Parità di genere certificazione premiante. Il gender gap rappresenta ancora un problema in tutto il mondo: siamo infatti lontani dal raggiungimento della parità di genere, e il settore lavorativo non fa eccezione.
La riduzione della disparità di genere rientra tra gli obiettivi di sostenibilità ESG dell’Agenda ONU 2030 e del PNRR: l’aspetto sociale ed etico non può infatti essere lasciato indietro rispetto a quello ambientale e a quello economico.
Proprio per questo, a titolarità del Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, sono stati investiti dei fondi per un “Sistema di certificazione della parità di genere” con lo scopo di accompagnare e incentivare le imprese ad adottare policy adeguate a ridurre il divario di genere in tutte le aree maggiormente critiche per la crescita professionale delle donne.
Il provvedimento fa parte del PNRR, Missione Inclusione e Coesione, componente Politiche per il lavoro.
La Prassi di Riferimento UNI/PdR 125 definisce le linee guida sul sistema di gestione per la parità di genere.
Tutte le imprese che puntano su uno sviluppo organizzativo all’avanguardia potranno richiedere la certificazione della parità di genere come atto volontario ottenibile in seguito a un audit, da parte di un ente di certificazione accreditato, che verifichi la conformità alla prassi di riferimento sul sistema di gestione per la parità di genere indicate appunto nella PdR 125.
Come funziona la certificazione?
Gli obiettivi della certificazione sono in primis l’adozione di politiche per la parità di genere e per l’empowerment femminile a livello aziendale, ma contribuiscono soprattutto a introdurre una nuova concezione di cultura aziendale, basata sul merito e sulla valorizzazione delle skills e performances individuali e su una maggiore conciliazione della sfera professionale e personale.
Questo include un approccio che tenga conto delle diverse condizioni sociali e fisiche, dei diritti, i benefici, l’accessibilità delle opportunità e degli obblighi di ogni individuo con l’obiettivo di rendere il posto di lavoro un luogo di inclusione.
ICMQ ha ottenuto l’accreditamento Accredia per il rilascio delle certificazioni per i Sistemi di Gestione per la parità di genere secondo UNI/PdR 125:2022 ed è in grado di offrire il servizio di certificazione di conformità alla PdR 125. Il procedimento è analogo a quello degli altri sistemi di gestione e consiste in un audit iniziale (diviso in fase 1 e fase 2) nel quale verrà valutato anche il livello di raggiungimento degli obiettivi, e audit periodici di sorveglianza/rinnovo con cadenza annuale.
Solo i certificati con il marchio UNI e Accredia, insieme a quello dell’organismo di certificazione, permettono di ottenere gli esoneri contributivi per le imprese private, di accedere alle premialità nei bandi di gara e di usufruire degli stessi incentivi alla certificazione.
Parità di genere nelle imprese italiane: altri 169 anni per raggiungerla
Secondo il Global Gender Gap Report 2023, in cui vengono raccolti i dati relativi a quattordici indicatori divisi in quattro dimensioni (salute e sopravvivenza, rendimento scolastico, partecipazione economica e opportunità, empowerment politico) di 146 Paesi in tutto il mondo, serviranno ancora 131 anni per raggiungere la parità di genere. L’Italia, rispetto a un anno fa, ha perso 16 posizioni, scendendo dal 63esimo al 79esimo posto. Il segmento “partecipazione economica e opportunità” fa registrare un lieve miglioramento (dalla posizione 110 alla 104); resta comunque un dato allarmante, se pensiamo che il nostro Paese occupa le ultime posizioni del ranking mondiale e, con il ritmo attuale, ci vorranno 169 anni per colmare il gap nel settore.
La certificazione è elemento premiante nel nuovo Codice degli Appalti
L’ottenimento della certificazione consente di accedere a una serie di benefici, tra cui: sgravi contributivi, nel limite dell’1% dei contributi complessivamente dovuti e di € 50.000 annui per ciascuna azienda; punteggio premiale per la concessione di aiuti di Stato a cofinanziamento degli investimenti sostenuti; riduzione della garanzia fideiussoria per la partecipazione a gare pubbliche; miglior posizionamento in graduatoria nei bandi di gara e positivo riflesso reputazionale.
Una recente modifica del nuovo Codice degli Appalti ha indicato come l’azienda, ai fini del riconoscimento del punteggio premiale, debba dimostrare il possesso dei requisiti in tema di parità di genere esclusivamente attraverso la certificazione UNI/Pdr 125 rilasciata da Organismo accreditato, rimuovendo così il riconoscimento di qualsiasi tipo di autocertificazione, inizialmente inserito nel testo. In sostanza, la certificazione accreditata fa la differenza.
Requisiti di accesso alla certificazione
Rispetto alle tradizionali certificazioni di sistema di gestione (qualità, ambiente, salute e sicurezza sul lavoro ecc.), la certificazione per la parità di genere prevede alcuni indicatori prestazionali (KPI) inerenti alle politiche di parità di genere nelle organizzazioni.
A ciascun indicatore è associato un obiettivo
I KPI sono complessivamente 34, divisi in 6 macro aree:
1) cultura e strategia;
2) governance;
3) processi HR;
4) opportunità di crescita ed inclusione delle donne in azienda;
5) equità remunerativa per genere;
6) tutela della genitorialità e conciliazione vita-lavoro.
Se l’organizzazione non raggiunge almeno il 60% degli obiettivi applicabili (differenti a seconda delle dimensioni dell’organizzazione stessa), non può ottenere la certificazione. Inoltre, sono necessari requisiti tipici dei sistemi di gestione e requisiti specifici propri della Pdr 125 come definizione di un Piano Strategico, la sua messa in atto, il monitoraggio e l’impegno alla costante revisione in ottiche di miglioramento, l’istituzione di un Comitato Guida, la Politica per la Parità di genere, un sistema di Whistleblowing e Welfare aziendale, ecc..
Flessibilità nell’applicazione in funzione delle dimensioni aziendali e del settore in cui l’azienda opera
È prevista una classificazione in cluster delle aziende in funzione del numero di dipendenti. In base al cluster di appartenenza dell’organizzazione, è necessario considerare un diverso set di KPI da rispettare.
Sono previste semplificazioni nell’applicazione dei KPI per le organizzazioni appartenenti alla fascia micro e piccola impresa , mentre per le organizzazioni appartenenti alla fascia medio-grande viene applicata la totalità degli indicatori.
La PdR 125 considera inoltre che la disparità di genere sia maggiormente presente in alcuni settori produttivi (edilizia, vigilanza, informatica…), a tal fine, nel definire i KPI quantitativi l’azienda dovrà considerare i valori medi di riferimento delle aziende con lo stesso codice Ateco.
Obiettivo 2026
Entro il 2026, almeno mille imprese italiane dovranno aver superato i test che certificano l’abbattimento di ogni forma di gender gap sui luoghi di lavoro: a oggi (settembre 2023), secondo i dati dello specifico portale governativo istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e Dipartimento per le Pari opportunità e nato per promuovere e far conoscere a cittadini e imprese il sistema nazionale di certificazione accreditata per la Parità di genere, le certificazioni rilasciate sono 588, una cifra ancora ridotta.
Sul portale saranno pubblicati gli avvisi per le misure di supporto per l’ottenimento della certificazione destinati alle piccole e medie imprese e micro imprese; inoltre sono consultabili i dati delle certificazioni emesse e l’elenco degli Organismi di certificazione accreditati.
