Corporate Sustainability Due Diligence Directive è uno step fondamentale a supporto degli investimenti sostenibili, per una migliore gestione dei rischi di sostenibilità e per affrontare l’impatto delle imprese su persone e pianeta
L’accordo politico provvisorio tra Parlamento e Consiglio Europeo raggiunto lo scorso 14 dicembre sulla Direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence (CSDDD) rischia di essere messo in discussione.
Il Forum per la Finanza Sostenibile sottolinea come la CSDDD sia un tassello chiave per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità europei e auspica che gli Stati membri dell’UE mantengano il loro impegno a sostenere questa direttiva durante la riunione del Comitato dei rappresentanti permanenti (COREPER).
La CSDDD è il primo strumento normativo dell’UE recante obblighi di due diligence in materia di diritti umani e ambiente per le imprese che dovranno identificare, prevenire, mitigare, comunicare e porre fine agli impatti negativi sull’ambiente e sui diritti umani causate dalle loro attività economiche e dalla loro catena del valore.
La direttiva contribuirebbe a colmare le lacune del quadro normativo dell’UE, integrando le leggi sulla disclosure di sostenibilità con azioni da intraprendere per gestire meglio i rischi legati alla sostenibilità sul piano ambientale e sociale.
“La direttiva proposta può giocare un ruolo chiave nel garantire la disponibilità di dati affidabili e di qualità per gli operatori finanziari, necessari per orientare gli investimenti verso settori e progetti con un impatto positivo sia sul pianeta, sia sulle persone. Al contempo, la CSDDD può contribuire a eliminare la frammentazione degli obblighi di due diligence nel mercato unico, introducendo uno standard elevato a livello globale, e facilitare la valutazione del rischio e l’analisi dell’impatto delle aziende finanziarie e non finanziarie”, dichiara il Presidente del Forum per la Finanza Sostenibile Massimo Giusti.
Il Forum per la Finanza Sostenibile Ente del Terzo Settore
Il Forum per la Finanza Sostenibile è un’associazione non profit nata nel 2001. La base associativa è multistakeholder: ne fanno parte operatori finanziari e altre organizzazioni interessate all’impatto ambientale e sociale degli investimenti. La missione del Forum è promuovere la conoscenza e la pratica dell’investimento sostenibile, con l’obiettivo di diffondere l’inclusione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) nei prodotti e nei processi finanziari. Il Forum per la Finanza Sostenibile è membro di Eurosif, lo European Sustainable Investment Forum.
Economia eco-digitale raddoppierà in 5 anni, raggiungendo quasi 33.000 miliardi di dollari. Il potenziale inutilizzato delle tecnologie digitali è immenso e secondo le previsioni la transizione verso un’economia eco-digitale (1), guidata dal digitale e dalla sostenibilità, è destinata a raddoppiare entro il 2028.
È quanto emerge dall’ultimo report del Capgemini Research Institute, “The Eco-Digital Era™: The dual transition to a sustainable and digital economy”, elaborato in collaborazione con il Digital Value Lab del Digital Data Design Institute di Harvard. Secondo il report, negli ultimi cinque anni l’implementazione delle tecnologie digitali ha consentito alle organizzazioni di ridurre il consumo energetico di quasi un quarto e le emissioni di gas serra (GHG) del 21%. In questa nuova era caratterizzata da una duplice transizione verso un’economia in grado di offrire non solo valore economico, ma anche ambientale e sociale, una maggiore adozione del digitale stimolerà la crescita economica mettendo al centro la sostenibilità.
Più collaborativa e legata alle piattforme, l’era eco-digitale™ sta dando vita a nuovi modelli di business e flussi di ricavi, nonché a una maggiore efficienza dei costi, grazie all’utilizzo di dati, cloud, ecosistemi collaborativi e prodotti e servizi connessi. Secondo il report, sette organizzazioni su 10 concordano sul fatto che i business model orientati al digitale diventeranno un fattore determinante per la crescita dei ricavi nei prossimi tre-cinque anni. Inoltre, il 60% si aspetta che i business model orientati al digitale generino maggiori ricavi rispetto a quelli tradizionali.
“Nell’era eco-digitale si esplora maggiormente il valore delle tecnologie digitali per le imprese, ad esempio attraverso la scalabilità dei dati e del cloud, facendo in modo che le tecnologie digitali svolgano un ruolo cruciale nel raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità. C’è anche una rapida evoluzione delle tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale generativa e la biologia sintetica, così come una maggiore collaborazione che dà origine a ecosistemi digitali”, commentano Suraj Srinivasan, Philip J. Stomberg Professor of Business Administration presso Harvard Business School e Head of the Digital Value Lab del Digital Data and Design Institute di Harvard. “Questo cambiamento è davvero fondamentale, intersettoriale e di natura globale. Una delle domande più grandi che le organizzazioni devono affrontare e gestire, man mano che crescono, è sapere cosa centralizzare e cosa decentralizzare in termini di architettura delle piattaforme e, soprattutto, di governance dei dati”.
Le tecnologie tradizionali su larga scala sono destinate a generare il valore più elevato
Si stima che gli investimenti nella trasformazione digitale, dalla scalabilità delle tecnologie tradizionali e dall’implementazione di misure di cybersecurity, alla riqualificazione della forza lavoro e all’automazione dei processi aziendali, genereranno i rendimenti più significativi nei prossimi cinque anni, passando dall’attuale 4% al 14% nel 2028.
Secondo il report, circa la metà delle organizzazioni (48%) sta pianificando o sviluppando attivamente delle strategie volte a sfruttare il potenziale delle tecnologie emergenti, come l’edge computing e l’AI generativa. Tuttavia, tecnologie consolidate come dati, analytics e cloud su larga scala saranno quelle che secondo le organizzazioni forniranno i vantaggi di business più incisivi nei prossimi cinque anni.
“L’economia eco-digitale non ha niente in comune con i precedenti modelli di business, e la società sta sfruttando solo una frazione del potenziale complessivo che tecnologie mainstream come cloud, AI e automazione possiedono”, ha dichiarato Raffaella Santoro, Managing Director di Capgemini Invent in Italia. “Le organizzazioni dovranno fare leva sull’efficienza del loro core business, ottenuta grazie al digitale, al fine di sbloccare gli investimenti necessari per questa duplice transizione. Siamo alle porte di una nuova era di trasformazione e abbiamo solo iniziato a scoprire in che modo le tecnologie digitali possono dare un contributo per ottenere notevoli vantaggi a livello economico, ambientale e sociale”.
L’implementazione delle tecnologie digitali ha aiutato le organizzazioni a diminuire il consumo di energia di quasi un quarto
Solo negli ultimi cinque anni, l’implementazione delle tecnologie digitali ha permesso alle organizzazioni di ridurre i consumi energetici di quasi un quarto (24%) e di diminuire le emissioni di gas serra del 21%. Il report stima che entro il 2028 la percentuale di riduzione delle emissioni globali di gas serra ottenuta grazie all’uso delle tecnologie digitali supererà l’aumento delle emissioni previsto e attribuito al digitale.
Quasi il 40% dei dipendenti totali sarà dedicato alle iniziative digitali nei prossimi 3-5 anni
La forza lavoro globale dovrà subire una trasformazione significativa per stare al passo con i progressi tecnologici su scala industriale. Il 64% delle organizzazioni sta già investendo nella riqualificazione del proprio organico, ma è necessario adottare strutture flessibili che consentano una rapida evoluzione.
