Plastica Seconda Vita IPPR contro greenwashing. La Direttiva UE 2024/825 introduce importanti cambiamenti per proteggere i consumatori dalle pratiche commerciali ingannevoli e promuovere una transizione verde più trasparente. Questa normativa aggiorna le precedenti direttive 2005/29/CE e 2011/83/UE, imponendo requisiti più rigorosi sulle informazioni riguardanti le caratteristiche ambientali e sociali dei prodotti.
L’obiettivo principale è quello di fornire ai consumatori e alle aziende informazioni chiare e verificabili, permettendo loro di fare scelte più consapevoli riguardo ai prodotti che acquistano. In un contesto in cui molti brand cercano di apparire più ecologici di quanto non siano realmente, è fondamentale avere regole che proteggano i consumatori dal cosiddetto greenwashing, cioè la pratica di fare dichiarazioni ingannevoli sull’impatto ambientale di un prodotto.
Una delle principali modifiche introdotte dalla direttiva riguarda i marchi di sostenibilità
Solo i marchi basati su un sistema di certificazione riconosciuto o stabiliti da autorità pubbliche saranno ammessi.
Questo garantisce che aziende e consumatori possano fidarsi dei marchi che vedono sui prodotti, sapendo che questi sono stati verificati in modo indipendente, come nel caso della certificazione Plastica Seconda Vita, rilasciata da IPPR e riconosciuta da Accredia, che garantisce l’effettivo contenuto di plastica riciclata.
Plastica Seconda Vita ha l’importante missione di promuovere e comunicare il contenuto di riciclato per mettere in risalto il grande potenziale delle materie plastiche nella realizzazione dell’economia circolare.
Lo scopo di IPPR infatti è quello di valorizzare i materiali e i manufatti ottenuti dal riciclo dei rifiuti plastici e al contempo introdurre due concetti molto importanti: la qualità e la rintracciabilità dei materiali riciclati.
IPPR è stato il primo, in Italia e in Europa, 20 anni fa, a ideare un’etichetta ecologica per materiali e prodotti in plastica riciclata, certificazione adottata, ad oggi, già da 10.000 prodotti.
Un’altra area chiave della direttiva riguarda la trasparenza delle informazioni
Le aziende sono ora tenute a fornire dettagli chiari e verificabili sulle caratteristiche ambientali e sociali dei loro prodotti. Non sarà più possibile fare affermazioni vaghe o non supportate da prove concrete. Ad esempio, se un’azienda afferma che un prodotto è “ecologico”, dovrà specificare in che modo il prodotto è ecologico e come queste caratteristiche sono state verificate.
L’implementazione di questa direttiva avrà diversi impatti. Per i consumatori, l’accesso a informazioni più accurate permetterà di fare scelte più consapevoli e ridurrà il rischio di essere ingannati da false dichiarazioni ambientali, come quelle che per anni hanno portato a una percezione distorta della plastica. Per le aziende, questo significherà adeguarsi a standard più elevati di trasparenza e affidabilità, potenzialmente richiedendo investimenti in certificazioni e verifiche indipendenti.
In conclusione, la Direttiva (UE) 2024/825 rappresenta un significativo passo avanti verso un mercato più trasparente e sostenibile. Proteggendo i consumatori dalle pratiche commerciali ingannevoli e promuovendo la trasparenza, questa normativa aiuta a costruire un futuro in cui le scelte di consumo siano veramente informate e rispettose dell’ambiente. Non solo protegge i consumatori, ma incoraggia anche le aziende a essere più responsabili e trasparenti nelle loro pratiche commerciali.
IPPR, l’Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo, nato per volontà di Unionplast, Plasticseurope Italia e Corepla, ha l’obiettivo di favorire l’incontro tra domanda e offerta nell’ambito delle plastiche da riciclo, sia tra aziende private sia tra aziende e Pubblica Amministrazione.
Energie rinnovabili in Europa nel 2023 hanno coperto il 24% dei consumi di elettricità. Record Svezia con 66,4%, vergogna Italia con 19,5%. I dati di Eurostat.
Renewables account for 24.5% of EU energy use in 2023. In 2023, 24.5% of gross final energy consumption in the EU came from renewable sources, up by 1.4 percentage points compared with 2022. This share is 18 percentage points (pp) short of meeting the 2030 target (42.5%), which would require an annual average increase of 2.6 pp from 2024 to 2030.