Le imprese che sceglieranno di certificarsi, potranno contare sul supporto di Unioncamere e del sistema camerale, in virtù di un accordo di collaborazione stipulato con il Dipartimento delle Pari Opportunità in materia di certificazione della parità di genere. Unioncamere si occuperà di mettere a punto la progettazione e organizzazione di servizi per l’introduzione del sistema di certificazione della parità di genere, della gestione ed erogazione dei pagamenti per i costi di certificazione, dell’attivazione di servizi di accompagnamento e assistenza tecnico-consulenziale, della promozione e sensibilizzazione delle imprese. Le risorse stanziate consentiranno, per il momento, di assistere un migliaio di aziende di micro, piccole e medie dimensioni. Di queste, 450 potranno avvantaggiarsi anche della copertura dei costi di certificazione.
È prevista inoltre la creazione, da parte dell’ente, di un elenco di esperti per attività di assistenza tecnico-consulenziale alle PMI sulla prassi di riferimento UNI/Pdr 125:2022 per il raggiungimento della certificazione della parità di genere. Al termine della selezione, l’elenco degli esperti selezionati sarà pubblicato sul sito di Unioncamere.
Finanza Sostenibile per proteggere biodiversità: una nuova sfida per gli operatori finanziari. Secondo le Nazioni Unite, entro il 2030 gli investimenti nel settore dovranno triplicare. Allo European Business and Nature Summit, che il Forum per la Finanza Sostenibile ha co-organizzato, è stato riconosciuto il ruolo fondamentale della finanza sostenibile.
Oggi gli investimenti in soluzioni nature-based sono pari a $154 miliardi all’anno (1)
Questa somma deve triplicare entro il 2030, raggiungendo i $484 miliardi all’anno, se si vuole mantenere il riscaldamento globale entro 1.5° e arrestare la perdita di biodiversità, come previsto dagli accordi internazionali. Tali investimenti possono generare non solo benefici ambientali ma anche enormi opportunità economiche, compresi 395 milioni di nuovi posti di lavoro e $10 mila miliardi di dollari di entrate aggiuntive entro il 2030.
Gli operatori finanziari possono dare un contributo fondamentale per l’aumento di questi investimenti e la messa in campo di azioni efficaci. Un ruolo di primo piano riconosciuto anche nella due giorni dello European Business and Nature Summit, la principale conferenza dedicata alla creazione di modelli di business sostenibili che abbiano al centro la biodiversità, tenutasi a Milano.
Il Forum per la Finanza Sostenibile è stato tra i co-organizzatori dell’evento, insieme a Commissione europea, European Business and Biodiversity Platform, Etifor e Regione Lombardia.
“Il settore finanziario è tra quelli più esposti alle conseguenze della perdita di biodiversità, ma al tempo stesso gli operatori finanziari sono tra gli attori fondamentali che possono contribuire a preservarla. Durante lo European Business and Nature Summit, di cui siamo stati co-organizzatori, sono arrivati importanti spunti che metteremo a frutto nel lavoro del prossimo anno per dare il nostro contributo con azioni concrete”, ha dichiarato il Direttore Generale del Forum Francesco Bicciato.
Nello specifico, il Forum ha curato tre sessioni, moderate da Alessandro Asmundo, Research and Policy Officer del Forum, e Isabel Reuss, Senior Social and Climate Advisor dell’Associazione, e dedicate a:
– il superamento del gap di investimenti per la conservazione degli ecosistemi,
– le opportunità finanziarie per la protezione della natura,
– i certificati e i crediti di biodiversità.
Dal confronto sono emerse sfide e opportunità legate agli investimenti in biodiversità: la necessità di dati più accurati e di nuove tecnologie di misurazione e monitoraggio, l’aumento delle partnership pubblico privato e la trasparenza, fondamentale per ridurre i rischi di greenwashing e garantire informazioni affidabili.
Tra le azioni da mettere in campo, c’è la formazione di policy maker e investitori al fine di garantire una comprensione più approfondita della biodiversità e dei suoi impatti. Gli enti regolatori, da parte loro, possono svolgere un ruolo fondamentale attraverso un quadro di regole che consentano alle aziende di segnalare gli impatti positivi agli investitori e l’armonizzazione dei diversi provvedimenti normativi.
Un altro aspetto emerso è la necessità di creare un ecosistema di attori che collaborino per accelerare l’azione per la biodiversità. La sinergia tra pubblico e privato, insieme a regolamentazioni mirate e investimenti responsabili nel settore, è fondamentale per spingere le aziende a intraprendere un percorso verso un’economia a impatto positivo sulla natura.
Proprio per questo il Forum per la Finanza Sostenibile ha dato vita, insieme a Etifor e Regione Lombardia, all’Italian Business & Biodiversity Working Group, che si pone gli obiettivi di sensibilizzare sull’importanza economica della biodiversità, promuovere partnership pubblico-privato per la conservazione degli ecosistemi e allineare le strategie aziendali alle migliori pratiche internazionali.
“L’Italian Business & Biodiversity Working Group è una piattaforma di lavoro aperta per mettere in campo, in modo proattivo, iniziative a impatto positivo. Siamo convinti che l’approccio migliore per preservare la biodiversità sia quello multistakeholder, tipico del Forum: le soluzioni più efficaci per la conservazione degli ecosistemi sono quelle sinergiche, frutto della collaborazione tra imprese, investitori e organizzazioni non governative, in una cornice pubblica che dia sostegno e stimolo a questo tipo di iniziative”, continua il Direttore Generale del Forum Francesco Bicciato.
“L’unica strada realistica per affrontare la sfida di tutela e ripristino della biodiversità – dichiara Alessandro Leonardi Amministratore Delegato di Etifor | Valuing Nature – è scommettere sulle alleanze pubblico-private, sulle sperimentazioni, sull’allineamento collettivo alle migliori pratiche internazionali per salvare il capitale naturale da cui tutti noi dipendiamo. Per questo motivo oggi diamo vita al Italian Business & Biodiversity Working Group, un gruppo di lavoro in grado di mettere in campo know-how di altissimo profilo, consulenze e iniziative concrete aperto a qualsiasi organizzazione privata e del mondo della finanza che voglia contribuire attivamente intraprendendo percorsi virtuosi con impatti positivi e tangibili per la collettività”.
“Regione Lombardia ha fatto della sostenibilità un pilastro dell’azione regionale con l’approvazione del Programma Regionale di Sviluppo-Sostenibile, con la convinzione che è necessario coniugare ambiente-economia-crescita sociale. La salvaguardia e il rafforzamento del capitale naturale devono essere una priorità per l’azione pubblica e nella responsabilità delle imprese che operano sul nostro territorio per garantire la qualità della vita e il benessere di tutti i nostri cittadini. L’Italian Business & Biodiversity Working Group sarà un’opportunità di collaborazione per unire le forze su questo prioritario obiettivo”, dichiara l’Assessore al Territorio e Sistemi verdi della Regione Lombardia Gianluca Comazzi.
(1) Fonte: “State of Finance for Nature 2022”, UNEP-ELD
Il Forum per la Finanza Sostenibile è un’associazione non profit nata nel 2001. La base associativa è multi-stakeholder: ne fanno parte operatori finanziari e altre organizzazioni interessate all’impatto ambientale e sociale degli investimenti. La missione del Forum è promuovere la conoscenza e la pratica dell’investimento sostenibile, con l’obiettivo di diffondere l’inclusione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) nei prodotti e nei processi finanziari. Il Forum per la Finanza Sostenibile è membro di Eurosif, l’European Sustainable Investment Forum.
Bioeconomia delle Foreste di Legambiente con il Report Foreste 2023 e un focus dedicato alle aree urbane. In Italia il patrimonio forestale e boschivo è cresciuto negli ultimi decenni coprendo il 36,7% del territorio nazionale e oltre 11 milioni di ettari di superficie.