Metodologia di ricerca
Il Capgemini Research Institute ha intervistato 1.500 dirigenti di livello senior (a partire dal grado di director) di 1.350 grandi organizzazioni con un fatturato annuo superiore a 1 miliardo di dollari (o un budget annuo superiore a 50 milioni di dollari per le aziende del settore pubblico) e 150 startup dal valore superiore a 1 miliardo di dollari, tutte attivamente impegnate in molteplici iniziative digitali e/o con una strategia digitale integrata. L’istituto ha inoltre condotto interviste approfondite con 26 dirigenti senior ed esperti di settore. Le organizzazioni oggetto dell’indagine sono attive in diversi settori, tra cui automotive, prodotti di consumo, retail, life sciences, banking e wealth management, assicurazioni property e casualty, telecomunicazioni, energia e utility, aerospaziale e difesa, tecnologia, industria manifatturiera e servizi pubblici. Hanno sede in 14 paesi tra Nord America, Europa e area Asia-Pacifico.
(1) Con economia eco-digitale si intende la duplice transizione verso un’economia che offre non solo valore economico, ma anche valore ambientale e sociale. Nell’era eco-digitale™, si esplora maggiormente il valore delle tecnologie digitali per le imprese, il ruolo cruciale delle tecnologie digitali nel raggiungimento degli obiettivi sostenibili, la rapida evoluzione delle tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale generativa e la biologia sintetica, e una maggiore collaborazione che dà origine a ecosistemi digitali.
Capgemini è leader mondiale nel supportare le aziende nel loro percorso di trasformazione digitale e di business facendo leva sul potere della tecnologia. Lo scopo del Gruppo è garantire un futuro inclusivo e sostenibile, sprigionando l’energia umana attraverso la tecnologia.
Capgemini è un’organizzazione responsabile e diversificata di circa 350.000 persone presente in più di 50 paesi nel mondo.
55 anni di esperienza e una profonda conoscenza dei settori di mercato rendono Capgemini un partner affidabile per i suoi clienti, in grado di fornire soluzioni innovative per le loro esigenze di business, dalla strategia alla progettazione alle operation, grazie alle competenze in ambito cloud, dati, AI, connettività, software, digital engineering e piattaforme. Nel 2022 il Gruppo ha registrato ricavi complessivi pari a 22 miliardi di euro.
Il Capgemini Research Institute è il think-tank interno di Capgemini dedicato a tutto ciò che è digitale. L’istituto pubblica lavori di ricerca in merito all’impatto delle tecnologie digitali sulle grandi aziende tradizionali. Il team fa leva sul network mondiale di esperti Capgemini e lavora a stretto contatto con partner accademici e tecnologici. L’istituto possiede centri di ricerca dedicati in India, Singapore, nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Recentemente, è stato nominato il miglior istituto di ricerca al mondo per la qualità dei suoi lavori da una giuria di analisti indipendenti.
Green Jobs nel Report ManpowerGroup: dalla transizione verde 30 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030. Il percorso verso un’economia più sostenibile dal punto di vista climatico e ambientale, promosso da consumatori, investitori e istituzioni, accelererà la trasformazione verde delle aziende e porterà a un aumento delle opportunità di impiego nell’ambito della sostenibilità, creando fino a 30 milioni di nuovi posti di lavoro nel mondo entro il 2030.
Lo afferma il report “Building Competitive Advantage with A People-First Green Business Transformation” di ManpowerGroup, l’ultima indagine dell’organizzazione, presentata al World Economic Forum di Davos, che ha coinvolto circa 40.000 datori di lavoro e oltre 5.000 persone in 41 Paesi.
Lo studio rivela un sostanziale divario tra gli ambiziosi target di riduzione delle emissioni e l’accesso ai talenti “verdi” necessari per raggiungere gli obiettivi ambientali. Secondo il report, il 70% delle aziende di tutti i settori pianifica di assumere talenti nell’ambito della sostenibilità, i cosiddetti “green jobs”.
Le intenzioni di assunzione più forti (81%) sono state riscontrate nel settore dell’energia e dei servizi pubblici, seguito dai comparti information technology (77%) e servizi finanziari (75%), mentre i talenti verdi più ricercati sono quelli attinenti alle funzioni della produzione (36%), di operations e logistica (31%), IT (30%), vendite e marketing (27%), ingegneria (26%), amministrazione (25%) e risorse umane (25%).
Inoltre, soltanto in Europa, potrebbero essere creati oltre 1,7 milioni di nuovi posti di lavoro verdi entro il 2040 grazie allo sviluppo di molecole verdi, come l’idrogeno e i biocarburanti, nell’ambito della transizione energetica.
È quanto emerge dal secondo studio presentato da ManpowerGroup e Cepsa – leader nel settore energetico in Spagna – a Davos, “Green Molecules: The Upcoming Revolution in the European Employment Market”. Tuttavia, il rapporto rivela che la transizione richiederà la riqualificazione e l’aggiornamento del 60% dei professionisti per dotarli delle competenze cruciali necessarie a soddisfare la crescente domanda verde.
Il report parla anche dell’Italia e la colloca – insieme a Spagna e Germania – tra i Paesi che presentano le maggiori carenze di competenze, che devono essere affrontate attraverso la formazione professionale, gli strumenti di mappatura della forza lavoro e i partenariati pubblico-privati. Inoltre, la partecipazione delle donne ai lavori della green economy è in aumento, ma rimane inferiore al 40% nella maggior parte dei Paesi. Fanno eccezione Spagna e Italia, dove si prevede che le donne ricopriranno oltre il 50% dei posti di lavoro verdi diretti entro il 2040.
In Italia, Manpower ha oltre 2.000 posizioni “verdi” aperte negli ambiti di maggiore impatto sul green
Efficientamento energetico ed energia elettrica, fotovoltaico, assemblaggio veicoli elettrici nell’automotive
Tra le figure più ricercate nell’ambito dell’efficientamento energetico troviamo tecnici manutentori, ingegneri delle infrastrutture e civili e progettisti di impianti, olto richiesti anche nell’ambito del fotovoltaico. In questo settore sono strategici anche i manutentori e gli installatori di impianti. Nel comparto automotive/assemblaggio veicoli elettrici i più ricercati sono i tecnici manutentori, oltre ai tecnici dedicati al controllo di qualità e e agli ingegneri di prodotto.
Tuttavia, le competenze verdi scarseggiano, tanto che il 94% dei datori di lavoro a livello globale riconosce di non avere in azienda i professionisti necessari per raggiungere i propri obiettivi ESG e tre quarti (75%) di essi affermano di avere difficoltà a trovare i talenti con le competenze ricercate. Tra i principali ostacoli citati dalle aziende che cercano di progredire nella transizione verde, si evidenziano il reperimento di candidati qualificati (44%), la creazione di programmi di riqualificazione efficaci (39%) e l’identificazione di competenze trasferibili (36%).
“Le aziende, per promuovere la sostenibilità e dotarsi dei profili green di cui hanno sempre più bisogno, devono mantenere le persone al centro. È essenziale che gli sforzi verso tecnologie green siano accompagnati da adeguati investimenti in upskilling e reskilling, riqualificazione e aggiornamento delle competenze” afferma Daniela Caputo, Marketing, Communication e Innovation Director di ManpowerGroup. “Solo così potranno garantire una transizione efficace verso un futuro più sostenibile. I leader d’azienda che pongono l’accento sullo sviluppo delle competenze delle persone come elemento centrale delle loro strategie net-zero possono favorire sia gli azionisti che gli stakeholder. Le aziende che trascurano questo aspetto rischiano di perdere talenti e risorse cruciali.”
