal promises”

Marco Musso, Policy Officer on Fiscal Reform at the EEB, says: “Citizens, civil society as well as the scientific and investor communities are left astonished by this act of institutionalised greenwashing. The decision to label fossil gas and nuclear as sustainable investments represents a serious blow to the transparency and governance of the overall process, putting at risk the further development of the EU Sustainable Finance framework. The Commission’s green leadership is severely damaged, they must now demonstrate again with facts their commitment to the Green Deal”

The European Environmental Bureau (EEB) is Europe’s largest network of environmental citizens’ organisations, standing for environmental justice, sustainable development and participatory democracy. Our experts work on climate change, biodiversity, circular economy, air, water, soil, chemical pollution, as well as policies on industry, energy, agriculture, product design and waste prevention. We are also active on overarching issues such as sustainable development, good governance, participatory democracy and the rule of law in Europe and beyond.
We have over 180 members in over 38 countries.
EC register for interest representatives: Identification number 06798511314-27
International non-profit association – Association internationale sans but lucratif (AISBL)

www.eeb.org