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Convegno Nazionale AIM 80 anni. La metallurgia italiana a Brescia: 41° Convegno Nazionale dell’Associazione Italiana di Metallurgia (AIM): il più importante appuntamento nazionale dedicato alla ricerca, all’innovazione e alle tecnologie nel campo dei materiali metallici. Tre giorni di confronto tra ricerca, università e industria, con oltre 300 tra ricercatori, docenti, professionisti e rappresentanti del mondo industriale e 205 lavori scientifici presentati.

Ad aprire i lavori, nella mattinata di mercoledì 9 settembre, presso l’Aula Magna del Dipartimento di Ingegneria in via Branze 38 a Brescia, sarà una sessione plenaria di grande rilievo istituzionale, che vedrà sul palco insieme: Paolo Streparava, Presidente di Confindustria Brescia; Giuseppe Pasini, Presidente di Confindustria Lombardia; Laura Castelletti, Sindaca di Brescia; il Magnifico Rettore dell’Università di Brescia, prof. Francesco Castelli; la Presidente del convegno, prof.ssa Annalisa Pola; e il Presidente di AIM, prof. Carlo Mapelli. Sarà inoltre presente Stefano Karadjov, direttore del Museo di Santa Giulia.
Una presenza istituzionale così ampia conferma il valore strategico dell’appuntamento per il territorio e per il sistema industriale lombardo.

Non è un caso che l’edizione 2026 si svolga proprio a Brescia: una parte significativa delle aziende associate ad AIM ha sede nel territorio bresciano, da sempre uno dei principali poli della metallurgia italiana, dove ricerca, formazione e produzione industriale convivono da generazioni.
Ospitare qui il Convegno Nazionale significa riportare l’appuntamento più importante della metallurgia italiana nel cuore pulsante del settore.

L’edizione di quest’anno assume un significato ancora più speciale: il convegno coincide con l’80° anniversario di fondazione di AIM, che dal 1946 rappresenta il punto di riferimento in Italia per la scienza, la tecnologia e la cultura dei materiali metallici. In otto decenni di attività, AIM si è consolidata come un ponte solido e continuativo tra il mondo della ricerca e quello industriale, un ruolo che il convegno di Brescia mette quest’anno ulteriormente in luce.

Il programma scientifico affronta le principali sfide che oggi interessano il settore: dalla sostenibilità e decarbonizzazione all’economia circolare, dai materiali metallici tradizionali a quelli innovativi e alla loro caratterizzazione, fino alla digitalizzazione dei processi produttivi.
Accanto ai lavori scientifici, il convegno propone momenti dedicati al networking tra i partecipanti, tra cui l’aperitivo “MEETallurgy”, una cena sociale in Franciacorta e una visita guidata al Museo di Santa Giulia, per ammirare la Vittoria Alata.

«È particolarmente significativo che il più importante appuntamento nazionale dell’AIM si svolga a Brescia – sottolinea la prof.ssa Annalisa Pola, ordinaria di Metallurgia del Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Industriale e Presidente del convegno –. Il nostro territorio rappresenta un luogo nel quale la metallurgia è profondamente legata alla storia industriale, produttiva e di ricerca e formazione. Oggi le sfide della sostenibilità, dell’economia circolare, dei nuovi materiali e dell’innovazione richiedono un sempre più stretto dialogo tra ricerca e industria. Questo convegno vuole essere un’occasione concreta di confronto e di costruzione di nuove prospettive».

AIM – Associazione Italiana di Metallurgia è il punto di riferimento in Italia per la diffusione della conoscenza sui materiali metallici e i processi produttivi. Fondata nel 1946, AIM opera come ponte tra ricerca scientifica e industria, promuovendo lo sviluppo tecnologico e la competitività delle imprese attraverso attività formative, pubblicazioni tecniche e iniziative di networking. Tra le principali attività, AIM pubblica la rivista La Metallurgia Italiana e organizza corsi, conferenze ed eventi per il mondo industriale e accademico.