Competenze green: un’opportunità per chi le padroneggia
A livello globale, solo 1 lavoratore su 8 possiede più di una competenza “green”. Si tratta di una sfida per i datori di lavoro, ma anche di un’opportunità per i lavoratori: infatti, il tasso di assunzione medio per le persone con almeno una competenza verde è superiore del 29% rispetto alla media, mentre il numero di annunci di lavoro che richiedono almeno una competenza verde è cresciuto del 15% nel 2023 rispetto all’anno precedente. Sotto questo aspetto, si registrano differenze sostanziali a seconda dei diversi gruppi di lavoratori considerati: infatti, mentre il 70% dei ruoli impiegatizi si dichiara pronto ad abbracciare la transizione verde, solo il 57% dei ruoli legati alla produzione afferma lo stesso.
Differenze nell’entusiasmo verso la transizione verde si riscontrano anche a livello settoriale. I lavoratori dei comparti Information Technology (75%) e servizi finanziari e immobiliare (74%) sono i più pronti ad accogliere le prossime trasformazioni in ambito sostenibilità. Allo stesso tempo, i lavoratori dei settori energia e utility (64%) e trasporti, logistica e automotive (62%) sono meno ottimisti.
Differenze generazionali: giovani più ottimisti sulla transizione ecologica
In generale, la maggior parte dei lavoratori è ottimista sulla transizione verde. Anche nel valutare un’opportunità di lavoro, le persone analizzano i progressi che le aziende hanno fatto in campo ambientale, più che le promesse. Si tratta di un fatto psitivo per i datori di lavoro che investono nella costruzione di modelli di business più sostenibili.
A livello generazionale si riscontrano tuttavia delle discrepanze tra lavoratori, con una maggiore attenzione al tema sostenibilità da parte dei più giovani. Se infatti un terzo (32%) delle persone appartenenti alla Gen Z crede che i lavori verdi saranno contraddistinti da una retribuzione più elevata, solo il 14% dei Baby Boomers condivide questo pensiero. Inoltre, il 75% degli appartenenti alla generazione Z svolge ricerche sull’impegno delle aziende in ambito sostenibilità, e il 46% di essi afferma che ciò influisce sulla probabilità di scegliere un determinato datore di lavoro.
Infine, il 71% dei componenti della Gen Z e il 60% dei Millennial ritiene che le iniziative verso un mondo più sostenibile miglioreranno il loro lavoro, rispetto ad appena il 44% dei Baby Boomers. Le generazioni più giovani intravedono anche maggiori opportunità di sviluppo della propria carriera, con il 35% della Gen Z e il 34% dei Millennial che lo considerano uno dei principali vantaggi della transizione. Distinguersi come azienda leader in materia di sostenibilità può dunque fare la differenza nel reclutamento di nuovi talenti.
Linc Magazine è la rivista di cultura del lavoro di ManpowerGroup. Fondato nel 2008 è un sito e un magazine cartaceo che diffonde cultura attraverso le firme di giornalisti, scrittori, docenti, economisti, artisti che interpretano i cambiamenti del mondo del lavoro e raccontano le storie delle persone che “costruiscono” la società del lavoro.
ManpowerGroup Italia, presente in Italia dal 1994, la realtà nazionale di ManpowerGroup – multinazionale leader mondiale nelle innovative workforce solutions – realizza e offre soluzioni strategiche per la gestione delle risorse umane: ricerca, selezione e valutazione di personale per tutte le posizioni professionali; somministrazione di lavoro a tempo determinato e indeterminato; pianificazione e realizzazione di progetti di formazione; talent & career management; servizi di outsourcing. Unendo efficacemente la sua profonda conoscenza del potenziale umano e delle esigenze dei propri clienti, ManpowerGroup crea valore per imprese e individui affiancandoli nel raggiungimento dei propri obiettivi di business e di carriera. Attraverso una rete di oltre 270 uffici, impiega 2.400 persone su tutto il territorio nazionale. Per il 14° anno ManpowerGroup è stata inclusa nella classifica “World’s Most Ethical Companies” (2023) elaborata da Ethisphere, organizzazione internazionale specializzata nella creazione, nello sviluppo e nella condivisione di best practice a livello di etica aziendale, governance, misure anticorruzione e sostenibilità. La proposta di soluzioni di ManpowerGroup in Italia viene offerta attraverso Manpower®, Experis®, Talent Solutions e Jefferson Wells.
Altroconsumo contro inquinamento in città. La qualità dell’aria che respiriamo nelle città non rappresenta solo un problema ambientale, ma ha anche importanti ricadute sulla qualità di vita e sulla salute dei cittadini.
Quali sono i principali inquinanti dell’aria che respiriamo ogni giorno?
Dall’analisi Altroconsumo emerge prima di tutto il particolato, polveri sottili che con le loro dimensioni microscopiche consentono l’inalazione profonda nelle vie respiratorie, causando problemi cardiovascolari e respiratori. Si tratta in realtà di un mix di polveri che per lo più deriva dalle attività dell’uomo: processi industriali, edilizia e certamente il traffico di veicoli. Parlando di particolato, importante è anche il ruolo del black carbon che è contenuto principalmente nella frazione fine del particolato (PM2.5) ed è emesso come residuo di qualsiasi processo di combustione. Gli studi epidemiologici forniscono sufficienti evidenze dell’associazione fra l’insorgere di patologie cardiopolmonari e mortalità con l’esposizione al black carbon.
Ci sono poi gli ossidi di azoto, la cui origine è legata alla combustione ad alta temperatura, come quella che avviene nei motori delle auto, e che possono portare alla produzione di inquinanti secondari come biossido di azoto, il più temuto perché irritante per l’apparato respiratorio. Gli ossidi di azoto contribuiscono anche alla formazione delle piogge acide e hanno conseguenze importanti sugli ecosistemi acquatici e terrestri.
Infine, l’ammoniaca, un gas dall’odore pungente, irritante e tossico, che contribuisce alla formazione di particolato secondario e che si genera principalmente dalle attività agricole, ma non solo.
Dall’analisi Altroconsumo emerge che in città le fonti di inquinamento sono principalmente due: il traffico e, d’inverno, anche il riscaldamento delle case. Ad oggi si stima che circa 3 italiani su 4 vivano in un territorio inquinato, in cui c’è una concentrazione di polveri sottili superiori ai limiti stabiliti per la tutela della salute. Nel 2023 sono state 58 le città in cui la concentrazione media di polveri sottili ha superato il limite di riferimento di 10 microgrammi per m3, ma si sono registrate situazioni anche peggiori, in cui si è superato il doppio del limite: nei primi mesi del 2023, Cremona è stata la provincia peggiore, seguita da Monza, Milano, Mantova e Padova.
Cosa si può fare per arginare questo fenomeno?
L’obiettivo è quello di ridurre le emissioni in atmosfera e, dove non è più possibile ridurre, applicare strumenti di adattamento e compensazione.
Le azioni di riduzione dell’inquinamento possono essere individuali o collettive: decidere di rinunciare all’automobile privata per spostarsi coi mezzi pubblici è una scelta individuale, che però può essere percorsa solo se i mezzi pubblici sono disponibili (il che, invece, è una scelta politica).
Inoltre, l’impatto di una singola persona che sceglie di spostarsi in bici è decisamente minore rispetto a quello di una città che viene ripensata a misura di persona anziché a misura di automobile, oppure rispetto a quello di un’azienda dell’automotive che decidesse di convertire la propria produzione a veicoli con minore impatto ambientale.