Sweden ranked first among EU countries, with two-thirds (66.4%) of its gross final energy consumption coming from renewable sources in 2023. Sweden primarily relied on solid biofuels, hydro and wind. Finland followed with 50.8%, also relying on solid biofuels, wind and hydro, while Denmark came in third with 44.9%, with most of its renewable energy sourced from solid biofuels and wind.
The lowest shares of renewables were recorded in Luxembourg (11.6%), Belgium (14.7%) and Malta (15.1%).
Becoming the world’s first climate-neutral continent by 2050 requires ambitious measures to enable European citizens and businesses to benefit from sustainable green transition.
The use of renewable energy has many potential benefits, including a reduction in greenhouse gas emissions, the diversification of energy supplies and a reduced dependency on fossil fuel markets (in particular, oil and gas). The growth of renewable energy sources may also stimulate employment in the EU, through the creation of jobs in new ‘green’ technologies, which will be one of the cornerstones of the future Clean Industrial Deal.
Renewable energy sources include wind power, solar power (thermal, photovoltaic and concentrated), hydro power, tidal power, geothermal energy, ambient heat captured by heat pumps, biofuels and the renewable part of waste.
Share of renewable energy almost tripled between 2004 and 2023
The EU reached a 24.5% share of its gross final energy consumption from renewable sources in 2023, around 1.5 percentage points (pp) higher than in 2022 and almost 3 times higher than in 2004 (9.6%). EU Directive 2023/2413 on the promotion of the use of energy from renewable sources has revised upwards the EU’s 2030 renewable energy target from 32% to 42.5% (with an aim to increase it to 45%).
Therefore, EU countries need to intensify their efforts to collectively comply with the new EU target for 2030, which requires increasing the share of renewable energy sources in the EU’s gross final energy consumption by almost 20 pp.
Sweden ranked first among EU countries, with two-thirds (66.4%) of its gross final energy consumption coming from renewable sources in 2023. Sweden primarily relied on solid biofuels, hydro and wind. Finland followed with 50.8%, also relying on solid biofuels, wind and hydro, while Denmark came in third with 44.9%, with most of its renewable energy sourced from solid biofuels and wind. The lowest shares of renewables were recorded in Luxembourg (11.6%, Belgium (14.7%) and Malta (15.1%).
Economia circolare – investimenti e risparmi connessi in frenata. Nell’ultimo anno l’economia circolare ha fatto risparmiare alle imprese italiane solo 800 milioni di euro in più rispetto al 2023 (quando l’aumento era stato di 1.200 milioni), portando il risparmio totale a 16,4 miliardi l’anno, ben lontano dai 119 miliardi “teorici” a cui dovremmo aspirare.
Dunque, stiamo sfruttando solo il 14% del potenziale, con un divario ormai difficilmente colmabile da qui al 2030.
A dirlo è il Circular Economy Report 2024, redatto dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano e presentato insieme ai partner della ricerca, che riporta anche un’indagine su oltre 550 imprese italiane: benché il campione sia più ampio e rappresentativo (8 macro settori – arredi, costruzioni, elettronica, impiantistica industriale, tessile, alimentare, autoveicoli, imballaggi – invece di 7), e dunque non permetta raffronti diretti con gli anni precedenti, la situazione sembra in leggero peggioramento.
Le aziende che hanno adottato almeno una pratica di economia circolare, infatti, si fermano al 42% (46% nelle grandi aziende), il 36% è ancora scettico e non ha in piano di farlo neanche in futuro, mentre il 22% ne avrebbe intenzione: se si scende di dimensioni, poi, le percentuali si avvicinano, fino ad arrivare alle PMI dove gli scettici (il 39% e in crescita) superano gli adottatori (37%). Il 31% delle imprese circolari ha sede in Lombardia e la presenza è in genere più massiccia nel Nord Italia.
La strada per dichiararsi completamente circolare, comunque, è ancora lunga: in una scala da 1 a 5, il valore medio di adozione che le aziende si danno è di 2,24 e solo il 3% del campione (in larga parte nel mondo degli imballaggi) si attribuisce il massimo. Cresce, anche se solo del 5%, la taglia media degli investimenti, che restano però concentrati sotto i 50.000 euro (quasi il 50%) e con tempi di ritorno che, per il 41% delle imprese, sono inferiori ai 12 mesi.
