Settembre 2021

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Ridurre CO2 in produzione. Seco dispone già di metodi ben consolidati per l’analisi del ciclo di vita dei propri prodotti e per la mappatura dei processi di produzione nell’ambito dell’obiettivo di ridurre l’impatto dell’azienda sul cambiamento climatico. Il passo successivo è quello di offrire anche ai clienti l’opportunità di ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica.

La sostenibilità è una delle aree di interesse strategico per Seco e l’azienda ha obiettivi ambiziosi e piani ben definiti per contribuire a fermare il cambiamento climatico in conformità con gli obiettivi globali dell’ONU.
L’azienda utilizza strumenti di calcolo stabiliti per segnalare le emissioni di gas serra dalla propria produzione. Come passo successivo, Seco sta sviluppando sistemi che consentiranno ai propri clienti di ottimizzare l’uso dei prodotti Seco e quindi di ridurre l’impatto sul clima.

“Quando le aziende analizzano il loro impatto sul clima, in genere si basano sulle analisi del ciclo di vita tradizionale dei propri prodotti e della fabbricazione. Tuttavia, il 70% dell’impatto dei nostri utensili sul clima avviene nella fase di utilizzo. È possibile ottenere risultati significativi aiutando i nostri clienti a ottimizzare l’uso dei nostri utensili”, afferma Ted Forslund, Global Sustainability Coordinator di Seco.

Seco e il suo reparto di ricerca e sviluppo stanno sviluppando modelli matematici che possono essere utilizzati per calcolare le emissioni di anidride carbonica dei clienti nella fase di utilizzo. Il modello prende in considerazione l’intero ciclo di vita di un utensile, incluso il consumo energetico e l’uso del refrigerante nei processi di produzione del cliente.
A sua volta, ciò aiuta i clienti a ottimizzare i loro processi e a ridurre l’impatto sul clima.

“Facendo le scelte giuste, utilizzando i parametri di taglio corretti ed evitando ottimizzazioni insufficienti nella produzione di singole parti, i clienti sono in grado di ridurre le emissioni di anidride carbonica di almeno il 20%. L’idea è trovare il modo ottimale per produrre un pezzo modificando diversi parametri”, ha affermato Sören Hägglund, PhD e R&D Expert Cutting Data di Seco.

A tale scopo, il reparto di ricerca e sviluppo di Seco ha sviluppato un software che può essere utilizzato per simulare vari processi di produzione e provare diverse alternative per la produzione di un componente, come la scelta di metodo di lavorazione, macchina, strategia e utensile.

“Ad esempio, è possibile vedere se si sta utilizzando una macchina o un utensile al suo pieno potenziale durante un particolare processo di produzione. Se si nota che non viene utilizzato il pieno potenziale di una macchina o di un utensile, potrebbe essere utile scegliere altre opzioni per ridurre al minimo le emissioni di anidride carbonica”, afferma Daniel Johansson, PhD e Senior R&D Professional presso Seco.

I clienti possono facilmente capire come ridurre le emissioni di anidride carbonica
Secondo Daniel Johansson, anche questo è un aspetto che molti clienti hanno richiesto. “La domanda di una produzione sostenibile è molto elevata, ma questa soluzione potrebbe non essere stata compresa da molti nel settore della lavorazione”, afferma. “Ciò che rende unica la nostra soluzione è che oltre a poter vedere i nostri prodotti, possiamo anche includere i processi dei clienti e offrire loro l’opportunità di ridurre al minimo le emissioni di anidride carbonica della loro produzione. Per utilizzare un termine preso in prestito dall’industria automobilistica, offriamo il cosiddetto pulsante Eco”.

Oltre alle questioni legate alla sostenibilità, questo lavoro è in linea con l’ambizione di Seco di restare all’avanguardia nelle soluzioni digitali.

“Nel reparto di ricerca e sviluppo ci concentriamo molto sullo sviluppo di tecnologie che possono essere utilizzate in futuro e che possono essere la base per altre soluzioni digitali. Al momento, la nostra soluzione non è disponibile per applicazioni pubbliche, ma a lungo termine potremmo prevedere di offrire un’interfaccia per uso esterno”, conclude Sören Hägglund.

Con sede a Fagersta, in Svezia, e presente in oltre 75 Paesi, Seco Tools è un fornitore globale di soluzioni per lavorazioni ad asportazione di truciolo di fresatura, tornitura, lavorazione fori, filettatura e sistemi di utensili.
Seco Tools aiuta i propri clienti a superare la più grande sfida dell’industria metalmeccanica, la crescente carenza di competenze, grazie corsi di formazione tecnica specifici e dedicati.
Lo scopo aziendale è rendere la produzione rapida, facile e sostenibile.

Il grafico a barre mostra il potenziale di riduzione delle emissioni di CO2 nelle operazioni di lavorazione. Il modello include le emissioni di anidride carbonica della macchina, degli utensili, del refrigerante e del consumo di elettricità.

www.secotools.com

Agevolazioni Aziende Energivore. Le aziende energivore possono usufruire di un risparmio fino a 40€/MWh sugli oneri di sistema applicati ai consumi di energia elettrica. Dal 30 Settembre affianchiamo le aziende a forte consumo di energia nella nuova finestra temporale per la presentazione alla CSEA delle dichiarazioni per l’ammissione alle agevolazioni per l’anno 2022.

 (altro…)

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Cachemire rigenerato, una nuova linea di filati etici e sostenibili: Endless | Lineapiù Cachemire. Lineapiù Italia, azienda toscana leader nella produzione di filati, presenta una nuova linea di filati in cachemire rigenerato certificati GRS e proveniente da una filiera responsabile. Una storia di rispetto del pianeta e di eleganza senza tempo, per restituire al mondo della moda una gamma di filati di alta qualità.

Un progetto per avviare le fibre di cachemire a una seconda vita, perché possano essere l’inizio di una nuova storia. Endless | Lineapiù Cachemire è la nuova linea di filati in cachemire rigenerato di Lineapiù Italia, azienda leader nella produzione di filati, che con la sua capacità creativa e manifatturiera ha cambiato il profilo stesso della maglieria, nata da un filiera responsabile. Per offrire uno sguardo nuovo sulla più nobile delle fibre e interpretare i bisogni di questa epoca con un tempo nuovo, circolare, etico, sostenibile e rispettoso del pianeta.

