Category: Energia

Greenpeace: Patto Finzione Ecologica fra Draghi, Cingolani, ENI. Attivisti e attiviste di Greenpeace Italia sono entrati in azione sulla piattaforma Porto Corsini Mare Ovest, al largo delle coste di Ravenna, per denunciare il “patto della finzione ecologica” che vincola il nostro Paese alle fonti fossili e alle inefficaci politiche del governo contro la crisi climatica, e finiscono per favorire solo aziende inquinanti come ENI.

Mentre gli attivisti con le maschere di Draghi e Cingolani inscenavano la stipula del “patto” con il Cane a Sei Zampe simbolo di ENI, sulla trivella è stato esposto un grande striscione con il messaggio “Basta bugie di ENI, nascondere CO2 non salva il clima”. Il riferimento è al CCS, il controverso progetto di cattura e stoccaggio della CO2 che il colosso dell’energia vorrebbe realizzare proprio a Porto Corsini, finanziato con soldi pubblici.
Infine, un altro gruppo di attiviste e attivisti sta scrivendo “No CCS” sulle pareti della piattaforma di ENI.

«È bene che il governo getti la maschera e prenda finalmente una posizione chiara: sta dalla parte di chi invoca azioni serie e concrete per salvaguardare il clima, o dalla parte dei grandi inquinatori come ENI, che continuano a fare affari con il gas fossile e il petrolio, ricevendo per di più fondi pubblici?», chiede Luca Iacoboni, responsabile Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Progetti come il CCS sono solo un pretesto per continuare a estrarre e bruciare gas fossile e non devono essere finanziati con le tasse di italiane e italiani. Il Presidente Draghi dica chiaramente se l’Italia vuole puntare sulle rinnovabili, bloccate da anni, o su false soluzioni come il CCS e il gas fossile».

In contemporanea, a pochi chilometri di distanza, un altro gruppo di attivisti e attiviste di Greenpeace ha bloccato simbolicamente uno degli ingressi del palasport di Ravenna, che in questi giorni ospita il Med Energy Conference Exhibition.
Un appuntamento a cui prendono parte i rappresentati di alcune delle aziende più impattanti sul clima del pianeta (come ENI, Shell e Total), istituzioni locali, tra cui il sindaco di Ravenna, e i delegati dei governi di Libia, Egitto, Cipro, Italia. La sicurezza del convegno ha inizialmente cercato di nascondere dietro alcune transenne gli attivisti di Greenpeace per celare il dissenso alla vista dei delegati, esattamente come l’industria dei combustibili fossili cerca di nascondere le emissioni di CO2 con false soluzioni come il CCS e le proprie responsabilità nella crisi climatica dietro la cortina di fumo del greenwahing. Gli attivisti si sono quindi spostati davanti all’ingresso del palasport che ospita la conferenza e l’azione, iniziata alle 6.30 del mattino, è ancora in corso.

L’organizzazione ambientalista denuncia l’impatto ambientale delle aziende presenti al meeting e dei loro piani per il futuro, ma anche le scelte del governo italiano. In queste ore, infatti, scade la moratoria che per due anni e mezzo ha bloccato ogni nuovo progetto di prospezione e ricerca di idrocarburi in Italia.
Senza l’approvazione di un serio Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI), che indichi in modo chiaro dove non sarà più possibile estrarre gas fossile e petrolio, le trivelle rischiano di rimettersi in moto.

«Nonostante siano passati più di due anni, il governo non è riuscito a presentare un piano degno di questo nome», dichiara Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia. «Invece di fermare per sempre questi progetti devastanti e imboccare la strada della decarbonizzazione, il governo italiano lascia aperta la porta a nuove trivellazioni, mettendo a rischio la salute del clima e dei nostri mari. Non solo, nel testo presentato dal governo Draghi viene preso in considerazione perfino il ricorso a tecnologie controverse e potenzialmente pericolose come il CCS per riutilizzare le piattaforme dismesse, come potrebbe accadere per la piattaforma dove abbiamo protestato oggi».

Ravenna è una delle città italiane più esposte agli impatti dei cambiamenti climatici.
Secondo uno studio dell’ENEA, l’area del ravennate rischia infatti di scomparire nel giro di qualche decennio a causa dell’innalzamento del livello dei mari e dell’erosione costiera. C’è ancora tempo per salvare la città e rilanciare la sua economia, puntando sulle rinnovabili e sull’efficienza energetica, ma occorre fare presto.