Ma non decolla il verde urbano: nel 2022 su 105 capoluoghi la media è di appena 24 alberi/100 abitanti.
Numeri insufficienti per il raggiungimento degli obiettivi della Strategia dell’UE sulla biodiversità di piantare 3 miliardi di alberi entro il 2030 e dell’obiettivo 11 dell’Agenda Onu di città più sostenibili e inclusive.
Il Paese in ritardo anche su pianificazione e gestione sostenibile delle foreste, valorizzazione delle filiere e delle produzioni made in Italy, la prevenzione degli incendi boschivi.
Legambiente indirizza al Governo Meloni e alle istituzioni 5 proposte
Gli ecosistemi forestali sono fondamentali per contrastare la crisi climatica ma l’italia non gestisce in maniera sostenibile questa importante infrastruttura verde; e le foreste urbane e periurbane giocano un ruolo fondamentale per rigenerare le città e migliorare la salute pubblica, ma le città italiane sono in forte ritardo, faticando ad essere sostenibili e più verdi.
A fare il punto è Legambiente che in occasione del VI Forum nazionale “La Bioeconomia delle Foreste. Conservare, ricostruire, rigenerare” organizzato a Roma, in concomitanza alla Giornata mondiale della città, ha presentato il report Foreste 2023 con dati e numeri alla mano e un focus dedicate alle aree urbane.
Se in Italia il patrimonio forestale e boschivo negli ultimi anni è cresciuto, arrivando a coprire il 36,7% del territorio nazionale estendendosi per più di 11 milioni di ettari (1), il verde nelle aree urbane non decolla.
Nel 2022 nella Penisola su 105 capoluoghi monitorati da Legambiente, nell’ambito di Ecosistema Urbano, la media è di soli 24 alberi/100 abitanti con: 43 città con una dotazione superiore o uguale a 20 alberi/100 abitanti, 18 città con meno di 10 alberi/100 abitanti e 10 città con 5 o meno di 5 alberi/100 abitanti. Modena (117 alberi/100ab), Cremona (99 alberi/100 ab) e Trieste (96 alberi/100 ab) le città più attente e virtuose (2).
I numeri sugli alberi piantati sono ad oggi insufficienti per il raggiungimento degli obiettivi della Strategia dell’UE sulla biodiversità che propone di piantare 3 miliardi di alberi entro il 2030.
Rispetto al verde pro-capite Legambiente ha calcolato, su base dati Istat 2021, che su 105 capoluoghi esaminati, la media di verde pro capite in Italia si attesta intorno ai 53,7 metri quadrati (3).
Preoccupano anche i ritardi che l’Italia sta accumulando nella pianificazione e gestione sostenibile delle foreste, nella valorizzazione delle filiere forestali e della produzioni made in Italy, nella prevenzione degli incendi e il contrasto alla deforestazione e l’illegalità del settore, nello sviluppo degli spazi verdi e nella realizzazione degli interventi indicati dalla legge n. 10/2013, che compie 10 anni, e che prevede che tutti i comuni sopra i 15mila abitanti si dotino di un catasto degli alberi, piantino un nuovo albero per ogni bambino nato/adottato e che producano un bilancio del verde a fine mandato.
Ancora lontano, da parte dell’Italia, anche il raggiungimento dell’obiettivo 11 dell’agenda 2030 dell’Onu per lo Sviluppo Sostenibile che chiede ai 193 Paesi delle Nazioni unite che l’anno sottoscritta, tra cui l’Italia, “città e insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili”.
Una buona notizia riguarda, invece, il fatto che l’Italia si sia dotata del primo cluster nazionale del legno, avviato a luglio 2023 dal MASAF.
Di fronte a questo quadro, il VI Forum nazionale “La Bioeconomia delle Foreste. Conservare, ricostruire, rigenerare” – organizzato a Roma presso la libreria Spazio Sette e in diretta streaming sui canali social di Legambiente e sul sito de La Nuova Ecologia – è stato l’occasione per l’associazione ambientalista per confrontarsi, insieme ad esperti, rappresentanti politici istituzionali e aziende, sul grande tema delle strategie della Ue e nazionali per tutelare la biodiversità e le foreste e contrastare la crisi climatica e sulle politiche urbane da mettere in campo per recuperare i tanti ritardi ed avere città più sostenibili, più verdi e vivibili.
Da qui l’appello al Governo e alle istituzioni ai quali Legambiente indica cinque azioni prioritarie su cui è fondamentale accelerare il passo:
– 1) implementare gli impegni per la Strategia Forestale Nazionale per raggiungere i target al 2030 di aumento della capacità di assorbimento della CO2 di superfici e suoli forestali e di rafforzamento della bioeconomia circolare, rendendo trasparenti il settore e le filiere produttive.
– 2) dare piena applicazione, con controlli e verifiche, della Legge 10/2013 “Nuove norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”.
– 3) incentivare sulla base del “Cluster nazionale Italia Foresta Legno”, la nascita di cluster regionali, per rafforzare il made in Italy, aumentare la produzione interna di prodotti forestali e accelerare la transizione ecologica utilizzando più i prodotti forestali per sostituire l’uso della plastica e il cemento in edilizia.
– 4) completare con successo i progetti del PNRR dedicati al verde urbano, scongiurandone i tagli previsti, fondamentale per combattere le ondate di calore in ambito urbano e quindi la crisi climatica.
– 5) promuovere un piano nazionale di messa a dimora di alberi e il verde pubblico urbano, puntando sulla crescita sostenibile del vivaismo e la ripresa dei vivai pubblici.
“Ripensare e rigenerare le aree urbane rendendole più verdi, sostenibili e accessibili – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente – significa prendersi cura della salute di cittadine e cittadini e rendere le città più resilienti alla crisi climatica. Oltre che tutelare gli ecosistemi forestali, promuovere una bioeconomia circolare che valorizzi il ruolo multifunzionale delle foreste è l’unico modo per raggiungere gli obiettivi UE su clima e biodiversità. Noi continueremo a piantare alberi attraverso le nostre campagne e celebrando la Festa dell’Albero, ma il Governo e le istituzioni agiscano in primis completando i progetti del PNRR dedicati al verde urbano, applicando la Legge 10/2013 sugli spazi verdi urbani, promuovendo un piano nazionale di messa a dimora di alberi per orientare le strategie sul tema, per migliorare la vivibilità e il benessere dei cittadini”.
“C’è ancora molto da fare per proteggere e valorizzare la nostra ricchezza di ecosistemi forestali e molte regioni sono in ritardo nella gestione forestale sostenibile, nella pianificazione e certificazione delle foreste. Persistono ritardi nel contrasto all’illegalità nella filiera legno-energia e la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento – spiega Antonio Nicoletti, responsabile aree protette di Legambiente – incidono fortemente sui ritardi del Paese per raggiungere gli obiettivi al 2030 e per contrastare efficacemente la deforestazione a livello globale. Bisogna incrementare i boschi con popolamenti maturi e senescenti (foreste primarie o vetuste) con l’obiettivo di tutelare il 30% del territorio e destinare a riserva integrale il 10% delle foreste e realizzare hot-spot di biodiversità forestale. Il Cluster Italia Foresta Legno di recentemente avviato dal MASAF, ad esempio, è uno strumento utile per rafforzare il made in Italy e aumentare la produzione interna di prodotti forestali, anche per ridurre la dipendenza dall’estero (importiamo l’80% del fabbisogno di prodotti legnosi), e crediamo vada implementato in tutte le Regioni per accelerare la transizione ecologica e utilizzare di più i prodotti forestali per sostituire l’uso della plastica e il cemento in edilizia”.