9-11 settembre – Brescia, Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Industriale dell’Università

www.aimnet.it

programma completo

IPPR e COREPLA certificano processi riciclo plastiche, per la tracciabilità e il riconoscimento delle Materie Prime Seconde a livello nazionale ed europeo.

IPPR Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo e COREPLA Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica, hanno annunciato l’avvio di un accordo di collaborazione finalizzato alla certificazione dei processi di riciclo attraverso lo schema Plastica Seconda Vita (PSV), in conformità alla norma EN 15343 e ai principali standard di settore, per i riciclatori attivi nel sistema COREPLA.

L’attività, resa possibile dall’ultima revisione approvata del Regolamento di Certificazione Plastica Seconda Vita, rappresenta un’evoluzione rilevante del sistema di garanzie a supporto dell’economia circolare, rafforzando la tracciabilità, la trasparenza e l’affidabilità delle attività di riciclo delle materie plastiche.

L’accordo si inserisce in un percorso di valorizzazione e riconoscimento di una certificazione accreditata e costituisce un ulteriore passo avanti nell’integrazione sempre più fattiva tra IPPR e COREPLA, rispondendo alla crescente esigenza di disporre di strumenti in grado di assicurare una tracciabilità certa e verificabile dei flussi di riciclo.

“Questo accordo mira a rafforzare ulteriormente la qualità e l’affidabilità del riciclo degli imballaggi in plastica gestiti dal sistema consortile” – afferma Giovanni Bellomi, Direttore Generale di COREPLA. “La certificazione dei processi secondo standard riconosciuti a livello internazionale contribuisce infatti ad aumentare la trasparenza lungo l’intera filiera e a valorizzare il ruolo dei riciclatori, favorendo lo sviluppo di un mercato solido e credibile delle materie prime seconde.”

“Con questo accordo IPPR conferma il proprio impegno nel promuovere strumenti di certificazione affidabili e accreditati, in grado di rispondere alle esigenze del mercato e delle istituzioni” – afferma il Presidente di IPPR, Libero Cantarella. “L’estensione della certificazione Plastica Seconda Vita ai processi di riciclo, in conformità anche alla EN 15343, rafforza la tracciabilità e il riconoscimento delle plastiche riciclate, creando valore per l’intera filiera.”

L’accordo tra IPPR e COREPLA consolida quindi un modello di collaborazione orientato alla qualità del riciclo, alla certezza normativa e alla valorizzazione delle materie plastiche riciclate, contribuendo in modo concreto agli obiettivi di sostenibilità ambientale e industriale.

www.ippr.it

www.corepla.it

SMARTEFFICIENCY per IMPERMEABILIZZAZIONE e PROTEZIONE IGNIFUGA TETTI. Riqualificazione con resina pluristrati armata e Broof su 13.000 mq di pre-esistente guaina bituminosa.
Fosfantartiglio L.E.I. è oggi società leader nell’applicazione di evoluti rivestimenti superficiali anticorrosivi. L’alto livello delle prestazioni qualitative e di consegna sono un carattere distintivo dell’Azienda e le permettono di esser scelta come partner privilegiato dalle più importanti aziende operanti nel settore automotive e non solo.

SMARTEFFICIENCY per RIFACIMENTO TETTI. Sostituzione delle vecchie coperture in fibrocemento con pannelli di lamiera grecata, riqualificando la struttura sottostante e la relativa coibentazione.
B-Pack ha sviluppato negli anni un’ampia gamma di film flessibili coestrusi multistrato con elevate proprietà di barriera sia funzionale che ai gas, capaci di garantire un’alta protezione agli alimenti confezionati. Inoltre offre soluzioni multistrato nell’ambito farmaceutico/medicale e cosmetico studiando e realizzando strutture flessibili capaci di soddisfare le stringenti richieste che provengono da questi mercati.

Fotovoltaico 37.08 GW in Italia 2024. Al 31 dicembre 2024, in Italia risultano connessi 1.878.780 impianti fotovoltaici. La potenza connessa durante il 2024 è stata pari a 6,80 GW segnando un incremento del 30% rispetto al 2023. Nonostante tale crescita in termini di potenza, il numero di nuovi impianti connessi nell’anno è diminuito del 25%, attestandosi a 283.914 nuove installazioni.