Se si decidesse infine di sostituire il proprio camino con una stufa a pellet di ultima generazione o con un impianto di riscaldamento solare termico, si ridurrebbe sicuramente il proprio impatto individuale; tuttavia, la qualità dell’aria non migliorerebbe significativamente a meno che il passaggio a fonti energetiche più pulite non fosse fatto a livello di collettività, ad esempio grazie alla creazione di una comunità energetica.
Altroconsumo conta sul sostegno di 300 mila soci, che insieme ai nostri fan e simpatizzanti porta a oltre un milione di persone la comunità con cui Altroconsumo dialoga.
L’indipendenza, la scientificità, il senso critico del consumo sono la linfa di cui si nutre il nostro lavoro.
Con l’esperienza maturata in cinquant’anni di attività, informiamo e supportiamo i consumatori nelle loro scelte di acquisto, ne tuteliamo e promuoviamo i diritti offrendo un’ampia gamma di prodotti e servizi.
Piccole e grandi risposte quotidiane a portata di mano. Questo è il nostro impegno nei confronti di tutti i consumatori che vogliono fare scelte più consapevoli ed efficaci. In un mondo pieno di domande, Altroconsumo dà risposte.
L’indipendenza, la scientificità, il senso critico del consumo sono la linfa di cui si nutre il nostro lavoro.
Con l’esperienza maturata in quasi cinquant’anni di attività, informiamo e supportiamo i consumatori nelle loro scelte di acquisto, ne tuteliamo e promuoviamo i diritti offrendo un’ampia gamma di prodotti e servizi.
Lavoriamo per un mercato più trasparente, giusto e sostenibile, nel quale gli interessi di tutti gli attori (cittadini, imprese e istituzioni) non siano in contrasto, ma in dialogo continuo.
Per questo, scegliamo di cooperare con tutti quegli attori, aziende e istituzioni, che condividono la nostra visione e i nostri valori, così da affrontare insieme i problemi e anticipare le soluzioni.
In caso di condotte scorrette, diamo voce e forza a chi, di fronte ai grandi player di mercato, diversamente non l’avrebbe. Lo facciamo, ad esempio, promuovendo campagne e azioni collettive che difendano e riaffermino i diritti dei consumatori.
Per massimizzare la capacità di incidere là dove, a livello internazionale, si prendono le decisioni che impattano la vita delle persone, facciamo parte del BEUC, l’organizzazione-ombrello europea, e del corrispettivo mondiale Consumers International. Siamo poi co-fondatori di Euroconsumers, principale gruppo internazionale di organizzazioni di consumatori che lavora in maniera coordinata per migliorare l’informazione, i servizi personalizzati e la difesa dei diritti dei consumatori, raccogliendo e rappresentando circa 1,5 milioni di persone.
Nel team di Altroconsumo lavorano oltre 240 professionisti: esperti nei vari settori di mercato di cui ci occupiamo, giornalisti, legali, professionisti di marketing, del customer care, della comunicazione digitale, oltre alle funzioni tipiche di qualunque struttura aziendale.
Tutti accomunati da un unico intento: contribuire a costruire una società e una economia vicina alle persone.
Aderendo alla nuova piattaforma “Impegnati a cambiare”, Altroconsumo intende unire ancor di più le forze di cittadini, istituzioni e imprese, per promuovere una nuova responsabilità individuale e collettiva.
Assicurazioni e sostenibilità criteri ESG. “La sostenibilità nel settore assicurativo italiano” è la ricerca realizzata dal Forum per la Finanza Sostenibile e ANIA, presentata nell’ambito delle Settimane SRI.
I criteri ESG sono inclusi in larga misura nel settore assicurativo italiano e, in molti ambiti, mostrano miglioramenti rispetto ai risultati dello scorso anno.
Lo rileva la ricerca realizzata dal Forum per la Finanza Sostenibile e dall’Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici (ANIA), presentata a Roma nell’ambito delle Settimane SRI, la principale rassegna in Italia sulla finanza sostenibile, promossa e organizzata dal Forum. L’indagine, avviata nel 2022, è giunta quest’anno alla seconda edizione, con una partecipazione pari al 76% del mercato assicurativo italiano in termini di premi raccolti. Il dato è in aumento rispetto allo scorso anno, in cui le compagnie rispondenti rappresentavano una quota di mercato premi pari al 73%.
La ricerca è stata realizzata con il sostegno di Etica SGR, Generali Italia, Reale Mutua, Unipol Gruppo.
Aspetti generali e di governance
– La quasi totalità (circa il 90%) del campione ha istituito una funzione aziendale e/o un comitato ad hoc dedicati ai temi di sostenibilità, per lo più a diretto riporto del CdA o delle funzioni apicali. In merito alle politiche di remunerazione, per la parte variabile delle retribuzioni, anche quest’anno la quasi totalità (il 90%) del campione prende in considerazione il raggiungimento di obiettivi di sostenibilità. Di questa quota, l’83% utilizza indicatori quantitativi (in gran parte associati anche a obiettivi qualitativi).
– Quest’anno l’indagine ha analizzato anche l’inclusione dell’obiettivo della parità di genere all’interno delle politiche di gestione delle risorse umane e i ruoli a cui si applica. Ne è emerso che il 98% del campione tiene conto di tale obiettivo, nella maggioranza dei casi (96%) tramite indicatori quantitativi (accompagnati nel 75% dei casi da indicatori qualitativi); tale obiettivo è esteso a tutto il personale nel 50% dei casi e a tutto il personale e ai membri del CdA nel 41%.
– Per la diffusione dei temi di sostenibilità all’interno della governance delle compagnie di assicurazione, un ruolo fondamentale può essere svolto dalla formazione: il mercato italiano ne ha compreso l’utilità e, infatti, la totalità delle società rispondenti si è già dotata di programmi formativi sui temi di sostenibilità. Questi ultimi sono rivolti principalmente a tutto il personale e ai membri del Consiglio di Amministrazione.
Inclusione dei criteri ESG nelle decisioni di investimento
– Rispetto al ruolo di investitori istituzionali delle compagnie di assicurazione, l’indagine mostra che pressoché la totalità del campione (il 99,98%) include i criteri ESG nelle decisioni di investimento, in particolare nelle decisioni riferite al portafoglio diretto e in delega. Il dato acquisisce ancor più rilevanza se si considera che nel 93% dei casi le strategie SRI sono adottate su una porzione rilevante del portafoglio (75-100%). Anche quest’anno la principale motivazione che spinge le assicurazioni a effettuare investimenti sostenibili è la possibilità di coniugare l’impatto socio-ambientale con un congruo ritorno finanziario.
– Diverse sono le strategie SRI mediante le quali le politiche di investimento sostenibile vengono applicate, con una prevalenza delle esclusioni. È però importante evidenziare la crescente diffusione della strategia dell’engagement e, in particolare, la partecipazione delle compagnie di assicurazione a iniziative di engagement collaborativo.
– Le assicurazioni ricoprono un ruolo decisivo nel raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità e, in particolare, nella mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Dalla ricerca emerge un aumento della consapevolezza sul tema: il 95% del campione misura l’impronta di carbonio del portafoglio e, come nel 2022, ne utilizza i risultati principalmente per identificare le azioni necessarie a ridurre le emissioni associate agli investimenti. Inoltre, il 71% del campione include la neutralità climatica nelle scelte di investimento, in prevalenza attraverso obiettivi intermedi misurabili allineati a standard riconosciuti a livello internazionale.