L’importanza delle foreste urbane
Studi sulla rimozione di PM10 e dell’ozono da parte delle foreste urbane e periurbane in 10 Città Metropolitane italiane dimostrano che 1 ettaro di foresta urbana rimuove mediamente 8,5 kg/anno di PM10 e 35,7 kg/anno di ozono (4).
Le stime FAO dicono che aumentare del 10% gli spazi verdi urbani può contribuire a ritardare l’insorgere di problemi di salute di ben cinque anni.
Non solo: oltre ad avere una funzione sociale, culturale ed estetica, nelle città gli alberi favoriscono l’approvvigionamento dell’acqua, incrementano la permeabilizzazione del suolo, costituiscono rifugio per fauna e biodiversità, riducono l’effetto “isola di calore”, trattengono gli inquinanti atmosferici e attutiscono i rumori fino al 70% (5).
Le altre priorità per Legambiente
Legambiente oltre alle cinque priorità indicate a Governo e istituzioni, ha presentato anche un pacchetto di interventi che devono andare di pari passo con le cinque azioni chiave.
In particolare, occorre:
– mantenere gli ecosistemi forestali sani e resilienti, con politiche di gestione sostenibile e valorizzazione del patrimonio verde;
– proteggere almeno il 30% del territorio forestale italiano e destinarne il 10% a riserva integrale;
– realizzare un sistema omogeneo di monitoraggio, ricerca e conoscenza delle foreste;
– implementare il sistema e il registro dei crediti di carbonio, regolandone il mercato volontario;
– prevenire i rischi naturali e ridurre le minacce, anche applicando la pianificazione e certificazione forestale su larga scala;
– sostenere la bioeconomia circolare e le infrastrutture verdi;
– utilizzo a cascata del legno a fini energetici e aumentarne l’impiego come materiale di sostituzione in edilizia, negli imballaggi e nelle filiere agro-alimentari;
– promuovere l’utilizzo del materiale legnoso recuperato e rigenerato;
– riconoscere i servizi ecosistemici generati dalla gestione forestale sostenibile attraverso sistemi di valutazione univoci, integrati e con azioni economiche e fiscali a supporto del settore;
– rispettare la Deforestation Law e ridurre le importazioni, migliorare le utilizzazioni delle filiere forestali nazionali.
Festa dell’albero 2023
La ventottesima edizione di Festa dell’Albero, la storica campagna di Legambiente, sarà celebrata nel weekend dal 17 al 19 novembre in vista della Giornata nazionale degli alberi indetta per il 21 novembre.
Sono in programma decine di eventi in tutte le regioni italiane organizzati dai circoli locali e le scuole per mettere a dimora alberi che contribuiranno a raggiungere gli obiettivi del progetto europeo Life Terra di cui Legambiente è unica referente italiana.
Le messe a dimora di alberi nelle città italiane sono anche frutto delle donazioni del 5 per mille in favore di Legambiente.
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(1) Ecosistema Urbano
(2) Alcuni valori potrebbero essere influenzati da una classificazione che non sembra ancora essere del tutto univoca e omogenea tra gli enti locali e lo si vede anche dai numeri dichiarati da alcune città al confronto con i dati storici.
(3) Il dato include il verde storico, i grandi parchi urbani, le aree a verde attrezzato (piccoli parchi e giardini di quartiere), le aree di arredo urbano, i giardini scolastici, gli orti urbani, le aree sportive all’aperto, le aree destinate alla forestazione urbana, le aree boschive, il verde incolto e altre tipologie minori quali orti botanici, giardini zoologici e cimiteri.
(4) Manes et al., 2012 – Ecological applications; da Manes et al., 2016 – Ecological Indicators)
(5) World Resources Institute, 2019
Legambiente è un’associazione senza fini di lucro, fatta di cittadini e cittadine che hanno a cuore la tutela dell’ambiente in tutte le sue forme, la qualità della vita, una società più equa, giusta e solidale.
Un grande movimento apartitico fatto di persone che, attraverso il volontariato e la partecipazione diretta, si fanno promotori del cambiamento per un futuro migliore.
Abbiamo fondato la nostra missione sull’ambientalismo scientifico, raccogliendo dal basso migliaia di dati sul nostro ecosistema, che sono alla base di ogni denuncia e proposta.
Da 40 anni ci battiamo per un mondo migliore, combattendo contro l’inquinamento, l’illegalità e l’ingiustizia per la bellezza, la tutela, una migliore qualità della vita.
Bottle to Bottle riciclo bottiglie plastica. CoRiPET, il consorzio volontario tra produttori, converter e riciclatori di bottiglie in PET, riconosciuto dal Ministero dell’Ambiente, ha studiato un processo virtuoso di economia circolare “Bottle to bottle”, sensibilizzando al riciclo della plastica per creare nuove bottiglie in PET riciclato (o rPET).
La mission di CoRiPET consiste nel gestire direttamente il fine vita delle bottiglie e dei boccioni in PET immessi sul mercato dai propri associati, facendoli rientrare in un modello di economia circolare.
Il Consorzio quindi provvede ad installare apposite apparecchiature di deposito e di compressione delle bottiglie, contenitori di acqua, in prossimità dei principali punti di affluenza dei consumatori.
IL PET: UN’OPPORTUNITÀ
Leggero e resistente agli urti, naturalmente trasparente e incolore, il PET (Polietilentereftalato) è la materia plastica utilizzata nell’industria alimentare per imbottigliare acqua, olio, latte, succhi e altre bevande.
La bottiglia in PET è stata scelta come imballaggio alimentare, perché fornisce un’ottima barriera, preserva le caratteristiche del liquido contenuto, è igienica e sicura.
A differenza di imballaggi realizzati attraverso l’unione di più plastiche o altri materiali, la bottiglia in PET rappresenta una scelta ecologica: realizzata unicamente in plastica PET è facilmente riciclabile, attraverso un procedimento meccanico.
GLI OBIETTIVI
Gli obiettivi del consorzio Coripet sono:
– incrementare i livelli di raccolta e di riciclo delle bottiglie in PET, avvicinando in modo innovativo il mondo della produzione, dei consumi e del riciclo;
– creare la filiera italiana del “bottle to bottle” producendo rPET idoneo al diretto contatto alimentare;
– fornire ai propri associati tutte le conoscenze e gli strumenti per allinearsi in modo corretto alla recente normativa europea sull’uso delle plastiche.
CRC – Contributo di Riciclo Coripet
Il Contributo di Riciclo Coripet (CRC) è la forma di finanziamento attraverso la quale Coripet ripartisce i costi di gestione del fine vita degli imballaggi immessi sul mercato dai propri Consorziati Produttori e Converter assolvendo così agli obblighi derivanti dall’EPR (“Extended Producer Responsibility”).
I valori del CRC dal 1° agosto 2022 al 31 dicembre 2023 sono i seguenti:
Descrizione materiale Contributo per il riciclo CRC (euro/ton.)
Boccioni distributori acqua 16,0
Preforme, bottiglie, altri contenitori 16,0
Tappi, chiusure e coperchi 465,0
Tappi con tecnologia tethered 16,0
Etichette bottiglie 465,0
Materie prime 16,0
Qualora un Consorziato introduca tappi, chiusure e coperchi progettati per rimanere solidali con il contenitore (tappi con tecnologia tethered), in conformità alla direttiva SUP, tale tipologia di imballaggio sarà soggetta, previa verifica da parte del Consorzio, allo stesso contributo previsto per le Preforme, bottiglie, altri contenitori.
