Slow Food Italia premia le Donne che salvano la terra. Dieci donne, altrettante storie: dalla cucina alla scuola, dall’apicoltura alla panificazione, si può aver cura del nostro pianeta in molti modi.
Sono dieci e si prendono cura del pianeta
Lo fanno in modi diversi, ma tutti legati a doppio filo con il cibo e con ciò che questo porta con sé: sono le Donne che salvano la terra, dal nome dell’iniziativa con cui Slow Food Italia ha voluto dare valore e voce a chi, spesso nell’ombra, lavora per custodire la terra, produrre cibo buono, pulito e giusto e – in un certo senso – cambiare il futuro. Da un lato, perché lavorano consapevoli che ciò che saremo domani (e le risorse che avremo a disposizione in futuro) dipendono da quello che facciamo oggi. Dall’altro, perché possono essere fonte di ispirazione per le ragazze e i ragazzi che stanno compiendo il loro percorso di formazione scolastico e personale. Proprio per questo motivo, la cerimonia di premiazione si è svolta questa mattina – in occasione della Giornata della Terra – al Liceo Classico e Linguistico “Gioberti” di Torino, istituto che ha dato vita alla prima comunità Slow Food di studenti e insegnanti.
Le protagoniste sono dieci donne piemontesi, provenienti da tutte le province: dieci storie che Slow Food Italia riesce a raccontare grazie al lavoro della sua rete, che le ha scovate e segnalate, e al patrocinio e al contributo della Regione Piemonte.
«Il mondo del cibo racchiude in sé uno dei preconcetti che maggiormente hanno contribuito a identificare la donna con la casa e con le mansioni domestiche: non una scelta, ma come obbligo indiscutibile» sostiene Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia. «Lo stesso è valso per la cura dell’orto e del giardino, della cucina e della dispensa. Ma il cibo – coltivato, trasformato, venduto, narrato – può essere anche strumento di emancipazione. Autodeterminarsi può significare allontanarsi o reinterpretare i ruoli che la storia e la cultura hanno cucito addosso alle donne, esercitando il diritto imprescindibile di esprimere attitudini, competenze, capacità, desideri, ambizioni».
Le donne che salvano la terra attraverso il cibo, prosegue Nappini, «sono figure eroiche e concrete che scelgono strade poco battute, nelle quali intravedono la possibilità di scrivere una narrazione diversa, di rigenerazione. È così che il cibo si fa palcoscenico di dieci-cento-mille storie di emancipazione femminile. Occuparsi di cibo diventa un progetto culturale, la scelta consapevole di assumere il ruolo attivo di artefici di senso piuttosto che quello passivo di consumatrici». Il loro è un «modello di relazione con l’altro e col vivente tutto diverso da quello vigente, basato su antagonismo e prevaricazione, perché imperniato sull’ascolto e sull’empatia, sulla comprensione e sull’accoglienza. Integrare le attività umane con l’ambiente che ci ospita è la naturale alternativa per chi non ha privilegi da preservare e abbraccia la sperimentazione, mettendo a valore resilienza, sensibilità e potenza. Sono storie concrete e poetiche – conclude Nappini – capaci di ispirare e disegnare un futuro migliore per se stesse e per le generazioni a venire».
Le dieci donne premiate sono state selezionate da un’apposita commissione tra le oltre trecento segnalazioni arrivate nei mesi scorsi dalla rete di Slow Food in Piemonte, composta non soltanto da soci e simpatizzanti, ma anche da gastronomi, attivisti ambientali e operatori della società civile, giornalisti e blogger. Le loro storie rappresentano qualcosa in più delle semplici vicende personali e professionali delle protagoniste: sono una testimonianza e la dimostrazione che esiste un modo diverso di stare al mondo, alimentato dalla cura, nutrito e ispirato dal cibo buono, pulito e giusto, vissuto attraverso la gioia di condividere e di costruire un futuro migliore per tutti.
Per raccontarle, Slow Food Italia ha realizzato una serie di materiali pubblicati sui propri canali: un libretto pensato come strumento di orientamento al lavoro per le scuole di secondo grado della regione e interviste da leggere sul sito slowfood.it; dieci video pubblicati su YouTube; un book fotografico per ciascuna e una collana di podcast con la quale l’associazione della chiocciola inaugura il suo canale. Anche le musiche originali dei podcast sono realizzate da un gruppo di donne piemontesi: fanno parte dell’Orchestra di Terra Madre e, attraverso un linguaggio diverso e gli strumenti classici e della tradizione, trasformano in musica il lavoro delle donne che salvano la terra.
Le dieci premiate sono:
– Irene Calamante, fornaia e panettiera, Cabella Ligure (Alessandria)
– Alice Cerutti, agricoltrice, Crova (Vercelli)
– Bruna Ferro, vignaiola, San Marzano Oliveto (Asti)
– Elisa Mosca, pastora e casara, Sordevolo (Biella)
– Ariele Muzzarelli, apicoltrice e formatrice, Torino
– Paola Naggi, cuoca, Sizzano (Novara)
– Maria Cristina Pasquali, Verbania (Verbano-Cusio-Ossola)
– Elena Rodigari, pastora e allevatrice, Traversella (Torino)
– Rita Tieppo, insegnante, Moncalieri (Torino)
– Miranda Tomatis, castanicoltrice, Torre Mondovì (Cuneo)
Ridurre emissioni CO2 in supply chain: Manhattan Associates propone una guida in 6 step. Secondo uno studio di Accenture del 2023, le supply chain sono responsabili della generazione di circa il 60% di tutte le emissioni di CO2 a livello globale. Se si vuole raggiungere l’obiettivo “net zero” e mantenere le temperature globali entro i limiti stabiliti dall’Accordo di Parigi, la decarbonizzazione delle supply chain è indispensabile per affrontare il cambiamento climatico.
Spesso, però, le organizzazioni mettono in atto il cosiddetto “greenlighting”, una tattica di comunicazione che mette in risalto un programma o un prodotto relativamente piccolo per distogliere l’attenzione da attività o prodotti aziendali meno virtuosi dal punto di vista ambientale. È necessaria, quindi, una visione più ampia e completa dell’intera supply chain se le organizzazioni vogliono evitare il greenwashing e ottenere risultati significativi, sostenibili e a lungo termine.
Ecco, secondo Manhattan Associates, 6 pratici accorgimenti che le organizzazioni possono adottare per ridurre l’impatto della loro supply chain sull’ambiente:
1. Network design
I migliori guadagni in termini di sostenibilità possono essere ottenuti grazie a una riprogettazione dell’intera rete della supply chain, e non di una sezione specifica alla volta. Ad esempio, le decisioni sull’ubicazione dei magazzini non dovrebbero essere guidate solo dalla possibilità di accesso per i clienti, ma anche per i fornitori.
Sebbene la riprogettazione della rete richieda il coinvolgimento di tutta l’azienda, dal procurement ai team di operatori del punto vendita, fino alla gestione delle consegne, se realizzata in modo efficace e strategico, può costituire la base per significativi guadagni ambientali lungo l’intera supply chain.
2. Un modello tattico evolvente
Poche aziende possono permettersi di delocalizzare o riprogettare regolarmente le proprie reti. Questo non dovrebbe impedire loro di effettuare valutazioni regolari utilizzando tecniche di ottimizzazione, simulazioni e analisi di scenario per migliorare la sostenibilità e ridurre i costi, man mano che le reti della supply chain (e le tecnologie a loro disposizione) continuano a evolversi.
I motori di ottimizzazione forniscono soluzioni immediate a determinati problemi in base a vincoli e termini oggettivi, mentre i meccanismi di simulazione possono valutare i costi e l’impatto commerciale dei cambiamenti delle policy, spingendo la domanda attraverso la rete in un determinato modo. Infine, l’analisi di scenario consente di valutare più combinazioni di policy in parallelo, utilizzando grafici e visualizzazioni.
La misurazione, il benchmarking e, soprattutto, la flessibilità del business sono elementi chiave per mantenere un approccio sostenibile per la supply chain di qualsiasi organizzazione.
3. Procurement strategico
L’acquisto dei sistemi di trasporto è molto spesso rigido e basato sulle sue diverse tipologie. La svolta potrebbero essere i servizi intermodali: ad esempio, il trasporto su lunghe distanze stradali potrebbe essere meglio gestito, in base ai vincoli di tempo, optando per un’opzione intermodale come strada-ferrovia-strada, oppure, se il tempo non è una priorità per alcuni articoli, scegliere una diversa combinazione di opzioni potrebbe rivelarsi più conveniente dal punto di vista ambientale – qualora, ovviamente, siano a disposizione.
4. Planning
L’efficacia della pianificazione ottimizzata per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità dipende dall’effettivo punto di partenza. Ad esempio, la massimizzazione dell’utilizzo del rimorchio è una misura chiave per sostenere il divenire green di un’organizzazione, ma un utilizzo quasi totale della potenzialità significa che è stata raggiunta la soluzione più sostenibile?
Per una singola consegna a pieno carico, la capacità del rimorchio sarà utilizzata nel viaggio di ritorno e l’organizzazione sta considerando i ritorni, i backhaul (dai fornitori) per ridurre i chilometri “a vuoto”? Oppure, in termini di consegne multidrop, la sequenza è ottimale o i camion percorrono troppi chilometri “a vuoto”, non a pieno carico?
