Category: Circular Economy

IPPR e COREPLA certificano processi riciclo plastiche, per la tracciabilità e il riconoscimento delle Materie Prime Seconde a livello nazionale ed europeo.

IPPR Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo e COREPLA Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica, hanno annunciato l’avvio di un accordo di collaborazione finalizzato alla certificazione dei processi di riciclo attraverso lo schema Plastica Seconda Vita (PSV), in conformità alla norma EN 15343 e ai principali standard di settore, per i riciclatori attivi nel sistema COREPLA.

L’attività, resa possibile dall’ultima revisione approvata del Regolamento di Certificazione Plastica Seconda Vita, rappresenta un’evoluzione rilevante del sistema di garanzie a supporto dell’economia circolare, rafforzando la tracciabilità, la trasparenza e l’affidabilità delle attività di riciclo delle materie plastiche.

L’accordo si inserisce in un percorso di valorizzazione e riconoscimento di una certificazione accreditata e costituisce un ulteriore passo avanti nell’integrazione sempre più fattiva tra IPPR e COREPLA, rispondendo alla crescente esigenza di disporre di strumenti in grado di assicurare una tracciabilità certa e verificabile dei flussi di riciclo.

“Questo accordo mira a rafforzare ulteriormente la qualità e l’affidabilità del riciclo degli imballaggi in plastica gestiti dal sistema consortile” – afferma Giovanni Bellomi, Direttore Generale di COREPLA. “La certificazione dei processi secondo standard riconosciuti a livello internazionale contribuisce infatti ad aumentare la trasparenza lungo l’intera filiera e a valorizzare il ruolo dei riciclatori, favorendo lo sviluppo di un mercato solido e credibile delle materie prime seconde.”

“Con questo accordo IPPR conferma il proprio impegno nel promuovere strumenti di certificazione affidabili e accreditati, in grado di rispondere alle esigenze del mercato e delle istituzioni” – afferma il Presidente di IPPR, Libero Cantarella. “L’estensione della certificazione Plastica Seconda Vita ai processi di riciclo, in conformità anche alla EN 15343, rafforza la tracciabilità e il riconoscimento delle plastiche riciclate, creando valore per l’intera filiera.”

L’accordo tra IPPR e COREPLA consolida quindi un modello di collaborazione orientato alla qualità del riciclo, alla certezza normativa e alla valorizzazione delle materie plastiche riciclate, contribuendo in modo concreto agli obiettivi di sostenibilità ambientale e industriale.

www.ippr.it

www.corepla.it

Monitor for Circular Fashion di SDA Bocconi presenta il Report 2024/2025 per potenziare la circolarità delle aziende della moda nel nuovo quadro legislativo europeo.

Quanto sono efficaci le strategie di circolarità delle aziende della moda rispetto ai requisiti fissati dalle nuove iniziative legislative europee in materia di sostenibilità ambientale e sociale?
È la domanda che ha guidato le attività di studio e le principali evidenze del Monitor for Circular Fashion, Osservatorio di Ricerca parte del Sustainability Lab di SDA Bocconi School of Management, il report 2024/2025 sviluppato per potenziare la circolarità delle aziende nella moda alla luce di un quadro regolamentare in continua evoluzione.
Alla presentazione nel Campus milanese di SDA Bocconi hanno partecipato numerosi player chiave del settore: tra questi, la Commissione Europea, EURATEX, OECD e le aziende partner del Monitor for Circular Fashion.

I risultati del Report 2024/2025: le sfide dei prossimi anni nel nuovo contesto legislativo europeo
Le 28 aziende che aderiscono al M4CF (e che complessivamente rappresentano 123 mila lavoratori e nel 2023 hanno generato un fatturato di 34 miliardi di euro) hanno analizzato insieme al team di ricerca di SDA Bocconi la loro compliance attuale rispetto alle ultime normative europee – tra cui Ecodesign, EUDR, Passaporto Digitale, Green Claims, Nature Restoration Law e Due Diligence Directive – condividendo esperienze, sfide e soluzioni.

Dall’Osservatorio emerge che l’ecodesign è prioritario per le aziende: le strategie ritenute più efficaci sono quelle che privilegiano l’utilizzo di materiali rinnovabili o non tossici, anche considerando gli sviluppi sui requisiti in materia di compliance chimica (REACH). La definizione in atto della normativa rende tuttavia difficile per le aziende quantificare costi e ricavi dell’implementazione di queste soluzioni.

L’ecodesign risulta essenziale anche per preservare la biodiversità: per la maggior parte delle aziende del M4CF il cambiamento climatico, l’uso responsabile delle acque e la preservazione del territorio sono le principali sfide climatiche su cui incentrare le strategie dei prossimi anni.

Il monitoraggio della filiera produttiva e il rispetto degli standard ambientali e sociali lungo tutto il ciclo di produzione è un altro tema rilevante su cui focalizzare i piani aziendali, anche a seguito dell’entrata in vigore della CSDDD, la Due Diligence Directive. Il rispetto dell’orario di lavoro e delle condizioni di sicurezza sono le principali fonti di rischio percepite dai partner del Monitor.

A livello di tecnologie per l’implementazione della circolarità, nei prossimi tre anni emerge una crescita prevista del 31% nell’adozione dell’intelligenza artificiale a supporto della transizione circolare, seguita dalle piattaforme online per la circolarità (con una crescita del 19%) e le piattaforme online per la tracciabilità (+12%).