Dal 1° gennaio 2022 e fino al 31 luglio 2022 vengono applicati i seguenti valori per il Contributo di Riciclo CORIPET (CRC):
Descrizione materiale Contributo per il riciclo CRC (euro/ton.)
Boccioni distributori acqua 145,0
Preforme, bottiglie, altri contenitori 145,0
Tappi, chiusure e coperchi 500,0
Etichette bottiglie 500,0
Materie prime (granulo) 145,0
EU leadership on refrigerants. Today’s deal on the F-Gas Regulation marks one of the greatest climate wins of this EU term.
The proposed phase-out schedule for these potent greenhouse gases signals a paradigm shift, driving key sectors such as heat pumps towards the use of climate-friendly refrigerants.
The EU makes history with the revision of the F-gas regulation
The interinstitutional agreement reached today paves the way for Europe to become the world’s first HFC-free continent by 2050, setting an unprecedented environmental and climate standard on a global scale.
Nearly 2.5% of the EU’s global emissions, equivalent to the entire EU aviation sector, will be spared by 2050 thanks to the complete phase-out of fluorinated gases (F-gases). The proposed ban timeline will play a crucial role in promoting the adoption of climate-friendly refrigerants across burgeoning and strategic sectors, such as heat pumps, air conditioning and switchgears (key component for electricity grids). This transition also encompasses other sectors such as foams, domestic refrigeration, chillers and medical aerosols.
Davide Sabbadin, Deputy Policy Manager for Climate at the EEB, said: “Today’s win is a triple win. Firstly it is a win for the climate, due to F-gases’ significant contribution towards greenhouse gas emissions in the EU.
It is also a win for our health and environment, as F-gases are the primary source of dangerous PFAS ‘forever chemicals’ emissions in Europe. Finally, this is a win for Europe’s green industry, which is home to the production of climate-friendly alternatives to F-gases: natural refrigerants.”
Forever chemical pollution
The most recent F-gas family known as HFOs release PFAS, the so-called forever chemicals, into the atmosphere. Thanks to the new F-gas trajectory, HFOs will be banned in the next decade in all major applications, making this revision a breakthrough moment to prevent chemical pollution that harms and stays forever.
Large quantities of PFAS will not be released in the atmosphere thanks to this legislation and will not be accumulating in rivers and lakes.
This revision sets the stage for the REACH reform, a critical regulation that can no longer be postponed.
Climate global leadership
It will now be the job of the new Commission to make this EU-led revolution a global one, by promoting this same ambition in the context of the Montreal Protocol (1), the international framework that deals with refrigerants and that has already been improved once upon the first release of the F-gas regulation via the Kigali amendment (2).
EU-made alternatives
Despite the absence of a ban in the crucial sector of commercial refrigerators, such as supermarkets, which we lament, this deal also brings positive tidings for the European industry. Europe stands at the forefront of climate-friendly and environmentally sound technologies in these domains, and it stands to benefit from a more robust push within the domestic market. The industry is actively seeking opportunities to strengthen its global leadership position.
Notes
(1) When f-gases burst onto the market, they did it to replace their ozone-depleting predecessor substances which were banned by the Montreal Protocol in 1985. While f-gases can provide cooling without damaging the ozone layer, they still warm the atmosphere.
(2) To continue protecting the ozone layer without aggravating the climate crisis, global leaders amended the Montreal Protocol in 2016 to include a phase-down of f-gases. Named after the city in which it was signed, Kigali (Rwanda), the new treaty agreed to an 80% f-gas reduction over 30 years
The European Environmental Bureau (EEB) is Europe’s largest network of environmental citizens’ organisations, standing for environmental justice, sustainable development and participatory democracy. Our experts work on climate change, biodiversity, circular economy, air, water, soil, chemical pollution, as well as policies on industry, energy, agriculture, product design and waste prevention. We are also active on overarching issues such as sustainable development, good governance, participatory democracy and the rule of law in Europe and beyond.
We have over 180 members in over 38 countries.
Talenti necessari per obbiettivi ESG. Il “Green Report” di ManpowerGroup rivela che il 94% delle aziende non ha ancora i talenti necessari per raggiungere gli obiettivi ESG.
La transizione ecologica e i cambiamenti che richiederà alle imprese saranno il principale fattore che influenzerà il mercato del lavoro nei prossimi anni ed entro il 2030 nei settori dell’energia pulita, dell’efficienza e delle tecnologie a basse emissioni si creeranno fino a 30 milioni di posti di lavoro nel mondo. Lo afferma il report The Greening World of Work di ManpowerGroup, che analizza l’evoluzione del mercato del lavoro di fronte alla sfida della sostenibilità.
A livello globale il 94% dei datori di lavoro riconosce di non avere in azienda i professionisti necessari per raggiungere i propri obiettivi ESG e per questo il 70% delle aziende già pianifica di assumere talenti nell’ambito della sostenibilità, i cosiddetti “green jobs”, cioè quelle posizioni che non possono essere svolte senza competenze specifiche rispetto ai diversi ambiti della sostenibilità. Questi profili richiedono di padroneggiare un’ampia varietà di “green skills” specializzate.
I settori verdi emergenti sono quelli dell’energia rinnovabile, della sostenibilità, della bonifica ambientale, ma l’interesse per l’assunzione di talenti green è trasversale a tutti i comparti, in particolare nell’ambito della produzione (36%), delle operazioni e della logistica (31%), dell’IT (30%), delle vendite e il marketing (27%), dell’ingegneria (26%), dell’amministrazione (25%) e delle risorse umane (25%).
L’impegno sui criteri ESG – ambiente, società e governance – è infatti considerato prioritario dalle aziende, anche grazie alla spinta data dai finanziamenti governativi per la sostenibilità, come il Green Deal europeo da 225 miliardi di euro. D’altra parte, come indica il report, mancanze nelle performance ESG possono avere un impatto negativo sui risultati fino al 21%. Mentre il 67% delle persone in cerca di lavoro preferisce candidarsi in aziende impegnate nel ridurre il proprio impatto ambientale. Distinguersi come azienda leader in materia di sostenibilità può dunque fare la differenza nel reclutamento di nuovi talenti.
In Italia, Manpower ha oltre 2.000 posizioni “verdi” aperte
Tra le figure più ricercate ritroviamo il meccatronico e meccanico industriale green, l’ingegnere per l’energia eolica, il manager ambientale, l’architetto green, il zero-waste program manager, l’ingegnere della mobilità elettrica. Inoltre, come rileva Jefferson Wells, brand di ManpowerGroup per la ricerca e selezione di senior ed executive manager, accanto a queste figure specializzate, esiste una necessità anche di profili strategici e manageriali, ad esempio analista per l’energia rinnovabile, manager dei rischi ambientali, chief sustainability officer, project manager ESG, director of sustainable manufacturing innovation, project manager per l’edilizia ecologica.
Ben il 55% dei datori di lavoro, infatti, è convinto che gli investimenti nella trasformazione ecologica delle imprese creeranno nuovi posti di lavoro nella propria azienda. Ma oltre a nuove assunzioni, un ruolo fondamentale sarà quello della formazione e dell’aggiornamento professionale dei dipendenti: il 61% della forza lavoro globale avrà bisogno entro il 2027 di ulteriore formazione in green skills che permettono alle aziende di migliorare il proprio impatto ambientale. Tra queste vi sono competenze in materia di mitigazione dell’inquinamento e prevenzione dei rifiuti, bonifica ambientale, acquisti sostenibili, produzione e gestione dell’energia, ecc.