Greenpeace esiste perché questo fragile Pianeta merita una voce. Servono soluzioni, cambiamenti, azioni. Subito!
Esistiamo grazie a migliaia di cittadini che hanno contribuito a trasformare le nostre battaglie in sfide globali. Siamo un’associazione nonviolenta, che utilizza azioni dirette per denunciare i problemi ambientali e promuovere alternative per un futuro verde e di pace. Siamo indipendenti e non accettiamo fondi da enti pubblici, aziende o partiti politici.
La missione: facciamo campagne per proteggere l’ambiente, promuovere la pace e incoraggiare le persone a cambiare abitudini. Indaghiamo, denunciamo e affrontiamo i crimini ambientali. Vogliamo combattere quei luoghi comuni secondo cui ogni cambiamento è impossibile, che siamo troppo piccoli e troppo deboli. Crediamo che esista una soluzione. Che è radicata nel coraggio, nell’ottimismo e nella creatività. Nessuno cambierà il mondo al posto nostro, per questo dobbiamo iniziare a farlo oggi stesso.
Azioni e non violenza. Siamo i guerrieri della pace. Siamo quelli dei gommoni contro le baleniere, delle scalate sulle grandi ciminiere, delle tante azioni creative di cui ci assumiamo rischi e responsabilità. Ci ispiriamo da sempre ai principi della nonviolenza e dell’indipendenza politica ed economica. La potenza della protesta nonviolenta e il grande rigore delle affermazioni scientifiche ci hanno reso forti in tutto il mondo.
Greenpeace nel mondo. Siamo globali. Abbiamo creato una rete che comprende 26 organizzazioni nazionali e regionali indipendenti in oltre 55 paesi in Europa, in America, in Africa, in Asia e nel Pacifico, oltre a un organismo di coordinamento, Greenpeace International. In Italia siamo presenti dal 1986. Lavoriamo direttamente con le comunità in prima linea per proteggere il Pianeta. Dietro di noi c’è il volto di attivisti, volontari e sostenitori che lottano in tutto il mondo per un futuro migliore.

www.greenpeace.org/italy

Agevolazioni Aziende Energivore. Le aziende energivore possono usufruire di un risparmio fino a 40€/MWh sugli oneri di sistema applicati ai consumi di energia elettrica. Dal 30 Settembre affianchiamo le aziende a forte consumo di energia nella nuova finestra temporale per la presentazione alla CSEA delle dichiarazioni per l’ammissione alle agevolazioni per l’anno 2022.

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Cattura e uso CO2 acciaierie. Con FReSMe emissioni di CO2 delle acciaierie ridotte di oltre il 60%. Obiettivo del progetto, concluso dopo quattro anni di lavoro, era riciclare l’anidride carbonica e convertirla in metanolo

Produrre metanolo partendo da anidride carbonica e idrogeno contenuti nei gas residui della produzione di acciaio. È questo l’obiettivo del progetto FReSMe (From Residual Steel gases to Methanol), finanziato dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 e da poco conclusosi dopo quattro anni di lavoro. Secondo le stime dei ricercatori, grazie al sistema messo in atto dal progetto FReSMe le emissioni di anidride carbonica nelle acciaierie italiane potrebbero essere ridotte del 61% rispetto alla situazione attuale, valore molto più elevato se comparato a quello che si potrebbe ottenere con tecnologie di cattura della CO2 convenzionali.

Il processo messo in atto da FReSMe si basa sul sistema SEWGS (Sorption Enhanced Water-Gas Shift) che, partendo dai gas di acciaieria, produce due correnti ricche in anidride carbonica e idrogeno. L’idrogeno prodotto è in parte usato nell’acciaieria stessa come combustibile, in parte utilizzato per produrre energia elettrica e in parte trasformato in metanolo. L’anidride carbonica catturata è parzialmente utilizzata per la produzione di metanolo mentre l’eccesso è accumulato nel sottosuolo. Infine, un elettrolizzatore è stato integrato nel sistema per aumentare la produzione di metanolo.

Il ruolo del Politecnico di Milano è stato quello di identificare la configurazione ottimale di impianto, considerate le molteplici possibilità di utilizzo dell’idrogeno (utilizzo in acciaieria, produzione di energia elettrica o metanolo) tramite una dettagliata analisi tecnico-economica dell’intero sistema. Tale analisi si poneva come obiettivo quello di ottimizzare l’impianto dal punto di vista energetico, ambientale ed economico. Nello specifico sono state analizzate varie configurazioni impiantistiche caratterizzate da diversi volumi di metanolo prodotto e diverse soluzioni per il recupero del calore disponibile nel processo nonché diverse quantità di idrogeno prodotto dall’elettrolizzatore. I risultati hanno dimostrato che il processo può ridurre significativamente le emissioni di anidride carbonica correlate al processo di produzione dell’acciaio.