L’analisi dei dati mostra un’accelerazione nel segmento utility-scale durante il 2024, con una quota crescente di connessioni di grandi impianti, mentre il settore residenziale ha risentito dell’effetto della fine del Superbonus 110% e della cessione del credito, che si è riflesso in un calo delle connessioni degli impianti domestici in modo più marcato nella seconda metà dell’anno passato.

“Il fotovoltaico italiano sta vivendo una fase di crescita solida, con un ruolo sempre più forte degli impianti di grande taglia. Tuttavia, il calo delle installazioni residenziali è un segnale da non sottovalutare: servono misure mirate per sostenere le famiglie nella transizione energetica”, ha commentato Paolo Rocco Viscontini, Presidente di ITALIA SOLARE.

Chi sale e chi scende
Nel 2024, la ripartizione della potenza installata evidenzia i seguenti trend:
– Settore residenziale (<20 kW): la fine del Superbonus è all’origine della riduzione della potenza del 21% rispetto al 2023 (1.789 MW vs 2.258 MW del 2023), mentre il numero degli impianti è passato da 359.772 nel 2023 a 274.537 durante lo scorso anno
– Per il settore C&I (20 kW ≤ P < 1 MW) la crescita tra il 2023 e il 2024 è stata del 8% (1.961 MW vs 1.819 del 2023)
– Settore utility-scale (≥1 MW): ha registrato la crescita più marcata (+163%), con numerosi impianti di grande taglia connessi alla rete (1.157MW nel 2023 contro i 3.045 MW dello scorso anno), soprattutto nel secondo semestre dell’anno.

La Lombardia sfiora i 5.000 MW
La Lombardia con i suoi 4.990 MW è in testa alla classifica per i MW cumulati, a seguire Veneto (3.768 MW) e Puglia (3.632 MW). In Lombardia spiccano gli impianti C&I, con potenza tra i 200 kW e 1 MW mentre sono praticamente assenti le installazioni utility scale. Se in Veneto la potenza installata sulle diverse classi è abbastanza omogenea, in Puglia prevalgono nettamente gli impianti di media taglia. Il Lazio, al quinto posto della classifica, è la regione con la massima potenza di impianti di grande taglia (>10MW).
Guardando alle nuove installazioni del 2024 le regioni che spiccano sono Lazio (1.286 nuovi MW) che registra un aumento del 300% rispetto all’installato del 2023, Lombardia con 934 MW si mantiene pressoché in linea al nuovo installato del 2023 (+3%) e Veneto con i suoi 604 MW registra un calo dell’11% rispetto all’anno precedente.

Tendenze del quarto trimestre
L’ultimo trimestre del 2024, grazie all’entrata in esercizio di diversi impianti utility-scale, ha segnato un’accelerazione nella potenza connessa, con quasi 1,9 GW di connessioni sul totale di 6,79 GW di nuova capacità connessa nell’anno.
La distribuzione degli impianti per classe di potenza mostra una crescente polarizzazione: mentre il segmento residenziale si riduce, i grandi impianti sopra 1 MW crescono, trainati dall’entrata in esercizio di progetti autorizzati negli anni precedenti al 2024.

Prospettive per il 2025
Guardando al futuro, la transizione energetica prosegue, ma è necessario affrontare le sfide ancora aperte:
– Valorizzare l’autoconsumo in particolare per il settore residenziale e per le imprese che investono nell’autoconsumo
– Migliorare la gestione della rete, evitando colli di bottiglia che rallentano le connessioni dei grandi impianti ma anche e soprattutto degli impianti al servizio delle piccole, medie e grandi imprese
– Accelerare il permitting degli impianti, riducendo i tempi burocratici.