Infine, nel Report sono riassunti i risultati di un’indagine svolta da Certilogo in collaborazione con M4CF, che ha indagato con i consumatori familiarità, valore percepito e impatto dei Digital Product Passport. L’implementazione di questa tecnologia sarà obbligatoria in Europa a partire dal 2027 per mettere a disposizione dei consumatori informazioni complete, dalla materia prima alla filiera produttiva e distributiva, alla manutenzione del prodotto, al fine di aiutarli a fare scelte d’acquisto consapevoli. Dall’indagine, condotta su 1741 intervistati di diverse aree geografiche e fasce d’età che hanno usufruito della piattaforma di Certilogo, emerge che il 49% degli intervistati ha dichiarato di avere familiarità con i Digital Product Passport e la generazione Z risulta quella con maggiore conoscenza in merito (54%), nonostante questo strumento non sia ancora ampiamente diffuso; il 71% pensa che incrementerà la fiducia nei brand e il 49% che migliorerà la fedeltà ai marchi.
Tra le ragioni che ostacolano l’acquisto di prodotti sostenibili: costo (37%), timore di acquistare prodotti contraffatti (29%) e preoccupazioni sul greenwashing (22%).

I progetti di circolarità delle aziende del MFC4 e la misurazione del loro impatto
Sin dall’avvio delle sue attività di ricerca, il M4CF si è dato l’obiettivo di identificare degli indicatori chiave di prestazione (KPIs) su misura per il settore della moda, che le aziende del M4CF hanno testato su progetti circolari concreti e buone pratiche che possono dare un contributo effettivo al dibattito sulla misurazione delle azioni.

Nel Manifesto 2024 e nel Report 2024/2025 sono presenti 14 progetti, di cui 4 nuovi e 1 aggiornato rispetto alla scorsa edizione del Monitor:
– Think Leather, creato da HModa con GAB Group, Seriscreen e la cooperativa sociale Progetto QUID, ha trasformato rimanenze di pellame in portapenne. Il progetto pilota ha raggiunto la fase di produzione industriale alla fine del 2023. Temera è partner tecnico per la creazione della digital voice.
– Kintsugi, nato dalla collaborazione tra YKK, Save The Duck e Temera, è una soluzione di riparazione che si ispira ad un’antica arte giapponese del restauro e permette di ridurre l’utilizzo di risorse per la produzione di nuove zip.
– Traceable Fiamma Bag, realizzato da Ferragamo con UNIC, ICEC, Conceria Antiba e Temera, approfondisce lo studio sulla tracciabilità della pelle con l’obiettivo di validare un sistema di gestione dei dati per la redazione della Due Diligence in conformità al prossimo Regolamento Europeo sulla deforestazione (EUDR Reg.UE 2023/1115).
– One Next Step, co-creato dal Gruppo TOD’S e dal Gruppo Mastrotto con il supporto di UNIC e ICEC e in collaborazione con Temera, sviluppa un modello di calzature secondo i principi di ecodesign, in cui il 79% in peso dei componenti è sostituito con materiali alternativi, attualmente non utilizzati dal marchio, il cui impatto ambientale è stato calcolato con studi LCA.
– Digital Product Passport, progetto industrializzato di Save The Duck e Certilogo che vede l’introduzione per il 99% dei capi dalla collezione 2024 Save The Duck di un passaporto digitale, sviluppato da Certilogo, che permette ai consumatori di approfondire le informazioni sui prodotti e contribuire all’economia circolare tramite due funzioni innovative: la vendita “click to resell” su eBay e il tasto Donate tramite Humana People to People Italia.

Il Circular Fashion Manifesto
Durante l’evento di oggi è stato presentato per il quarto anno consecutivo un’edizione aggiornata del Circular Fashion Manifesto, un documento che ribadisce l’impegno delle 28 aziende partner – rappresentate durante il panel dell’evento da Save The Duck, RadiciGroup, Vitale Barberis Canonico, TOD’s Group, ICEC e Temera – per una maggiore trasparenza e tracciabilità lungo l’intera catena di fornitura della moda.

Francesca Romana Rinaldi, Direttrice Monitor for Circular Fashion SDA Bocconi, commenta: “Oggi manca ancora una cultura della sostenibilità e della circolarità: le Direttive e i Regolamenti non possono crearla, ma stanno spingendo le aziende a muoversi in quella direzione. Spetta alle aziende mettere in atto strategie e strumenti per plasmare questa cultura. Il M4CF è uno spazio pre-competitivo dove ingredient-brands, vendors, brand, retailers e fornitori di servizi del settore moda possono cooperare nella condivisione di buone pratiche, avendo come obiettivo l’armonizzazione e l’accelerazione della twin transition”.

SDA Bocconi School of Management è la scuola internazionale che guida la trasformazione delle persone per influenzare il futuro degli individui, delle organizzazioni e della società. Al campus urbano di Milano, il più sostenibile al mondo, si aggiungono una sede a Roma e un hub pan-asiatico a Mumbai. L’offerta formativa di SDA Bocconi School of Management è costruita sulla base di un’attività di ricerca rigorosa e originale e comprende MBA, Master ed Executive Master specialistici, formazione manageriale a catalogo e progettata con le aziende. Per il ranking di Bloomberg Business Week è la prima business school d’Europa. I più recenti ranking di Financial Times la pongono al 3° posto al mondo tra i Full-Time MBA e al 5° in Europa tra le business school.