I vantaggi del planning e l’utilizzo dell’infrastruttura sono direttamente collegati alla progettazione della rete e alle decisioni tattiche che consentono di ottenere il mix ottimale tra tipi di attrezzature, percorsi statici, dinamici e ibridi, orari di consegna dei punti vendita e frequenza degli ordini, ecc. Un’organizzazione può davvero raggiungere una valutazione oggettiva e data-based del percorso più sostenibile attraverso l’intera rete, fino alla destinazione finale, qualunque essa sia.
5. Selezione del vettore
La scelta di un vettore sostenibile è simile alla sostituzione dei veicoli alimentati a combustibili fossili con veicoli più efficienti o alternative più ecologiche. La sostenibilità può essere integrata come fattore di performance, come la puntualità delle consegne, in modo da fornire un confronto equo tra i vettori. Attualmente le misurazioni si basano su stime o calcoli complessi, ma le misure basate sulle prestazioni stanno già iniziando a svolgere un ruolo sempre più importante nella selezione dei vettori come criterio per scegliere “l’opzione più sostenibile”.
6. Esecuzione
Un’esecuzione sostenibile significa essere in grado di rispondere ai cambiamenti durante e persino dopo la spedizione. Tempi di consegna realistici basati sulle informazioni effettive sul traffico limiteranno chilometri non necessari (evitando la necessità di un secondo tentativo di consegna). Mentre offerte come il self-service digitale mirano a ridurre i resi nell’e-commerce, in quanto i consumatori hanno maggiore autonomia e possibilità di modificare e aggiustare gli ordini fino al momento in cui la consegna lascia il punto di fulfilment, indipendentemente dal fatto che si tratti di un magazzino, di un dark-store o di un negozio fisico.
Un core digitale alimentato da una piattaforma IT cloud-native, che utilizza una serie di dati prontamente disponibili e capacità di intelligenza artificiale, come quella di Manhattan Associates, è la chiave per costruire una supply chain resiliente e consentire alle aziende di integrare la sostenibilità all’interno delle loro supply chain.
Quindi, ciò significa che le tecnologie che lavorano in parallelo e in modo flessibile saranno in grado di fornire una pianificazione più accurata, una previsione degli scenari, una sperimentazione dei prodotti, una simulazione dei processi produttivi, un’ottimizzazione dei trasporti e una maggiore trasparenza nei confronti dei clienti. Tutti fattori centrali per le organizzazioni che intendono impegnarsi a lungo termine per ridurre l’impatto ambientale e le emissioni di anidride carbonica delle loro supply chain.
Comunicazione e pericolo greenwashing: il panorama aziendale e lo scenario normativo italiano ed europeo. La sostenibilità emerge come una delle questioni più complesse e urgenti dell’intera politica globale.
Dall’Agenda 2030 ai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, le organizzazioni internazionali stanno chiamando gli Stati, i governi e i cittadini a contribuire alla causa ambientale e sociale. Sono i consumatori stessi a inserire la sostenibilità tra le prime priorità. Un’indagine condotta nel 2022 dall’Institute for Business Value su un campione di 16.349 consumatori in 10 paesi ha rilevato come per loro l’importanza della sostenibilità ambientale sia cresciuta significativamente solo a distanza di un anno e il 49% degli intervistati ha riconosciuto di aver pagato un sovrapprezzo per prodotti sostenibili. In questo contesto, le aziende svolgono un ruolo cruciale nella transizione versa una società più sostenibile.
L’IBM, Institute for Business Value, rileva come la maggior parte delle aziende riconosca la sostenibilità come vettore strategico in grado di apportare migliori risultati in termini economici. Secondo lo studio annuale Seize the Change di EY le aziende italiane, sia le piccole sia le medie imprese, sono impegnate concretamente nell’integrazione della sostenibilità all’interno del proprio modello di business. Tuttavia, la velocità variabile sui singoli temi e la disomogeneità tra i settori dimostrano come questo processo non sia estendibile uniformemente a tutti. Dai dati del rapporto, calibrato su una survey di 350 imprese, emerge come l’80% delle aziende quotate abbia sviluppato un piano di sostenibilità (+32% rispetto al 2020) e il 30% abbia definito target quantitativi. Inoltre, il 47% delle aziende intervistate ha definito degli obiettivi e azioni di cambiamento climatico incrementando l’uso di energie rinnovabili. Quasi otto aziende su dieci ha definito un processo di identificazione e gestione delle priorità-rischi legati ai cambiamenti climatici. Il trend positivo delle aziende italiane in materia di sostenibilità viene ribadito anche dall’analisi delle performance economico-finanziarie. Esiste, infatti, una potenziale relazione tra gli investimenti reali sulla sostenibilità nel breve periodo e l’eventuale crescita nel lungo. Da notare come, nonostante i buoni propositi, diversi dirigenti riscontrino difficoltà nel finanziare gli investimenti a causa della spirale inflazionistica. Una politica che voglia essere efficace rispetto alla sostenibilità non può quindi prescindere da un riassetto del sistema degli investimenti.
A livello europeo l’Unione ha formulato ambiziose politiche e obiettivi per promuovere la sostenibilità aziendale attraverso il Green Deal e altre iniziative. Difatti, l’adozione di indicatori ESG (Ambientali, Sociali e di Governance) è ormai prassi ordinaria nelle valutazioni delle aziende, evidenziando l’importanza attribuita ai criteri non finanziari. Nel dettaglio, il riferimento è alla Direttiva UE 2022/2464 relativa alla rendicontazione societaria di sostenibilità. Questa direttiva, pur apportando modifiche sostanziali alle direttive 2004/109/CE, 2006/43/CE e 2013/34/UE, avrà un impatto significativo sulle pratiche aziendali in Europa. Nei prossimi anni le imprese europee (o quelle non appartenenti all’UE che generano ricavi superiori a 150 milioni di euro e hanno una presenza tramite succursale nell’UE) saranno tenute a divulgare informazioni dettagliate riguardanti gli effetti del loro modello aziendale sulla sostenibilità, sia a livello esterno (ad esempio, impatti sul clima e diritti umani) sia interno.
In che modo le aziende costruiscono una strategia di marketing improntata alla sostenibilità?
Da un lato c’è il cosiddetto green marketing. Il marketing ecologico si riferisce a una strategia volta a sensibilizzare i consumatori rispetto a prodotti disegnati e realizzati con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale. Questa strategia, che consolida la reputazione e l’immagine del brand, è ben diversa dal greenwashing. Difatti, il cosiddetto “ambientalismo di facciata” consiste nel proclamare un grande sforzo eco-friendly senza tuttavia avviare un effettivo e concreto cambiamento nel senso della sostenibilità. Il greenwashing presenta quindi un duplice effetto: da un lato allargare il proprio segmento di consumatori per attirare quelli più sensibili alla sostenibilità; dall’altro deviare l’attenzione dell’opinione pubblica da eventuali difetti del prodotto o dai danni ambientali derivanti dalle attività produttive aziendali.
Un rapporto redatto dalla Commissione Europea nel 2021 quantifica la diffusione del fenomeno: il 42% dei siti web aziendali che affermano di promuovere prodotti ecologici presenta green claim ingannevoli o pratiche commerciali scorrette. Per evitare queste distorsioni il Parlamento Europeo sta esaminando una proposta di Direttiva della Commissione volta a modificare le direttive 2005/29/CE e 2011/83/UE. La modifica, che disciplina unicamente i claim espliciti, mira a potenziare la responsabilità dei consumatori per la transizione verde, migliorando la tutela contro le pratiche sleali e fornendo informazioni affidabili, complete e confrontabili sulle pratiche commerciali scorrette. Inoltre, essa si concentra esclusivamente sulle questioni legate alla sostenibilità ambientale, escludendo aspetti legati alla sostenibilità economica e sociale. Diversi i Paesi impegnati dal punto di vista normativo nella regolazione del fenomeno del greenwashing. L’Italia, dove è significativo l’intervento dell’autorità di vigilanza del mercato e dei tribunali; la Francia con la legge sul clima e la resilienza; la Germania, dove il greenwashing viene disciplinato nella legge contro la concorrenza sleale e nel Codice civile tedesco; infine, il Regno Unito con il Green Claims Code emanato nel 2021 dalla Competition Markets Authority.
In conclusione, la sostenibilità ha cambiato strutturalmente il core business delle aziende. L’adozione di politiche sostenibili rappresenta un driver per aumentare la propria competitività nei mercati di riferimento, creando valore di medio e lungo termine per tutti gli stakeholder, e anche una necessità per rispondere alle sfide sistemiche che la società ha di fronte. La normativa, europea e non, fornisce uno strumento importante per tutelare il consumatore rispetto a prodotti falsamente ecologici e per proteggere le stesse imprese da pratiche concorrenziali sleali.
Autore: Andrea Stecconi, CEO di Execus
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PFAS anche in torrenti e falde toscane. Una nuova indagine di Greenpeace Italia, basata su campionamenti indipendenti effettuati nel gennaio scorso, rivela che la contaminazione da PFAS (composti poli e perfluoroalchilici pericolosi per la salute umana) è largamente diffusa anche in Toscana e interessa numerosi corsi d’acqua inquinati dagli scarichi di diversi distretti industriali.