Inclusione dei criteri ESG nell’attività di sottoscrizione dei rischi
– In riferimento all’attività di sottoscrizione dei rischi, anche quest’anno il campione o già include i criteri ESG nella definizione dell’offerta di prodotti assicurativi danni o prodotti assicurativi vita diversi dai prodotti di investimento oppure ha avviato (o sta proseguendo) valutazioni in merito, indicando come principale opportunità la possibilità di incentivare comportamenti più sostenibili e meno rischiosi nella clientela.
– L’inclusione dei fattori di sostenibilità avviene principalmente tramite la limitazione dell’offerta di prodotti assicurativi per le attività esposte ad alti rischi ESG, l’offerta di prodotti assicurativi per la copertura dei rischi climatici (per lo più legati all’acqua, al vento e alle temperature), nonché l’offerta di prodotti specifici per favorire l’inclusione assicurativa; in quest’ultimo ambito, in particolare tramite coperture assicurative dedicate agli Enti del Terzo Settore e/o alle organizzazioni non profit e attraverso prodotti per favorire la conciliazione vita-lavoro e la genitorialità.
“Grazie alla solida partnership tra il Forum e ANIA, anche quest’anno abbiamo scattato una precisa fotografia dell’evoluzione degli investimenti ESG nel comparto assicurativo. Le assicurazioni sono una categoria fondamentale di investitori istituzionali e la loro crescente propensione alla sostenibilità costituisce un aspetto molto positivo. Questi operatori svolgono un ruolo chiave nella gestione dei rischi e rappresentano dei veri punti di riferimento per gli altri operatori finanziari”, dichiara Francesco Bicciato, Direttore Generale del Forum per la Finanza Sostenibile.
Virginia Antonini, Head of Sustainability and Corporate Communication, Reale Group: “Partner del Forum per la Finanza Sostenibile dal 2018, Reale Mutua non poteva mancare tra i sostenitori della seconda edizione della Ricerca sulla Sostenibilità nel settore assicurativo italiano. Questo è uno strumento utilissimo per sentire il polso del settore rispetto all’approccio che il comparto sta tenendo in relazione al tema dell’integrazione della Sostenibilità nel core business assicurativo. In Reale Group, la sostenibilità è parte essenziale della nostra identità, radicata nella nostra essenza e riflessa in modo saldo all’interno della governance aziendale. In qualità di società benefit, Reale Mutua ha adottato un approccio di integrazione ex ante delle tematiche ESG in tutti i processi aziendali. Le sei finalità di beneficio comune, previste all’interno dello Statuto della Compagnia, intendono prendere in considerazione le esigenze di tutti i nostri Stakeholder: Dipendenti, Soci-Assicurati e Clienti, Organi Sociali, Intermediari e altri canali distributivi, Fornitori di beni e servizi, Collettività e Ambiente, Azionisti delle Società Controllate, Autorità e Agenzie di Vigilanza e Controllo. Riteniamo che solo in questo modo si possa generare quella forza trasformativa che ci permetterà di fare fronte alle sfide globali attuali e future”.
Giulia Balugani, Sustainability Manager, UnipolSai Assicurazioni: “L’indagine conferma il crescente impegno del settore assicurativo per la gestione di impatti, rischi e opportunità legati ai fattori ESG – ormai integrati in tutti i processi aziendali fondamentali – con un focus sulle azioni volte a ridurre le emissioni di carbonio, sia quelle dirette sia quelle legate alla catena del valore. Dalla ricerca emerge, inoltre, che il 21% delle Compagnie ha integrato nei propri piani strategici la promozione di azioni di adattamento per garantire l’assicurabilità dei settori più esposti ai rischi climatici. Quest’ultimo rappresenta una grande sfida per la società dove le competenze del settore assicurativo possono apportare un contributo davvero rilevante, come riconosciuto anche dal regolatore europeo. Pur a fronte della notevole complessità del tema, sarà fondamentale che le Compagnie e il comparto nel suo insieme proseguano e rafforzino il loro impegno in merito”.
Barbara Lucini, Head of Country Sustainability & Social Responsibility, Generali Italia: “Il report mostra un avanzamento complessivo del settore nell’integrazione dei fattori ESG all’interno del business, sia a livello di investimenti sia di sottoscrizione e con un’attenzione ai temi sociali sempre più forte. Un’evoluzione in linea con la strategia “Lifetime Partner 24: Driving Growth” di Generali, che ha nella sostenibilità il suo principio ispiratore e mira a ottenere un impatto sociale e ambientale positivo su tutti gli stakeholder attraverso una piena integrazione dei criteri ESG nel business e nei processi, lo sviluppo di un mindset sostenibile e inclusivo all’interno dell’organizzazione e l’impegno attivo nelle comunità”.
Arianna Magni, Head of Institutional and International Business Development, Etica SGR: “Anche nella seconda edizione della ricerca sul settore assicurativo emerge con chiarezza la maturità e l’impegno crescente nell’integrare considerazioni di sostenibilità nella governance e negli investimenti. Tra i vari parametri in crescita rispetto allo scorso anno, si evidenzia un’ulteriore diffusione della strategia dell’engagement (+16%), un prezioso ed efficace strumento per integrare tematiche legate al lavoro e alla comunità nell’azione volta a contrastare il cambiamento climatico. Vi è un riconoscimento crescente dell’importanza della dimensione sociale nella transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, soprattutto in termini di impatti sul lavoro e sulla comunità. Raggiungere una transizione giusta, in linea con l’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico 2015, contribuirà ad accelerare l’azione per il clima in modo da raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs)”.
Il Forum per la Finanza Sostenibile è un’associazione non profit nata nel 2001. La base associativa è multi-stakeholder: ne fanno parte operatori finanziari e altre organizzazioni interessate all’impatto ambientale e sociale degli investimenti. La missione del Forum è promuovere la conoscenza e la pratica dell’investimento sostenibile, con l’obiettivo di diffondere l’integrazione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) nei prodotti e nei processi finanziari. Il Forum per la Finanza Sostenibile è membro di Eurosif, lo European Sustainable Investment Forum.
Orti Slow Food 35 mila scolari a lezione di spreco alimentare. Ridurre lo spreco alimentare è una delle azioni più importanti per la salvaguardia delle risorse del pianeta e la lotta alla fame nel mondo, per questo come Slow Food siamo convinti sia necessario, fin da bambini, imparare a scegliere i cibi seguendo la stagionalità e mettendo in pratica tecniche antispreco e modalità di conservazione degli alimenti.
Sale in zucca e stiamo accORTI
Sono alcune delle attività con cui venerdì 10 novembre, alunne e alunni in tutta Italia hanno celebrato la Festa degli Orti Slow Food. Grazie all’impegno di quasi 1600 insegnanti formati dall’associazione della chiocciola, durante tutto l’anno scolastico, 35 mila bambine e bambini di oltre 1700 classi in 140 Istituti Comprensivi, dagli asili nido alle scuole primarie di secondo grado, stanno acquisendo consapevolezza del valore del cibo, dal campo alla tavola.
Quest’anno, inoltre, grazie al sostegno del Fondo Carta Etica di UniCredit, gli Orti Slow Food hanno ricevuto un nuovo slancio, coinvolgendo 538 nuove classi.