Il Monitor for Circular Fashion (M4CF) è una comunità scientifica e tecnologica multi-stakeholder del Sustainability Lab di SDA Bocconi School of Management che coinvolge le principali aziende del settore moda e gli attori della sua filiera. Il M4CF diffonde le migliori pratiche di circular fashion, promuovendo competenze tecniche, manageriali e scientifiche, contribuendo alla transizione verso modelli di business circolari.

www.sdabocconi.it/circularfashion

Dal Greenwashing ai Green Claims nella moda. Da sempre sinonimo di innovazione e creatività, il mondo del fashion è oggi chiamato a confrontarsi con una delle sue sfide più urgenti: la sostenibilità e la trasparenza.
Dal 1° gennaio 2025, infatti, la raccolta differenziata dei prodotti tessili in Europa è diventata obbligatoria in tutti i Paesi membri, ma l’Italia registra dati poco incoraggianti: appena 2,7 kg di tessuti raccolti all’anno per abitante a fronte di un venduto annuo di 23 kg/abitante.

A confermare lo stato dell’arte, 2 italiani su 3 non conoscono il concetto di “moda circolare” anche se il 74% ha dichiarato di essere interessato alla moda sostenibile.
È quanto emerge dai dati Ipsos presentati in occasione del webinar “Dal Greenwashing ai Green Claims: regole e strumenti per una comunicazione trasparente nella moda” organizzato da Erion Textiles – Consorzio del Sistema Erion dedicato alle aziende del settore tessile.

Questo dato rappresenta la grande opportunità per il settore tessile di abbracciare una trasformazione radicale, stando però attenti a non cadere nelle pratiche di “greenwashing”. Infatti, questo fenomeno viene percepito dal 54% degli italiani come pratica diffusa nelle aziende. Inoltre, 1 italiano su 3 ritiene che le aziende virtuose in Italia siano meno del 30%. Non solo, il 15% ha dichiarato di aver boicottato un’azienda perché sospettata di greenwashing. Se guardiamo solo ai giovani tra i 18 e 24 anni la percentuale sale al 33%.

Inoltre, sempre secondo le indagini di Ipsos, il 22% degli italiani ritiene che molte iniziative dei brand siano finalizzate al profitto piuttosto che a un vero e proprio cambiamento sostenibile. Mentre il 20% crede che queste attività siano mirate principalmente a conquistare un target giovane.

Tra gli italiani che dichiarano il loro interesse verso la moda sostenibile, troviamo l’81% di donne, sempre più consapevoli e sensibili verso quelli che sono i temi ambientali e principali promotrici del cambiamento verso una moda più circolare.
È da questo target che emerge l’interesse verso prodotti second hand e sostenibili, oltre ad una particolare attenzione alle pratiche di produzione e ai processi trasparenti.

Infine, il tema del greenwashing è stato recentemente reso noto anche dalle sanzioni dell’AGCM nei confronti di diverse aziende, rappresentando una sfida cruciale per l’intera filiera tessile.

“In questo contesto” sottolinea Marta Macchi, Communications, Marketing & Sales Manager di Erion “Erion Textiles si pone come partner strategico per aiutare le aziende a navigare nel complesso panorama della sostenibilità, promuovendo un approccio concreto e orientato all’economia circolare. Attraverso soluzioni innovative per la gestione responsabile dei rifiuti tessili e la creazione di processi trasparenti e verificabili, vogliamo supportare il settore moda nel trasformare le sfide ambientali in opportunità di crescita e credibilità. Aiutiamo i nostri Soci non solo a rispettare le regole, ma anche a ispirare fiducia attraverso azioni tangibili, anche piccole, in grado di dimostrare un primo impegno per l’ambiente che ci circonda.”

Erion Textiles è il Consorzio delle aziende di abbigliamento, accessori, pelletteria, tessili per la casa e calzature, dedicato alla gestione dei Rifiuti di prodotti Tessili. Erion Textiles fa parte di Erion, Sistema multi-consortile no profit per la gestione di differenti tipologie di rifiuti: dal tessile ai prodotti elettronici e alle batterie, dagli imballaggi ai prodotti del tabacco, con un solido patrimonio in termini di autorevolezza, efficienza e qualità.

eriontextiles.it/it

Plastica Seconda Vita IPPR contro greenwashing. La Direttiva UE 2024/825 introduce importanti cambiamenti per proteggere i consumatori dalle pratiche commerciali ingannevoli e promuovere una transizione verde più trasparente. Questa normativa aggiorna le precedenti direttive 2005/29/CE e 2011/83/UE, imponendo requisiti più rigorosi sulle informazioni riguardanti le caratteristiche ambientali e sociali dei prodotti.

L’obiettivo principale è quello di fornire ai consumatori e alle aziende informazioni chiare e verificabili, permettendo loro di fare scelte più consapevoli riguardo ai prodotti che acquistano. In un contesto in cui molti brand cercano di apparire più ecologici di quanto non siano realmente, è fondamentale avere regole che proteggano i consumatori dal cosiddetto greenwashing, cioè la pratica di fare dichiarazioni ingannevoli sull’impatto ambientale di un prodotto.