Un nuovo modello di produzione per un mercato importante, che consentirà di continuare a vestire il cachemire senza depauperare l’ambiente, visto che il cachemire vergine è un materiale nobile, ma ad alto impatto ambientale.
I filati in cachemire riciclato di Lineapiù Italia sono certificati GRS (Global Recycle Standard): il più importante standard internazionale per la produzione sostenibile di indumenti e prodotti tessili realizzati con materiali da riciclo.

Endless | Lineapiù Cachemire è la linea di continuità di un percorso senza fine – infinito – nel quale la materia si rigenera, dando vita a un prodotto nuovo. Lineapiù Italia attribuisce una dimensione etica alla qualità tecnica ed estetica del cachemire, restituendo al mondo della moda una gamma di filati di origine rigenerata, di alta qualità.

“È importante che le nostre scelte siano ogni giorno di più indirizzate verso uno sviluppo responsabile e consapevole” afferma Alessandro Bastagli, Presidente di Lineapiù Italia “Endless | Lineapiù Cachemire è una scelta di campo, una filosofia produttiva: quella della circolarità, pensata per preservare il pianeta e ridurre l’impronta ambientale dei processi tessili. Rendendo moderno il gesto più antico: recuperare, raccogliere, riutilizzare”.

Il cachemire è la più celebre delle fibre nobili
Frutto del millenario rapporto tra l’uomo e la Capra hircus, conserva il fascino delle terre di mezzo, della Mongolia, degli altipiani del Tibet, delle vie dei commerci che gli uomini attraversano dall’alba dei tempi. Una fibra dalla mano morbida, otto volte più calda della lana comune, antistatica e igroscopica: termoregolatrice per eccellenza, piacevole al tatto e bella allo sguardo.

I filati in cachemire riciclato GRS di Lineapiù Italia sono frutto della ricerca tecnica dei laboratori dell’azienda e dello sviluppo di una nuova filiera produttiva nella raccolta, selezione e trattamento della “materia seconda”: per un futuro migliore, nel rispetto dell’ambiente. Il recupero del cachemire può contribuire ad abbassare l’impatto ambientale generato dall’utilizzo della materia vergine. Inoltre, l’impiego di materiali già tinti, che in fase di riciclo vengono divisi e lavorati per nuances, permette un minor utilizzo di coloranti e, conseguentemente, un minor consumo di energia e acqua.

La nuova linea propone costruzioni classiche, con una palette di colori composta da 35 sfumature: con gli intramontabili e fondamentali toni naturali a dominare la gamma cromatica e una serie di proposte dal sapore contemporaneo rivolta a intercettare le tendenze moda. Per raccontare una storia di eleganza senza tempo, arricchita da preziose visioni di stile, caratteristiche dello spirito di Lineapiù Italia.

www.lineapiu.com

Cattura e uso CO2 acciaierie. Con FReSMe emissioni di CO2 delle acciaierie ridotte di oltre il 60%. Obiettivo del progetto, concluso dopo quattro anni di lavoro, era riciclare l’anidride carbonica e convertirla in metanolo

Produrre metanolo partendo da anidride carbonica e idrogeno contenuti nei gas residui della produzione di acciaio. È questo l’obiettivo del progetto FReSMe (From Residual Steel gases to Methanol), finanziato dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 e da poco conclusosi dopo quattro anni di lavoro. Secondo le stime dei ricercatori, grazie al sistema messo in atto dal progetto FReSMe le emissioni di anidride carbonica nelle acciaierie italiane potrebbero essere ridotte del 61% rispetto alla situazione attuale, valore molto più elevato se comparato a quello che si potrebbe ottenere con tecnologie di cattura della CO2 convenzionali.

Il processo messo in atto da FReSMe si basa sul sistema SEWGS (Sorption Enhanced Water-Gas Shift) che, partendo dai gas di acciaieria, produce due correnti ricche in anidride carbonica e idrogeno. L’idrogeno prodotto è in parte usato nell’acciaieria stessa come combustibile, in parte utilizzato per produrre energia elettrica e in parte trasformato in metanolo. L’anidride carbonica catturata è parzialmente utilizzata per la produzione di metanolo mentre l’eccesso è accumulato nel sottosuolo. Infine, un elettrolizzatore è stato integrato nel sistema per aumentare la produzione di metanolo.

Il ruolo del Politecnico di Milano è stato quello di identificare la configurazione ottimale di impianto, considerate le molteplici possibilità di utilizzo dell’idrogeno (utilizzo in acciaieria, produzione di energia elettrica o metanolo) tramite una dettagliata analisi tecnico-economica dell’intero sistema. Tale analisi si poneva come obiettivo quello di ottimizzare l’impianto dal punto di vista energetico, ambientale ed economico. Nello specifico sono state analizzate varie configurazioni impiantistiche caratterizzate da diversi volumi di metanolo prodotto e diverse soluzioni per il recupero del calore disponibile nel processo nonché diverse quantità di idrogeno prodotto dall’elettrolizzatore. I risultati hanno dimostrato che il processo può ridurre significativamente le emissioni di anidride carbonica correlate al processo di produzione dell’acciaio.

“Nel corso del progetto abbiamo anche svolto un’analisi tecnico-economica finalizzata a ottimizzare il processo FReSMe in termini di volume di produzione di metanolo e configurazione impiantistica considerando quattro capacità produttive di metanolo (300, 600, 900 e 1200 t/giorno)”, afferma il professor Giampaolo Manzolini, referente del Politecnico di Milano per il progetto. “I risultati hanno mostrato che la configurazione ottimale con una tassa sulle emissioni di anidride carbonica minore di 60 €/t e un prezzo di vendita del metanolo nel range 350-450 €/t, è caratterizzata da una produzione di 600 t/giorno: quindi utilizzando metà dei gas di acciaieria per produrre metanolo e metà per soddisfare i bisogni dell’acciaieria stessa. In generale, il costo della CO2 evitata è inferiore a 20 €/tCO2, che è competitivo dal punto di vista economico e il sistema FReSMe in tale configurazione permette una riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 61%, valore molto più elevato rispetto a quello che si potrebbe ottenere con tecnologie di cattura della CO2 convenzionali (ad esempio con ammine si ottiene circa il 17%)”.

www.fresme.eu

www.polimi.it

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Slow Food Heroes. Il nuovo progetto di Slow Food, finanziato dalla Fondazione Culturale Europea, con il contributo della Fondazione CRC, è un inno alla solidarietà.