«Fare un orto è un atto molto piccolo, fatto di semi e granelli di terra. Ma può essere anche molto grande perché significa capire il mondo e il peso dello spreco a livello globale. Quest’anno la festa degli Orti Slow Food è dedicata proprio a questo tema: a ricordare che tonnellate e tonnellate di cibo sono sprecate in un pianeta in cui ancora si muore di fame. Fare l’orto è sperimentazione e cambiamento, è cura della nostra casa comune da conservare con l’obiettivo di consegnarlo alle generazioni future. È il minimo che si possa fare per loro e per noi» sottolinea Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia.
«La tematica della sostenibilità ambientale è una parte fondamentale della nostra cultura e della nostra mentalità. Così come l’impegno verso i giovani e l’istruzione. Siamo fortemente impegnati ad aumentare costantemente il nostro impatto sociale e il sostegno alle comunità e siamo quindi orgogliosi di essere al fianco di Slow Food nella realizzazione di questo progetto e di contribuire a fornire gli strumenti e le conoscenze necessarie per intraprendere percorsi di crescita sostenibile» aggiunge Annalisa Areni, Head of Client Strategies di UniCredit.
Cibo: io non ti spreco
Oltre 1200 kit didattici sono stati consegnati alle classi che partecipano al progetto Orti Slow Food a scuola, grazie al contributo di UniCredit. Al loro interno, insegnanti e bambini trovano tutti gli strumenti per imparare, giocando, come non sprecare i cibi: da un divertente memory sulle tecniche di conservazione alle schede didattiche per imparare a consumare gli alimenti fuori stagione, sfruttando al meglio le eccedenze del raccolto.
Un approccio positivo da trasmettere ai bambini fin dalle più piccole età, per capire come evitare gli sprechi di frutta e verdure nei campi.
Nel kit anche i cartelloni degli alimenti da trasformare di stagione in stagione, le etichette a tema Orti Slow Food da apporre ai barattoli di conserva, e sticker da attaccare, per ricordare l’importanza dei prodotti stagionali, fino ad arrivare alle ricette per recuperare il pane avanzato.
Il tutto per riscoprire come poter mettere le “mani in pasta”, non solo a scuola ma anche a casa. Il kit contiene anche alcuni esempi di conserve, come la passata di pomodoro fiaschetto del Presidio Slow Food, da assaggiare con frise e origano, per preparare golose merende ai bambini e scoprire insieme nuovi gusti.
Alcune testimonianze tra le nuove classi coinvolte quest’anno
Bologna: la memoria dei nonni e la riscoperta dei mestieri legati alla terra
Tra le scuole che rientrano nell’ampliamento degli Orti Slow Food reso possibile dal supporto di UniCredit, c’è la scuola primaria Giorgio Morandi, nel quartiere Barca di Bologna. «Grazie all’orto vogliamo avvicinare i bambini ai saperi della terra, facendogli sperimentare tutte le attività dell’orto, dalla vangatura al raccolto. Spesso infatti i più giovani non hanno avuto il contatto con le tradizioni contadine e il rischio è quello di dimenticare le memorie tramandate dai nonni, ma anche la consapevolezza delle stagioni dei cibi e il rispetto per gli animali che vivono nel suolo e tra le piante – racconta l’insegnante Teresa Maisano che ha candidato la scuola a partecipare al progetto -. Ma non è solo questo, grazie all’orto riusciamo a insegnare tanti argomenti attraverso attività ludiche, non solo l’aritmetica o le scienze, ma anche temi come lo spreco delle risorse idriche e la tutela della biodiversità».
Pescara: parole chiave comunità e inclusione
Dall’Emilia-Romagna passiamo all’Abruzzo dove è l’insegnante Andrea Berardinucci della scuola secondaria Ugo Foscolo di Pescara a raccontarci quali obiettivi vogliono raggiungere grazie all’orto: «La comunità è il cuore di un quartiere, che senza i suoi abitanti non avrebbe sfumature di culture e tradizioni». È il caso di questa scuola che si trova nella prima periferia della città: «Quello che vorremmo è coinvolgere tutti gli abitanti intorno all’Orto Slow Food, che avremo la fortuna di realizzare in un ex parco pubblico adiacente alla scuola. Per questo stiamo anche cercando di coinvolgere nonni, genitori e persone che abitano nei dintorni della scuola» continua l’insegnante.
Agrigento: protagonisti i Minori Stranieri Non Accompagnati
«Ad Agrigento, nel quartiere di Villaseta, una vecchia scuola abbandonata è stata ripristinata e resa accogliente per i corsi di italiano per gli adulti, frequentati anche da giovani persone migranti. È qui che, in collaborazione con la Comunità Slow Food Zagara- Al Zahar, con un gruppo di ragazzi minori stranieri non accompagnati, beneficiari del progetto Youth&Food, abbiamo realizzato l’orto sociale, impiantando colture autoctone. Quello che vorremmo è anche riuscire a coltivare ortaggi di provenienza dei Paesi dei ragazzi, un elemento in più per farli sentire a casa. I giovani fanno esperienza delle nostre tradizioni agricole e gastronomiche e inoltre l’orto rappresenta un esempio anche per gli abitanti del vicinato. Un intervento sociale ed educativo diventa quindi un collante per l’intera comunità del quartiere» racconta Santino Lo Presti dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo per l’istruzione degli Adulti.
Cosa sono gli Orti Slow Food
Nasce dall’associazione della Chiocciola a metà anni Novanta negli Stati Uniti e approda in Italia.
L’obiettivo è promuovere la coltivazione in modo sostenibile attraverso la comunità locale. All’interno dei quartieri vengono individuate aree dismesse da riqualificare che vengono trasformate in orti urbani creando così spazi verdi accessibili a tutti.
Tutto questo grazie alla collaborazione tra Slow Food, i partner Irritec e Pastificio Di Martino, tutte le scuole di tutta Italia che aderiscono al progetto e il contributo di UniCredit al fine di promuovere un’alimentazione sana e la valorizzazione del territorio.
La finanza sostenibile oltre i pregiudizi: il Forum per la Finanza Sostenibile smentisce una per una le argomentazioni contro gli ESG.
Rispondere alle critiche alla finanza sostenibile e agli attacchi ai criteri ESG, attraverso prove tecniche e scientifiche e facendo ricorso a fonti affidabili e imparziali, casi di studio e best practice.
È questo l’obiettivo del paper “La finanza sostenibile oltre i pregiudizi”, curato dal Forum per la Finanza Sostenibile e presentato nell’ambito delle Settimane SRI.
Il paper, frutto di un gruppo di lavoro avviato dal Forum con i propri Soci, punta a dimostrare l’infondatezza di molti argomenti contrari alla finanza sostenibile da un punto di vista scientifico, e ribadire invece l’importanza di quest’ultima come motore del progresso economico, sociale e ambientale.
Il paper risponde a dieci falsi miti, spesso diffusi da fonti basate su opinioni ideologiche e politiche o condizionate da lobby, offrendo un’analisi chiara e puntuale in cui, pur riconoscendo le questioni ancora aperte, si evidenzia che la finanza sostenibile non solo crea valore a lungo termine e riduce i rischi, ma ha anche un impatto positivo sulle aziende, le comunità e il sistema finanziario nel suo insieme. “È essenziale sottolineare che perseguire la finanza sostenibile non implica un allontanamento dai principi del libero mercato, ma enfatizza la necessità di integrare la sostenibilità nelle decisioni finanziarie, promuovere un approccio olistico e a lungo termine agli investimenti e contribuire al benessere complessivo delle generazioni presenti e future”, si legge nel documento.