Una delle principali modifiche introdotte dalla direttiva riguarda i marchi di sostenibilità
Solo i marchi basati su un sistema di certificazione riconosciuto o stabiliti da autorità pubbliche saranno ammessi.
Questo garantisce che aziende e consumatori possano fidarsi dei marchi che vedono sui prodotti, sapendo che questi sono stati verificati in modo indipendente, come nel caso della certificazione Plastica Seconda Vita, rilasciata da IPPR e riconosciuta da Accredia, che garantisce l’effettivo contenuto di plastica riciclata.

Plastica Seconda Vita ha l’importante missione di promuovere e comunicare il contenuto di riciclato per mettere in risalto il grande potenziale delle materie plastiche nella realizzazione dell’economia circolare.
Lo scopo di IPPR infatti è quello di valorizzare i materiali e i manufatti ottenuti dal riciclo dei rifiuti plastici e al contempo introdurre due concetti molto importanti: la qualità e la rintracciabilità dei materiali riciclati.
IPPR è stato il primo, in Italia e in Europa, 20 anni fa, a ideare un’etichetta ecologica per materiali e prodotti in plastica riciclata, certificazione adottata, ad oggi, già da 10.000 prodotti.

Un’altra area chiave della direttiva riguarda la trasparenza delle informazioni
Le aziende sono ora tenute a fornire dettagli chiari e verificabili sulle caratteristiche ambientali e sociali dei loro prodotti. Non sarà più possibile fare affermazioni vaghe o non supportate da prove concrete. Ad esempio, se un’azienda afferma che un prodotto è “ecologico”, dovrà specificare in che modo il prodotto è ecologico e come queste caratteristiche sono state verificate.

L’implementazione di questa direttiva avrà diversi impatti. Per i consumatori, l’accesso a informazioni più accurate permetterà di fare scelte più consapevoli e ridurrà il rischio di essere ingannati da false dichiarazioni ambientali, come quelle che per anni hanno portato a una percezione distorta della plastica. Per le aziende, questo significherà adeguarsi a standard più elevati di trasparenza e affidabilità, potenzialmente richiedendo investimenti in certificazioni e verifiche indipendenti.

In conclusione, la Direttiva (UE) 2024/825 rappresenta un significativo passo avanti verso un mercato più trasparente e sostenibile. Proteggendo i consumatori dalle pratiche commerciali ingannevoli e promuovendo la trasparenza, questa normativa aiuta a costruire un futuro in cui le scelte di consumo siano veramente informate e rispettose dell’ambiente. Non solo protegge i consumatori, ma incoraggia anche le aziende a essere più responsabili e trasparenti nelle loro pratiche commerciali.

IPPR, l’Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo, nato per volontà di Unionplast, Plasticseurope Italia e Corepla, ha l’obiettivo di favorire l’incontro tra domanda e offerta nell’ambito delle plastiche da riciclo, sia tra aziende private sia tra aziende e Pubblica Amministrazione.

www.ippr.it

Economia circolare – investimenti e risparmi connessi in frenata. Nell’ultimo anno l’economia circolare ha fatto risparmiare alle imprese italiane solo 800 milioni di euro in più rispetto al 2023 (quando l’aumento era stato di 1.200 milioni), portando il risparmio totale a 16,4 miliardi l’anno, ben lontano dai 119 miliardi “teorici” a cui dovremmo aspirare.

Dunque, stiamo sfruttando solo il 14% del potenziale, con un divario ormai difficilmente colmabile da qui al 2030.
A dirlo è il Circular Economy Report 2024, redatto dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano e presentato insieme ai partner della ricerca, che riporta anche un’indagine su oltre 550 imprese italiane: benché il campione sia più ampio e rappresentativo (8 macro settori – arredi, costruzioni, elettronica, impiantistica industriale, tessile, alimentare, autoveicoli, imballaggi – invece di 7), e dunque non permetta raffronti diretti con gli anni precedenti, la situazione sembra in leggero peggioramento.

Le aziende che hanno adottato almeno una pratica di economia circolare, infatti, si fermano al 42% (46% nelle grandi aziende), il 36% è ancora scettico e non ha in piano di farlo neanche in futuro, mentre il 22% ne avrebbe intenzione: se si scende di dimensioni, poi, le percentuali si avvicinano, fino ad arrivare alle PMI dove gli scettici (il 39% e in crescita) superano gli adottatori (37%). Il 31% delle imprese circolari ha sede in Lombardia e la presenza è in genere più massiccia nel Nord Italia.

La strada per dichiararsi completamente circolare, comunque, è ancora lunga: in una scala da 1 a 5, il valore medio di adozione che le aziende si danno è di 2,24 e solo il 3% del campione (in larga parte nel mondo degli imballaggi) si attribuisce il massimo. Cresce, anche se solo del 5%, la taglia media degli investimenti, che restano però concentrati sotto i 50.000 euro (quasi il 50%) e con tempi di ritorno che, per il 41% delle imprese, sono inferiori ai 12 mesi.

“È purtroppo evidente come le pratiche di economia circolare non siano entrate nel core business delle imprese – commenta Vittorio Chiesa, direttore di Energy&Strategy – e si sia invece, prendendo a riferimento la totalità del campione, in una fase ancora esplorativa delle possibili soluzioni. Al contrario, il sistema finanziario sta indirizzando sempre più i capitali verso investimenti che favoriscono questo innovativo modello economico: i green bond emessi dalle principali banche italiane hanno raggiunto quasi 8 miliardi di euro, il 74% in più rispetto all’anno precedente. E sta crescendo anche la consulenza in ambito sostenibilità (+25%)”.