Slow Food Heroes racconta le storie di chi, da solo o in comunità, ha deciso di affrontare attivamente la pandemia aiutando i più bisognosi e lasciando una sorta di buon esempio che possa essere replicato.
La solidarietà è stata una dei protagonisti di questo difficile periodo che tutti ci siamo trovati ad affrontare.

Ancora una volta le persone, prima ancora delle istituzioni, si sono attivate per organizzare raccolte fondi volte ad acquistare attrezzature mediche o per mettere in piedi iniziative di mutuo soccorso per coloro che stavano affrontando con maggiore difficoltà una situazione senza precedenti.

“Ancora una volta il cibo ha avuto un ruolo chiave nel connettere le diverse realtà. Cuochi, produttori e artigiani, tra cui molti migranti e giovani, hanno lanciato nuove iniziative legate alla produzione, alla distribuzione e al consumo di cibo per affrontare la pandemia. Slow Food Heroes vuole quindi incoraggiare e celebrare le iniziative virtuose del mondo del cibo che stanno reagendo all’emergenza con idee che possano ispirare anche altri”, commenta Marta Messa, direttore di Slow Food Europe.

Tante le storie che Slow Food ha raccolto da tutto il mondo e che verranno pubblicate ogni settimana sui canali digitali fino a giugno 2022.

Tra queste, quella di Franco Pepe, pizzaiolo, che ha già` ricevuto più` volte il premio per la miglior pizza, il titolo di Ambasciatore del Gusto e addirittura un Cavalierato al Merito della Repubblica Italiana.
«All’improvvisa chiusura, ci siamo trovati con tanto impasto e materie prime inutilizzate. Non potevo sprecarle, mentre fuori c’era gente che non riusciva a mangiare nemmeno un pasto. È iniziato così, quasi per caso, il nostro progetto di solidarietà per la gente di Caiazzo e dei dintorni. Abbiamo iniziato a cuocere il pane, poi i biscotti, e ovviamente anche le pizze, che portavamo a chi aveva fame, non solo di cibo, ma anche di calore umano. Abbiamo panificato chili di pane da donare, e fin dai primi giorni abbiamo smaltito tutto nel giro di poche ore. Così, ho deciso di continuare a panificare, con un paio di ragazzi del mio staff e con le dovute precauzioni, sfornando pane e pizze per i meno fortunati. Poi ho capito che dovevo fare di più. Così ho lanciato la raccolta fondi per l’ospedale di Caserta. Volevo acquistare un respiratore e mascherine facciali filtranti. Vorrei che i miei colleghi, ristoratori e chef, facessero le stesse cose che ho fatto io nelle loro città, perché la situazione di emergenza che stiamo vivendo tutti, ma queste persone ancora più di noi, ce lo impone».

Queste iniziative legate al cibo, nuove o già esistenti in tutta Europa, contribuiscono a rafforzare il senso di solidarietà in tempi di crisi e danno speranza per il futuro, ispirando nuovi percorsi per combattere la crisi e agire per costruire una società più coesa e orientata verso una vita in comunità.
La crisi del Coronavirus, infatti, non è solo un momento di resistenza, ma anche un’opportunità per coltivare il cambiamento: Slow Food Heroes intende spronare un cambiamento nel modo con cui guardiamo al sistema alimentare e di conseguenza anche un cambiamento culturale, aiutando le comunità locali a guidare la trasformazione del sistema alimentare globale, riportandolo a una visione che abbia al centro l’umanità e il pianeta.

“Quello che abbiamo sopportato finora è un gentile promemoria del fatto che questo non è il momento di disperarsi, ritirarsi e avere paura della situazione, è piuttosto il momento di accellerare le nostre azioni, rinnovare il nostro impegno verso la filosofia di Slow Food e aumentare i nostri sforzi per cambiare il sistema che ci ha fatto arrivare in questa situazione. Condividere le nostre forze e restare uniti come rete in momenti come questo non solo è importante, ma è l’unica opzione possibile che abbiamo se vogliamo superare la crisi e continuare a lottare per il nostro pianeta e tutte le sue creature, grazie alle quali noi siamo qui”, conclude Edie Mukiibi, vicepresidente di Slow Food.

Il progetto Slow Food Heroes è finanziato dalla Fondazione Culturale Europea, con il contributo della Fondazione CRC.

www.slowfood.it

partecipa con la tua storia

EPBD revision marks ‘make-or-break’ opportunity for climate-neutral buildings. The keystone of European buildings legislation, the Energy Performance of Buildings Directive (EPBD), will be opened for revision by the end of 2021. This new policy briefing highlights a make-or-break opportunity to make the EPBD ‘fit for 2030’, ensuring that the buildings sector contributes significantly to the overall EU-wide target of more than halving emissions by 2030, and crucially, that it is fit to respond to the climate emergency.

The EU must now deliver on announced targets by taking bold actions and showing results
The ambition of the EPBD revision should go beyond simply ‘aligning’ with the Renovation Wave, since the latter was published before the new 2030 climate target of reducing greenhouse gas (GHG) emissions by at least 55%, was agreed. The revision should be comprehensive and not take a ‘cherry-picking’ approach to legislative revision.
Crucially, it must ensure the buildings sector will contribute to the achievement of the updated 2030 climate target; and second, to make the EPBD a milestone towards reaching climate-neutrality by 2050.
This means reaching an annual 3% deep renovation rate and a 60% reduction in GHG emissions by 2030. It should do this while taking a people-centered approach that supports energy-poor, low- and middle-income households; the integration of whole-life carbon considerations next to the Energy Efficiency First principle; and building performance requirements guided by climate-neutrality rather than cost optimality.