“Era prevedibile che con la crescita delle masse gestite con i criteri ESG e il rafforzamento del posizionamento istituzionale europeo della finanza sostenibile si sarebbero sollevate critiche da parte di chi ha interesse a rallentare il processo di giusta transizione. Il Forum risponde in modo rigoroso e seguendo i principi science based, con un approccio scevro da ogni posizione ideologica e adottando come sempre un’attitudine costruttiva e non distruttiva, a tutela degli investitori impegnati nel sostegno finanziario allo sviluppo sostenibile”, dichiara il Direttore Generale del Forum Francesco Bicciato.
Costi, performance, rischio, dovere fiduciario
Una prima serie di argomentazioni affrontate riguarda la relazione tra dovere fiduciario, costi, performance e rischio. Il paper risponde alla critica di costi più alti dei prodotti sostenibili dimostrando che le commissioni in media sono più basse nei prodotti SRI rispetto ai loro omologhi tradizionali.
Per quanto riguarda la performance, che i critici reputano minore nei prodotti sostenibili, il paper mostra come le cose stiano esattamente al contrario: “I fondi ESG sovraperformano nel medio-lungo periodo. Eventi inattesi possono avere un impatto sulla performance a breve termine, ma la performance a lungo termine è positiva rispetto ai fondi tradizionali”.
Anche rispetto ai rischi, che i detrattori della finanza sostenibile giudicano più alti per gli investimenti sostenibili, l’analisi ESG sottostante a tali prodotti consente piuttosto di identificare minacce altrimenti sottovalutate, permettendo così di mitigarle e capitalizzare invece le opportunità derivanti da pratiche sostenibili e responsabili. Da questi aspetti discende dunque che la finanza sostenibile non è contraria al dovere fiduciario, ossia l’obbligo in capo a tutti gli operatori finanziari di perseguire il miglior risultato possibile per il cliente, considerando il rischio, il rendimento, la liquidità e le informazioni disponibili, attraverso un’appropriata applicazione di diligenza e competenza. Questo processo include necessariamente l’integrazione dei fattori ESG e delle pratiche sostenibili.
Ruolo degli Stati
Una parte del paper è dedicata anche a smentire l’argomento secondo cui gli Stati nel settore finanziario esercitano solo il ruolo di regolatori: “Nel momento in cui un governo si impegna ad allineare le proprie politiche pubbliche a determinati obiettivi di sostenibilità, per esempio aderendo all’Accordo di Parigi, si posiziona esplicitamente come un attore chiave nell’ambito finanziario”.
La stessa prospettiva comunitaria, alla cui base ci sono rilevanti normative (alcune ancora in fase di costruzione), concepisce i governi come partecipanti attivi nelle questioni finanziarie.
Misurazione e raccolta dati, greenwashing
La valutazione della sostenibilità nelle pratiche di investimento implica la misurazione della performance ESG degli emittenti che fanno parte dei portafogli e dei prodotti di investimento, finanziamento o assicurazione. Il paper replica alle argomentazioni secondo cui la sostenibilità non si riesce a misurare e la finanza sostenibile favorisce il greenwashing, evidenziando piuttosto le sfide ancora aperte, su cui comunque operatori, istituzioni e organizzazioni sono al lavoro.
“È fondamentale compiere sforzi di standardizzazione e consolidamento per semplificare la raccolta, il reporting e l’analisi dei dati ESG”, si legge nel paper. Nonostante le recenti normative europee volte a migliorare la trasparenza e la quantità delle informazioni disponibili, permangono ancora delle sfide, tra cui un’insufficiente standardizzazione dei dati, lacune nei dati, difficoltà nella comprensione dell’importanza dei temi ESG e potenziali problemi di etichettatura e rating.
Rispetto al tema del greenwashing, cui è dedicato anche uno specifico paper del Forum pubblicato nel 2022 e contente una serie di raccomandazioni, è essenziale che vengano esplicitate le metodologie utilizzate per evitare rischi di comunicazioni in tutto o in parte non veritiere. La trasparenza, che è uno degli aspetti più importanti della finanza sostenibile, è di grande aiuto in questo caso.
“Ci attendiamo che le norme e i regolamenti siano rafforzati per prevenire e sanzionare il greenwashing, garantendo che i progressi verso una reale sostenibilità non siano solo superficiali, ma portino a cambiamenti concreti e significativi”, si legge ancora nel documento.
Stakeholder e shareholder, engagement, voto
Il paper confuta inoltre le argomentazioni secondo cui gli stakeholder e gli shareholder hanno interessi completamente opposti e l’engagement non ha efficacia. L’analisi condotta dal Forum mostra come esternalizzare i costi da parte dell’azienda voglia dire che questi costi saranno a carico della collettività (stakeholder), ma anche degli investitori. Questi ultimi, infatti, dovranno sostenerli sia direttamente, poiché a lungo termine tali costi “nascosti” incideranno sulla redditività e i risultati finanziari dell’azienda investita, sia indirettamente, in qualità di contribuenti.
“La finanza sostenibile porta questi costi alla luce, quantificandoli in modo trasparente. Evidenziando la fonte di questi costi, consente agli investitori di prendere decisioni informate sulle loro scelte di investimento”, chiarisce il paper.
Riguardo all’engagement, tema su cui il Forum è al lavoro da tempo anche con iniziative di engagement collettivo, vengono presentati numerosi casi di dialogo tra azionisti e aziende investite con risultati rilevanti.
Lo stesso vale per il voto: “Impegnandosi attivamente ed esercitando il diritto di voto, i gestori e gli investitori istituzionali adempiono alle loro responsabilità di amministratori e difendono gli interessi dei loro clienti o beneficiari”.
Il paper rappresenta per il Forum l’inizio di un percorso che proseguirà anche nei prossimi anni, con l’obiettivo di giungere a una piena legittimazione della finanza sostenibile.
Come si legge nelle conclusioni del paper, infatti, “la finanza sostenibile non è solo un’opzione desiderabile, ma una necessità impellente. Il nostro futuro e quello del pianeta dipendono dalle decisioni che prendiamo oggi. È il momento di agire con determinazione e responsabilità, per un mondo migliore per tutti noi”.
Il Forum per la Finanza Sostenibile è un’associazione non profit nata nel 2001. La base associativa è multi-stakeholder: ne fanno parte operatori finanziari e altre organizzazioni interessate all’impatto ambientale e sociale degli investimenti. La missione del Forum è promuovere la conoscenza e la pratica dell’investimento sostenibile, con l’obiettivo di diffondere l’integrazione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) nei prodotti e nei processi finanziari. Il Forum per la Finanza Sostenibile è membro di Eurosif, lo European Sustainable Investment Forum.
Banche etiche più redditizie delle convenzionali. Presentato il sesto Rapporto sulla Finanza Etica in Europa, sesta edizione di un lavoro di ricerca internazionale risultato dalla collaborazione tra Fondazione Finanza Etica, Fundación Finanzas Éticas e Federazione Europea delle Banche Etiche e Alternative (FEBEA).
Un lavoro che quest’anno ha esaminato 22 banche etiche europee sotto il profilo della redditività, dell’adeguatezza patrimoniale e della performance finanziaria, mettendole a confronto con 60 banche convenzionali (“significative”) sottoposte alla vigilanza diretta della Bce.
Lo studio scandaglia per tutti gli istituti i dati relativi agli ultimi 10 anni, dal 2012 al 2021.