“Nel corso del progetto abbiamo anche svolto un’analisi tecnico-economica finalizzata a ottimizzare il processo FReSMe in termini di volume di produzione di metanolo e configurazione impiantistica considerando quattro capacità produttive di metanolo (300, 600, 900 e 1200 t/giorno)”, afferma il professor Giampaolo Manzolini, referente del Politecnico di Milano per il progetto. “I risultati hanno mostrato che la configurazione ottimale con una tassa sulle emissioni di anidride carbonica minore di 60 €/t e un prezzo di vendita del metanolo nel range 350-450 €/t, è caratterizzata da una produzione di 600 t/giorno: quindi utilizzando metà dei gas di acciaieria per produrre metanolo e metà per soddisfare i bisogni dell’acciaieria stessa. In generale, il costo della CO2 evitata è inferiore a 20 €/tCO2, che è competitivo dal punto di vista economico e il sistema FReSMe in tale configurazione permette una riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 61%, valore molto più elevato rispetto a quello che si potrebbe ottenere con tecnologie di cattura della CO2 convenzionali (ad esempio con ammine si ottiene circa il 17%)”.

www.fresme.eu

www.polimi.it

Fit for 55 fails to right wrongs of EU’s disastrous biofuels policy. The European Commission has backed down on a proposal to shift its ‘green fuels’ law towards non-liquid alternatives like electricity as part of its Fit for 55 package. This is despite 10 years of the Renewable Energy Directive (RED) leading to widespread deforestation, habitat loss and biodiesel emissions greater than the fossil diesel it replaced, as the growth in “green” fuels was met mostly through crop biofuels like palm oil.

Laura Buffet, energy director at T&E, said: “The EU is failing to right the wrongs of a disastrous green fuels policy caused by heavy reliance on crop biofuels. This mistake is compounded by the decision not to bring forward the end date for support to palm oil biofuels, as some member states have done.”

The Commission now allows fuel suppliers to count renewable electricity to meet their targets, either by buying electricity credits or by expanding their own networks of charging stations. But it removed the extra weighting electricity was given towards meeting the targets, which reflected its higher efficiency compared to biofuels.

Laura Buffet: “We welcome the introduction of a system that rewards fuel suppliers for using renewable electricity as a transport fuel, and not only blending biofuels. This change reflects the growing electrification of transport and will help move the EU’s green fuels law away from the exclusive reliance on biofuels. But the EU must ensure it strengthens this system while ending support to crop biofuels.”

The new RED also increases the target for advanced biofuels from wastes and residues
T&E has raised concerns over the high target which could leave oil companies scouring the planet for scarce wastes and residues like palm residues or crude tall oil (from wood pulp). It could lead to market distortions and potential fraud.

High targets for hydrogen and e-fuels which go beyond the demand from aviation and shipping in 2030 also risk promoting hydrogen and e-fuels for road transport where they are far less efficient than electricity. Without a clear framework on how ‘green’ hydrogen and e-fuels will be defined, there is a heightened risk that they could be developed using fossil fuels.

Transport & Environment’s (T&E) vision is a zero-emission mobility system that is affordable and has minimal impacts on our health, climate and environment.
Since we were created 30 years ago, T&E has shaped some of Europe’s most important environmental laws. We got the EU to set the world’s most ambitious CO2 standards for cars and trucks but also helped uncover the dieselgate scandal; we campaigned successfully to end palm oil diesel; secured a global ban on dirty shipping fuels and the creation of the world’s biggest carbon market for aviation – just to name a few.
Credibility is our key asset. We are a non-profit organisation and politically independent. We combine the power of robust, science-based evidence and a deep understanding of transport with memorable communications and impactful advocacy.
Our staff in Brussels, Rome, Madrid, Berlin, Warsaw and London collaborate with our 63 national member and supporter organisations in 24 countries across Europe. All together our members and supporters represent more than 3.5 million people.
We coordinate the International Coalition for Sustainable Aviation (ICSA), which has observer status at the International Civil Aviation Organisation (ICAO) and are members of the Clean Shipping Coalition (CSC), which has observer status at the International Maritime Organisation (IMO).
We hold a seat on the board of ECOS, and are members of the Green 10 group of European environmental NGOs, Agora Verkehrswende, the Platform for Electromobility, the Coalition for Energy Savings, the Renewable Grids Initiative and the Electrification Alliance.

www.transportenvironment.org

Partner 2021 It’s All Energy Efficiency rappresenta un’esclusiva opportunità di incontro e confronto per gli Energy Manager che puntano alla sostenibilità, al contenimento dei costi energetici e alla propria crescita personale e professionale.
BYinnovation, Media Partner dell’evento, parteciperà con Enrico Rainero in veste di chairman nelle tavole della mattinata.

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EU Gov. keep fueling dirty heating. Ahead of ‘Fit for 55’, a new analysis shows that 16 out of 27 member states are still financing fossil fuel heating, despite calls to phase out gas boilers by 2025 to achieve EU climate neutrality goals.
These dirty subsidies cripple the deployment of clean heating technologies such as heat pumps and solar thermal devices.