Se gli impatti dell’industria conciaria, tessile, florovivaistica e del cuoio erano già stati evidenziati dallo studio del 2013 del CNR-IRSA e dai rilievi annuali di ARPAT, le analisi condotte da Greenpeace Italia provano che anche il distretto cartario lucchese contribuisce all’inquinamento da PFAS. Una scoperta che non dovrebbe sorprendere, visto che l’impiego di queste molecole nell’industria della carta è ben noto, ma la questione non era mai stata approfondita dagli enti preposti toscani.
«Il quadro di contaminazione che emerge dalle nostre analisi è tutt’altro che rassicurante. Alcuni casi sono ben documentati da almeno dieci anni, ma la Regione Toscana non ha mai affrontato seriamente il problema: manca infatti un provvedimento sugli scarichi industriali», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. «La Regione deve individuare tutte le fonti inquinanti di PFAS e attivare le ASL per avviare al più presto indagini sulle acque potabili, soprattutto nelle aree in cui si registrano elevati livelli di contaminazione».
Nella quasi totalità dei casi i campionamenti sono stati effettuati nei fiumi, a monte e a valle degli impianti di depurazione industriale: il consorzio Torrente Pescia e Aquapur (distretto carta), i depuratori del distretto conciario (depuratore Aquarno) e del cuoio (depuratore Cuoio-Depur, che scarica nel Rio Malucco), i fiumi Ombrone, Bisenzio e Fosso Calicino (distretto tessile) e il torrente Brana (distretto florovivaistico). Le concentrazioni più elevate sono state rilevate nel Rio Malucco, nel Fosso Calicino, nel fiume Ombrone e nel Rio Frizzone a Porcari a valle del depuratore Aquapur. Nel fiume Ombrone la concentrazione a valle del distretto tessile è risultata circa 20 volte superiore rispetto a monte, mentre nel Rio Frizzone a valle del depuratore la presenza di PFAS era di circa 9 volte rispetto a monte.
Oltre a rilevare alcune delle singole molecole di PFAS più utilizzate, le analisi di laboratorio hanno permesso di effettuare anche una stima della presenza di tutti i PAFS – un gruppo di oltre diecimila molecole differenti – rilevando il totale del fluoro organico adsorbibile (AOF). L’applicazione di questa tecnica analitica ha evidenziato le contaminazioni più preoccupanti a valle di uno dei depuratori del distretto tessile a Prato, quello di Calice (4.800 nanogrammi/litro), seguito dal canale Usciana a valle del depuratore Aquarno (4.500 nanogrammi/litro) e nel Rio Frizzone a valle del depuratore Aquapur (3.900 nanogrammi/litro) a Porcari.
«Dopo il Veneto, la Lombardia e il Piemonte, anche in Toscana sono emerse numerose criticità che confermano come l’inquinamento da PFAS sia un’emergenza nazionale fuori controllo. Per quanto tempo ancora il nostro governo continuerà a ignorare il problema condannando interi territori a subire gli effetti dell’inquinamento? Serve subito una legge nazionale che vieti l’uso e la produzione di queste pericolose molecole, non c’è più tempo da perdere», conclude Ungherese.
Greenpeace esiste perché questo fragile Pianeta merita una voce. Servono soluzioni, cambiamenti, azioni. Subito!
Esistiamo grazie a migliaia di cittadini che hanno contribuito a trasformare le nostre battaglie in sfide globali. Siamo un’associazione nonviolenta, che utilizza azioni dirette per denunciare i problemi ambientali e promuovere alternative per un futuro verde e di pace. Siamo indipendenti e non accettiamo fondi da enti pubblici, aziende o partiti politici.
La missione: facciamo campagne per proteggere l’ambiente, promuovere la pace e incoraggiare le persone a cambiare abitudini. Indaghiamo, denunciamo e affrontiamo i crimini ambientali. Vogliamo combattere quei luoghi comuni secondo cui ogni cambiamento è impossibile, che siamo troppo piccoli e troppo deboli. Crediamo che esista una soluzione. Che è radicata nel coraggio, nell’ottimismo e nella creatività. Nessuno cambierà il mondo al posto nostro, per questo dobbiamo iniziare a farlo oggi stesso.
Azioni e non violenza. Siamo i guerrieri della pace. Siamo quelli dei gommoni contro le baleniere, delle scalate sulle grandi ciminiere, delle tante azioni creative di cui ci assumiamo rischi e responsabilità. Ci ispiriamo da sempre ai principi della nonviolenza e dell’indipendenza politica ed economica. La potenza della protesta nonviolenta e il grande rigore delle affermazioni scientifiche ci hanno reso forti in tutto il mondo.
Greenpeace nel mondo. Siamo globali. Abbiamo creato una rete che comprende 26 organizzazioni nazionali e regionali indipendenti in oltre 55 paesi in Europa, in America, in Africa, in Asia e nel Pacifico, oltre a un organismo di coordinamento, Greenpeace International. In Italia siamo presenti dal 1986. Lavoriamo direttamente con le comunità in prima linea per proteggere il Pianeta. Dietro di noi c’è il volto di attivisti, volontari e sostenitori che lottano in tutto il mondo per un futuro migliore.
Sulla tavola di oggi i problemi dei contadini. Slow Food Italia: archiviate le proteste, le ultime decisioni dell’Ue hanno portato indietro l’agricoltura di 25 anni senza risolvere i problemi veri del comparto.
«Le proteste dei trattori hanno perso la foga iniziale. Riaffiorano qua e là, dando l’idea di essere generate ad hoc, ma i problemi veri, quelli che hanno radici profonde, restano. La risposta non è nelle soluzioni proposte dalla politica italiana e dall’Europa, entrambe funzionali alle prossime elezioni più che al futuro dell’agricoltura – afferma Serena Milano, direttrice di Slow Food Italia -. Il tema è complesso, ma un dato è certo: l’abolizione delle limitazioni sull’uso dei pesticidi e dell’obbligo di lasciare una piccola parte dei terreni a riposo non sono la strada giusta. Serve una strategia complessiva, che prenda in considerazione tutti gli aspetti relativi alla produzione di cibo: la situazione economica e sociale della maggioranza dei contadini (di piccole e medie dimensioni), la fertilità del suolo, la salubrità dell’acqua e dell’aria, la salute dei consumatori e la crisi climatica. Il nemico non è il Green Deal, ma una politica miope che finanzia gli agricoltori sulla base della quantità di ettari coltivati, sostenendo un modello intensivo che compromette il suolo e non sopravvive senza sovvenzioni pubbliche».
Un’altra agricoltura è possibile, e lo testimoniano moltissimi contadini che in ogni parte della nostra penisola, soprattutto nelle aree interne, producono cibi che rappresentano il loro territorio nel rispetto della terra, dell’ecosistema e della nostra salute.
Contadini che magari non possono scendere in piazza per protestare, perché i campi e gli animali hanno bisogno di cure quotidiane e nelle aziende di piccole dimensioni e a conduzione familiare difficilmente si possono affidare ad altri, ma che non per questo non manifestano il loro pensiero.
Slow Food Italia vuole dare voce a loro.
Perché chi fa il biologico deve pagare le certificazioni e chi usa la chimica no?
«All’Europa chiederei la messa al bando dei pesticidi – dice Giuseppe Salieri, contadino nell’appennino Tosco Romagnolo, a San Godenzo (Fi) -, perché certe decisioni bisogna prenderle e siamo già in ritardo. Si potrà dire di aver vinto una piccola battaglia in agricoltura quando il cibo biologico avrà lo stesso prezzo del cibo non biologico. Il biologico deve essere per tutti, perché tutti abbiamo diritto a un cibo buono e sano. I pesticidi e i concimi di sintesi non hanno più senso di esistere, lo sappiamo tutti che impoveriscono il terreno e fanno male: non c’è bisogno di regolamentarli, non dobbiamo più usarli. L’agricoltura va avanti lo stesso: è andata avanti per millenni. Ora abbiamo anche tecnologia e scienza che ci possono aiutare. Perché chi fa il biologico deve dimostrarlo pagando enti certificatori, mentre chi usa la chimica non ha vincoli? Noi usiamo il nostro letame, facciamo le rotazioni, ci autoproduciamo il più possibile i semi: noi cerchiamo la qualità e la purezza e non la quantità».
Il prezzo minimo deve essere garantito, in base ai costi di produzione
«La protesta è nata in maniera spontanea, sull’onda di quello che è accaduto nel nord Europa – spiega Joseph Silvestri, allevatore di prima generazione della Fattoria La Marchigiana di Agugliano (An) -, ma le motivazioni sono diverse e complesse. Serve un dialogo con il governo e con tutte le associazioni di categoria». Nella sua azienda a conduzione familiare, Joseph si prende cura di nove razze, tra cui la Marchigiana, promuove un’agricoltura rispettosa del suolo e della sua fertilità, e produce cereali e foraggi per l’alimentazione dei propri animali. «I punti cardine su cui chiediamo di intervenire – spiega Joseph – sono chiari: un prezzo minimo garantito di annata in annata in base ai costi di produzione e azioni concrete che tutelino le nostre produzioni rispetto all’import estero, che non viene sottoposto alle medesime regole nazionali».