“L’economia verde è in continua crescita, basti pensare come di recente gli investimenti globali nell’energia solare nel 2023 abbiano superato quelli nel petrolio. Davanti a questo scenario, i datori di lavoro devono ottimizzare la gestione dell’organico per attrarre, assumere e trattenere i lavoratori in un contesto di persistente scarsità di talenti e di crescente domanda di lavori in ambito sostenibilità”, ha dichiarato Anna Gionfriddo, amministratrice delegata di ManpowerGroup Italia. “A questo si aggiungono gli sforzi di upskilling e reskilling che devono essere incrementati per colmare le carenze di competenze green. ManpowerGroup è pronta a supportare le aziende in questa complessa ma fondamentale trasformazione attraverso le nostre Academy, per le quali solo nell’ultimo anno abbiamo attivato svariati corsi nei settori dell’energia e della sostenibilità”.
ManpowerGroup è in prima fila con le proprie Academy per formare i lavoratori nel guidare la transizione energetica. Nell’ultimo anno sono stati erogati, o lo saranno a breve, corsi per posatori e giuntisti di fibra ottica, manutentori e installatori per il settore dell’energia, addetti alla costruzione e installazione di impianti fotovoltaici e tecnici installatori e manutentori di impianti eolici.
ManpowerGroup Italia, presente in Italia dal 1994, la realtà nazionale di ManpowerGroup – multinazionale leader mondiale nelle innovative workforce solutions – realizza e offre soluzioni strategiche per la gestione delle risorse umane: ricerca, selezione e valutazione di personale per tutte le posizioni professionali; somministrazione di lavoro a tempo determinato e indeterminato; pianificazione e realizzazione di progetti di formazione; talent & career management; servizi di outsourcing. Unendo efficacemente la sua profonda conoscenza del potenziale umano e delle esigenze dei propri clienti, ManpowerGroup crea valore per imprese e individui affiancandoli nel raggiungimento dei propri obiettivi di business e di carriera. Attraverso una rete di oltre 200 uffici, impiega 1.800 persone su tutto il territorio nazionale. Per il 14° anno ManpowerGroup è stata inclusa nella classifica “World’s Most Ethical Companies” (2023) elaborata da Ethisphere, organizzazione internazionale specializzata nella creazione, nello sviluppo e nella condivisione di best practice a livello di etica aziendale, governance, misure anticorruzione e sostenibilità. La proposta di soluzioni di ManpowerGroup in Italia viene offerta attraverso Manpower®, Experis®, Talent Solutions e Jefferson Wells.
Linc Magazine è la rivista di cultura del lavoro di ManpowerGroup. Fondato nel 2008 è un sito e un magazine cartaceo che diffonde cultura attraverso le firme di giornalisti, scrittori, docenti, economisti, artisti che interpretano i cambiamenti del mondo del lavoro e raccontano le storie delle persone che “costruiscono” la società del lavoro.
Coalition for sustainable raw material policies. Over 40 Civil Society Organisations converge to advocate for Sustainable and Just Raw Material Policies.
This coalition responds to the escalating demand for metals pivotal in ushering green and digital transitions globally.
The newly formed coalition underscores the critical need for more inclusive discussions on sustainable raw material policies, advocating for a stronger representation of civil societies in global forums that dictate the future of raw materials.
Background
The present demands on raw materials are experiencing exponential growth, a trajectory that accompanies severe repercussions including biodiversity loss, environmental infringements, and rampant human rights abuses.
These repercussions are inextricably tied to the encompassing value chains from mining to end-of-life management of raw materials.
This alarming trend, facilitated by corruption and inadequate regulations in many regions, poses a substantial threat to vulnerable ecosystems and wider communities, often leaving the concerns and voices of indigenous peoples and local communities unheard.
In July, the collective of CSOs voiced critical concerns before the Committee on Environment, Public Health and Food Safety (ENVI), and International Trade (INTA) voted on the Critical Raw Materials Regulation (CRMR).
It emphasized the urgent need for detailed evaluations of human rights and environmental impacts instead of a mere focus on certifications.
Additionally, the group called for a reduction in the EU’s raw material consumption by at least 10% by 2030, championing a circular economy approach in the CRMA as essential to fulfilling the goals of the European Green Deal.
Vision
The coalition aspires to a transformative future, aiming to guide EU policies towards sustainability, safeguarding both people and the planet.
The agenda is clear: to diverge from an unsustainable growth-based economic framework dependent on ceaseless extraction, to one prioritising the planet and human rights over profit.
Urgent Action Points
The coalition is urging for a transformative approach to consumption, moving away from a reliance on extractivism to a system that prioritizes resource efficiency and sufficiency.
This approach envisions the fostering of a circular society, one that not only reduces production and consumption but promotes sharing over ownership and encourages the adoption of initiatives such as urban and waste mining over the extraction of virgin materials.
To realize this, the coalition believes it is imperative for the EU to establish binding targets and robust legislative frameworks that can nurture alternative business models.
Additionally, the coalition calls for the strengthening of regulatory mechanisms that oversee global corporate operations.
This involves creating inclusive legislations that hold corporations accountable for upholding human rights and environmental standards.
The coalition proposes designating certain areas as environmentally sensitive and thus off-limits for mining, as well as imposing a moratorium on deep-sea mining in both international and EU waters.
Transparency is highlighted as a critical element in this new regulatory landscape, with a particular emphasis on engaging communities transparently through all stages of a mine’s life cycle and promoting openness in EU mining projects.
“Today, as we unveil the Raw Materials Coalition, we are not just launching an initiative; we are igniting a movement, one that thrives on cooperation, respects every voice, and honors the intrinsic value of our natural resources,” states Robin Roels, EEB Associate Policy Officer for Raw Materials and the Coordinator of the Coalition. “The Coalition is a call to action for a more equitable and just tomorrow, not as an option, but as the only way forward. For too long, the voices of civil society have been sidelined in critical discussions shaping our world’s future. It’s time to change that.”
The Raw Materials Coalition invites all stakeholders, including governments, businesses, and civil societies, to join hands in this endeavor, amplifying the voices that matter, promoting a discourse steeped in respect for human rights and environmental integrity, and echoing the sentiments of communities at the grassroots level.
The European Environmental Bureau (EEB) is Europe’s largest network of environmental citizens’ organisations, standing for environmental justice, sustainable development and participatory democracy. Our experts work on climate change, biodiversity, circular economy, air, water, soil, chemical pollution, as well as policies on industry, energy, agriculture, product design and waste prevention. We are also active on overarching issues such as sustainable development, good governance, participatory democracy and the rule of law in Europe and beyond.
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ENI sapeva impatti ambientali da decenni. In diverse sue pubblicazioni risalenti agli anni Settanta e Ottanta, il colosso italiano ENI, all’epoca interamente controllato dallo Stato, metteva in guardia sui possibili impatti distruttivi sul clima del pianeta derivanti dalla combustione delle fonti fossili.
Eppure, nonostante questi ammonimenti, l’azienda ha proseguito e continua ancora oggi a investire principalmente sull’estrazione e lo sfruttamento di petrolio e gas.
Inoltre sin dalla prima metà degli anni Settanta il Cane a sei zampe ha fatto parte dell’IPIECA, un’organizzazione fondata da diverse compagnie petrolifere internazionali che, secondo recenti studi, a partire dagli anni Ottanta avrebbe consentito al gigante petrolifero statunitense Exxon di coordinare “una campagna internazionale per contestare la scienza del clima e indebolire le politiche internazionali sul clima”.
È quanto denuncia «ENI sapeva», il rapporto diffuso da Greenpeace Italia e ReCommon e realizzato grazie a ricerche effettuate negli scorsi mesi presso biblioteche e archivi della stessa ENI o di istituzioni scientifiche come il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR).