This year, only 7 countries, Croatia, Estonia, Ireland, Lithuania, Luxembourg, Malta and the Netherlands, have cut off public funding to gas, coal and oil heating, as the latest analysis by the European Environmental Bureau (EEB) on behalf of Coolproducts campaign shows.
Findings reveal that 16 EU governments still incentivise the purchase and/or installation of new gas boilers through various tax reductions, loans and grants, which range between €200 and €2,500 and are supposedly aimed at greening our homes. Moreover, 9 are still promoting oil heating and there are still 2 of them where coal heating can still be subsidised.

Time is running out for the European Union to decarbonise the heating sector, which is the easiest and the most urgent to decarbonise as it is responsible for half of the EU’s annual energy consumption and a third of its CO2 emissions.

A month ago, the International Energy Agency endorsed one of the main claims of Coolproducts: we will not reach climate neutrality by 2050 if we do not ban fossil fuel boilers by 2025. The European Parliament just voted for pushing EU member states to end fossil fuel subsidies by 2025.

A recent report of ECOS for the coolproducts campaign showed fossil heating technologies face bans only in a few member states and concludes that this process can only gain momentum if the European institutions speed up the decarbonisation process.

Even major EU energy groups recently called on the European Union to favour decarbonisation through electrification of heating over fossil fuel solutions, arguing that heat pumps can be deployed on a large scale in Europe without jeopardising electric grid stability, a false argument that the gas lobby has been spreading.

Despite these winds of change over the sector, boosted by the launch of the ‘Fit for 55’ package, EU governments are not doing their part in the decarbonisation of heating. The slow uptake of clean heating at national level, namely the huge amounts of fossil fuel subsidies reducing the cost of gas heating, and the slow insulation rates in some countries are hindering the huge potential of renewables.

Coolproducts campaigners call on EU to:
– Urgently rescale energy label of heating technologies to only promote renewable, non-emitting heating and phase out fossil technologies by 2025.
– Strengthen the provisions in the RED III on renewable heating, requiring a high share of renewable to promote the least emitting sources.
and remarkably, in the Fit For 55 package:
– Strengthen the provisions in the RED II on renewable heating, requiring a high share of renewable to promote the least emitting sources
– Improve measures on the public support for the phase out of fossil fuel in the Energy Efficiency Directive

Facts and figures
– 16 out 27 member states today still finance gas boilers, 8 oil boilers and 2 still fund coal boilers.14 EU governments finance hybrid solutions that combine both fossil and renewable heating.
– In all member states, analyses show ground-source heat pumps working on electricity from the grid largely decrease CO2 emissions.
– At EU level, a standard family switching from a gas boiler to a heat pump or to solar thermal heating can save more than 60% of the CO2 emissions
– The final purchase cost of fossil technology is still lower than renewable heating technology due to fossil incentives and poor subsidy schemes for renewables in all EU countries.
– Germany, Ireland, Spain and Finland are the countries where heat pump installation is more affordable but still more than twice as expensive as fossil boilers.
– Renewable schemes are very different from country to country and often difficult to get or time-limited, thus creating disproportionate gaps in treatments of households willing to embrace renewables
– Heat pumps with low Global Warming Potential refrigerants perform better on CO2 emissions and are to be preferred over those working on climate-harming refrigerants

Davide Sabbadin, a Policy Officer at the European Environmental Bureau (EEB), said: “At the eve of ‘For 55’, it’s scandalous that Member States continue to pour public money into fossil fuels in the sector that should be the first to decarbonise, as it is the one where technology has been there for years and the market is more than ready. The uneven landscape of renewable energy subsidies creates a broken EU, where families least positioned, generally in coal-dependent countries, are left behind in the transition to clean heating.”

Nerea Ruiz Fuente, Policy Director at ECOS – Environmental Coalition on Standards, said: “Boilers are long-lasting devices, often in service for 25 years or more. The maths is simple: to be climate neutral by 2050, we need to stop installing fossil fuel boilers by 2025. Alternatives such as heat pumps are already available and cost-effective, so it is unacceptable that public money is channelled into keeping us locked in polluting technologies. The Commission has powerful tools, such as ecodesign, at its disposal. We cannot afford for ‘Fit For 55’ to be a missed opportunity.”

www.eeb.org

www.coolproducts.eu

full report

It’s All Energy Efficiency 2021. BRAINZ organizza IT’S ALL ENERGY EFFICIENCY l’evento, completamente in presenza, che rappresenta un’esclusiva opportunità di incontro e confronto per gli Energy Manager che puntano alla sostenibilità, al contenimento dei costi energetici e alla propria crescita personale e professionale.

Oltre 30 Speaker, Energy Manager operativi nei settori:
RETAIL,
GDO,
FOOD,
HO.RE.CA,
PUBBLICA AMMINISTRAZIONE,
HOSPITAL,
PHARMA,
TRANSPORT,
LOGISTICS,
INDUSTRY & PRODUCTION.