Vogliamo prati, siepi, biodiversità per le nostre api
Floriano Turco, apicoltore che ad Elva (Cn), nella Valle Maira, porta avanti l’azienda certificata biologica più alta d’Italia, sfidando le avversità che comporta l’ambiente montano per realizzare mieli che restituiscono le essenze delle praterie alpine.
«Il nostro è un mestiere sempre più difficile. Oltre agli adempimenti burocratici a cui siamo soggetti, che aumentano per chi come me fa biologico, e all’incognita del meteo, ci sono due grandi minacce, entrambe risolvibili con applicazione e lungimiranza politica. La prima riguarda il miele estero (extra Unione in particolare) che sta invadendo il nostro Paese, proveniente da nazioni che spesso non brillano per trasparenza e sicurezza alimentare e hanno regole di produzione diverse dalle nostre. Ma il malessere più grande è la scomparsa della biodiversità. Tra monocultura, cementificazione e pesticidi, la vita delle api è messa a forte rischio. Questo non vuol dire solo non avere più miele: tre colture alimentari su quattro dipendono per resa e qualità dall’impollinazione. Quindi basta pesticidi e più aree adibite a prato e siepi».
Un prodotto, oltre a essere buono, può far vivere bene una comunità
Il grano è stato uno dei temi più caldi al centro delle proteste, e nelle ultime settimane i prezzi, soprattutto di quello duro, sono scesi di nuovo vertiginosamente a causa del crollo delle quotazioni dei cereali. «Il nostro problema è la misurazione del valore – dichiara Michele Sica della Cooperativa Sociale Terra di Resilienza-Monte Frumentario. Bisogna misurare la ricaduta sulla società di un determinato prodotto. Un pane, oltre a essere buono, può far vivere meglio una comunità: chi lo produce e chi lo consuma. E questa esternalità positiva è quantificabile, così come sono misurabili i costi ambientali e salutistici di modelli produttivi oggi non più sostenibili. Le food policies europee devono sostenere o penalizzare chi produce in base al modello impiegato».
L’olivicoltura intensiva non può essere il futuro
Secondo Giuseppe Pandolfi, olivicoltore a Vinci (Fi), sono scese in strada poche persone con grandi trattori: «L’agricoltura italiana è fatta di piccole aziende mentre quelle industriali e di grandi dimensioni sono, per ora, nettamente minoritarie, anche se continuano a essere le più ascoltate dalla politica, prigioniera di un modello culturale che collega l’innovazione alla meccanizzazione e alla chimica. Nel settore olivicolo i bandi finanziano impianti di irrigazione invece di sostenere un’agricoltura che usa meno acqua e mantiene vivo il terreno. Gli uliveti intensivi necessitano del triplo di acqua rispetto alle colture tradizionali ad albero, dove la chioma copre il terreno. Lo dimostra la Spagna, dove per il caldo e la mancanza di acqua la produzione è precipitata. Quel sistema è distruttivo, del territorio, del paesaggio, del suolo…
Sono cadute nel vuoto due richieste che hanno fatto capolino nella protesta per essere subito messe a tacere. La richiesta di un giusto prezzo, o prezzo minimo, archiviata perché tocca i rapporti di potere con la grande distribuzione e l’intermediazione finanziaria. Ora è tutto squilibrato a favore della grande distribuzione e il cibo è trattato come una merce, una commodity. E la richiesta del principio di reciprocità: i prodotti importati devono rispettare gli stessi requisiti di quelli italiani. All’Ue chiederei di capovolgere la logica alla base dei finanziamenti pubblici all’agricoltura. Si dovrebbe integrare il reddito di chi pratica un’agricoltura virtuosa, vincolandoli al raggiungimento di alcuni obiettivi in termini di eliminazione dei pesticidi di sintesi e mantenimento della biodiversità».
Terreni a riposo e rotazioni = maggiore produttività
Un altro punto dibattuto riguarda la cancellazione dell’obbligo (per chi ha più di 10 ettari di seminativi) di lasciare a riposo il 4% dei terreni per accedere ai contributi comunitari, riposo previsto naturalmente da chi lavora in biologico. «Non è vero – sottolinea Marco Loconte, agricoltore nell’entroterra di Genova – che i terreni lasciati a riposo sono improduttivi, perché le rotazioni garantiscono una maggiore produttività dei terreni, permettono di mantenere il suolo in salute, rigenerandolo senza prodotti di sintesi. A differenza delle monocolture, avere un sistema agricolo variegato con prati e filari favorisce l’avifauna e l’entomofauna, e sono proprio gli uccelli e gli insetti i migliori antiparassitari».
Una ricerca scientifica indipendente, al servizio di chi produce cibo buono, pulito e giusto
Gianluca Colombo, viticoltore in Langa, ha le idee chiare su un aspetto spesso trascurato: la ricerca scientifica. «Le misure finora messe in campo riguardano principalmente le sovvenzioni economiche, ma sarebbe più opportuno dare vantaggi competitivi alle aziende sostenibili. Occorre investire su una ricerca indipendente, per trovare soluzioni che rendano l’agricoltura rispettosa del suolo più competitiva in termini di costi di produzione. Non possiamo lasciare la ricerca in mano alle multinazionali».
Dobbiamo investire su un’agricoltura capace di far fronte alla crisi climatica, alla carenza di acqua, attenta al benessere animale che produca cibo buono, pulito e giusto.
Gestione foreste con blockchain e GIS. L’innovazione sta svelando i segreti a lungo custoditi delle foreste e consente di proteggerle in modi che non avremmo mai immaginato possibile.
Droni, satelliti e analisi dei big data raccolti stanno infatti facilitando il monitoraggio e la gestione dei boschi, la lotta agli incendi e la salvaguardia degli ecosistemi. Per questo al rapporto fra foreste e tecnologia è dedicata quest’anno la Giornata Internazionale delle Foreste, che come sempre si celebra in tutto il mondo il 21 marzo.
“L’innovazione tecnologica – spiega Giuseppe Bonanno, direttore di FSC Italia, l’organizzazione non governativa che da trent’anni promuove a livello globale la gestione forestale responsabile – sta diventando sempre più importante per proteggere l’ecosistema forestale e FSC in questo ambito sta investendo con progetti e strumenti: dallo sviluppo della tecnologia blockchain, alla mappatura in tempo reale dello stato dei boschi attraverso il Geographic Information System (GIS), fino all’uso di tecniche forensi per lo studio, la catalogazione e il riconoscimento dei legni nel mondo”.
La tecnologia blockchain per controlli sempre più precisi
Il sistema digitale blockchain, attraverso la creazione di un meccanismo di database avanzato che permette la condivisione trasparente di informazioni all’interno di una filiera produttiva, consente di tracciare in modo ancora più rigoroso i flussi di materia prima legnosa nelle filiere certificate. Garantisce infatti una registrazione sicura delle transazioni, che non possono essere modificate senza registrazione.
“Questo garantisce una robusta traccia per le attività di controllo. Per questo stiamo sviluppando una piattaforma sicura per gli operatori commerciali che hanno scelto il sistema FSC. A gennaio abbiamo avviato una versione ‘beta’ per alcune filiere pilota e per giugno di quest’anno è previsto il rilascio completo per tutti i titolari di licenza FSC, che potranno così contare su un supporto fondamentale per mettersi in linea con le richieste del Regolamento Europeo sulla Deforestazione, EUDR” aggiunge Bonanno.
La piattaforma, infatti, è progettata per convalidare la conformità commerciale dei materiali in tutte le catene di approvvigionamento certificate FSC: che si tratti di arredo, carta o prodotti tessili, ad esempio, il flusso di dati lungo tutta la catena di approvvigionamento FSC verrà gestito e reso disponibile senza possibilità di manomissioni, dalla foresta al prodotto, a maggior garanzia anche dei cittadini.
Foreste spaziali
Un secondo strumento che applica alla tutela e gestione forestale responsabile le tecnologie più innovative è il GIS (Geographic Information System): un’attività di mapping che consente a FSC di controllare lo stato delle foreste certificate praticamente in tempo reale, con un grado di trasparenza sempre maggiore.
FSC on the map è infatti una piattaforma geospaziale che raccoglie su base volontaria i dati dei confini dettagliati delle foreste certificate FSC. La nuova applicazione FSC GIS portal permette di accedere a dettagliate informazioni geospaziali, con dati aggiornati di derivazione satellitare: una tecnologia che ha le potenzialità di trasformare il modo in cui gestori forestali, organismi di certificazione e auditor, nonché ricercatori indipendenti e stakeholder valutano la condizione degli ecosistemi, l’aumento o la riduzione delle aree, nonché le loro mutazioni nel tempo. Un progetto sul quale FSC International sta lavorando anche in collaborazione con Esri, realtà leader nel mercato globale nel GIS, con l’obiettivo di ottenere una mappa completa delle aree forestali certificate FSC in tutto il mondo: un accordo da 1,8 milioni di dollari.