“È successo un po’ come nel risparmio energetico: – spiega Davide Chiaroni, vicedirettore di E&S – finché si trattava di fare interventi semplici e poco dispendiosi, in questo caso recuperare e valorizzare gli scarti, è andato tutto bene, ma adesso che occorre investire nella riorganizzazione dei processi industriali e delle filiere, la questione cambia”. Infatti, tra le pratiche di economia circolare più diffuse spicca ancora il riciclo (60%), seguito dal progettare senza scarti (43%) e dal design orientato a una facile riparazione (48%). Tra le pratiche meno applicate si trovano invece la riparazione (8%), la “servitizzazione” (il passaggio dalla vendita di un prodotto alla fornitura di servizi, 22%) e la riconsegna dei prodotti (28%).
Ma non è tutto nero, ci sono anche numerose storie di successo, produzioni che seguono modelli di business circolari. Noi ne abbiamo isolate 100, concentrate tra Lombardia, Piemonte e Toscana. I settori più rappresentati sono il manifatturiero, l’automotive, il tessile e l’abbigliamento. Per quasi metà si tratta di imprese di piccole dimensioni, ma in un quinto dei casi hanno oltre 250 dipendenti e un fatturato tra 100 milioni e il miliardo, cioè sono tra quelle che costituiscono l’ossatura dei comparti industriali italiani ed è quindi importante che si approccino all’economia circolare. Purtroppo le medie imprese, che sono le più numerose, arrivano appena al 22%. Cosa fanno di speciale queste aziende virtuose? Partono dal riciclo, ma non si fermano lì – come troppo spesso si semplifica parlando di economia circolare – e lo integrano con pratiche di riprogettazione del prodotto, che diventano quindi la vera chiave per abilitare un riciclo di successo”.

Come sta cambiano l’ecosistema dell’economia circolare in Italia?
Non c’è solo il sistema finanziario a rivestire un ruolo fondamentale nella transizione verso un’economia circolare, anche il settore della consulenza in ambito sostenibilità sta registrando un’espansione significativa: a fine anno si prevede che questo mercato raggiunga un valore di 800 milioni di euro, cioè il 13% del totale della consulenza in Italia, con un aumento del 25% rispetto all’anno precedente. Nonostante i progressi, invece, la crescita nei settori degli enti di certificazione, degli studi legali e della formazione appare più lenta e moderata e la loro presenza sul territorio risulta disomogenea: mentre il Nord Italia concentra un numero significativo di queste risorse, il Sud rimane in gran parte privo di un supporto strutturato.

Ad esempio, tra i primi 50 studi legali italiani per fatturato, quelli che offrono servizi dedicati alla sostenibilità e all’economia circolare sono il 54% e si trovano in Lombardia e Lazio, regioni caratterizzate da un ecosistema imprenditoriale attivo e da iniziative orientate all’innovazione sostenibile.
Al contrario, nel Sud Italia questi servizi risultano praticamente assenti. Analogamente gli enti di certificazione svolgono un ruolo fondamentale nel sostenere la transizione verso l’economia circolare, offrendo servizi di verifica conformi a norme come ISO, EMAS ed EASI: gli enti abilitati a certificare in ambiti legati alla circolarità rappresentano solo il 10% del totale e sono quasi completamente assenti al Sud.

“La mancanza di un’integrazione efficace tra i diversi attori, combinata con l’assenza di standard consolidati, rappresenta una sfida cruciale: – commenta Chiaroni – la frammentazione rende difficile per le imprese accedere a un’assistenza coordinata e strutturata, limitando la loro capacità di implementare strategie circolari in modo completo”.

Evoluzione della normativa
Verso un maggior “peso” della circolarità nel reporting di sostenibilità e una maggiore concretezza degli strumenti di misura.
Nel 2024 sono maturate una serie di normative e standard internazionali che rappresentano una spinta decisiva verso la piena integrazione dei principi di sostenibilità nelle attività economiche. Sebbene il panorama italiano evidenzi alcune carenze strutturali, il rafforzamento della rendicontazione e l’allineamento alle pratiche internazionali potranno contribuire a colmare queste lacune, spingendo il mercato verso un futuro più circolare, responsabile e competitivo.
Ad esempio, la Direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) ha introdotto, su mandato della Commissione Europea, standard unici per la rendicontazione di sostenibilità, gli ESRS (European Sustainability Reporting Standards).
Parallelamente, la tassonomia dell’UE, un sistema di classificazione per identificare attività economiche sostenibili, si è integrata con i nuovi criteri tecnici di valutazione entrati in vigore a gennaio 2024, che includono esplicitamente la transizione verso un’economia circolare.

Nel contesto internazionale, l’ISO ha pubblicato una serie di nuovi standard che forniscono un linguaggio comune e una guida dettagliata per l’attuazione dei principi di economia circolare. A livello nazionale, l’aggiornamento della normativa tecnica UNI/TS 11820:2024 rappresenta un ulteriore passo in avanti, consentendo di valutare il livello di circolarità di un’organizzazione attraverso indicatori chiave che generano un punteggio finale compreso tra 0% e 100%.