“È purtroppo evidente come le pratiche di economia circolare non siano entrate nel core business delle imprese – commenta Vittorio Chiesa, direttore di Energy&Strategy – e si sia invece, prendendo a riferimento la totalità del campione, in una fase ancora esplorativa delle possibili soluzioni. Al contrario, il sistema finanziario sta indirizzando sempre più i capitali verso investimenti che favoriscono questo innovativo modello economico: i green bond emessi dalle principali banche italiane hanno raggiunto quasi 8 miliardi di euro, il 74% in più rispetto all’anno precedente. E sta crescendo anche la consulenza in ambito sostenibilità (+25%)”.
“È successo un po’ come nel risparmio energetico: – spiega Davide Chiaroni, vicedirettore di E&S – finché si trattava di fare interventi semplici e poco dispendiosi, in questo caso recuperare e valorizzare gli scarti, è andato tutto bene, ma adesso che occorre investire nella riorganizzazione dei processi industriali e delle filiere, la questione cambia”. Infatti, tra le pratiche di economia circolare più diffuse spicca ancora il riciclo (60%), seguito dal progettare senza scarti (43%) e dal design orientato a una facile riparazione (48%). Tra le pratiche meno applicate si trovano invece la riparazione (8%), la “servitizzazione” (il passaggio dalla vendita di un prodotto alla fornitura di servizi, 22%) e la riconsegna dei prodotti (28%).
Ma non è tutto nero, ci sono anche numerose storie di successo, produzioni che seguono modelli di business circolari. Noi ne abbiamo isolate 100, concentrate tra Lombardia, Piemonte e Toscana. I settori più rappresentati sono il manifatturiero, l’automotive, il tessile e l’abbigliamento. Per quasi metà si tratta di imprese di piccole dimensioni, ma in un quinto dei casi hanno oltre 250 dipendenti e un fatturato tra 100 milioni e il miliardo, cioè sono tra quelle che costituiscono l’ossatura dei comparti industriali italiani ed è quindi importante che si approccino all’economia circolare. Purtroppo le medie imprese, che sono le più numerose, arrivano appena al 22%. Cosa fanno di speciale queste aziende virtuose? Partono dal riciclo, ma non si fermano lì – come troppo spesso si semplifica parlando di economia circolare – e lo integrano con pratiche di riprogettazione del prodotto, che diventano quindi la vera chiave per abilitare un riciclo di successo”.
Come sta cambiano l’ecosistema dell’economia circolare in Italia?
Non c’è solo il sistema finanziario a rivestire un ruolo fondamentale nella transizione verso un’economia circolare, anche il settore della consulenza in ambito sostenibilità sta registrando un’espansione significativa: a fine anno si prevede che questo mercato raggiunga un valore di 800 milioni di euro, cioè il 13% del totale della consulenza in Italia, con un aumento del 25% rispetto all’anno precedente. Nonostante i progressi, invece, la crescita nei settori degli enti di certificazione, degli studi legali e della formazione appare più lenta e moderata e la loro presenza sul territorio risulta disomogenea: mentre il Nord Italia concentra un numero significativo di queste risorse, il Sud rimane in gran parte privo di un supporto strutturato.
Ad esempio, tra i primi 50 studi legali italiani per fatturato, quelli che offrono servizi dedicati alla sostenibilità e all’economia circolare sono il 54% e si trovano in Lombardia e Lazio, regioni caratterizzate da un ecosistema imprenditoriale attivo e da iniziative orientate all’innovazione sostenibile.
Al contrario, nel Sud Italia questi servizi risultano praticamente assenti. Analogamente gli enti di certificazione svolgono un ruolo fondamentale nel sostenere la transizione verso l’economia circolare, offrendo servizi di verifica conformi a norme come ISO, EMAS ed EASI: gli enti abilitati a certificare in ambiti legati alla circolarità rappresentano solo il 10% del totale e sono quasi completamente assenti al Sud.
“La mancanza di un’integrazione efficace tra i diversi attori, combinata con l’assenza di standard consolidati, rappresenta una sfida cruciale: – commenta Chiaroni – la frammentazione rende difficile per le imprese accedere a un’assistenza coordinata e strutturata, limitando la loro capacità di implementare strategie circolari in modo completo”.
Evoluzione della normativa
Verso un maggior “peso” della circolarità nel reporting di sostenibilità e una maggiore concretezza degli strumenti di misura.