ITALIA SOLARE è un ente del terzo settore che sostiene la difesa dell’ambiente e della salute umana supportando modalità intelligenti e sostenibili di produzione, stoccaggio, gestione e distribuzione dell’energia attraverso la generazione distribuita da fonti rinnovabili, in particolare fotovoltaico. Promuove inoltre la loro integrazione con le smart grid, la mobilità elettrica e con le tecnologie per l’efficienza energetica per l’incremento delle prestazioni energetiche degli edifici.
ITALIA SOLARE è l’unica associazione in Italia dedicata esclusivamente al fotovoltaico e alle integrazioni tecnologiche per la gestione intelligente dell’energia.

www.italiasolare.eu

Plastica Seconda Vita IPPR contro greenwashing. La Direttiva UE 2024/825 introduce importanti cambiamenti per proteggere i consumatori dalle pratiche commerciali ingannevoli e promuovere una transizione verde più trasparente. Questa normativa aggiorna le precedenti direttive 2005/29/CE e 2011/83/UE, imponendo requisiti più rigorosi sulle informazioni riguardanti le caratteristiche ambientali e sociali dei prodotti.

L’obiettivo principale è quello di fornire ai consumatori e alle aziende informazioni chiare e verificabili, permettendo loro di fare scelte più consapevoli riguardo ai prodotti che acquistano. In un contesto in cui molti brand cercano di apparire più ecologici di quanto non siano realmente, è fondamentale avere regole che proteggano i consumatori dal cosiddetto greenwashing, cioè la pratica di fare dichiarazioni ingannevoli sull’impatto ambientale di un prodotto.

Una delle principali modifiche introdotte dalla direttiva riguarda i marchi di sostenibilità
Solo i marchi basati su un sistema di certificazione riconosciuto o stabiliti da autorità pubbliche saranno ammessi.
Questo garantisce che aziende e consumatori possano fidarsi dei marchi che vedono sui prodotti, sapendo che questi sono stati verificati in modo indipendente, come nel caso della certificazione Plastica Seconda Vita, rilasciata da IPPR e riconosciuta da Accredia, che garantisce l’effettivo contenuto di plastica riciclata.

Plastica Seconda Vita ha l’importante missione di promuovere e comunicare il contenuto di riciclato per mettere in risalto il grande potenziale delle materie plastiche nella realizzazione dell’economia circolare.
Lo scopo di IPPR infatti è quello di valorizzare i materiali e i manufatti ottenuti dal riciclo dei rifiuti plastici e al contempo introdurre due concetti molto importanti: la qualità e la rintracciabilità dei materiali riciclati.
IPPR è stato il primo, in Italia e in Europa, 20 anni fa, a ideare un’etichetta ecologica per materiali e prodotti in plastica riciclata, certificazione adottata, ad oggi, già da 10.000 prodotti.

Un’altra area chiave della direttiva riguarda la trasparenza delle informazioni
Le aziende sono ora tenute a fornire dettagli chiari e verificabili sulle caratteristiche ambientali e sociali dei loro prodotti. Non sarà più possibile fare affermazioni vaghe o non supportate da prove concrete. Ad esempio, se un’azienda afferma che un prodotto è “ecologico”, dovrà specificare in che modo il prodotto è ecologico e come queste caratteristiche sono state verificate.

L’implementazione di questa direttiva avrà diversi impatti. Per i consumatori, l’accesso a informazioni più accurate permetterà di fare scelte più consapevoli e ridurrà il rischio di essere ingannati da false dichiarazioni ambientali, come quelle che per anni hanno portato a una percezione distorta della plastica. Per le aziende, questo significherà adeguarsi a standard più elevati di trasparenza e affidabilità, potenzialmente richiedendo investimenti in certificazioni e verifiche indipendenti.

In conclusione, la Direttiva (UE) 2024/825 rappresenta un significativo passo avanti verso un mercato più trasparente e sostenibile. Proteggendo i consumatori dalle pratiche commerciali ingannevoli e promuovendo la trasparenza, questa normativa aiuta a costruire un futuro in cui le scelte di consumo siano veramente informate e rispettose dell’ambiente. Non solo protegge i consumatori, ma incoraggia anche le aziende a essere più responsabili e trasparenti nelle loro pratiche commerciali.