Tre le modalità di valutazione: autovalutazione, valutazione da parte dei clienti e verifica indipendente da parte di enti accreditati.
Allargando lo sguardo, vi sono anche altre normative che nel 2024 hanno dato ulteriore stimolo all’adozione dell’economia circolare, come quelle sull’ecodesign, sul diritto alla riparazione e sulla responsabilità estesa del produttore, che stanno ridefinendo le filiere produttive e promuovendo pratiche sostenibili lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti. Né va dimenticata la regolamentazione delle materie prime critiche: iniziative come il Critical Raw Materials Act dell’UE e il Decreto Materie Prime Critiche italiano (del giugno 2024) cercano di rafforzare la trasparenza e la sostenibilità delle filiere, favorendo l’autonomia europea nell’approvvigionamento e nell’utilizzo di materiali strategici.

Le cento storie di successo dell’economia circolare
Uno degli obiettivi del Circular Economy Report 2024 è stata la raccolta e la sistematizzazione delle principali storie di successo dell’economia circolare nel nostro Paese, a partire da database esistenti ma anche monitorando le notizie di stampa.
Sono state considerate solo le imprese che forniscono già al mercato prodotti secondo modelli di business circolari, indipendentemente dalla loro dimensione.
Ne è emerso uno spaccato estremamente interessante di come la circular economy sia declinata in Italia.
Dal punto di vista geografico, c’è una chiara prevalenza del Nord Italia, con in testa Lombardia (32% delle aziende esaminate), Piemonte (15%) e Toscana (12%). l settori più rappresentati sono il manifatturiero e l’automotive (26% del totale), che abbracciano una vasta gamma di strategie circolari, poi il tessile e abbigliamento (24%), la chimica e farmaceutica (17%). Fanalini di cosa il food & beverage (7%) e l’elettronica di consumo (6%), nonostante iniziative interessanti legate all’estensione della vita dei prodotti.

La maggior parte di queste imprese (44%) è di piccole dimensioni (il 14% addirittura micro), con meno di 50 dipendenti e 10 milioni di euro di fatturato. Tuttavia, un caso su 5 (19%) riguarda imprese con oltre 250 dipendenti e un fatturato compreso tra i 100 milioni e il miliardo di euro, cioè quelle che costituiscono spesso l’ossatura dei comparti industriali italiani ed è quindi importante che si approccino all’economia circolare.
Tra le grandissime aziende, invece, è difficile trovare storie di successo, perché i prodotti circolari, laddove presenti, spesso sono ancora a livello di test o sono destinati specifiche nicchie di mercato.
In termini relativi, colpisce la scarsa presenza (22%) di medie imprese, quelle tra 50 e 250 dipendenti e qualche centinaia di milioni di euro di fatturato, che rappresentano la parte preponderante del nostro tessuto industriale.
La maggioranza delle storie di successo (59%) riguarda imprese fondate prima del 2000 e nel 18% dei casi l’adozione dell’economia circolare è vecchia di quasi 20 anni: si tratta quindi, in qualche modo, di pionieri. Vi sono però anche aziende giovani costituite tra 2015 ed il 2020, quindi nel periodo pre-covid, che sono proprio nate con l’intento di operare secondo i principi dell’economia circolare: questo cluster riflette l’emergere di una nuova generazione imprenditoriale orientata alla sostenibilità e capace di rispondere alle sfide ambientali con modelli di business innovativi. Il 35% dei casi si colloca nell’ultimo quinquennio (2020-2024) e rappresenta un’accelerazione che dà un segnale positivo.

Qual è il segreto del successo di queste imprese virtuose?
Non certo il ricorso ai finanziamenti pubblici (che ha interessato solo il 27% del campione e che, peraltro, non sono consistenti), ma l’adozione di soluzioni circolari allo stesso tempo sostenibili ed economicamente pronte per il mercato. In 76 casi su 100, si è partiti dal riciclo per integrarlo con pratiche di riprogettazione del prodotto, che diventano la vera chiave per abilitare un riciclo di successo. Altrettanto utilizzate sono le pratiche di riuso (34 casi), conversione (23) e riparazione (22), ad indicare come i cicli dell’economia circolare siano la strada per immaginare nuovi modelli di business.

www.energystrategy.it

www.som.polmi.it

Nuove opportunità di lavoro per attività di riciclo. Per affrontare la transizione energetica è necessario investire nella formazione di lavoratori qualificati per un numero stimato a livello mondiale di 100 milioni di nuovi posti di lavoro, che dovrebbero nascere dall’adozione di pratiche sostenibili, dalla crescita dell’utilizzo di veicoli elettrici e dall’aumento dell’efficienza energetica.

È quanto emerge dalla survey presentata il 20 settembre in occasione di “The Green Job. Dal tech ai RAEE: le nuove competenze del mercato del lavoro”, l’evento di chiusura del progetto “Training for Circularity. Borse di Studio (WEEE Edition), promosso da Erion WEEE, EconomiaCircolare.com, ENEA, CDCA e patrocinato dalla Città Metropolitana di Roma.

Non solo, a livello mondiale la transizione verde comporterà anche una perdita stimata di 78 milioni posti di lavoro. Si prevede, infatti, che l’occupazione nei settori ad alta intensità di risorse naturali e basati sui combustibili fossili diminuirà notevolmente.

Ad esempio, il settore dell’energia negli Stati Uniti potrebbe subire la perdita di 1,7 milioni di posti di lavoro (in settori legati ai combustibili fossili), mentre in Europa, potrebbero andare persi da 54.000 a 112.000 posti di lavoro diretti a causa della graduale eliminazione dei sistemi di produzione di energia da carbone. Riqualificare questi lavoratori sarà essenziale per ridurre i costi sociali della transizione verde in termini di disoccupazione, comportamenti a rischio e tensioni sociali. Nonostante ciò, le aziende non sembrano particolarmente attive nella ricerca di nuovo personale a causa (nell’84% dei casi) della mancanza di fondi e incentivi.