Nel 2024 sono maturate una serie di normative e standard internazionali che rappresentano una spinta decisiva verso la piena integrazione dei principi di sostenibilità nelle attività economiche. Sebbene il panorama italiano evidenzi alcune carenze strutturali, il rafforzamento della rendicontazione e l’allineamento alle pratiche internazionali potranno contribuire a colmare queste lacune, spingendo il mercato verso un futuro più circolare, responsabile e competitivo.
Ad esempio, la Direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) ha introdotto, su mandato della Commissione Europea, standard unici per la rendicontazione di sostenibilità, gli ESRS (European Sustainability Reporting Standards).
Parallelamente, la tassonomia dell’UE, un sistema di classificazione per identificare attività economiche sostenibili, si è integrata con i nuovi criteri tecnici di valutazione entrati in vigore a gennaio 2024, che includono esplicitamente la transizione verso un’economia circolare.
Nel contesto internazionale, l’ISO ha pubblicato una serie di nuovi standard che forniscono un linguaggio comune e una guida dettagliata per l’attuazione dei principi di economia circolare. A livello nazionale, l’aggiornamento della normativa tecnica UNI/TS 11820:2024 rappresenta un ulteriore passo in avanti, consentendo di valutare il livello di circolarità di un’organizzazione attraverso indicatori chiave che generano un punteggio finale compreso tra 0% e 100%.
Tre le modalità di valutazione: autovalutazione, valutazione da parte dei clienti e verifica indipendente da parte di enti accreditati.
Allargando lo sguardo, vi sono anche altre normative che nel 2024 hanno dato ulteriore stimolo all’adozione dell’economia circolare, come quelle sull’ecodesign, sul diritto alla riparazione e sulla responsabilità estesa del produttore, che stanno ridefinendo le filiere produttive e promuovendo pratiche sostenibili lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti. Né va dimenticata la regolamentazione delle materie prime critiche: iniziative come il Critical Raw Materials Act dell’UE e il Decreto Materie Prime Critiche italiano (del giugno 2024) cercano di rafforzare la trasparenza e la sostenibilità delle filiere, favorendo l’autonomia europea nell’approvvigionamento e nell’utilizzo di materiali strategici.
Le cento storie di successo dell’economia circolare
Uno degli obiettivi del Circular Economy Report 2024 è stata la raccolta e la sistematizzazione delle principali storie di successo dell’economia circolare nel nostro Paese, a partire da database esistenti ma anche monitorando le notizie di stampa.
Sono state considerate solo le imprese che forniscono già al mercato prodotti secondo modelli di business circolari, indipendentemente dalla loro dimensione.
Ne è emerso uno spaccato estremamente interessante di come la circular economy sia declinata in Italia.
Dal punto di vista geografico, c’è una chiara prevalenza del Nord Italia, con in testa Lombardia (32% delle aziende esaminate), Piemonte (15%) e Toscana (12%). l settori più rappresentati sono il manifatturiero e l’automotive (26% del totale), che abbracciano una vasta gamma di strategie circolari, poi il tessile e abbigliamento (24%), la chimica e farmaceutica (17%). Fanalini di cosa il food & beverage (7%) e l’elettronica di consumo (6%), nonostante iniziative interessanti legate all’estensione della vita dei prodotti.
La maggior parte di queste imprese (44%) è di piccole dimensioni (il 14% addirittura micro), con meno di 50 dipendenti e 10 milioni di euro di fatturato. Tuttavia, un caso su 5 (19%) riguarda imprese con oltre 250 dipendenti e un fatturato compreso tra i 100 milioni e il miliardo di euro, cioè quelle che costituiscono spesso l’ossatura dei comparti industriali italiani ed è quindi importante che si approccino all’economia circolare.
Tra le grandissime aziende, invece, è difficile trovare storie di successo, perché i prodotti circolari, laddove presenti, spesso sono ancora a livello di test o sono destinati specifiche nicchie di mercato.
In termini relativi, colpisce la scarsa presenza (22%) di medie imprese, quelle tra 50 e 250 dipendenti e qualche centinaia di milioni di euro di fatturato, che rappresentano la parte preponderante del nostro tessuto industriale.