IPPR, l’Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo, nato per volontà di Unionplast, Plasticseurope Italia e Corepla, ha l’obiettivo di favorire l’incontro tra domanda e offerta nell’ambito delle plastiche da riciclo, sia tra aziende private sia tra aziende e Pubblica Amministrazione.

www.ippr.it

Economia circolare – investimenti e risparmi connessi in frenata. Nell’ultimo anno l’economia circolare ha fatto risparmiare alle imprese italiane solo 800 milioni di euro in più rispetto al 2023 (quando l’aumento era stato di 1.200 milioni), portando il risparmio totale a 16,4 miliardi l’anno, ben lontano dai 119 miliardi “teorici” a cui dovremmo aspirare.

Dunque, stiamo sfruttando solo il 14% del potenziale, con un divario ormai difficilmente colmabile da qui al 2030.
A dirlo è il Circular Economy Report 2024, redatto dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano e presentato insieme ai partner della ricerca, che riporta anche un’indagine su oltre 550 imprese italiane: benché il campione sia più ampio e rappresentativo (8 macro settori – arredi, costruzioni, elettronica, impiantistica industriale, tessile, alimentare, autoveicoli, imballaggi – invece di 7), e dunque non permetta raffronti diretti con gli anni precedenti, la situazione sembra in leggero peggioramento.

Le aziende che hanno adottato almeno una pratica di economia circolare, infatti, si fermano al 42% (46% nelle grandi aziende), il 36% è ancora scettico e non ha in piano di farlo neanche in futuro, mentre il 22% ne avrebbe intenzione: se si scende di dimensioni, poi, le percentuali si avvicinano, fino ad arrivare alle PMI dove gli scettici (il 39% e in crescita) superano gli adottatori (37%). Il 31% delle imprese circolari ha sede in Lombardia e la presenza è in genere più massiccia nel Nord Italia.

La strada per dichiararsi completamente circolare, comunque, è ancora lunga: in una scala da 1 a 5, il valore medio di adozione che le aziende si danno è di 2,24 e solo il 3% del campione (in larga parte nel mondo degli imballaggi) si attribuisce il massimo. Cresce, anche se solo del 5%, la taglia media degli investimenti, che restano però concentrati sotto i 50.000 euro (quasi il 50%) e con tempi di ritorno che, per il 41% delle imprese, sono inferiori ai 12 mesi.

“È purtroppo evidente come le pratiche di economia circolare non siano entrate nel core business delle imprese – commenta Vittorio Chiesa, direttore di Energy&Strategy – e si sia invece, prendendo a riferimento la totalità del campione, in una fase ancora esplorativa delle possibili soluzioni. Al contrario, il sistema finanziario sta indirizzando sempre più i capitali verso investimenti che favoriscono questo innovativo modello economico: i green bond emessi dalle principali banche italiane hanno raggiunto quasi 8 miliardi di euro, il 74% in più rispetto all’anno precedente. E sta crescendo anche la consulenza in ambito sostenibilità (+25%)”.

“È successo un po’ come nel risparmio energetico: – spiega Davide Chiaroni, vicedirettore di E&S – finché si trattava di fare interventi semplici e poco dispendiosi, in questo caso recuperare e valorizzare gli scarti, è andato tutto bene, ma adesso che occorre investire nella riorganizzazione dei processi industriali e delle filiere, la questione cambia”. Infatti, tra le pratiche di economia circolare più diffuse spicca ancora il riciclo (60%), seguito dal progettare senza scarti (43%) e dal design orientato a una facile riparazione (48%). Tra le pratiche meno applicate si trovano invece la riparazione (8%), la “servitizzazione” (il passaggio dalla vendita di un prodotto alla fornitura di servizi, 22%) e la riconsegna dei prodotti (28%).
Ma non è tutto nero, ci sono anche numerose storie di successo, produzioni che seguono modelli di business circolari. Noi ne abbiamo isolate 100, concentrate tra Lombardia, Piemonte e Toscana. I settori più rappresentati sono il manifatturiero, l’automotive, il tessile e l’abbigliamento. Per quasi metà si tratta di imprese di piccole dimensioni, ma in un quinto dei casi hanno oltre 250 dipendenti e un fatturato tra 100 milioni e il miliardo, cioè sono tra quelle che costituiscono l’ossatura dei comparti industriali italiani ed è quindi importante che si approccino all’economia circolare. Purtroppo le medie imprese, che sono le più numerose, arrivano appena al 22%. Cosa fanno di speciale queste aziende virtuose? Partono dal riciclo, ma non si fermano lì – come troppo spesso si semplifica parlando di economia circolare – e lo integrano con pratiche di riprogettazione del prodotto, che diventano quindi la vera chiave per abilitare un riciclo di successo”.