Oliver Rapf, Executive Director of BPIE, declares: “Almost every day we are receiving disturbing news about the impacts of climate change, and the recent IPCC report summarising the latest scientific findings is a stark reminder that we have to act now. No more time for delay or hesitation, the time for meaningful action to reduce CO2 emissions is now. This decade is the make-or-break moment, and so we are calling for a comprehensive revision of European legislation for buildings in our latest paper.
Legislation needs implementation to have an impact. We are continuing to present solutions, such as the opportunities of industrial scale renovation, or ways to implement in the Energy Efficiency First principle in policymaking. To foster exchange and mutual learning in policymaking, we will run a series of webinars this autumn, both with the US and with Russia, make sure you register for these exciting exchanges. And there are many other events which present solutions to accelerate the zero-carbon transformation so urgently needed.
As the summer is slowly coming to an end, we are seeing busy months ahead which should be used to make the right decisions, so that we have a realistic chance to avert more serious consequences of a changing climate.”

Over the summer, the e-SAFE project was busy revamping its website – have a look and discover the project’s innovative concepts and affordable solutions for deep energy and seismic building renovation. If this is something you’re involved in, we’d also like to invite you to become part of the e-SAFE stakeholder community to receive relevant updates about the development of the technical systems, research reports, upcoming events and the pilot project in Catania, as well as networking opportunities.
Finally, on July 9, 2021 the University of Catania (the leading partner of e-SAFE) launched the local platform in Catania. It is a working group that involves both public and private actors in a co-design process to develop and implement a tailored strategy to make renovation projects a driving force of the local economy

– BYinnovation is Media Partner of BPIE

www.bpie.eu

www.esafe-buildings.eu/en/

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CHEESE 2021: animali e cibo. È giunto il momento di approfondire il rapporto tra uomo e animali, soprattutto quelli allevati. Dopo il documento sulle Dop e Igp dei formaggi del 2019, presentata la ricerca sui trasformati di carne suina: tre Indicazioni Geografiche su quattro non contengono alcuna limitazione né indicazione in merito al luogo di nascita dei suini.

Quello tra uomo e animali non umani è un rapporto senza dubbio impari, ma ciò non significa che sia lecito essere senza scrupoli.

«Dobbiamo comprendere che è arrivato il momento di capire i fabbisogni e le preferenze degli animali allevati» sostiene Jacopo Goracci, zootecnico e collaboratore della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus.
Per questo motivo l’edizione 2021 di Cheese – la manifestazione internazionale dedicata alle forme del latte che si svolge a Bra da oggi fino al 20 settembre – mette al centro del proprio programma gli animali. E lo fa a partire dal claim scelto per questa edizione, Considera gli animali.

Non solo caci
La riflessione di Cheese si allarga anche ai trasformati di carni suine e dopo il documento su Dop e Igp europee dei formaggi del 2019, Slow Food presenta oggi una ricerca sui disciplinari delle denominazioni dei salumi. Del resto, il lavoro di sensibilizzazione sul naturale non riguarda solo i formaggi a latte crudo prodotti senza fermenti industriali, ma anche pani, birre, vini e, appunto, i salumi, prodotti con tecniche tradizionali, senza l’uso di nitriti e nitrati.

La ricerca su Dop e Igp
Tra i prodotti alimentari più presenti sulle tavole occidentali spiccano i salumi, una delle voci più importanti dell’export europeo, sostenuti dalle Indicazioni Geografiche (Ig) come la Denominazione di origine protetta (Dop) e l’Indicazione geografica protetta (Igp). In occasione di Cheese 2021, Slow Food ha presentato la ricerca intitolata Le denominazioni europee tra valori identitari e mercato, nella quale sono stati analizzati 176 disciplinari di produzione della filiera dei trasformati di carne suina, cioè tutte le Dop e tutte le Igp europee.

«Il quadro che emerge è sconfortante e fortemente disomogeneo – spiega Chiara Palandri, autrice della ricerca – perché in molti casi i disciplinari lasciano deregolamentati aspetti che secondo noi non dovrebbero esserlo».

Prima di vedere di quali si tratta, una doverosa premessa: nel mondo, le razze suine registrate sono complessivamente 650, di cui 150 estinte e altre 164 a rischio di perdita.
Oltre il 95% della produzione europea di carne suina ruota però intorno a poche razze, selezionate geneticamente per le loro prestazioni in modo da aumentare la redditività dell’azienda. Dei 176 disciplinari analizzati, 79 (il 44,9%) non fanno riferimento ad alcuna razza suina specifica e 30 (il 17%) indicano l’utilizzo di razze cosmopolite, come la large white, la landrace e il duroc.
Le denominazioni più virtuose, cioè i disciplinari che richiedono l’utilizzo di razze autoctone, sono concentrate in Portogallo, Spagna e Francia, i tre paesi europei che, dalla ricerca di Slow Food, sono risultati quelli più attenti a diversi indicatori.

Guardando all’origine della carne, il discorso non cambia
I confini fissati dai disciplinari sono ben poco definiti. In 89 di questi (il 50,6% del totale) non vi è alcuna indicazione in merito all’origine delle carni. Altri 74 disciplinari (il 42%) prevedono invece che i suini utilizzati per la produzione dei trasformati debbano essere almeno allevati nell’areale di produzione e, di questi, 41 (il 23,3%) richiedono che i suini siano non solo allevati ma anche nati entro lo stesso areale. Guardando a quest’ultimo dato da un altro punto di vista, si scopre che 135 disciplinari su 176 (il 76,7% del totale) non contengono alcuna limitazione né indicazione in merito al luogo di nascita dei suini.