La maggioranza delle storie di successo (59%) riguarda imprese fondate prima del 2000 e nel 18% dei casi l’adozione dell’economia circolare è vecchia di quasi 20 anni: si tratta quindi, in qualche modo, di pionieri. Vi sono però anche aziende giovani costituite tra 2015 ed il 2020, quindi nel periodo pre-covid, che sono proprio nate con l’intento di operare secondo i principi dell’economia circolare: questo cluster riflette l’emergere di una nuova generazione imprenditoriale orientata alla sostenibilità e capace di rispondere alle sfide ambientali con modelli di business innovativi. Il 35% dei casi si colloca nell’ultimo quinquennio (2020-2024) e rappresenta un’accelerazione che dà un segnale positivo.
Qual è il segreto del successo di queste imprese virtuose?
Non certo il ricorso ai finanziamenti pubblici (che ha interessato solo il 27% del campione e che, peraltro, non sono consistenti), ma l’adozione di soluzioni circolari allo stesso tempo sostenibili ed economicamente pronte per il mercato. In 76 casi su 100, si è partiti dal riciclo per integrarlo con pratiche di riprogettazione del prodotto, che diventano la vera chiave per abilitare un riciclo di successo. Altrettanto utilizzate sono le pratiche di riuso (34 casi), conversione (23) e riparazione (22), ad indicare come i cicli dell’economia circolare siano la strada per immaginare nuovi modelli di business.
Riqualificazione tetti di industria packaging farmaceutico: rimozione dell’ondulato esistente in fibrocemento e rifacimento di nuova sottostruttura, rinnovo della coibentazione termica e posa della nuova copertura in Aluzinc.
Convenzione tra CNCE e Banca d’Italia. Con il contributo delle Casse Edili/Edilcasse un’analisi del mercato delle costruzioni sempre più puntuale e precisa.
La Commissione Nazionale Paritetica per le Casse Edili (CNCE) e la Banca d’Italia hanno firmato un’importante convenzione che rafforza la collaborazione per il monitoraggio e l’analisi del settore delle costruzioni in Italia. L’accordo consentirà di valorizzare i dati a disposizione del sistema delle Casse, che rappresentano una importante risorsa a garanzia di una base informativa qualificata e tempestiva per l’analisi economica territoriale condotta dalla Banca d’Italia.
Un supporto fondamentale all’analisi economica territoriale
I dati a disposizione dalle Casse costituiranno un supporto determinante per le pubblicazioni annuali della collana “Economie regionali” redatta dalla Banca d’Italia, mirando a facilitare un approfondimento puntuale delle dinamiche economiche del settore delle costruzioni nelle varie regioni italiane.
Tempi e modalità di accesso ai dati
Grazie a questo accordo, la Banca d’Italia potrà così fruire delle informazioni disponibili su base mensile, trimestrale o annuale, a seconda delle esigenze e della disponibilità, con un livello di dettaglio regionale.
Ciò contribuirà in modo significativo a restituire un quadro aggiornato e affidabile del settore, facilitando la programmazione delle analisi entro i tempi previsti per le pubblicazioni annuali.
“Con la nuova Convenzione – sottolinea il Presidente della CNCE Dario Firsech – si consolida la collaborazione tra il sistema delle Casse Edili/Edilcasse, coordinato dalla CNCE, e le nostre Istituzioni e ciò rappresenta per noi un importante passaggio. La Convenzione con Banca d’Italia permetterà inoltre di dare un importante contributo per l’analisi e per la definizione di migliori e più adeguate politiche economiche per il nostro Settore”.
“Grazie all’accordo – prosegue il Vicepresidente CNCE Francesco Sannino – i flussi informativi saranno semplificati e garantiti per l’intero territorio nazionale, consentendo un’analisi dell’andamento del mercato delle costruzioni aderente alla realtà. Con la Convenzione proseguiamo nel solco avviato da CNCE con la giornata nazionale CNCE dedicata alla valorizzazione del dato, a vantaggio del sistema dell’edilizia e del Paese.”
Toyota Hydrogen Factory in Europa. Toyota Motor Europe (TME) darà vita a un’operazione commerciale locale, la Hydrogen Factory Europe. Questa assicurerà un approccio coordinato alla commercializzazione della tecnologia e dei sistemi a idrogeno, che spazierà dallo sviluppo alla produzione, fino alla vendita e al post-vendita.
La Hydrogen Factory sarà responsabile della produzione di un numero crescente di sistemi a celle a combustibile e del supporto di un gruppo sempre più ampio di collaborazioni commerciali, in linea con la strategia dell’azienda di raggiungere la neutralità carbonica in Europa entro il 2040, dieci anni prima dell’obiettivo globale di Toyota.