Lo studio, basato anche su recenti analisi simili riguardanti altre compagnie come la francese TotalEnergies, include inoltre contributi di storici della scienza come Ben Franta, ricercatore senior in Climate Litigation presso l’Oxford Sustainable Law Programme, tra i maggiori esperti del tema a livello mondiale, e Christophe Bonneuil, attualmente direttore di ricerca presso il più grande ente pubblico di ricerca francese, il Centre national de la recherche scientifique (CNRS).
«La nostra indagine dimostra come ENI possa essere aggiunta al lungo elenco di compagnie fossili che, come è emerso da numerose inchieste internazionali condotte negli ultimi anni, erano consapevoli almeno dai primi anni Settanta dell’effetto destabilizzante che lo sfruttamento di carbone, gas e petrolio esercita sugli equilibri climatici globali, a causa delle emissioni di gas serra», dichiara Felice Moramarco, che ha coordinato la ricerca per Greenpeace Italia e ReCommon. «Se ci troviamo oggi nel pieno di una crisi climatica che minaccia le vite di tutte e tutti noi, la responsabilità ricade principalmente su aziende come ENI, che hanno continuato per decenni a sfruttare le fonti fossili, ignorando gli allarmanti e crescenti avvertimenti provenienti dalla comunità scientifica globale».
Lo scorso 9 maggio Greenpeace Italia, ReCommon e dodici cittadine e cittadini italiani hanno presentato una causa civile nei confronti di ENI per i danni subiti e futuri, di natura patrimoniale e non, derivanti dai cambiamenti climatici a cui la compagnia avrebbe significativamente contribuito con la sua condotta negli ultimi decenni, pur essendo consapevole degli impatti sul clima delle proprie attività, come dimostrato dal rapporto “ENI sapeva”.
La causa mira a costringere ENI a rivedere la sua strategia industriale e a ridurre le sue emissioni del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020, come raccomandato dalla comunità scientifica internazionale per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
La causa è stata presentata anche contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze e contro Cassa Depositi e Prestiti S.p.A., in quanto azionisti rilevanti di ENI.
The Age of Resilience Reimagining Existence on a Rewilding Earth. Jeremy Rifkin: The Great Transformation from the Age of Progress in a new worldview.
What would happen if we were to awaken one day – all 8 billion of us – only to realize that the world we live in and experience and are deeply attached to suddenly appeared eerily alien as if we’d been teleported to some other distant world where identifiable markers by which we’ve come to understand our existence were simply missing – no less our sense of agency? That frightening prospect is now.
Apocalyptic spring floods, deadly summer droughts, heatwaves and wildfires, and catastrophic autumn hurricanes and typhoons, each devastating the planet’s ecosystems with the loss of human life and the lives of our fellow creatures along with untold destruction of the societal infrastructure, is taking us into the Sixth Extinction of life on Earth.
In his new book, The Age of Resilience: Reimagining Existence on a Rewilding Earth, social and economic theorist, and advisor to heads of state around the world, Jeremy Rifkin, addresses “the great unspoken.” Rifkin argues that the Age of Progress, which took our species to the commanding heights as the dominant species on Earth, but at the expense of the wholesale destruction of life on the planet, is on a death spiral and a nascent Age of Resilience is quickly trending with a new meta-narrative that fundamentally transforms the way our species will live and flourish on a rewilding Earth.
TABLE OF CONTENTS
Part One
EFFICIENCY VS. ENTROPY: THE DIALECTIC OF MODERNITY
1) Masks, Ventilators, and Toilet Paper: How Adaptivity Trumps Efficiency
2) Taylorism and the Laws of Thermodynamics
3) The Real World: Nature’s Capital
Part Two
PROPERTIZING THE EARTH AND PAUPERIZING THE WORKFORCE
4) The Great Disruption: The Planetary Enclosure of Time and Space
5) The Ultimate Heist: Commodifying the Earth’s Spheres, Gene Pool, and Electromagnetic Spectrum
6) The Catch-22 of Capitalism: Increased Efficiency, Fewer Workers, and More Consumer Debt
Part Three
HOW WE GOT HERE: RETHINKING EVOLUTION ON EARTH
7) The Ecological Self: We Are Each a Dissipative Pattern
8) A New Origin Story: The Biological Clocks and Electromagnetic Fields That Help Synchronize and Shape Life
9) Beyond the Scientific Method: Complex Adaptive Social/ Ecological Systems Modeling
Part Four
THE AGE OF RESILIENCE: THE PASSING OF THE INDUSTRIAL ERA
10) The Resilient Revolution Infrastructure
11) The Ascendance of Bioregional Governance
12) Representative Democracy Makes Way for Distributed Peerocracy
13) The Rise of Biophilia Consciousness
Jeremy Rifkin is an American economic and social theorist, writer, public speaker, political advisor, and activist. Rifkin is the author of 21 bestselling books about the impact of scientific and technological changes on the economy, the workforce, society, and the environment. The books have been translated into more than 35 languages. His most recent books include the international bestsellers, The Age of Resilience (2022), The Green New Deal (2019), The Zero Marginal Cost Society (2014), The Third Industrial Revolution (2011), The Empathic Civilization (2010), The European Dream (2004), The Hydrogen Economy (2002), The Age of Access (2000), The Biotech Century (1998), and The End of Work (1995).
Jeremy Rifkin has been an advisor to the leadership of the European Union since 2000. He has advised three past presidents of the European Commission – Romano Prodi, Jose Manuel Barroso, and Jean-Claude Juncker – and is advising the current European Commission under the presidency of Ursula von der Leyen, as well as the former president of the European Parliament, David Sassoli. Mr. Rifkin has also advised numerous EU heads of state over the past twenty years, including Germany’s Angela Merkel, on the ushering in of a smart green Third Industrial Revolution economy.
Mr. Rifkin’s New York Times bestselling book, The Third Industrial Revolution, provided the blueprint for the economic transition to a post-carbon ecological society across the European Union. According to The European Energy Review, “perhaps no other author or thinker has had more influence on the EU’s ambitious climate and energy policy than the famous American ‘visionary’ Jeremy Rifkin.” In the words of Vice Chancellor and Economy Minister of Germany, Sigmar Gabriel, Jeremy Rifkin “is the economic and ecological worldwide ambassador of the energy transition… Rifkin presents a grand scenario for the future: a visionary approach unlike anyone has dared to put forward in the last fifty years that will boost our thinking and help with our orientation.”
Banca Etica misura impatti indotti da crediti erogati. Ha pubblicato la sua carbon footprint e gli impatti sociali e ambientali generati dalle proprie attività finanziarie a favore di tutti gli stakehoders.
Dietro ai numeri e alle percentuali che contribuiscono a costruire il bilancio di una banca scorrono storie di vita individuali e di organizzazioni, per cui Banca Etica rappresenta un solido partner.
Sono persone che hanno acceso il mutuo per comprare casa; imprese che hanno chiesto un prestito per diventare più sostenibili o per salvare posti di lavoro; cooperative che, grazie all’accesso a un finanziamento, hanno aumentato la loro capacità di accogliere migranti o di dare servizi a persone fragili; donne che hanno creato un’impresa conquistando sempre più indipendenza economica.
Banca Etica è la prima in Italia che misura tutti gli impatti sociali e ambientali, diretti e indiretti, generati dalle proprie attività e dei crediti che eroga ogni anno.