Ombre importanti riguardano anche le tecniche di allevamento
127 disciplinari (il 72,2% di quelle complessive) non prendono posizione sull’argomento, consentendo qualsiasi pratica che non sia vietata dalla legge nazionale o europea. Dal momento che oltre il 75% dei 150 milioni di suini dell’Ue è allevato in grandissimi allevamenti (e solo il 3% in aziende da poche decine di capi) è facile capire che la stragrande maggioranza dei prodotti (insaccati, prosciutti, conserve a base di carne suina) arriva da allevamenti intensivi dove le tecniche utilizzate sono ben lontane dall’ideale di rispetto animale.
Le eccezioni, anche in questo caso, riguardano Portogallo, Spagna e Francia, i paesi dai quali arrivano i 47 disciplinari che richiedono allevamenti estensivi o semi-estensivi.

Ma che cosa significa tutto questo?
Proviamo a tradurre in concetti ciò che abbiamo detto finora. Guardiamo al peso e all’età dell’animale al momento della macellazione, ad esempio: il 40,3% dei disciplinari (71 su 176) non fissa alcuno standard in merito, 21 solo il peso e 3 soltanto l’età. Meno della metà del totale (81) specificano entrambe le cose.
Un altro aspetto a cui porre seria attenzione è la distanza del macello dal luogo di allevamento, poiché il trasporto è fonte di grave stress per l’animale: il 72,2% dei disciplinari (127) non prevede limiti a tale distanza. Ogni anno, nei soli paesi dell’Unione europea, vengono trasportati 1 miliardo e 37 milioni di animali “da reddito”: 1 miliardo di polli o altre specie avicole e 37 milioni tra bovini, suini, pecore, capre ed equini. Di questi viaggi, 8 milioni superano le 8 ore, non di rado sfiorano le 30 ore e in alcuni casi raggiungono addirittura le 96 ore, cioè quattro giorni consecutivi.
Viaggi lunghissimi durante i quali la salute degli animali è spesso seriamente compromessa: le operazioni di carico e scarico, il trasporto su lunga distanza, il sovraffollamento, la mancanza di riposo, la fame e la sete sono cause di stress e sofferenza, a cui si aggiunge la concreta probabilità di cadute, di ferimenti e dell’insorgere malattie che possono condurre anche alla morte.

Quel che mangiano gli animali lo ingeriamo anche noi
Da considerare c’è anche il tema che riguarda l’alimentazione dei suini: 119 disciplinari su 176 (67,6%) non contengono indicazioni circa l’origine dell’alimentazione, e tutti tranne due (174, il 98,9%) non offrono riferimenti circa l’utilizzo di Ogm: in questo modo, viene di fatto implicitamente consentito l’uso di soia o mais geneticamente modificati. Non sorprende, visto che il 74% della soia coltivata al mondo è Ogm.

Il pascolo, infine? Un miraggio
Soltanto 46 disciplinari su 176 (il 26,1% del totale) prevedono il pascolamento degli animali. Ancora una volta, si tratta di disciplinari francesi, portoghesi e spagnoli.

Nitriti e nitrati
Concludiamo con una riflessione su nitriti e nitrati, due sostanze utilizzate nella lavorazione dei salumi per controllarne la crescita microbica, svolgendo una funzione conservante, mantenerne il colore, contribuendo a definire l’aroma. Si tratta tuttavia di sostanze considerate pericolose e potenzialmente cancerogene, se consumate in quantità eccessive: i quantitativi di nitriti e nitrati nei salumi non sono tali da rappresentare un pericolo, ma occorre porre attenzione al fatto che si tratta di composti che assumiamo ogni giorno attraverso altre fonti, come verdure e acqua. Limitarne l’assunzione attraverso i derivati animali, insomma, sarebbe importante, soprattutto dal momento che produrre senza nitriti o nitrati è possibile: si tratta dei cosiddetti salumi naturali, che Slow Food promuove da tempo.

Alla luce di questa analisi, Slow Food chiede che:
– nei disciplinari di produzione sia inclusa in maniera esplicita la modalità di allevamento degli animali dai quali si ottengono i salumi, esigendo un maggiore rispetto, una migliore alimentazione legata al territorio, la macellazione nell’area della denominazione;
– sia valorizzato l’utilizzo delle razze locali con il recupero dove è possibile dei genotipi storici e il loro allevamento estensivo;
– sia interdetto l’utilizzo di nitriti, nitrati e altri additivi chimici, sostituendoli con processi tecnologici che agiscono sulle temperature e eventualmente con sostanze naturali di origine vegetale;
– venga posta maggiore attenzione, per quanto riguarda le Dop, al recupero degli aspetti storici e tradizionali delle pratiche produttive, compresa la definizione delle aree di produzione storiche e i locali naturali di stagionatura;
– sia proibito il trasporto degli animali vivi sulle lunghe distanze e che sia minimizzato anche il trasporto su distanze inferiori ai 100 km, in quanto costituisce un trauma per gli animali.

Biodiversità, futuro del pianeta e dell’uomo e rispetto degli animali
Considerare gli animali, sostiene Simone Pollo, professore di filosofia morale all’Università La Sapienza di Roma, intervenuto in una conferenza organizzata nell’ambito della manifestazione, significa «metterli al centro della nostra riflessione, non dare per scontate le nostre abitudini, discutere degli utilizzi che ne facciamo, sia nel caso dell’allevamento da latte sia in quello da carne». Gli animali fanno parte della nostra vita da millenni, aggiunge Pollo, «e tutti noi siamo cresciuti come onnivori: fin da bambini, ci è stata messa la bistecca nel piatto e il latte nel bicchiere, e chi oggi è vegetariano o vegano ha affrontato un processo di riflessione e di messa in discussione di tradizioni di lungo corso».
Slow Food, da oltre trent’anni, si impegna a dare il giusto valore al cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi. Difende la biodiversità e sostiene la necessità di ridurre sensibilmente il consumo di carne e combattere gli allevamenti intensivi.

Meno carne, ma di migliore qualità
Questa la sintesi della campagna Slow Meat di Slow Food. D’altro canto, il ruolo degli animali non si riduce al loro utilizzo alimentare: è grazie all’allevamento che territori marginali sono abitabili, ad esempio.