World Forest ID, la “libreria” digitale delle specie arboree geolocalizzate
FSC fa parte, infine, del consorzio internazionale World Forest ID, che sta sviluppando l’uso di tecniche forensi per lo studio, la catalogazione e il riconoscimento dei legni del mondo, utilizzando campioni georeferenziati: attraverso questa “libreria” vegetale opensource sarà presto possibile (attraverso codici a barre univoci) confermare o contestare le dichiarazioni sulle specie arboree e la provenienza dei prodotti forestali, per combattere meglio le frodi, il taglio illegale e la deforestazione. Fanno parte della rete anche l’Università del Tennessee (Usa), World Resources Institute e i Royal Botanic Gardens di Kew, Londra.
Il Forest Stewardship Council (FSC) è un’organizzazione non governativa e no-profit che promuove la gestione responsabile di foreste e piantagioni. Include tra i suoi 1.200 soci internazionali gruppi ambientalisti e sociali, comunità indigene, proprietari forestali, industrie che lavorano e commercializzano prodotti forestali, gruppi della grande distribuzione organizzata, ricercatori e tecnici.
Il marchio FSC identifica i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile, secondo rigorosi criteri ambientali, sociali ed economici: la foresta di origine viene infatti controllata e valutata in maniera indipendente in conformità a questi criteri, stabiliti ed approvati dal Forest Stewardship Council International tramite la partecipazione e il consenso di tutte le parti interessate.
FSC Italia nasce nel 2001 come associazione no-profit, in armonia con gli obiettivi di FSC International. Il marchio ha assunto un ruolo di primo piano nel mercato dei prodotti forestali quali legno, carta e prodotti non legnosi (come ad esempio il sughero), collocando il nostro Paese al secondo posto nella classifica internazionale e al primo in quello europeo per quel che riguarda le certificazioni di filiere (Catena di Custodia).
Allarme greenwashing per investitori. Il 94% non si fida dei Bilanci di Sostenibilità. È quanto emerge dal rapporto Global Investor Survey stilato da PwC che indaga i possibili impatti su fiducia e reputazione del business aziendale di una comunicazione poco trasparente rispetto ai criteri e alle attività svolte in ambito ESG.
Ciò, come riportato dal The New York Times, allontana gli investimenti nei fondi sostenibili che negli USA, nel corso del 2023, hanno subito una contrazione record di 13 miliardi di dollari (-5 miliardi di dollari solo nell’ultimo trimestre).
“Il bilancio di sostenibilità è un processo che afferma i valori di un’azienda, il modo in cui gestisce e ritiene importanti i criteri ESG e comunica i reali impegni in tema di sostenibilità” dichiara Ada Rosa Balzan, founder, presidente e CEO di ARB S.B.P.A., società benefit per azioni leader nella creazione di progetti ad alto valore scientifico che ha stilato un decalogo con alcuni consigli pratici per la stesura di report di sostenibilità veritieri per non incorrere nel rischio greenwashing.
La scarsa trasparenza da parte delle aziende nella redazione dei bilanci e dei report di sostenibilità mette in fuga gli investitori dagli investimenti nei fondi ESG. Il 94% degli investitori infatti, secondo quanto svelato dal rapporto Global Investor Survey di PwC, non si fida dei rapporti di sostenibilità redatti dalle aziende e la stragrande maggioranza sospetta che questi ultimi siano a rischio greenwashing, contenendo informazioni non veritiere e non supportate da prove concrete circa il reale impegno delle organizzazioni sulle tematiche ESG.
Più di 3 investitori su 4 (76%) desiderano, infatti, poter avere una migliore rendicontazione dei costi reali sostenuti dalle aziende per rispettare gli impegni di sostenibilità prima di valutare un investimento. I bilanci di sostenibilità mascherati dietro al greenwashing mettono a serio rischio la fiducia e la reputazione di un’organizzazione e ciò ha dei riflessi diretti nel mondo finanziario e degli investitori: come riportato anche dal The New York Times il 2023, sul mercato americano, è stato l’anno peggiore per gli investimenti nei fondi sostenibili con un calo di ben 13 miliardi di dollari, di cui quasi la metà (5 miliardi di dollari) registrati solo nel corso dell’ultimo trimestre dell’anno.
Per il secondo trimestre consecutivo nella storia recente, le chiusure di fondi ESG sostenibili (16) hanno superato negli USA i lanci e le nuove aperture (7). Non va molto meglio sul mercato europeo dove, nel quarto trimestre 2023, gli investimenti nei fondi di finanza sostenibile (SFDR) hanno fatto registrare una contrazione pari a 2 miliardi di euro, secondo quanto sottolineato dal report ESMA TRV Risk Monitor, pubblicato a gennaio 2024. Nel 2023, sul mercato europeo, è calata inoltre anche l’emissione delle obbligazioni societarie legate alla sostenibilità (-41%).
La crescente diffidenza degli analisti nei confronti delle attività di reporting aziendale della sostenibilità ha portato a richiedere maggiore chiarezza e coerenza, con l’aspettativa che l’applicazione di regolamenti e standard internazionali più severi per la reportistica in ambito ESG possano avere un ruolo sempre più importante. Il bilancio di sostenibilità, infatti, è un documento che rendiconta gli impatti economici, sociali e ambientali generati dall’azienda nei confronti di stakeholder e shareholder.
“Il reporting aziendale deve continuare a evolversi in modo da fornire informazioni affidabili, coerenti e comparabili su cui investitori e altri stakeholder possano fare affidamento – spiega Ada Rosa Balzan – Gli investitori, infatti, pongono sempre più spesso delle domande specifiche e mirate su come le aziende affrontano questi temi nella loro strategia di business, su come valutano i rischi e le opportunità e su ciò che è veramente rilevante per loro. Lo sviluppo e la stesura di un bilancio di sostenibilità non è, infatti, una mera rendicontazione d’indicatori ma è un processo che afferma, in primis, i valori dell’azienda, la sua governance e comunica in modo trasparente ciò che sta facendo, concretamente, in ambito ESG. Avere un bilancio di sostenibilità redatto secondo i più elevati standard scientifici internazionali e nel pieno rispetto dei criteri ESG e dei 17 principi delle Nazioni Unite contenuti nell’Agenda 2030 (SDGs) aiuta anche a migliorare la reputazione aziendale, favorendo l’attrazione dei giovani talenti”.
L’impegno delle aziende in ambito ESG sta diventando sempre più centrale e dirimente tanto che questi rigidi criteri di rendicontazione fanno quasi paura ai manager: come riportato infatti dal The Wall Street Journal sono sempre di più i dirigenti d’azienda che utilizzano termini come “business responsabile” in alternativa al termine ESG per descrivere le principali iniziative aziendali nel campo della sostenibilità.
Quali sono le principali avvertenze e consigli pratici ai quali un’organizzazione, di ogni settore, ordine e dimensione, dovrà prestare attenzione nella fase di redazione e stesura di un bilancio di sostenibilità, evitando così il rischio di incorrere nel greenwashing?
Ce lo spiegano gli esperti di ARB S.B.P.A, società leader nella consulenza ESG basata su riferimenti scientifici riconosciuti e metodologie oggettive.
Ecco il decalogo con i 10 consigli degli esperti di ARB S.B.P.A. per la redazione di un bilancio di sostenibilità aziendale veritiero e credibile:
1. Mappatura rischi e opportunità: prima di redigere un bilancio di sostenibilità occorre eseguire un check up serio e professionale e una mappatura dettagliata circa il perimetro, i possibili rischi e i focus chiave del report.
2. Il potere dei dati: per dare valore al bilancio di sostenibilità aziendale occorre sempre impiegare dei dati basati su un approccio scientifico di evidenza, misurabili con riferimenti e strumenti oggettivi riconosciuti.
3. No a fretta e improvvisazione: la stesura di un bilancio di sostenibilità richiede dai 4 ai 6 mesi come tempistiche minime e non si può affrontarla quindi con superficialità o peggio ancora con la fretta di dover consegnare il documento.
4. Omissioni vietate: in un bilancio di sostenibilità non bisogna mai omettere eventuali obiettivi fissati l’anno precedente ma non raggiunti. Essendo un documento pubblico l’opinione pubblica e i competitor chiederanno il perché della dimenticanza, con effetti diretti sulla reputazione aziendale.
5. Stakeholder on board: è essenziale il coinvolgimento degli stakeholder sulle tematiche chiave, ingaggiandoli con modalità diversificate e non standardizzate. La qualità dell’ascolto, infatti, non si può ridurre solo ad un questionario inviato in modo asettico, uguale e standardizzato per tutti.
6. Infografiche in aiuto: scegliere le immagini giuste da inserire come accompagnamento ad un report di sostenibilità non significa selezionare le immagini più belle, come ad esempio quelle del sito aziendale, ma quelle che supportano e rendono immediata per tutti la lettura dei dati tecnici.
7. Più di una presentazione aziendale: il bilancio di sostenibilità non è una presentazione aziendale più estesa, è un vero e proprio strumento di gestione organizzativa ed economica, che evidenzia rischi e potenzialità dell’impresa oltre che un potente strumento di marketing.