Verranno approfondite le seguenti tematiche:
– DIAGNOSI ENERGETICA
– INDUSTRY 4.0
– BUILDING AUTOMATION
– SOSTENIBILITA’
– COGENERAZIONE
– RINNOVABILI
– INTERNET OF THINGS
– BIG DATA
– REFRIGERAZIONE e CLIMATIZZAZIONE
– ILLUMINAZIONE
– CERTIFICAZIONI
– PROJECT FINANCING

About Brainz
We are an innovative and dynamic organization that provides networking opportunities, skills and strategies to strengthen and develop meaningful & relevant relationships for Business-to-Business.
Thanks to 15 years’ experience of our staff, we are able to organize events that stimulate creativity, development of synergies and networking.
Our events are important meetings focused on strategy, innovation and technology.
To grow your career or your business, it is crucial the experience of meeting people face to face and sharing experiences, skills, knowledge and know-how.

12 ottobre – NH Milano Congress Centre

– BYinnovation è Media Partner di It’s All Energy Efficiency

www.itsall-energyefficiency.com

Calo investimenti efficienza energetica nell’industria, investimenti a -20% nel 2020. Presentato il Digital Energy Efficiency Report 2021, undicesima edizione di Energy&Strategy Group, School of Management Politecnico di Milano

Nel 2020 in Italia gli investimenti per l’efficienza energetica nel comparto industriale (poco più di 2 miliardi di euro, di cui il 90% in tecnologie hardware e solo l’8% in software per il monitoraggio dei cicli produttivi) sono diminuiti del 19,6% rispetto all’anno precedente, ma non è tutta colpa del Covid. Già nel 2018-2019 era in atto una frenata, dopo la crescita del triennio 2015-2017, le cui cause sono da ricercare in un quadro normativo incerto (in particolare per i Certificati Bianchi) e volto in direzioni opposte a quelle segnalate dagli operatori come necessarie per riprendere la crescita. È alle ragioni profonde di questa crisi, e alle soluzioni per uscirne, che è dedicato il Digital Energy Efficiency Report 2021, redatto dall’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano e presentato oggi.

“Il 2021 ha portato in dote un’ulteriore riforma dei Certificati Bianchi, ma la direzione è ancora quella sbagliata, perché non ha tenuto conto di nessuna delle proposte avanzate dalle imprese del settore – commenta Davide Chiaroni, Vicedirettore dell’E&S Group -. Un intervento incompleto che si traduce in un rischio per il comparto industriale legato all’efficienza energetica, come investitore o come fornitore di tecnologie o servizi. L’approvazione da parte dell’Unione Europea del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è certamente una buona notizia, perché le risorse destinate al Piano Transizione 4.0 potrebbero, secondo le nostre stime, annullare entro il 2023 l’effetto negativo del Covid. Ma non basta: per risolvere i problemi del comparto è necessario andare oltre il PNRR e riprendere in mano seriamente il tema dei Certificati Bianchi. Ci sono lo spazio e il tempo per farlo, le idee e anche la fiducia degli operatori e delle imprese, che guardano agli investimenti in efficienza energetica come a un patrimonio su cui fare leva per l’effettiva ripartenza”.

Entrando nel dettaglio, quasi il 20% degli investimenti in soluzioni hardware ha riguardato interventi sul processo produttivo (373 milioni di euro), il 18% gli impianti di cogenerazione (350 milioni) e il 15% i sistemi di combustione efficienti (circa 300 milioni), il 12% l’illuminazione (240 milioni); in coda sistemi HVAC, motori elettrici, inverter e sistemi di aria compressa (tra il 7% e il 10% degli investimenti totali).
I 168 milioni di euro investiti in soluzioni software, invece, si sono concentrati su monitoraggio e sensoristica di base (oltre il 65% del totale). È indubbio che la pandemia abbia pesato, portando un rallentamento nelle soluzioni digitali e di flessibilità nell’anno in cui invece ci si aspettava un loro balzo in avanti. Tuttavia, il calo degli investimenti in efficienza energetica nel comparto industriale in Italia è stato solo accelerato dal Covid.