I pascoli consentono all’uomo di vivere la montagna, e ogni razza – anzi ogni singola specie – ha saputo evolversi per adattarsi al meglio al proprio habitat. Un rapporto, quello tra ambiente e animali, di stretta dipendenza: come ricorda Fred Provenza, professore emerito di Behavioral Ecology presso il Wildland Resources Department della Utah State University negli Stati Uniti, «per la salute degli animali non c’è niente di importante come la varietà di piante con cui si alimentano. Gli animali sanno scegliere determinate piante disponibili in natura per curare eventuali malattie, in totale autonomia». Niente farmaci, niente mangimi: considerare gli animali significa anche pensare a questi aspetti, perché «la ricchezza nella dieta degli animali si riflette nella qualità del latte, del formaggio e della carne, perciò la salute degli animali si traduce nella salute dell’uomo».

Cheese, la manifestazione internazionale dedicata alle forme del latte, si terrà a Bra (Cn) dal 17 al 20 settembre 2021 ed è organizzata dalla Città di Bra e da Slow Food con il sostegno della Regione Piemonte. Considera gli animali è il tema della tredicesima edizione, un focus sul regno animale e la varietà di connessioni con le azioni dell’uomo. Senza di loro infatti non esisterebbe l’infinita biodiversità casearia che tocchiamo con mano ogni due anni a Bra. Straordinaria già oggi l’attenzione nei confronti dell’evento – che si garantisce con il consueto programma, nella massima sicurezza – sia da parte dei protagonisti di Cheese che da parte del mondo della ristorazione e dell’ospitalità del territorio. Cheese 2021 è possibile grazie al supporto di moltissime realtà, pubbliche e private, che credono in questo progetto. Tra tutte, ringraziamo i main partner: BBBell, BPER Banca, Consorzio del Parmigiano Reggiano, Egea, Pastificio Di Martino, Quality Beer Academy (QBA) e Reale Mutua; la Fondazione CRT e la Fondazione CRC per il loro contributo.

www.slowfood.it

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Sistemi alimentari comunità rurali. Se ignoriamo i problemi e le necessità delle popolazioni rurali nei paesi più poveri del mondo, i nostri tentativi di creare sistemi alimentari più equi e sostenibili sono destinati al fallimento, ha dichiarato il presidente del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) alla vigilia del pre-Vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari che si aprirà a Roma lunedì.

“Le popolazioni rurali sono state a lungo relegate ai margini delle catene alimentari del valore. A fronte del duro lavoro con cui producono molto del nostro cibo, troppo spesso ricevono compensi irrisori e vengono lasciati in una condizione di vulnerabilità di fronte alle crisi”, ha dichiarato Gilbert F. Houngbo, presidente dell’IFAD, l’agenzia leader delle Nazioni Unite nella lotta alla povertà rurale e alla fame. “In questo momento è indispensabile correggere l’iniquità dei nostri sistemi alimentari. Senza un’azione incisiva che generi cambiamenti concreti per i contadini, la fame e la povertà non faranno che aumentare, generando maggiore instabilità e migrazioni”.

I piccoli agricoltori producono circa un terzo degli alimenti nel mondo e forniscono fino all’80 per cento del cibo in alcune regioni dell’Africa e dell’Asia. Nonostante abbiano un ruolo essenziale nel funzionamento dei sistemi alimentari, loro stessi spesso soffrono la fame.
Secondo un rapporto pubblicato congiuntamente la settimana scorsa da cinque agenzie delle Nazioni Unite, tra cui l’IFAD, nel 2020 questa situazione è stata aggravata dal cambiamento climatico, dai conflitti e dall’impatto della pandemia di COVID-19, con un conseguente drammatico aumento di quanti, nel mondo, soffrono la fame.
Attualmente, una persona su dieci.

L’IFAD prenderà parte al pre-Vertice sui sistemi alimentari (26-28 luglio), insieme a migliaia di esponenti di governi, imprese, agenzie di sviluppo, agricoltori e organizzazioni della società civile, per identificare modi diversi, più sostenibili ed equi, di coltivare, trsformare, vendere e consumare i cibi. Il pre-Vertice punta a definire una visione strategica comune, assumere impegni e promuovere partenariati finanziari.

“Se si vogliono migliorare i sistemi alimentari, bisogna ascoltare le persone che ci lavorano”, ha aggiunto Houngbo. “I piccoli agricoltori conoscono le sfide che devono affrontare e possono aiutare a identificare le soluzioni necessarie.“

Per raccogliere i contributi dei piccoli agricoltori in tutto il mondo, l’IFAD ha lanciato questa settimana la sua Piattaforma di voci rurali.

Shirley Casachagua, che vive in una regione isolata del Perù, è tra coloro che hanno partecipato all’iniziativa: “Non importa in quale continente, paese o repubblica viviamo, siamo tutti figli della Terra e viviamo dei suoi frutti. Vorrei chiedere ai leader mondiali di esercitare un controllo sulle grandi industrie, perché contribuiscono molto più degli altri al cambiamento climatico, a danno di tutti noi che viviamo nelle campagne.”

L’IFAD ha anche collaborato con Farm Radio International per realizzare sondaggi di opinione attraverso programmi radiofonici tra persone che vivono in aree rurali isolate, e ha sostenuto l’organizzazione di oltre 40 gruppi indipendenti di dialogo, promossi da organizzazioni di agricoltori e gruppi di popoli indigeni, i cui contributi confluiranno nei lavori del Vertice.

L’IFAD promuove l’introduzione di una serie di cambiamenti essenziali nei sistemi alimentari, tra cui:
– l’impegno finanziario e politico a garantire alle popolazioni rurali accesso ai fattori di produzione, mercati, servizi finanziari, tecnologie e informazioni di cui hanno bisogno per far crescere e prosperare le loro imprese, adattarsi al cambiamento climatico, proteggere l’ambiente e la biodiversità e sviluppare maggiori capacità di resilienza rispetto alle crisi economiche, sanitarie e climatiche.
– rendere i sistemi alimentari più giusti ed equi. I sistemi alimentari dipendono dal lavoro delle persone e queste persone devono poter vivere dignitosamente.