Come sta cambiano l’ecosistema dell’economia circolare in Italia?
Non c’è solo il sistema finanziario a rivestire un ruolo fondamentale nella transizione verso un’economia circolare, anche il settore della consulenza in ambito sostenibilità sta registrando un’espansione significativa: a fine anno si prevede che questo mercato raggiunga un valore di 800 milioni di euro, cioè il 13% del totale della consulenza in Italia, con un aumento del 25% rispetto all’anno precedente. Nonostante i progressi, invece, la crescita nei settori degli enti di certificazione, degli studi legali e della formazione appare più lenta e moderata e la loro presenza sul territorio risulta disomogenea: mentre il Nord Italia concentra un numero significativo di queste risorse, il Sud rimane in gran parte privo di un supporto strutturato.

Ad esempio, tra i primi 50 studi legali italiani per fatturato, quelli che offrono servizi dedicati alla sostenibilità e all’economia circolare sono il 54% e si trovano in Lombardia e Lazio, regioni caratterizzate da un ecosistema imprenditoriale attivo e da iniziative orientate all’innovazione sostenibile.
Al contrario, nel Sud Italia questi servizi risultano praticamente assenti. Analogamente gli enti di certificazione svolgono un ruolo fondamentale nel sostenere la transizione verso l’economia circolare, offrendo servizi di verifica conformi a norme come ISO, EMAS ed EASI: gli enti abilitati a certificare in ambiti legati alla circolarità rappresentano solo il 10% del totale e sono quasi completamente assenti al Sud.

“La mancanza di un’integrazione efficace tra i diversi attori, combinata con l’assenza di standard consolidati, rappresenta una sfida cruciale: – commenta Chiaroni – la frammentazione rende difficile per le imprese accedere a un’assistenza coordinata e strutturata, limitando la loro capacità di implementare strategie circolari in modo completo”.

Evoluzione della normativa
Verso un maggior “peso” della circolarità nel reporting di sostenibilità e una maggiore concretezza degli strumenti di misura.
Nel 2024 sono maturate una serie di normative e standard internazionali che rappresentano una spinta decisiva verso la piena integrazione dei principi di sostenibilità nelle attività economiche. Sebbene il panorama italiano evidenzi alcune carenze strutturali, il rafforzamento della rendicontazione e l’allineamento alle pratiche internazionali potranno contribuire a colmare queste lacune, spingendo il mercato verso un futuro più circolare, responsabile e competitivo.
Ad esempio, la Direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) ha introdotto, su mandato della Commissione Europea, standard unici per la rendicontazione di sostenibilità, gli ESRS (European Sustainability Reporting Standards).
Parallelamente, la tassonomia dell’UE, un sistema di classificazione per identificare attività economiche sostenibili, si è integrata con i nuovi criteri tecnici di valutazione entrati in vigore a gennaio 2024, che includono esplicitamente la transizione verso un’economia circolare.

Nel contesto internazionale, l’ISO ha pubblicato una serie di nuovi standard che forniscono un linguaggio comune e una guida dettagliata per l’attuazione dei principi di economia circolare. A livello nazionale, l’aggiornamento della normativa tecnica UNI/TS 11820:2024 rappresenta un ulteriore passo in avanti, consentendo di valutare il livello di circolarità di un’organizzazione attraverso indicatori chiave che generano un punteggio finale compreso tra 0% e 100%.