Alla ricerca delle cause della crisi: la riforma dei Certificati Bianchi
Nonostante l’introduzione, negli anni, di vari Decreti relativi ai Certificati Bianchi e al loro rilancio, il mercato ha continuato il trend di contrazione: nel 2020 sono stati riconosciuti 1.720.903 Certificati, circa 1.180.000 in meno rispetto al 2019 (-41%, contro il -24% dell’anno precedente).
In buona sostanza, negli ultimi 2 anni il numero di Certificati Bianchi riconosciuti è più che dimezzato e questo ha comportato uno squilibrio sul mercato, con gravi conseguenze verso i soggetti obbligati che hanno riscontrato sempre più difficoltà nell’adempimento degli obblighi previsti dalla normativa. Facendo un confronto dal 2013, nel 2019 la percentuale di copertura è stata significativamente minore (-20%) ed equivalente al minimo previsto per legge.
Il solo calo degli investimenti non giustifica questo andamento del mercato, ma la connessione con la diminuzione della richiesta dei Certificati Bianchi ha prodotto un circolo vizioso: meno concessioni hanno portato a meno domande, e viceversa. Nel 2020, infatti, il 90% delle richieste si è concluso negativamente, ben oltre la soglia che ci si attenderebbe da un processo di valutazione efficiente condotto dal GSE.
Il 31 maggio 2021 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale l’ennesima riforma dei Certificati Bianchi, ma è apparso subito evidente come le proposte avanzate dagli operatori del settore non fossero state accolte, destando grandi perplessità.
Particolarmente sensibile il meccanismo di valorizzazione dei Certificati Bianchi: se si combinano la normativa che regola le Aste, i Certificati Bianchi virtuali e la mancanza di un floor, ossia un meccanismo di minimo valore per la definizione del prezzo, è assai difficile che si possa concretizzare una situazione di mercato favorevole.

Il PNRR e l’uscita dalla crisi. Ma si potrebbe fare di più
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede uno stanziamento di 29,44 miliardi di euro per l’efficienza energetica nel comparto industriale e dei servizi, permettendo di stimare una crescita anno su anno del 17% e di arrivare al 2023 a quasi 3 miliardi di euro di investimenti, cancellando i danni della pandemia. E tuttavia si può aspirare anche a fare meglio: nello scenario “policy driven” disegnato dall’E&S Group, dove accanto al PNRR ci fosse una riforma vera dei Certificati Bianchi, si potrebbe raggiungere al 2023 un livello di investimenti di oltre 3,1 miliardi, pari al 120% di quanto registrato nel 2019.
Al contrario, in assenza di questi strumenti di stimolo lo scenario attuale “as is” avrebbe portato a una crescita lieve degli investimenti nel 2021 (+2% sul 2020), in linea con il 2018-2019, e a una più sostenuta nel 2022-2023, comunque limitata al 5% anno su anno, superando i 2,3 miliardi nel 2023 (il 90% di quelli nel 2019), mentre senza il Covid lo scenario “tendenziale” avrebbe portato gli investimenti a circa 2,9 miliardi.

Focus sulla digital energy: data valorization e data monetization nell’energia
Il Digital Energy Efficiency Report 2021 ha analizzato anche la diffusione in azienda di soluzioni di sfruttamento (valorizzazione o monetizzazione) dei dati energetici. Con data valorization si intende la rielaborazione e il successivo utilizzo dei dati raccolti dalle tecnologie software a supporto di decisioni interne (ad esempio per la negoziazione dei prezzi dell’energia, l’ottimizzazione dei consumi energetici o degli impianti produttivi, la riduzione delle emissioni).
Con data monetization si intende invece la vendita di quegli stessi dati.
Il 67% delle imprese analizzate applica la data valorization (il 78% di esse ha sviluppato la soluzione internamente) e nel 90% dei casi usa i dati raccolti per individuare misure di efficienza energetica e ottimizzare i consumi, nel 60% per negoziare il prezzo dell’energia elettrica con il proprio fornitore.
Meno diffuso (52%) l’utilizzo di dati per l’ottimizzazione degli impianti produttivi e il monitoraggio delle emissioni.
Del 33% che non applica il paradigma, il 70% dichiara che non lo farà nemmeno in futuro.
Molto meno confortanti i dati relativi alla monetizzazione delle informazioni energetiche: ben il 98% del campione dichiara di non applicarla e in larghissima parte di non avere intenzione di farlo nemmeno in futuro (90%).

La survey 2021: il “sentiment” degli energy manager e lo stato di salute delle ESCo
In questa undicesima edizione del DEER, le consuete survey – la prima condotta tra 300 energy manager negli otto settori industriali più “energivori” e la seconda tra oltre 350 ESCo e Utility con servizi di efficienza energetica attive nel mercato italiano – riguardano il tipo di investimenti effettuati nel 2020 e lo “stato di salute” del comparto.
Il 65% degli intervistati dichiara di avere investito in soluzioni hardware per l’efficienza energetica (-4,5% rispetto al 2019), percentuale che sale al 79% per le grandi aziende (-1% sul 2019) e cala al 45% (-11%) per le PMI, da sempre meno propense a questo tipo di interventi.
Infatti, se nel 2018 le percentuali erano simili (88% grandi aziende vs 83% PMI), a partire dal 2019 si è assistito a un netto calo degli investimenti nelle PMI (-27%, contro il -8% delle grandi aziende). Solo il 38% del campione, invece, dichiara di aver investito in soluzioni software nel 2020 (-6% sul 2019), egualmente distribuito tra PMI (35%) e grandi aziende (39%).
Le barriere più rilevanti agli investimenti in efficienza energetica si confermano quelle relative agli eccessivi tempi di ritorno, all’incertezza del quadro normativo e all’interazione critica con il processo produttivo, seppur in flessione rispetto agli anni precedenti.
La pandemia, nonostante i pesanti effetti negativi dal punto di vista economico, si colloca solo al quarto posto.