L’IFAD sta anche promuovendo un’iniziativa per sfruttare appieno, a livello mondiale, il potenziale delle banche pubbliche di sviluppo per finanziare la trasformazione dei sistemi alimentari e riorientare gli investimenti verso sistemi più equi ed ecologicamente sostenibili; ospiterà inoltre la sessione ufficiale del pre-Vertice: Mobilizzare migliaia di miliardi per la trasformazione dei sistemi alimentari —finanziamenti mirati a ottenere un impatto sociale, sfruttando il ruolo chiave delle banche pubbliche di sviluppo.
Dopo il Vertice sui sistemi alimentari di settembre, i paesi svilupperanno percorsi individuali per trasformare i loro sistemi alimentari e l’IFAD sosterrà i propri stati membri, aiutandoli a sviluppare e mettere in atto le rispettive strategie.

IFAD investe sulle popolazioni rurali, mettendole in condizione di ridurre la povertà, aumentare la sicurezza alimentare, migliorare la qualità dell’alimentazione e rafforzare la loro capacità di resilienza. Dal 1978, abbiamo investito 23,2 miliardi di dollari in donazioni e prestiti a tassi agevolati per finanziare progetti di cui hanno beneficiato circa 518 milioni di persone.
L’IFAD è un’istituzione finanziaria internazionale e un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite con sede a Roma – il polo delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.

www.ifad.org

Diffusione del 5 per mille. Banca Etica pubblica il suo quarto studio sull’utilizzo di questo strumento finanziario. Il Terzo Settore ha avuto e avrà un ruolo importante nella ricostruzione post-pandemia. Il 5 per mille è uno strumento di partecipazione diretta che permette ai contribuenti di destinare una quota dell’IRPEF scegliendo liberamente un’organizzazione impegnata in attività sociali cui devolvere, senza costi aggiuntivi, una parte delle tasse dovute.

Le scelte di destinazione del 5 per mille sono uno specchio degli orientamenti culturali e valoriali degli italiani:
– A quali cause vengono destinate queste risorse?
– Che tipo di organizzazioni vengono privilegiate?
-Quali le differenze tra i diversi territori?

Banca Etica – nata 22 anni fa dall’impegno di tante organizzazioni non profit – presenta oggi alle 16.30 con un webinar su Attiviamo Energie Positive la quarta edizione della ricerca sulle scelte degli italiani per il 5 per mille. Intervengono: Alessandro Messina (direttore generale di Banca Etica); Samanta Bernardini (coautrice della ricerca, Ufficio marketing di Banca Etica); Chiara Saraceno (sociologa); Alessandro Lombardi (Direttore Generale Terzo Settore e Responsabilità Sociale d’Impresa del Ministero del Lavoro). Modera Daniela Preziosi, redazione di Domani.

Un contribuente su tre mette la firma per il 5 per mille: c’è spazio per crescere
Sono circa 14 milioni i contribuenti che hanno scelto di destinare il 5 per milla a un’organizzazione non profit, pari a circa un terzo del totale dei contribuenti. Un dato incoraggiante, che mostra però anche gli ampi spazi di crescita dello strumento del 5 per mille che non ha ancora coinvolto due terzi dei contribuenti.

I fondi erogati dallo Stato grazie a tali scelte saranno pari a 518,5 milioni di euro per il 2021: si sfiora così il tetto fissato dal Governo che di 520 milioni per il 2020 che diventeranno 525 dal 2021, mentre le reti del terzo settore continuano a chiedere un ulteriore innalzamento del tetto che viene regolarmente superato dalle scelte dei contribuenti. La crescita dell’importo rispetto al 2019 è del 2,6%. Complessivamente tra 2006 (anno di introduzione del 5 per mille) e 2020 l’importo è cresciuto del 53,5%, mentre il numero di persone che ha scelto di devolvere il 5 per mille è cresciuto del 35,7%.

Al fine di sostenere il terzo settore nel corso della pandemia Covid-19, il contributo del 5 per mille relativo all’anno fiscale 2019 è stato erogato nel corso del 2020, con un anno di anticipo rispetto al solito. Nel 2021 verrà erogato, invece, il contributo del 5 per mille relativo all’anno 2020.

5 Regioni raccolgono il 74% dei fondi
Il 2020 conferma le tendenze sulla ripartizione del 5 per mille nelle Regioni italiane.
Le Regioni che raccolgono i contributi maggiori sono, infatti, quelle in cui storicamente si è sviluppato il non profit e in cui hanno sede le organizzazioni più grandi.

Le prime 5 Regioni italiane per importi nel 2020 sono state Lombardia (36,4%), Lazio (18,4%), Emilia Romagna (6,8%), Piemonte (6,4%) e Veneto (5,9%).

Le altre 16 Regioni hanno raccolto il restante 26,1%; 8 regioni hanno percentuali di raccolta inferiori all’1% rispetto al totale.

Se le Regioni che raccolgono di più sono sempre le stesse, ci sono comunque delle Regioni che registrano una crescita interessante tra 2019 e 2020, in particolare: Marche (+9,9%), Basilicata (+7,4%) e Campania (+7,2%).

Aumentano i beneficiari, calano gli importi medi, resta la concentrazione su poche organizzazioni
La platea delle organizzazioni beneficiarie è più che raddoppiata (+131,2%) tra il 2006 e il 2020 passando da 29.840 enti beneficiari a 68.976. Tale aumento ha comportato una diminuzione dell’importo medio erogato alle organizzazioni tra il 2006 e il 2020: si passa da 11.325 (nel 2006) a 7.518 (nel 2020), con una riduzione del 33,6%.
Ma lo studio evidenzia una forte concentrazione con poche organizzazioni che raccolgono la gran parte dei contributi, a fronte di una galassia polverizzata di piccole organizzazioni che riescono a raccogliere importi molto contenuti.
Le prime sono in grado di mettere in campo sostanziosi investimenti nel marketing (spot, mailing, ecc.), le seconde si basano preferibilmente sul radicamento territoriale, le relazioni con gli stakeholders, la fidelizzazione dei simpatizzanti.