8. Rispetto della regolamentazione europea: la nuova direttiva “CSRD” che ha rivisto il tema della redazione dei bilanci di sostenibilità comporta ancora più impegno, trasparenza e principi più dettagliati e strutturati nella stesura.
9. Il mercato batte l’obbligo di legge: sempre più spesso è il mercato che sollecita la presentazione del bilancio di sostenibilità per l’accesso ad un bando o per il rinnovo di un contratto, sebbene non vi sia obbligo di legge per tutte le aziende.
10. Learning by doing: Il bilancio di sostenibilità è un lavoro di gruppo, un percorso di sviluppo della cultura aziendale che, spesso, nelle aziende di medie e grandi dimensioni porta all’istituzione di un comitato di sostenibilità che supporta il CDA nelle scelte strategiche aziendali.
Aziende crescono attenzione social e governance, rileva DNV nella nuova ricerca sulla sostenibilità. Le metriche sociali e di governance sono diventate, in breve tempo, sempre più prominenti nei piani aziendali. Con l’obiettivo di generare una crescita sostenibile, infatti, un numero sempre maggiore di aziende le riconosce come pilastri fondamentali della propria strategia ESG. È quanto emerge dall’ultima indagine ViewPoint di DNV, dedicata alla sostenibilità.
In questo quadro, la presenza di un sistema di gestione certificato finalizzato a raggiungere gli obiettivi ambientali, sociali e di governance (ESG) e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, SDG) delle Nazioni Unite è considerata un fattore sempre più importante per consolidare la fiducia nell’impegno di sostenibilità da parte di clienti, investitori e altri stakeholder.
“Notiamo uno spostamento consistente verso una maggiore attenzione al sociale e alla governance, in particolare tra le aziende di grandi dimensioni, che hanno maggiore responsabilità di rendicontazione al mercato. Lo scenario dei rischi sta cambiando, infatti, e questi ambiti stanno acquisendo maggiore importanza”, afferma Barbara Frencia, CEO Business Assurance di DNV, nel commentare i risultati. “In particolare, alla governance viene assegnata una maggiore priorità, le aziende infatti cercano sempre più di migliorare le performance in aree come la sicurezza delle informazioni e l’implementazione dell’AI – non più vista come opzionale ma essenziale per costruire la fiducia, sviluppare la resilienza e garantire la continuità operativa”.
Una ricerca molto estesa, che ha riguardato un’ampia selezione di 893 aziende di tutti i settori, in Europa, Nord America, Cento e Sud America e Asia. Le dimensioni delle aziende coinvolte variavano dalle piccole imprese con meno di 100 dipendenti, alle medie con un numero compreso tra 100 e 500, fino alle grandi aziende con oltre 500 dipendenti.
Alla sostenibilità priorità massima
Secondo lo studio, oggi la sostenibilità è una priorità assoluta per oltre la metà degli intervistati e sta diventando sempre più parte integrante del modo in cui fanno business le aziende. Un must-have e non più un nice-to-have: l’85% ha già intrapreso azioni su questo fronte e il 15% si trova in fase di pianificazione. Il 70%, inoltre, si è già impegnato o ha in programma di impegnarsi rispetto a uno degli SDG.
In tema di sostenibilità i precursori sono le grandi aziende, con il 94% che ha intrapreso azioni rispetto al 75% delle imprese piccole. La motivazione principale è la necessità di soddisfare le aspettative dei clienti, seguita dai requisiti normativi, le aspettative degli investitori e i piani di sviluppo a lungo termine.
Iniziative green – quali il risparmio energetico, la gestione dei rifiuti e la riduzione delle emissioni di gas serra – rimangono l’obiettivo principale di molte imprese e rappresentano l’88% dei loro sforzi di sostenibilità.
Quanto alle grandi aziende, dedicano alle questioni ambientali il 95% delle loro risorse, in particolare alla riduzione delle emissioni.
Un trend che, probabilmente, è stato rafforzato dalla recente crisi energetica, mentre tra gli altri fattori si possono segnalare tendenze volte a migliorare la sostenibilità dei prodotti, come la riduzione dei rifiuti in plastica, degli imballaggi e di altri materiali.
Non sorprende, quindi, che i benefici ambientali siano in vetta alla lista dei risultati positivi, che comprende anche il risparmio di risorse, materiali ed energia, la conformità alle normative, l’acquisizione di nuovi clienti e il miglioramento delle politiche aziendali.
Gli aspetti sociali e la governance guadagnano terreno
Appare chiaro, tuttavia, che le aziende prestano maggiore attenzione alle tematiche sociali e di governance, che rappresentano rispettivamente il 73% e il 65% degli impegni di sostenibilità e, secondo l’indagine, sono destinate a crescere.
Questa visione più ampia dell’ESG si applica soprattutto alla governance, ambito in cui si prevede che l’attuale dato del 65% aumenterà di 21 punti percentuali, arrivando all’86%: sempre più aziende, infatti, pianificano iniziative in settori come la responsabilità aziendale, le politiche e regole interne, e la strategia di gestione del rischio.
Le grandi aziende sono le più attive in tutte e tre le dimensioni ESG
Nella sfera sociale hanno la precedenza la salute e la sicurezza sul posto di lavoro, seguite da benessere e wellness, formazione e sviluppo e DEI. Le grandi realtà aziendali pongono, inoltre, maggiore enfasi sulla DEI e sui diritti umani rispetto alle altre, forse a causa del maggiore controllo a cui sono sottoposte da parte del mercato.
Un altro dato interessante della ricerca è che le prestazioni DEI sono un prerequisito sempre più importante per fare business. Le aziende diversificate e inclusive, infatti, sono in grado di ottenere performance migliori.
Un approccio strutturato genera valore
L’83,5% delle aziende ritiene che disporre di un approccio strutturato, con sistemi di gestione conformi a standard ISO riconosciuti, sostenga la loro capacità di rispettare gli impegni ESG e SDG, mentre secondo l’87% degli intervistati, una certificazione indipendente dei sistemi è un valore aggiunto. Attraverso l’adozione di un modello standardizzato, questo approccio può anche aiutare a rispondere a una delle maggiori sfide della sostenibilità: la raccolta, disponibilità, qualità, validazione e integrazione dei dati.
Sebbene per molti la sostenibilità sia un passo relativamente recente, il fatto di rendere quest’area una priorità, di essere in grado di assumere un’ampia prospettiva ESG e di adottare un approccio strutturato per mantenere gli impegni assunti è considerato decisivo a prescindere dal tempo che può richiedere il percorso.
A conferma dell’idea che la fiducia sia una componente essenziale del percorso di sostenibilità delle aziende, dalla ricerca emerge che hanno ottenuto punteggi elevati anche “dimostrare la conformità normativa” e “[aumentare] la fiducia nei confronti dei clienti e degli altri stakeholder”, come le comunità e le ONG, attraverso un approccio strutturato e con un sistema di gestione certificato da un ente indipendente.
DNV è uno dei principali enti di certificazione a livello mondiale. Attraverso la certificazione dei sistemi di gestione e i servizi di formazione, DNV aiuta le aziende a gestire i rischi, a verificare la conformità e le prestazioni sostenibili delle organizzazioni, delle persone e delle catene del valore in tutti i settori, tra cui il food & beverage, il settore automobilistico e aerospaziale. I servizi di certificazione tradizionali o digitali di DNV aiutano i clienti a gestire i rischi e a migliorare continuamente. Che si tratti di affrontare sfide relative alla qualità, all’ambiente, alla sicurezza o alla sicurezza, DNV combina competenze tecniche, industriali e di gestione del rischio per costruire un rapporto di fiducia, continuità e resilienza. DNV è al fianco dei suoi clienti e degli stakeholder affinché possano prendere decisioni chiave con consapevolezza. Con l’obiettivo di salvaguardare la vita, la proprietà e l’ambiente, DNV aiuta i propri clienti ad affrontare le sfide e le trasformazioni del mondo di oggi ed è una voce fidata per molte tra le aziende più lungimiranti e di maggior successo nel mondo.
Evitabili danni all’ambiente dalle imprese con manutenzione ed attenzione umana. Secondo quanto emerge dal rapporto Pool Ambiente 2024 “Riscrivere le priorità per la tutela dell’ambiente e della nostra salute”, presentato alla Camera dei Deputati, ogni anno in Italia si verificano più di 1.000 casi di danno all’ambiente.
I danni all’ambiente e gli impatti che generano su risorse naturali, salute ed economia si possono ridurre fino al 73% intervenendo sulle due principali cause, rappresentate dalla scarsa manutenzione, in primis la corrosione delle vasche interrate, e dall’errore umano. È questo uno dei principali dati che emergono dal rapporto “Riscrivere le priorità per la tutela dell’ambiente e della nostra salute”, redatto da Pool Ambiente, consorzio di coriassicurazione nato nel 1979 dopo il disastro ambientale di Seveso e centro d’eccellenza nazionale per quanto riguarda il know-how su rischi ambientali e sinistri, presentato presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati.
Ogni anno, in Italia, si verificano più di 1.000 casi di danno ambientale provocati, in quasi 7 occasioni su 10 (69,1%) dalla scarsa manutenzione (52%) e dall’errore umano (17,1%).