Il metodo Banca Etica: misurare gli impatti socio-ambientali del credito
“Mentre molti istituti finanziari si limitano a misurare la CO2 risparmiata da uffici e filiali, o gli impatti di singole iniziative di beneficenza o ambientali, Banca Etica ha costruito – e affina ogni anno – un modello per monitorare gli impatti del suo core business, ovvero di tutti i crediti erogati, ma in generale dell’intero attivo – spiega la presidente di Banca Etica, Anna Fasano. “La possibilità di un’analisi tanto accurata deriva dal fatto che – per ogni prestito richiesto – Banca Etica sviluppa un questionario di valutazione socio-ambientale che permette di misurare le attività delle realtà finanziate e i loro impatti classificati attraverso decine di indicatori all’interno di 24 diverse aree di responsabilità sociale e ambientale. Il questionario è uno dei cardini del modo di “fare banca” di Banca Etica: nel processo di valutazione del merito creditizio Banca Etica attribuisce infatti pari importanza all’analisi economico-finanziaria e alla valutazione sociale-ambientale. Senza dimenticare che tutte le organizzazioni finanziate da Banca Etica, grazie all’applicazione preliminare di criteri di esclusione dall’universo dei settori finanziabili, non producono impatti negativi sociali o ambientali significativi”.
I crediti alle persone fisiche
Per quanto riguarda i crediti alle persone, l’85,9% si possono considerare “a impatto”.
Alcune tipologie di prestiti per persone fisiche sono disegnate specificamente per generare un cambiamento positivo.
Appartengono a questa categoria i mutui per l’acquisto di una prima casa destinata a soggetti fragili; i finanziamenti finalizzati a ristrutturazioni eco-efficienti; i prestiti per coprire spese mediche o di studio, come pure i prestiti erogati nell’ambito di convenzioni contro l’usura o per l’erogazione di microcredito.
Nell’insieme tutte queste erogazioni rappresentano il 57,5% dei mutui concessi da Banca Etica alle persone fisiche nel 2023.
Guardando poi al profilo anagrafico delle persone che accedono a un prestito, si evince che il 62% dei clienti che hanno ricevuto un prestito da Banca Etica sono persone potenzialmente con un maggior rischio di esclusione finanziaria: donne, giovani, disoccupati, immigrati da Paesi del Sud del mondo, persone con basso titolo di studio.
In particolare:
– le donne rappresentano poco più del 44% della clientela e ricevono quasi il 47% della nuova finanza erogata nel 2022, ricevendo quindi importi mediamente più elevati;
– i giovani tra i 18 e i 34 anni di età ricevono il 24% dei prestiti;
– le persone di origine straniera ricevono il 19% del credito personale.
I crediti a organizzazioni e imprese creano lavoro e benefici collettivi
Per quanto riguarda i crediti erogati a organizzazioni e imprese, il 98% è qualificato come credito ad impatto. Ecco alcuni dei risultati più significativi:
– Posti di lavoro: il report di Banca Etica evidenzia come 356 organizzazioni abbiano utilizzato il finanziamento ricevuto specificamente per generare occupazione. Banca Etica ha erogato verso queste organizzazioni 78,3 milioni di euro, e questa somma ha condotto alla creazione diretta di 2.338 posti di lavoro in Italia e Spagna. 89 sono i posti di lavoro che sono stati salvati grazie a finanziamenti a esperienze di workers buyout, o imprese recuperate dai lavoratori.
– Impatto sociale: il 41% dei nuovi crediti erogati da Banca Etica a imprese nel 2022 è andato a favore di associazioni e cooperative e imprese che hanno realizzato progetti nel settore dell’assistenza sociale, socio-educativa, diritto alla casa, inserimento al lavoro di persone svantaggiate, della salute. Questi progetti hanno permesso a 66mila persone di ricevere una forma di assistenza; a 337 nuclei di avere una casa e ad altri 99 di trovare alloggio in un co-housing; a 44mila persone di partecipare a progetti socio-educativi; più di 8mila persone svantaggiate sono state inserite a lavoro e 67mila pazienti hanno potuto ricevere assistenza medica.
– Impatto ambientale: il 28% (pari a 113 milioni di euro) dei nuovi prestiti erogati da Banca Etica nel 2022 è andato a favore di 281 organizzazioni e 377 persone fisiche che hanno utilizzato il denaro per progetti a impatto ambientale positivo: agricoltura biologica e di prossimità; contrasto al cambiamento climatico (efficienza energetica ed energia rinnovabile); mutui “Casa verde”; acquisizioni di crediti fiscali per Ecobonus e Superbonus 110; economia circolare e tutela dell’ambiente. Questi finanziamenti hanno contribuito a realizzare 1.400 interventi di efficientamento energetico; a coltivare 3.700 ettari di terreno a biologico (pari a 5mila campi di calcio); a rendere disponibili 524 mila milioni di m3 di acqua per gli ecosistemi; a riciclare 677 mila tonnellate di rifiuti.
– Accoglienza migranti e cooperazione internazionale: nel 2022 Banca Etica ha erogato 39 milioni di euro a favore di 131 organizzazioni che si occupano di accoglienza e inserimento delle persone migranti. Grazie a questi prestiti più di 5mila migranti hanno trovato accoglienza e altri 4.800 hanno usufruito di opportunità di inserimento sociale. Nello stesso anno Banca Etica ha erogato 12,4 milioni di euro a favore di organizzazioni che hanno usato il denaro per progetti di cooperazione internazionale che hanno raggiunto oltre 28 mila beneficiari nei paesi più poveri. Altri 5 milioni e mezzo sono andati a finanziare progetti di microfinanza internazionale, di cui hanno fruito 3,7 milioni di persone (il 56% donne)
– Imprenditoria femminile: nel 2022 Banca Etica ha finanziato 327 imprese femminili in Italia e in Spagna, che rappresentano il 25,2% delle organizzazioni e imprese finanziate nell’anno dalla banca, per un totale di 49 milioni di euro. Considerando che, a livello nazionale, tali imprese sono pari al 22% del totale delle imprese (fonte: Unioncamere), ne emerge una particolare propensione di Banca Etica verso tali realtà.
Misurare l’impronta ecologica di tutte le attività della banca
Per la prima volta quest’anno Banca Etica ha calcolato la carbon footprint della quasi totalità (90%) dei propri asset. Complessivamente le attività di Banca Etica nel 2022 hanno generato quasi 314 mila tonnellate di Co2 equivalente, pari a 113 tonnellate per ogni milione di euro di attivo.
Di queste:
– 19 derivano da riscaldamento e auto aziendali;
– 30 sono dovute al consumo di elettricità negli uffici,
– 198 agli spostamenti casa-lavoro dei dipendenti.
Mentre gran parte delle banche si limita a misurare le proprie emissioni dirette, come quelle elencate qui sopra, Banca Etica è stata la prima banca a rendicontare le emissioni prodotte dai propri impieghi, con la metodologia più avanzata PCAF che ha permesso di mettere in luce come la quasi totalità delle emissioni sia stata generata dagli impieghi che sono responsabili di 313 mila tonnellate di Co2 equivalente.
In particolare la metodologia PCAF considera particolarmente impattanti i titoli sovrani che per Banca Etica sono stati responsabili di 218 mila tonnellate di Co2.
I crediti alle imprese hanno generato 74 mila tonnellate e i mutui casa 18mila tonnellate.
Dall’altra parte i crediti erogati da Banca Etica per progetti di efficientamento energetico hanno permesso di evitare 70 mila tonnellate di CO2 e il lavoro agile ha permesso di evitare 152 tonnellate di Co2.
Banca Etica ha inoltre compensato le 136 mila tonnellate di CO2 emesse nel 2022 relative alle proprie emissioni dirette, al consumo di carta e agli spostamenti aziendali.
Questo livello di analisi consentirà di orientare sempre meglio le strategie per ridurre ancora in futuro le emissioni di Banca Etica.