Secondo le previsioni di Toyota, l’Europa sarà uno dei principali mercati mondiali di celle a combustibile di idrogeno entro il 2030, con un’accelerazione costante di diverse applicazioni per la mobilità e la generazione di energia. I crescenti investimenti e le misure normative stanno stimolando lo sviluppo e la crescita del mercato. Tali misure includono un investimento di 45 miliardi di euro da parte del Green Deal della Commissione europea entro il 2027 e il fondo per le infrastrutture di trasporto dell’UE, che ha stanziato 284 milioni di euro, pari a circa un terzo del proprio budget, per l’installazione di stazioni di rifornimento di idrogeno.
La recente conferma della direttiva sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili (REDIII) richiede che il 42% dell’idrogeno usato dall’industria in Europa provenga da fonti sostenibili entro il 2030. Unitamente ai piani per la costruzione di stazioni di rifornimento di idrogeno a intervalli minimi di 200 km lungo i corridoi TEN-T (Trans-European Transport Network) della regione, l’Europa si sta posizionando al centro della tecnologia dell’idrogeno.
Thiebault Paquet, vicepresidente di TME e responsabile del settore celle a combustibile, ha dichiarato: «L’Europa sta dimostrando fiducia a lungo termine nell’idrogeno, e anche noi. Continueremo a sviluppare automobili e altri veicoli commerciali leggeri a celle a combustibile, mentre abbiamo ampliato gli orizzonti verso il trasporto pesante per supportare l’espansione di infrastrutture a idrogeno concretamente realizzabili. Puntiamo a sviluppare ulteriormente e a imparare attraverso i test nella nostra rete e con i partner che condividono il nostro approccio.»
Una gamma crescente di applicazioni di mobilità
Nel 2015 Toyota ha presentato la Mirai, la prima berlina a celle a combustibile di idrogeno prodotta in serie. La successiva generazione di Mirai, lanciata nel 2020, presentava la tecnologia a celle a combustibile di seconda generazione, quest’ultima introdotta nella nuova Toyota Crown in Giappone all’inizio di quest’anno, a conferma dell’impegno dell’azienda nei confronti dei veicoli passeggeri alimentati a idrogeno.
Le auto elettriche a celle a combustibile offrono il vantaggio di una grande autonomia e di un rifornimento rapido e, partendo da questa premessa, Toyota sta ampliando ulteriormente la sua esplorazione verso i veicoli commerciali leggeri FCEV.
All’inizio di quest’anno è stato presentato il primo prototipo di pick-up Hilux FCEV alimentato a idrogeno. Prodotto nel Regno Unito da un consorzio guidato da Toyota, il prototipo dimostra come le celle a combustibile possano essere integrate in un pick-up. Grazie al peso ridotto dell’idrogeno, è possibile ottenere maggiori capacità di carico e di traino con i veicoli commerciali leggeri FCEV, rispetto ad altre alternative a zero emissioni.
Da alcuni anni Toyota integra la propria tecnologia a celle a combustibile anche nel trasporto pesante e in diverse applicazioni, e recentemente è entrata nel mercato strategico degli autocarri in Europa, con mezzi alimentati a idrogeno dal produttore francese Hyliko e dall’olandese VDL Groep. Toyota utilizzerà autocarri VDL alimentati a idrogeno per decarbonizzare le proprie operazioni logistiche. L’azienda sta inoltre espandendo la propria partnership con Corvus in Norvegia per future applicazioni marine, come navi e imbarcazioni. Inoltre, la società francese di mobilità pulita GCK utilizzerà i moduli di celle a combustibile Toyota per convertire i pullman diesel in veicoli a idrogeno a emissioni zero.
La prossima generazione
Forte della sua vasta esperienza, Toyota sta sviluppando la tecnologia a celle a combustibile a idrogeno di prossima generazione che dovrebbe fornire prestazioni leader del mercato attraverso cicli di vita più lunghi e costi ridotti. La nuova tecnologia a celle a combustibile, la cui vendita è prevista per il 2026, fornirà una densità di carica più elevata. Si prevede che il nuovo sistema a celle a combustibile aumenterà del 20% l’autonomia, mentre i progressi tecnici e l’aumento dei volumi di produzione contribuiranno a ridurre i costi di oltre un terzo. Ulteriori ricerche stanno anche analizzando il potenziale delle pile a celle a combustibile scalabili con diverse potenze e la progettazione di serbatoi di carburante con forme complesse, compatibili con veicoli di diverse dimensioni.