Due cause di danno su cui, senza dubbio, si può facilmente intervenire per riuscire a ridurre in modo drastico e in molti casi con investimenti nell’ordine delle poche migliaia di euro il numero e la gravità degli incidenti: addirittura con l’adozione della PdR UNI 107:2021, prassi volontaria unica al mondo nata grazie al contributo di Pool Ambiente, è possibile ridurre fino al 73% il numero dei casi di danno all’ambiente. Tra le principali sorgenti troviamo invece serbatoi, vasche e condutture interrate (40,5%), seguiti dalle aree d’impianto, deposito e movimentazione (22,8%), da incendio, scoppio o esplosione (10,1%) e dai reflui industriali (9,9%).
Le imprese italiane soffrono però di una scarsa presa di coscienza circa l’importanza di dotarsi di una copertura assicurativa completa per i danni all’ambiente: sono infatti solo lo 0,45% quelle che hanno sottoscritto una polizza, come emerso dalla recente elaborazione, condotta a livello nazionale, dal Pool Ambiente sulla base dei dati ANIA – Associazione Nazionale per le Imprese Assicuratrici relativi all’anno solare 2021.
Un’organizzazione priva di una polizza assicurativa per la copertura dei danni all’ambiente rischia il fallimento, a causa della necessità di dover sostenere degli interventi d’emergenza e ripristino che possono arrivare a costare anche diversi milioni di euro. Non di rado, infatti, le imprese rischiano di fallire proprio a causa delle ingenti spese di bonifica e anche un solo evento d’inquinamento può essere fatale per aziende solide e ben strutturate ma prive di questa copertura. Oltre al danno ambientale vi è anche la beffa per i contribuenti perché se l’impresa fallisce le spese di bonifica e ripristino restano a carico dello Stato e/o della Regione, e nella gran parte dei casi gli interventi vengono posticipati per anni in attesa dei fondi necessari, lasciando una ferita aperta nel tessuto urbano. Tutto ciò ha un costo sociale con la perdita di posti di lavoro e una riduzione della qualità della vita nelle aree inquinate che provoca, nella popolazione, un aumento del rischio di sviluppare gravi patologie con conseguenze dirette anche sulla sanità pubblica.
“Una polizza di responsabilità ambientale fa però molto di più che garantire il ripristino delle risorse naturali danneggiate – dichiara Lisa Casali, manager di Pool Ambiente – È infatti un importantissimo strumento di supporto e d’incentivo all’impresa per una corretta gestione dei rischi di danno all’ambiente, un’efficace prevenzione dei danni e un tempestivo intervento in caso d’incidente. La corretta gestione dei rischi di danno all’ambiente vuol dire anzitutto prevenzione e la prevenzione è il modo più efficace ed economico per limitare i danni all’ambiente e l’impatto che causano sulle risorse naturali, la salute e l’economia”.
“Le imprese vanno supportate e accompagnate nella transizione sostenibile, a partire da quelle di minori dimensioni. Confido che la Proposta di Legge n. 445, depositata a mia prima firma alla Camera a maggio 2023, venga presto calendarizzata per aprire un dibattito in parlamento e nel Paese. Bisogna incentivare i comportamenti virtuosi delle imprese volti a rendere più complete ed efficaci le politiche ambientali di prevenzione a tutela delle risorse naturali, della sicurezza e della salute dei cittadini – spiega l’On. Maria Chiara Gadda, vicepresidente della XIII Commissione Agricoltura – Occorre, per questo, riconoscere incentivi e vantaggi economici alle aziende che sottoscrivono una polizza ambientale e s’impegnano concretamente nella gestione dei rischi derivanti dai danni ambientali. Identificare le sorgenti di rischio, effettuare la manutenzione di impianti e dispositivi, e assicurarsi, non deve più essere visto come un costo. È un investimento che con questa pdl si vuole sostenere attraverso misure incentivanti, perché rende le aziende più resilienti e la comunità più sicura.”
Una finalità, quella di promuovere iniziative concrete sulla cultura assicurativa del rischio ambientale, condivisa anche dall’ANIA – Associazione Nazionale per le Imprese Assicuratrici e dall’AIBA – Associazione Italiana Brokers di Assicurazioni e Riassicurazioni che hanno contribuito, insieme anche ad altre associazioni e istituzioni quali ISPA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale e Cineas, alla stesura del rapporto Pool Ambiente 2024.
“La diffusione delle polizze assicurative a copertura dei rischi catastrofali ambientali, climatici e legati ad eventi naturali in genere, rappresenta una priorità per il comparto assicurativo – chiarisce Umberto Guidoni, Co-Direttore Generale ANIA – Da anni la nostra Associazione, nell’ottica di colmare il gap di protezione assicurativa rispetto a determinati tipi di evento, in particolare terremoto e alluvione, promuove la necessità di introdurre uno schema assicurativo nazionale basato su una partnership pubblico – privato. Soprattutto per un’impresa, avere una copertura assicurativa che la tuteli in determinate circostanze può fare la differenza. A nostro avvisto, tuttavia, per garantire un effettivo ombrello protettivo al nostro tessuto imprenditoriale sono indispensabili interventi normativi e strutturati. Per questo il settore assicurativo ha accolto con estremo favore la previsione, nell’ambito della legge di Bilancio 2024, di un obbligo assicurativo per le coperture Cat-Nat, introducendo, allo stesso tempo, un meccanismo di riassicurazione pubblica per garantire la sostenibilità del sistema. Il nostro auspicio è che interventi analoghi possano essere estesi anche ad altre tipologie di rischi di portata catastrofale”.
“L’attenzione ai potenziali danni ambientali deve diventare un elemento cardine della condotta delle imprese, per le quali l’incorporazione dei criteri ESG, anche alla luce nuova disciplina sulle NatCat che ha introdotto l’obbligo di assicurazione contro gli eventi catastrofali, costituirà nel prossimo futuro un fattore fondamentale di competitività e attrattività sui mercati – dichiara Flavio Sestilli, Presidente di AIBA – Associazione Italiana Brokers di Assicurazioni e Riassicurazioni – In questo contesto i broker sono veri e propri partner strategici delle imprese. Nel loro ruolo di intermediari professionisti, da una parte possono infatti aiutare le aziende ad acquisire maggiore consapevolezza verso i rischi cui sono esposte, favorire l’adozione di adeguate misure di mitigazione, prevenzione e gestione e individuare le soluzioni assicurative più efficaci; dall’altro stimolano il settore assicurativo all’innovazione dei prodotti”.
Ecco, in conclusione, il decalogo con gli interventi prioritari da parte delle imprese per la tutela dell’ambiente e della salute delle persone:
1. Identificazione delle potenziali sorgenti di rischio e degli scenari di danno all’ambiente.
2. Manutenzione ordinaria e straordinaria di impianti e dispositivi effettuata conformemente alle indicazioni fornite dal costruttore e secondo le best practice di riferimento.
3. Introduzione di procedure che garantiscano il rispetto di raccomandazioni e linee guida di settore anche rispetto alle sostanze non normate usate o prodotte.
4. Relativamente agli elementi monoparete interrati o direttamente appoggiati al terreno prevedere la conversione/sostituzione ad elemento doppia parete con controllo in continuo delle perdite. Laddove non fosse temporaneamente possibile è importante proteggere l’elemento interrato con una protezione catodica ed effettuare regolarmente verifiche strutturali valutando anche un’eventuale vetrificazione.
5. Rispetto agli elementi fuori terra prevedere un bacino di contenimento adeguatamente dimensionato e impermeabilizzato.
6. Prevedere misure per evitare o contenere sversamenti durante le operazioni di carico e scarico come ad esempio valvola limitatrice di carico, etichettatura dei punti di carico, raccordi di sicurezza e segregazione delle acque meteoriche.
7. Rispetto alle tubazioni interrate non metalliche effettuare regolari videoispezioni e test di tenuta.
8. Effettuare una formazione e un addestramento adeguato del personale dell’impresa per un’efficace gestione dei rischi di responsabilità ambientale e gestione delle emergenze.
9. Adozione della PdR UNI 107/2021 «Ambiente protetto – Linee guida per la prevenzione dei danni all’ambiente – Criteri tecnici per un’efficace gestione dei rischi ambientali».
10. Stipula di una copertura assicurativa di Responsabilità Civile e Ambientale
Il Pool Ambiente è il consorzio di coriassicurazione, impegnato, fin dalla sua fondazione nel 1979, per una maggiore protezione delle risorse naturali ed a una loro riparazione in caso di danno. Questo impegno si traduce nell’offerta di coperture assicurative per i danni all’ambiente ma anche in supporto e incentivi alle imprese per una migliore gestione dei rischi e una più efficace prevenzione dei danni all’ambiente.
Il Pool conta ventuno aderenti che rappresentano primarie compagnie del settore assicurativo e riassicurativo che operano in Italia.