Per provare a dare risposte concrete, l’evento “The Green Job. Dal tech ai RAEE: le nuove competenze del mercato del lavoro” ha visto la partecipazione dei 10 borsisti di “Training for Circularity”, il progetto di formazione-lavoro che nell’ultimo anno ha permesso ai giovani laureati e neolaureati di acquisire competenze nel campo dell’economia circolare, con specifico riferimento al settore dei RAEE: dallo studio dell’ecodesign allo sviluppo di strumenti eco-innovativi per il trattamento di questi rifiuti, fino alle strategie di comunicazione, marketing e fundraising per la sostenibilità.

L’iniziativa si inserisce nell’ambito delle attività di “Dire Fare RAEE – Sostenibili per natura”, il programma di sensibilizzazione e comunicazione di ERION WEEE. Le borse sono state bandite e gestite dal CDCA, in collaborazione con ENEA.

“Erion WEEE – ha affermato Giorgio Arienti, Direttore Generale di Erion WEEE – riconosce l’importanza di puntare su nuove competenze e professionalità, così da facilitare il passaggio da un’economia lineare a una circolare. Si tratta di una sfida culturale che potrà essere affrontata solo attraverso un impegno concreto sul fronte dell’informazione e della formazione. Per questo motivo, investire sui giovani risulta la strategia più efficace per promuovere un cambiamento concreto.”

“La chiusura dei cicli nelle filiere produttive passa anche dalla formazione di nuove figure professionali. In particolare in un settore strategico come quello dei RAEE e del recupero delle Materie Prime Critiche, che richiede conoscenze tecnologiche specifiche e metodologie innovative. – ha dichiarato Claudia Brunori Direttrice del Dipartimento Sostenibilità, circolarità e adattamento al cambiamento climatico dei sistemi produttivi e territoriali ENEA – Con “Training for Circularity. Borse di studio (WEEE Editon)” abbiamo voluto dare il nostro contributo per colmare questo gap di competenze confrontandoci direttamente con le esigenze delle aziende impegnate nella transizione del mondo delle Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche“.

“Il progetto “Training for Circularity. Borse di studio (WEEE Edition) è stato un esempio virtuoso di come formazione e informazione debbano andare di pari passo per affrontare la doppia transizione, ecologica e digitale. – ha dichiarato Lucie Greyl Presidente CDCA. – Grazie a percorsi specializzanti e a un approccio multidisciplinare, abbiamo provato a rispondere al bisogno di una nuova generazione di professionalità in grado di integrare competenze tecniche, sociali e visione sistemica, tutti elementi fondamentali per stimolare un cambiamento duraturo dei sistemi di produzione e di consumo e promuovere un’economia sostenibile e giusta.”

erionweee.it/it

Ecopolietilene chiede migliori regolamenti rifiuti plastici. Il consorzio del Sistema Ecolight chiede modalità di raccolta differenziata e obiettivi di recupero.

“Il polietilene è diffuso in ogni casa e può dare un contributo importante nei processi di economia circolare. Serve una migliore regolamentazione per i rifiuti di beni in polietilene, che preveda una raccolta differenziata e individui obiettivi di riciclo di quello che è un polimero plastico importante in un’ottica di sostenibilità”. Il Presidente di Ecopolietilene, consorzio EPR del Sistema Ecolight, Fabio Pedrazzi, si rivolge ai legislatori per “auspicare l’avvio di una riflessione che possa non solamente dare nuovo impulso alla filiera del polietilene e alla sua raccolta, ma soprattutto normare un ambito fondamentale nel vasto capitolo dei rifiuti plastici. Gli imballaggi rappresentano circa la metà dei rifiuti plastici prodotti; il restante 50% è composto soprattutto da plastiche miste, con una buona presenza dei beni in polietilene. Il consorzio Ecopolietilene, nei suoi quattro anni di attività, è arrivato a rappresentare quasi tutte le filiere dei beni in polietilene in maniera eterogenea: siamo pronti a supportare le istituzioni con analisi e dati di recupero al fine di avere un quadro di operatività completo e normato”.

Secondo il rapporto 2023 di IPPR – Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo – basato sui dati di Plastic Consult il polietilene rappresenta un terzo delle plastiche riciclate utilizzate in Italia e a fronte di 1,337 milioni di tonnellate di polimeri rigenerati processati dall’industria italiana di trasformazione l’anno scorso, ben 433 mila tonnellate sono riconducibili a questo polimero.

Il polietilene ha una grande versatilità d’uso e una vasta applicabilità in diversi settori industriali
Basti pensare ad esempio ai sacchi dei rifiuti, ai giochi per i bambini, ai teli da pacciamatura, alle coperture per serre e ai tubi per l’edilizia.
“Il massiccio impiego nella nostra vita di tutti i giorni ci spinge dunque a una grande attenzione e responsabilità nella corretta gestione e riciclo dei beni in polietilene”, dice il Direttore Generale di Ecopolietilene, Giancarlo Dezio “Una stima del Consorzio, realizzata insieme ai gruppi di lavoro a cui partecipano i soci produttori, evidenzia una crescita della produzione di beni in polietilene nell’ultimo anno, in particolare per quanto riguarda i film e le attrezzature usate in agricoltura, che sono aumentati di circa il 12%”.