Nel 2020 le ESCo certificate sono aumentate dell’1,6% rispetto al 2019, in continuità con il trend registrato tra 2019 e 2018 (+1%). Il numero dei dipendenti (in media 27) è invece sostanzialmente stabile, dopo il leggero calo tra 2019 e 2018. I ricavi, principalmente a causa degli effetti della pandemia e della contrazione del mercato dei Certificati Bianchi, sono diminuiti di 3,5 miliardi di euro (-3,8%) sul 2019: il fatturato medio si è attestato a 9,4 milioni di euro e l’Ebitda complessivo è sceso a 336 milioni (con un rapporto sul fatturato pari al 9,3% contro il 9,5% del 2019), a conferma delle ricadute del Covid sull’economia e della maturità raggiunta dal mercato, che limita la marginalità degli operatori.
Confrontando però le aspettative per l’anno in corso rispetto ai dati del 2020, il 31% dei rispondenti ritiene che il proprio fatturato crescerà fino al 10%, il 13,4% fino al 20% e quasi il 18% addirittura oltre il 20%. Solo 1 su 5, invece, si aspetta un trend negativo, a testimonianza di un certo ottimismo tra gli operatori, confermato dal 25% che prevede di aumentare il numero dei dipendenti anche del 10% (per il 40% degli intervistati resterà invariato) e dal 30% che si aspetta un Ebitda in crescita fino al 10%.
Tuttavia, gran parte della crescita del fatturato è legata a interventi nel settore civile, che grazie al Superbonus è visto come una sorta di salvagente dalle ESCo, in particolare da quelle in crisi: uno spostamento così netto di focus potrebbe distogliere le competenze delle ESCo dalla costruzione di un futuro nel comparto industriale e arenarsi quando la spinta data dal Superbonus si esaurirà.

www.som.polimi.it

Forest destructions for biodiesel. 10 years of EU’s failed biofuels policy has wiped out forests the size of the Netherlands. Europe’s thirst for biodiesel to fuel its cars and trucks has likely wiped out forests the size of the Netherlands since the introduction of the EU’s green fuels law in 2010 [1], a new study shows. T&E, who carried out the study, calls on the EU to end support to palm and soy biodiesel immediately to avoid further deforestation, habitat loss and greater CO2 emissions than the fossil diesel it replaces.

The Renewable Energy Directive (RED) was introduced in 2010, setting a 10% renewable energy target for transport by 2020 for each member state. This has driven up demand for cheap crop-based biodiesel, such as palm and soy oil, which is mainly sourced from Asia and South America. It is likely that roughly 4 million hectares of forests have subsequently been razed, destroying an estimated 10% of the world’s remaining orangutan habitats [2].

Laura Buffet, energy director at T&E, said: “10 years of this ‘green’ fuels law and what have we got to show for it? Rampant deforestation, habitats wiped out and worse emissions than if we had used polluting diesel instead. A policy that was supposed to save the planet is actually trashing it. We cannot afford another decade of this failed policy. We need to break the biofuels monopoly in renewable transport and put electricity at the centre of the RED instead.”

Europe has burned around 39 million tonnes of palm and soy biodiesel alone in its cars and trucks since 2010, emitting up to three times more CO2 emissions than the fossil diesel it replaced. T&E says the EU needs to phase-out support to all crop biofuels by 2030 at the latest in its upcoming ‘Fit for 55’ package, under the RED review.

Virgin vegetable oils (rapeseed, palm, soy) made up almost 80% of the feedstock used in EU biodiesel production in 2020 and total demand for biodiesel went up, despite overall demand for fuel shrinking during the pandemic. Some European countries increased their biofuels blending, while others kept volumes constant to meet EU compliance targets. Palm oil reached its highest level, capping a decade of growth that has seen palm oil consumption treble. There was little difference in the use of rapeseed and used cooking oil (UCO), while soy volumes grew 17% and animal fats by 30% compared to 2019.
There was also a rapid increase (23%) in the share of domestically produced hydrotreated vegetable oil (HVO) in the diesel pool, which requires significantly more vegetable oil than traditional methods. The capacity for HVO production is set to almost double in the next 5 years, driven by new projects from oil majors including Total, ENI and Neste.