Come limitare i prezzi nel caro-energia. Analisi approfondita durante la Conferenza organizzata da Coordinamento FREE ed Ecofuturo.
«Siamo nuovamente in una fase di prezzi del gas e dell’energia elettrica di forte rialzo e ci sembra che non si stia riservando la giusta attenzione al problema. Negli anni scorsi e in particolare a partire dalla crisi del 2022, gli alti prezzi raggiunti da gas e dall’energia elettrica sono stati un elemento di innesco dei forti rialzi dell’inflazione nonché una delle cause (certamente non la sola) della perdita di competitività delle imprese italiane ed europee e serie difficoltà economiche per molti cittadini. Riteniamo utile e urgente che il problema energetico nazionale salga in cima alla lista delle priorità dell’azione politica», ha affermato il presidente del Coordinamento FREE, Attilio Piattelli.
In quest’ottica, il Coordinamento FREE vuole dare il suo contributo e il suo punto di vista sulle cause del problema e sulle possibili soluzioni.
Situazione europea
Per ben inquadrare la situazione europea, in corsivo di seguito si riportano alcuni estratti del Rapporto Draghi.
“L’Europa deve ridurre i prezzi elevati dell’energia continuando a decarbonizzare e a passare a un’economia circolare. Il panorama energetico è cambiato in modo irreversibile con l’invasione russa dell’Ucraina e la conseguente perdita di gas naturale dai gasdotti. Sebbene i prezzi dell’energia siano notevolmente diminuiti rispetto ai loro picchi avuti nel 2022, le imprese dell’UE devono ancora far fronte a prezzi dell’elettricità 2-3 volte superiori a quelli degli Stati Uniti e a prezzi del gas naturale 4-5 volte più alti.”
“La decarbonizzazione deve essere vista come un’opportunità per l’Europa, sia per assumere un ruolo di guida nelle nuove tecnologie pulite e nelle soluzioni per l’economia circolare, sia per spostare la produzione di energia verso fonti energetiche pulite sicure e a basso costo, di cui l’UE ha una generosa dotazione naturale.
Purtroppo, anche se l’Europa riduce la sua dipendenza dal gas naturale e aumenta gli investimenti nella generazione di energia pulita, le sue regole di mercato nel settore dell’energia non disaccoppiano completamente il prezzo dell’energia rinnovabile e nucleare dai prezzi più alti e più volatili dei combustibili fossili, impedendo agli utenti finali di cogliere appieno i benefici dell’energia pulita nelle loro bollette. Nel 2022, al culmine della crisi energetica, il 63% delle volte il gas naturale ha fissato il prezzo, nonostante rappresentasse solo il 20% del mix elettrico dell’UE.
Ora l’Europa non ha produzione propria di gas, se non per quantità modeste, e quindi è costretta ad importarlo dall’estero. Ciò determina variabilità dei prezzi in funzione delle situazioni del mercato internazionale e delle condizioni geopolitiche e quindi impossibilità di previsione dei prezzi a medio e lungo termine. Fluttuazione dei prezzi del gas che, come visto in occasione della crisi ucraina del 2022, possono essere anche rilevantissime, con gravi conseguenze sull’incremento e sulla stabilità dei prezzi dell’energia elettrica», prosegue Piattelli.
A tal proposito, confrontando le relazioni annuali di ARERA si scopre che per le importazioni di gas naturale nel 2019 in Italia si sono spesi in totale 12,4 miliardi € mentre nel 2022 questa spesa è salita a 85,4 miliardi €, con una variazione di +73 miliardi €.