Il tema della raccolta e del recupero dei beni in polietilene diventa così nodale
Aggiunge Dezio: «Ecopolietilene sta lavorando in collaborazione con aziende consorziate e operatori della raccolta, sia su progetti pilota per creare filiere chiuse per specifici rifiuti di beni in polietilene, sia su iniziative per monitorare il conferimento dei beni in polietilene a fine vita in ambito urbano, così da iniziare a ipotizzarne una raccolta differenziata, anche per limitare il ricorso al polimero vergine».

Conclude il presidente di Ecopolietilene, Pedrazzi: «Vi è la necessità di cogliere le opportunità date dal polietilene e dal suo significativo potenziale in termini ambientali. Il ruolo dei consorzi nella gestione dei beni in polietilene e la collaborazione fra questi e le istituzioni si rivela quindi cruciale sia nel promuovere pratiche di corretta gestione del rifiuto, sia nell’incoraggiare i produttori all’utilizzo di polimeri riciclati».

Il Sistema Ecolight è un hub dedicato ai servizi ambientali cui fanno riferimento i consorzi EPR Ecolight gestione di RAEE, pile e accumulatori esausti), Ecopolietilene (rifiuti da beni in polietilene), Ecotessili (rifiuti tessili) ed Ecoremat (materassi e imbottiti a fine vita) e la società di servizi Ecolight Servizi.

www.ecolight.it

www.ecopolietilene.it

www.ecotessili.it

www.ecolightservizi.it

Criticità norme EU su riuso e riciclo cartone. ACIS, l’Associazione Italiana Scatolifici che riunisce i principali produttori italiani di imballaggi in cartone ondulato, invia una Memoria alle Commissioni VIII e X della Camera, evidenziando come sia necessario “valorizzare le filiere che hanno fatto della riciclabilità il loro punto di forza per raggiungere il miglior risultato ambientale possibile”.

La proposta di Regolamento Europeo e del Consiglio Europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio – che modifica il Regolamento UE 2019/1020 e la Direttiva UE 2019/904 e abroga la Direttiva 94/62/CE – sta facendo discutere da mesi tutto il comparto del packaging. La proposta contiene infatti una forte spinta verso il riutilizzo degli imballaggi, a discapito del riciclo degli stessi.
L’Associazione Italiana Scatolifici ha espresso la posizione del comparto in una ‘memoria’ inviata alle Commissioni VIII (Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici) e X (Attività Produttive, Commercio e Turismo) della Camera dei Deputati, che stanno lavorando sulla proposta di Regolamento.

Il documento ha sottolineato come ‘il comparto dei produttori di imballaggi in cartone ondulato da molti anni si stia muovendo attivamente per affrontare al meglio le sfide legate alla transizione ecologica ponendo al centro delle proprie attivita` l’attenzione all’ambiente e la sostenibilita` dei propri prodotti’.

A livello generale, l’Associazione ha espresso apprezzamento e sostegno verso le importanti motivazioni che stanno alla base della proposta di Regolamento, evidenziando però come sia necessario ‘tenere in adeguata considerazione le differenze tra i diversi materiali di imballaggio.
Per raggiungere il miglior risultato ambientale possibile si dovrebbero valorizzare le filiere – come quella del cartone ondulato – che hanno fatto della riciclabilità il loro punto di forza e il cui riutilizzo è tecnicamente impossibile.
L’introduzione di questo Regolamento per come è scritto ora rischierebbe di vanificare gli sforzi fatti fino ad oggi dall’Italia, da anni leader in Europa nel riciclo di carta e cartone’

Secondo l’Associazione, inoltre, ‘Riciclo e riuso non devono essere necessariamente in contrapposizione, ma la spinta verso il riuso sarebbe fortemente penalizzante per alcune classi di imballaggio. Nel nostro comparto, ad esempio, il potenziamento del riuso potrebbe portare ad una sostituzione degli imballaggi in cartone ondulato con altre tipologie di materiale piu` impattanti a livello ambientale e con un “bilancio negativo” anche in termini di protezione del prodotto’.

Associazione Italiana Scatolifici (Associazione CIS) nacque nel 2011 come Consorzio privato (CIS) costituito da produttori di imballaggi in cartone ondulato. Una rete virtuosa di imprenditori uniti da solidi obiettivi: tutelare una categoria fino ad allora ben poco rappresentata nonostante l’importanza del ruolo ricoperto nella filiera produttiva italiana, promuovere la responsabilità sociale d’impresa in ogni sua componente, dalla qualità del lavoro agli aspetti più sostenibili della produzione, e contribuire a definire una regolamentazione etica, finanziaria e commerciale che spinga all’evoluzione e all’allineamento con il resto dell’Europa l’intero comparto. Nel 2015 il passaggio ad Associazione segna un importante e nuovo capitolo della sua storia. Una struttura diversa, più evoluta, in grado di affrontare sfide sempre più impegnative e di rivolgersi con maggior efficacia a tutti gli interpreti che popolano il mercato: dalle altre Associazioni alla Pubblica Amministrazione, dai professionisti del comparto sino all’opinione pubblica, dalla GDO italiana al grande mercato internazionale. L’Associazione Italiana Scatolifici conta, a oggi, un centinaio di aziende associate per un totale di oltre 2.000 dipendenti.

associazionecis.it