I membri del Pool Ambiente sono: Assimoco Assicurazioni S.p.A., AXA Assicurazioni S.p.A, AXA MPS Assicurazioni Danni S.p.A., BCC Assicurazioni, Generali Italia S.p.A., Groupama Assicurazioni S.p.A., Hannover Rück SE, HDI Assicurazioni S.P.A, Helvetia Compagnia Svizzera d’Assicurazioni SA, Intesa Sanpaolo Assicura S.p.A., Italiana Assicurazioni S.p.A., Itas Mutua, Le Assicurazioni di Roma sma, Münchener Rückversicherungs-Gesellschaft – Rappresentanza Generale per l’Italia, New Reinsurance Company Ltd., Sara Assicurazioni S.p.A., SCOR SE – Rappresentanza Generale per l’Italia, Società Reale Mutua Assicurazioni, Swiss Re Europe S.A. Rappresentanza per l’Italia, UnipolSai Assicurazioni S.p.A., Vittoria Assicurazioni S.p.A.
Aziende priorità sostenibilità ma approccio inadeguato. Un nuovo studio globale dell’IBM Institute for Business Value ha rilevato che la maggior parte delle aziende riconosce l’importanza della sostenibilità quale elemento strategico; tuttavia, molti dirigenti hanno difficoltà a finanziarne gli investimenti. I dati raccolti su un campione di 5.000 leader aziendali a livello mondiale hanno evidenziato che integrare la sostenibilità all’interno del business delle aziende consente di conseguire risultati migliori anche in termini economici.
Secondo lo studio Beyond checking the box – how embedded sustainability creates business value quasi un terzo (30%) dei dirigenti afferma di aver compiuto notevoli progressi nell’attuazione della propria strategia di sostenibilità – rispetto al 10% di un anno fa – ma la vera sfida è passare dalla teoria alla pratica. Quasi la metà (47%) dei dirigenti intervistati ha difficoltà ad allocare i fondi necessari per investire in progetti di sostenibilità; sei su dieci dicono di dover bilanciare la necessità di conseguire risultati finanziari e obiettivi di sostenibilità.
Le organizzazioni che orientano le proprie attività in funzione delle strategie di sostenibilità mostrano una netta differenza nei risultati rispetto alle imprese che, ad esempio, si concentrano esclusivamente sul reporting normativo o la sostenibilità a livello progettuale. Le aziende che integrano la sostenibilità hanno il 75% in più di probabilità di migliorare in modo significativo i propri ricavi grazie all’impegno profuso in questo ambito e il 52% ha maggiori possibilità di superare aziende analoghe in termini di redditività.
Dal report emerge che molte organizzazioni si focalizzano più sulla capacità di gestire requisiti di reporting complessi e diversificati piuttosto che sul valore e sui risultati reali. Lo studio ha rilevato che la spesa per la reportistica relativa alla sostenibilità supera quella per l’innovazione della sostenibilità stessa del 43%. Solo il 31% dei dirigenti intervistati dichiara di incorporare in maniera strutturata i dati e gli insight risultanti dalle strategie di sostenibilità per migliorare i processi, mentre il 14% afferma di far leva su questi contenuti solo nell’ambito di iniziative specificamente legate all’innovazione.
“L’approccio alla sostenibilità potrebbe rallentare l’operatività di un’organizzazione. Non ci sono scorciatoie. La sostenibilità richiede intenzionalità e una visione aziendale condivisa”, ha dichiarato Oday Abbosh, Global Managing Partner, Sustainability Services, IBM Consulting. “La sostenibilità dovrebbe far parte della quotidianità e non essere vista solo come una normativa da rispettare o un mero esercizio di reporting. Integrando la sostenibilità in tutte le attività aziendali, le organizzazioni hanno maggiori probabilità di promuovere l’innovazione interna, di attrarre e trattenere talenti qualificati e di posizionarsi meglio per ottenere un impatto positivo sull’ambiente e sul proprio business”.
Le principali evidenze dello studio
Le organizzazioni continuano a perseguire obiettivi di sostenibilità, ma finanziare i progetti, fare formazione e rendere operative le strategie di sostenibilità rimangono una sfida
– Il 75% dei dirigenti intervistati è d’accordo sul fatto che la sostenibilità porti ad ottenere migliori risultati di business e il 76% concorda sul fatto che sia centrale per la propria strategia.
– Allo stesso modo, il 69% dei dirigenti intervistati afferma che la sostenibilità deve diventare una crescente priorità all’interno della loro organizzazione.
– Mentre l’82% dei dirigenti intervistati concorda sul fatto che dati di alta qualità e trasparenza sono necessari per raggiungere i risultati in termini di sostenibilità, solo circa 4 organizzazioni su 10 sono in grado di ottenere automaticamente i dati derivanti dai progetti di sostenibilità attraverso uno dei seguenti sistemi: ERP (finanza, risorse umane, supply chain), Enterprise Asset Management, CRM, Energy Management Systems, Facilities Management systems.
– Il 39% dei dirigenti intervistati ritiene che la mancanza di competenze sia il principale ostacolo al progresso della sostenibilità.
Nonostante la maggior parte delle organizzazioni non integrino la sostenibilità nei propri progetti innovativi, i dirigenti auspicano che l’AI generativa possa contribuire a potenziare l’impegno nella di sostenibilità
– Il 64% dei dirigenti intervistati concorda sul fatto che l’AI generativa sarà importante per sostenere il loro impegno in progetti di sostenibilità.
– Il 73% dichiara di voler aumentare gli investimenti nell’AI generativa per la sostenibilità.
Le organizzazioni che orientano le proprie attività in funzione delle strategie di sostenibilità possono conseguire benefici concreti
Da un’ulteriore analisi dei dati del sondaggio è emerso che:
– Le organizzazioni che adottano la sostenibilità ottengono un leggero risparmio di costi rispetto alle organizzazioni che invece non hanno progetti dedicati in questo ambito.
– Il 53% di queste organizzazioni afferma che i benefici per il business sono essenziali per giustificare gli investimenti in sostenibilità; solo il 17% afferma che il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità è una valida ragione a supporto.
– Queste organizzazioni hanno maggiori possibilità (191%) di essere allineate nell’attuazione di strategie che fanno leva sulla sostenibilità e sui dati. L’80% è più propenso a ricorrere all’AI per contribuire alla sostenibilità.
Lo studio sottolinea l’urgente necessità per le organizzazioni di integrare gli obiettivi di sostenibilità nella propria strategia e di far leva su tecnologie come l’AI per ottenere maggiori progressi e redditività. La ricerca evidenzia, inoltre, come le strategie concretamente applicabili aiutino le organizzazioni nel fronteggiare le sfide legate ai dati, all’integrazione e a processi decisionali.
Focus sulle principali evidenze per l’Italia
– Il 61% dei dirigenti afferma di dover trovare un equilibro tra risultati finanziari e obiettivi di sostenibilità.
– L’81% concorda sul fatto che per avere successo sono necessari dati di alta qualità e trasparenza.
– L’84% dichiara di voler aumentare gli investimenti nell’AI generativa a favore della sostenibilità.
– Il 44% di tutte le organizzazioni ha ancora difficoltà a finanziare gli investimenti in sostenibilità.
– Il 72% dei dirigenti concorda sul fatto che la sostenibilità sia un elemento strategico chiave.
– Il 75% ritiene che la sostenibilità contribuisca a migliorare i risultati di business.
– La spesa per il reporting sulla sostenibilità supera quella per l’innovazione della sostenibilità del 40%.
– Il 66% dei dirigenti concorda sul fatto che l’AI generativa possa dare un contributo importante nel raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità.
Metodologia dello studio
Lo studio si basa su un’indagine condotta dall’IBM Institute for Business Value in collaborazione con Oxford Economics su 5.000 dirigenti di 22 settori e 22 Paesi. Oltre all’analisi descrittiva, i dati degli intervistati sono stati analizzati per consentire una segmentazione del campione in base al grado di integrazione della sostenibilità nell’azienda. Sulla base di questa segmentazione, è stata condotta un’analisi delle differenze nei risultati di sostenibilità e di business, nelle pratiche operative e negli approcci per consentire i progressi in materia di sostenibilità. L’IBM Institute for Business Value, il think tank di IBM dedicato alla thought leadership, unisce la ricerca globale e i dati sulle prestazioni con le competenze degli industry thinkers e accademici di spicco per fornire approfondimenti che rendano più efficienti i leader aziendali. Per ulteriori informazioni sulla thought leadership di livello mondiale, visitate il sito: www.ibm.com/ibv.
IBM (NYSE: IBM) è un’azienda leader a livello mondiale nel settore del cloud ibrido, dell’AI e dei servizi alle imprese e opera con le imprese di oltre 175 Paesi aiutandole a capitalizzare sugli insight dei loro dati, a semplificare i processi aziendali, a ridurre i costi e a ottenere un vantaggio competitivo nei loro settori d’industria. Quasi 4.000 enti governativi e aziende in aree infrastrutturali critiche come quelle dei servizi finanziari, delle telecomunicazioni e sanità si basano sulla piattaforma cloud ibrida di IBM e su Red Hat OpenShift per realizzare la loro trasformazione digitale in modo rapido, efficiente e sicuro. Le innovazioni di IBM nell’ambito dell’AI, del quantum computing, delle soluzioni cloud specifiche per settore d’industria e nei servizi sono offerte con opzioni open e flessibili. Tutto questo è supportato dal ben noto impegno di IBM per la trasparenza, la responsabilità, l’inclusività e il servizio. Per maggiori informazioni, visitate il sito www.ibm.com.