Nel 2020 i primi 10 destinatari del 5 per mille raccolgono più di 138,976 milioni di euro, pari al 26,7% di tutte le somme destinate agli enti destinatari. Se prendiamo in considerazione le prime 50 organizzazioni la somma supera i 218,732 milioni di euro. Si tratta di una tendenza fisiologica che potrebbe essere corretta con meccanismi per calmierare e redistribuire, in modo da limitare divaricazioni eccessive.
Una soluzione potrebbe essere quella di prevedere – attraverso la modifica del regolamento per DPCM – la devoluzione di una quota parte dei cosiddetti fondi inoptati (oltre 24 milioni di di contribuenti, circa il 60% del totale) a questa finalità.
I fondi inoptati sono quelli derivanti dai contribuenti che firmano semplicemente nel riquadro corrispondente senza indicare l’organizzazione prescelta: tali fondi viene oggi distribuito tra tutti gli iscritti in misura proporzionale alle scelte dirette ricevute dalle organizzazioni, finendo con il favorire ancora una volta le organizzazioni più grandi.

Conclusioni
Alcune tendenze emerse negli scorsi anni restano valide anche per il 2020: la progressiva diminuzione dei contributi a fondo perduto degli enti pubblici a fronte della crescita significativa delle donazioni private. In questo contesto il 5 per mille rappresenta una componente di crescente importanza: quasi il 10% delle donazioni complessive e lo 0,7% delle entrate complessive. E in un anno (il 2020) quello della pandemia dove le raccolte di autofinanziamento e di raccolta delle donazioni (ad eccezione di quelle in ambito sanitario) hanno avuto delle evidenti e naturali difficoltà, il 5 per mille ha accresciuto la sua importanza.

“Dalla nostra ricerca emerge con forza l’importanza del 5 per 1000 per il sostegno e lo sviluppo del terzo settore. E’ uno strumento che va ulteriormente rafforzato e sviluppato, Negli ultimi anni sono stati introdotti importanti correttivi o miglioramenti alla misura, nella direzione della stabilizzazione, della trasparenza, dell’accountability. Si tratta di passi in avanti significativi” – dice Alessandro Messina, direttore generale di Banca Etica. “Un punto di riflessione non può non essere quello dell’introduzione di una qualche forma di correttivo e di stimolo nella raccolta a favore delle organizzazioni medio-piccole: queste sono il vero scheletro della partecipazione sociale e civile del nostro paese. Anche se meno importanti dal punto di vista dell’importo, queste raccolte modeste hanno un valore cruciale dal punto di vista della creazione di capitale fiduciario, di coesione sociale, di partecipazione civile. Democratizzare la raccolta fondi verso il non profit attraverso il 5 per 1000, allora, può significare anche questo: ampliare, rafforzare, rendere più equilibrati la diffusione e lo sviluppo del terzo settore nel nostro paese”.

www.bancaetica.it

European Green Deal’s gender blind spots set to widen inequalities and weaken environmental protection. Despite the European Union’s declared commitment to gender equality, women are invisible in the EU’s flagship European Green Deal, which risks turning the gender gap into a chasm and delaying the transition to sustainability, concludes a major new report.
The environment and gender have topped the European Union’s political agenda since Ursula von der Leyen became president of the European Commission. This is reflected in the EU’s flagship European Green Deal and its Gender Equality Strategy (2020-2025), which seeks to create a Union of Equality.
However, despite these high-level commitments, the proven intersection between gender and the environment is missing from the EU’s green transition, which risks widening the already significant gap between men and women in Europe, according to a major new report.

Missing in inaction
Why the European Green Deal needs ecofeminism’ highlights the link between gender and the environment, exposing the missing gender dimension from EU policies. The report is presented by the European Environmental Bureau (EEB) and Women Engage for a Common Future (WECF), with support from the Austrian and German environment ministries, Heinrich Böll Foundation and the Climate of Change project.

“The climate crisis is one of the key challenges of our time and affects men and women quite differently. For instance, the majority of people impacted by energy poverty are women,” explains Austrian Minister for Climate Action Leonore Gewessler.It is therefore crucial, to take gender differences into the equation, if we want to develop solutions and a transformation that works for everyone.”

“The European Green Deal policies are, at best, gender-blind and, at worst, widen gender inequalities,” notes the EEB’s Nadège Lharaig, a co-author of the report. “By adopting an ecofeminist framing in policymaking, the EU can create more effective, impactful, acceptable and gender-transformative policies.”

“Climate justice means recognising the overlapping forms of discrimination and barriers all genders are facing. Climate policies will never be people-centred if they lack an intersectional dimension,” said Miriam Müller, a WECF trustee and member of the advisory board of the report.

Greenprint for change
The report does not only highlight problems but also proposes solutions. It provides a blueprint for transformative change in EU policies to ensure that the environmental and economic transitions make Europe both greener and fairer.

“Concrete solutions include dedicating more funds to research and data collection on the gender-environment nexus, recognising the benefits of care work for the green transition or applying gender mainstreaming methodologies in environmental policies,” says Lharaig. “For this to happen, we need strong political will.”

Farming is a good example of where gender-sensitive policies would bear fruit
“Women agricultural producers are more likely to use regenerative farming practices and soil restoration,” observes Sally Shortall, Duke of Northumberland Chair of Rural Economy at Newcastle University and a co-author of the report. “If the different impact of women farmers is recognised and valued, our policies can become more effective.”

In related news, another recent report, produced by the EEB in collaboration with Oxfam Germany in the context of the Climate of Change project, also provides solutions for how the gender dimension can be integrated into the transition towards a wellbeing economy.

The European Environmental Bureau (EEB) is Europe’s largest network of environmental citizens’ organisations, standing for environmental justice, sustainable development and participatory democracy. Our experts work on climate change, biodiversity, circular economy, air, water, soil, chemical pollution, as well as policies on industry, energy, agriculture, product design and waste prevention. We are also active on overarching issues as sustainable development, good governance, participatory democracy and the rule of law in Europe and beyond.
We have over 160 members in over 35 countries.

www.eeb.org

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