Tre le modalità di valutazione: autovalutazione, valutazione da parte dei clienti e verifica indipendente da parte di enti accreditati.
Allargando lo sguardo, vi sono anche altre normative che nel 2024 hanno dato ulteriore stimolo all’adozione dell’economia circolare, come quelle sull’ecodesign, sul diritto alla riparazione e sulla responsabilità estesa del produttore, che stanno ridefinendo le filiere produttive e promuovendo pratiche sostenibili lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti. Né va dimenticata la regolamentazione delle materie prime critiche: iniziative come il Critical Raw Materials Act dell’UE e il Decreto Materie Prime Critiche italiano (del giugno 2024) cercano di rafforzare la trasparenza e la sostenibilità delle filiere, favorendo l’autonomia europea nell’approvvigionamento e nell’utilizzo di materiali strategici.

Le cento storie di successo dell’economia circolare
Uno degli obiettivi del Circular Economy Report 2024 è stata la raccolta e la sistematizzazione delle principali storie di successo dell’economia circolare nel nostro Paese, a partire da database esistenti ma anche monitorando le notizie di stampa.
Sono state considerate solo le imprese che forniscono già al mercato prodotti secondo modelli di business circolari, indipendentemente dalla loro dimensione.
Ne è emerso uno spaccato estremamente interessante di come la circular economy sia declinata in Italia.
Dal punto di vista geografico, c’è una chiara prevalenza del Nord Italia, con in testa Lombardia (32% delle aziende esaminate), Piemonte (15%) e Toscana (12%). l settori più rappresentati sono il manifatturiero e l’automotive (26% del totale), che abbracciano una vasta gamma di strategie circolari, poi il tessile e abbigliamento (24%), la chimica e farmaceutica (17%). Fanalini di cosa il food & beverage (7%) e l’elettronica di consumo (6%), nonostante iniziative interessanti legate all’estensione della vita dei prodotti.

La maggior parte di queste imprese (44%) è di piccole dimensioni (il 14% addirittura micro), con meno di 50 dipendenti e 10 milioni di euro di fatturato. Tuttavia, un caso su 5 (19%) riguarda imprese con oltre 250 dipendenti e un fatturato compreso tra i 100 milioni e il miliardo di euro, cioè quelle che costituiscono spesso l’ossatura dei comparti industriali italiani ed è quindi importante che si approccino all’economia circolare.
Tra le grandissime aziende, invece, è difficile trovare storie di successo, perché i prodotti circolari, laddove presenti, spesso sono ancora a livello di test o sono destinati specifiche nicchie di mercato.
In termini relativi, colpisce la scarsa presenza (22%) di medie imprese, quelle tra 50 e 250 dipendenti e qualche centinaia di milioni di euro di fatturato, che rappresentano la parte preponderante del nostro tessuto industriale.
La maggioranza delle storie di successo (59%) riguarda imprese fondate prima del 2000 e nel 18% dei casi l’adozione dell’economia circolare è vecchia di quasi 20 anni: si tratta quindi, in qualche modo, di pionieri. Vi sono però anche aziende giovani costituite tra 2015 ed il 2020, quindi nel periodo pre-covid, che sono proprio nate con l’intento di operare secondo i principi dell’economia circolare: questo cluster riflette l’emergere di una nuova generazione imprenditoriale orientata alla sostenibilità e capace di rispondere alle sfide ambientali con modelli di business innovativi. Il 35% dei casi si colloca nell’ultimo quinquennio (2020-2024) e rappresenta un’accelerazione che dà un segnale positivo.

Qual è il segreto del successo di queste imprese virtuose?
Non certo il ricorso ai finanziamenti pubblici (che ha interessato solo il 27% del campione e che, peraltro, non sono consistenti), ma l’adozione di soluzioni circolari allo stesso tempo sostenibili ed economicamente pronte per il mercato. In 76 casi su 100, si è partiti dal riciclo per integrarlo con pratiche di riprogettazione del prodotto, che diventano la vera chiave per abilitare un riciclo di successo. Altrettanto utilizzate sono le pratiche di riuso (34 casi), conversione (23) e riparazione (22), ad indicare come i cicli dell’economia circolare siano la strada per immaginare nuovi modelli di business.

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