A conferma della elevata instabilità dei prezzi, di seguito si riporta un confronto dei prezzi medi annuali dell’energia elettrica in Italia dal 2019 ad oggi proprio per evidenziare la fortissima volatilità dei prezzi:
– 2019 – PUN medio 52 €/MWh
– 2020 – PUN medio 39 €/MWh
– 2021 – PUN medio 125 €/MWh
– 2022 – PUN medio 304 €/MWh
– 2023 – PUN medio 127 €/MWh
– 2024 – PUN medio 103 €/MWh (gennaio – ottobre 2024)
In questo quadro, già di per sé problematico, duole constatare che l’Italia è il Paese europeo con la maggiore dipendenza dal gas nel mix di generazione elettrica (superiore al 40%) mentre è evidente che più il mix di generazione elettrica è meno dipendente dal gas e minori sono le situazioni per le quali è il gas (usato nei cicli combinati) a dettare il valore di riferimento del prezzo marginale. Nei casi in cui è il gas che influenza frequentemente il prezzo marginale, come anche evidenziato dal rapporto Draghi, si assiste ad una situazione nella quale il prezzo dell’energia elettrica è notevolmente influenzato dalle fluttuazioni del prezzo del gas.
Oggi, a livello europeo, il gas ha una minore influenza sui prezzi medi espressi dal mercato in quei paesi dove la dipendenza dal gas è inferiore rispetto a quella italiana. In aggiunta, non sono rare le situazioni in cui, per effetto di abbondanza di produzione da eolico e/o da fotovoltaico, in molti Paesi europei si assiste a situazioni di prezzi orari molto bassi e persino tendenti a zero, a dimostrazione che la penetrazione delle rinnovabili determina un abbassamento medio del prezzo dell’energia elettrica.
A riprova dell’effetto delle rinnovabili sul prezzo dell’EE, da un monitoraggio effettuato sui prezzi zonali italiani nel periodo primavera-estate di quest’anno, da maggio a settembre ci sono stati 5 mesi in cui mediamente si è avuto oltre il 50% di contributo da FER e ci sono state 116 ore a prezzo zero e 990 ore con prezzi zonali inferiori a 65 €/MWh (come esempio si veda la figura di seguito che riporta il prezzo orario in Sardegna del 13 settembre 2024).
Se ne desume che le strategie di stabilizzazione e riduzione dei prezzi dell’energia elettrica devono puntare alla drastica riduzione della dipendenza dal gas nel mix energetico.
Situazione Italia
Come illustrato in precedenza, il fattore che maggiormente determina in Italia prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica più elevati di quelli nei paesi europei con cui ci confrontiamo (in primis Francia, Germania e Spagna) è il costo marginale dei cicli combinati (alimentati dal gas naturale) superiore a quello delle centrali nucleari (Francia) o a quello di Spagna e Germania che hanno raggiunto un livello di rinnovabili maggiore del 60% nel mix energetico.
Un divario nel peso delle rinnovabili rispetto a Spagna e Germania che è molto consistente, visto che i dati forniti da Terna dicano che nei primi sei mesi del 2024 la richiesta di energia elettrica in Italia è stata coperta dalle fonti rinnovabili solo per il 43,8%. Quasi il 20% in meno rispetto a Spagna e Germania.
Un differenziale in grado di modificare i prezzi dell’energia, infatti, come conferma un recente rapporto del Banco de España (“The impact of renewable energies on wholesale electricity prices”), la penetrazione delle rinnovabili in Spagna ha raggiunto un livello tale da determinare prezzi sul Mercato del Giorno Prima per un numero di ore sufficiente a ridurre per più del 40% quello sul mercato all’ingrosso rispetto al valore che avrebbe raggiunto se la generazione eolica e solare fosse stata la stessa del 2019.
A riprova di ciò, se si confrontano i prezzi medi spagnoli e quelli italiani dell’ultimo anno si può evincere che quelli spagnoli sono stati di circa il 40% più bassi.
Anche in Germania, dove, nel primo semestre del 2024, la quota di energia rinnovabile ha coperto il 61,5% della produzione elettrica, si assiste negli ultimi anni mediamente a prezzi dell’EE di almeno il 30% più bassi di quelli italiani.
«È evidente quindi che la migliore strategia di abbassamento dei prezzi dell’energia elettrica per l’Italia dovrebbe essere quella di accelerare sulla transizione energetica e raggiungere il prima possibile un elevato livello di penetrazione delle rinnovabili. A queste considerazioni si può aggiungere che il MASE ha pubblicato il Decreto che introduce i nuovi prezzi elettrici zonali al posto del PUN da gennaio 2025, come previsto dall’art. 13 del decreto legislativo 210/21 poi modificato dal dl Energia 181/23 (art. 19). Si tratta di una norma che progressivamente comporterà maggiori vantaggi per le Regioni e Aree di Mercato che prima delle altre avranno raggiunto un elevato livello di rinnovabili», conclude Attilio Piattelli.