Laura Buffet added: “We’ve seen a big shift away from palm oil in supermarkets. Nowadays consumers can choose whether they want to buy goods tainted with palm oil. This is not the case for transport. The EU’s transport sector is currently propping up demand for ruinous palm oil without consumers knowing it. We need to phase-out palm oil biofuels immediately.”

The updated REDII, adopted in 2018, plots a path away from palm oil. Palm oil biodiesel use will be frozen at 2019 volume levels and then, from 2023, progressively phased out by 2030 in the EU’s green targets.
For T&E, this is too late and there is a risk that palm oil will simply be replaced by soy and other vegetable oils, which also drive deforestation.
Laura Buffet concluded: “While palm oil may be the worst, as history has shown, producers will simply move to what is cheap. In reality, unless we take action now palm will be replaced with soy or other virgin oils, moving the problem from one part of the world to another. Crop biofuels are not the solution for Europe’s transport and they never will be.”

[1] The yield for palm oil is 3.16 tonnes per hectare whereas for soy oil it is 0.5 tonnes per hectare. The EU’s maximum annual consumption over the last decade of these feedstocks used for biodiesel is used to calculate the amount of land, assumed to have displaced forests, resulting in 4 million hectares.
[2] 1.1 million hectares of land is required for palm plantations in what were Indonesian and Malaysian forests, the last refuge for the remaining orangutan population, estimated to be 65,000 in 2017 with a population density of 0.45 to 0.76 individuals per square kilometer.

www.transportenvironment.org

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Global electricity demand growing faster than renewables, driving strong increase in generation from fossil fuels. New IEA report sees 5% rise in electricity demand in 2021 with almost half the increase met by fossil fuels, notably coal, threatening to push CO2 emissions from the power sector to record levels in 2022.

Renewables are expanding quickly but not enough to satisfy a strong rebound in global electricity demand this year, resulting in a sharp rise in the use of coal power that risks pushing carbon dioxide emissions from the electricity sector to record levels next year, says a new report from the International Energy Agency.

After falling by about 1% in 2020 due to the impacts of the Covid-19 pandemic, global electricity demand is set to grow by close to 5% in 2021 and 4% in 2022 – driven by the global economic recovery – according to the latest edition of the IEA’s semi-annual Electricity Market Report released today. The majority of the increase in electricity demand is expected to come from the Asia Pacific region, primarily China and India.

Based on current policy settings and economic trends, electricity generation from renewables – including hydropower, wind and solar PV – is on track to grow strongly around the world over the next two years – by 8% in 2021 and by more than 6% in 2022. But even with this strong growth, renewables will only be able to meet around half the projected increase in global electricity demand over those two years, according to the new IEA report.

Fossil fuel-based electricity generation is set to cover 45% of additional demand in 2021 and 40% in 2022, with nuclear power accounting for the rest. As a result, carbon emissions from the electricity sector – which fell in both 2019 and 2020 – are forecast to increase by 3.5% in 2021 and by 2.5% in 2022, which would take them to an all-time high.

Renewable growth has exceeded demand growth in only two years: 2019 and 2020. But in those cases, it was largely due to exceptionally slow or declining demand, suggesting that renewables outpacing the rest of the electricity sector is not yet the new normal.

“Renewable power is growing impressively in many parts of the world, but it still isn’t where it needs to be to put us on a path to reaching net-zero emissions by mid-century,” said Keisuke Sadamori, the IEA Director of Energy Markets and Security. “As economies rebound, we’ve seen a surge in electricity generation from fossil fuels. To shift to a sustainable trajectory, we need to massively step up investment in clean energy technologies – especially renewables and energy efficiency.”

In the pathway set out in IEA’s recent Roadmap to Net Zero by 2050, nearly three-quarters of global emissions reductions between 2020 and 2025 take place in the electricity sector.
To achieve this decline, the pathway calls for coal-fired electricity generation to fall by more than 6% a year.

However, coal-fired electricity generation is set to increase by almost 5% this year and by a further 3% in 2022, potentially reaching an all-time high, according to the Electricity Market Report. Gas-fired generation, which declined 2% in 2020, is expected to increase by 1% in 2021 and by nearly 2% in 2022. The growth of gas lags that of coal because it plays a smaller role in the fast-growing economies in the Asia Pacific region and it faces competition from renewables in Europe and North America.

Since the IEA’s last Electricity Market Report in December 2020, extreme cold, heat and drought have caused serious strains and disruptions to electricity systems across the globe – in countries ranging from the United States and Mexico to China and Iraq. In response, the IEA is establishing an Electricity Security Event Scale to track and classify major power outages, based on the duration of the disruption and the number of affected customers. The Texas power crisis in February, where millions of customers were without power for up to four days because of icy weather, was assigned the most severe rating on this scale.

New IEA report sees 5% rise in electricity demand in 2021 with almost half the increase met by fossil fuels, notably coal, threatening to push CO2 emissions from the power sector to record levels in 2022

www.iea.org

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