Dal 6° Rapporto emerge una fotografia nella quale la finanza etica si afferma come movimento forte e in costante crescita; un movimento che, grazie all’efficacia del proprio modello di business eticamente orientato, può contaminare virtuosamente il sistema finanziario mainstream globale e indirizzarne le trasformazioni, necessarie e urgenti di fronte alle sfide economiche, sociali e ambientali dell’umanità.
Redditività e non solo: le banche etiche stanno bene sul mercato
Le banche etiche europee evidenziano una sostanziale migliore redditività rispetto alle banche “significative”: la redditività del capitale proprio (ROE) delle banche etiche è stata infatti – in media nel periodo analizzato – del 5,23%, contro il 2,21% delle banche convenzionali.
Un vantaggio che si rileva anche per la redditività degli attivi (ROA), che ha premiato le banche etiche con una media dello 0,46% contro lo 0,25% delle banche convenzionali.
Un dato che si presenta come una distintività positiva di carattere strutturale, considerato che si è affermato lungo un decennio di rilevazioni, includendo l’anno 2020, quando entrambe le tipologie di istituti subivano i colpi della crisi pandemica.
Le differenze tra banche etiche e banche convenzionali si registrano poi su altre voci di gestione, mostrando vocazioni e impostazioni alternative.
– Sul fronte degli attivi è risultato evidente che le banche etiche si concentrano maggiormente sulle attività bancarie tradizionali, soprattutto sul credito, mentre le banche convenzionali puntano maggiormente su investimenti e collocamento di fondi e titoli.
– Quella dei depositi dei clienti è la fonte di maggior liquidità nelle banche etiche (81,1% delle passività totali), mentre le banche convenzionali si affidano a varie fonti di liquidità, con un conseguente rapporto depositi/patrimonio netto inferiore.
– Quanto alla solidità patrimoniale, le banche etiche hanno mantenuto costante nel tempo una forte capitalizzazione – con un rapporto tra patrimonio netto e passività totali pari in media all’8,2% – mentre le banche convenzionali hanno migliorato la loro posizione patrimoniale, ma partendo da una posizione più debole, crescendo dal 4,3% nel 2012 al 6,20% nel 2021.
– Ultimo aspetto da valutare – anch’esso capace di connotare la diversità d’approccio, anche valoriale – è quello della liquidità, il rapporto prestiti/depositi (LDR): si è mantenuto stabile e inferiore (da 77% a 81,5% di media) nelle banche etiche rispetto a quelle convenzionali (incrementato da 86% a 102,5%), che mostrano dunque potenzialmente un rischio di liquidità più elevato.
Clima e pace, l’azione coerente della finanza etica
La lotta contro il cambiamento climatico è la sfida più difficile per il futuro dell’umanità.
Tuttavia le banche convenzionali europee non sembrano aver davvero avviato una transizione ecologica nel proprio modello di business.
Offrono singoli prodotti “verdi” ma restano votate al massimo profitto e, dal 2016 al 2022, hanno finanziato con oltre 5 miliardi di euro i combustibili fossili, mentre solo il 7% dei loro finanziamenti energetici è andato alle energie rinnovabili.
Le banche etiche adottano invece un approccio olistico integrato e investono da anni in metriche avanzate di misurazione delle emissioni di gas serra (PCAF – Partnership for Carbon Accounting Financials), anche quelle indirette (Scope 3), escludendo dal credito filiere dannose per l’ambiente e il clima, per allineare i portafogli di investimento alle indicazioni scientifiche e dell’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico.
Banche etiche e finanza etica si impegnano inoltre a non alimentare l’industria bellica.
E su questo si sono differenziate particolarmente dallo scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022.
Rapporti recenti della ong olandese PAX mostrano invece che da 15 grandi banche europee convenzionali sono giunti prestiti e obbligazioni per 87,7 miliardi di euro a imprese delle armi, e 306 operatori finanziari hanno sostenuto 24 produttori di armi nucleari con 746 miliardi di dollari.
Europa verso il futuro, le tre proposte della finanza etica
Dato tale scenario, le banche etiche e valoriali guardano con interesse al voto europeo di giugno 2024 e avanzano tre proposte alle istituzioni, a partire dal riconoscimento e dalla valorizzazione dell’unicità dei vari modelli bancari (la cosiddetta “biodiversità bancaria”), per cui regole e strumenti non possono essere gli stessi per tutti.
Tre proposte mutuate dalle tre lettere dell’acronimo ESG (ambientale, sociale e di governance), per un approccio che deve rimanere integrato nella visione e applicazione.
E _ La finanza mainstream deve allineare le sue azioni alle parole e impegnarsi realmente a rispettare i principi dichiarati. È urgente combattere il greenwashing nel settore finanziario. Purtroppo, l’elenco dei trucchi contabili per il “net zero washing” è ampio. Abbiamo bisogno di un quadro forte e trasparente per delineare come raggiungere le emissioni nette zero, applicarle a tutte le attività operative e facilitare forme di corretta rendicontazione.
S _ L’attenzione principale sia rivolta a contrastare le disuguaglianze (crescenti e insostenibili): di ricchezza e di reddito; nell’accesso al credito e ai servizi finanziari; di genere e retributive nel settore finanziario. Inoltre le banche etiche e valoriali, che mostrano tassi di sofferenza più bassi rispetto al sistema, pur finanziando in misura maggiore le realtà dell’economia sociale – oggi valutate aprioristicamente ad alto rischio, e in assenza di giustificate ragioni tecniche -, chiedono l’introduzione di un social supporting factor, che riduca l’assorbimento di capitale richiesto per finanziare tali realtà. Sarebbe uno strumento fondamentale per lo sviluppo del settore, della microfinanza e per la lotta all’esclusione finanziaria, senza introdurre alcun costo per gli Stati.
G _ La distinzione più significativa tra le banche etiche e il sistema tradizionale, per quanto riguarda il terzo pilastro della governance, è la trasparenza. Permangono limitazioni nell’accesso pubblico alle informazioni sulle imprese, una normativa inefficace nel contrastare l’opacità del sistema finanziario favorisce soggetti finanziari che sfruttano diverse giurisdizioni per evitare le tasse, non essere trasparenti ed eludere le normative. Questa situazione genera ingiustizia sociale e crea una competizione sleale con gli istituti finanziari etici, che si astengono da tali pratiche.
Finanza etica per trasformare e indirizzare il sistema «Mentre i colossi del sistema bancario convenzionale pronunciano impegni di sostenibilità che spesso vengono poi smentiti e non scalfiscono un modello di business complessivamente orientato al massimo profitto a ogni costo, le banche etiche europee si distinguono invece per la coerenza tra azioni svolte e principi sostenuti – ha detto Teresa Masciopinto, presidente di Fondazione Finanza Etica -. La ricerca sottolinea l’importanza di allontanare dal settore finanziario le ombre di greenwashing e socialwashing e offre uno spaccato di conoscenza sulla finanza etica in Europa: un movimento che lancia una sfida di trasformazione valoriale alla finanza globale. Tanto più oggi, a pochi mesi dal prossimo voto per il rinnovo dell’Europarlamento».
«La visione della finanza etica – sottolinea Anna Fasano, presidente di Banca Etica – sta rivoluzionando il settore bancario e finanziario in Europa. Il dialogo con le istituzioni di Bruxelles e Francoforte e con gli attori della società civile insieme alla collaborazione con i network internazionali della finanza etica, Febea e Gabv, sono gli strumenti per amplificare la nostra capacità influenzare tali processi. Vogliamo condividere valori e buone pratiche per ridurre l’arbitrarietà di ciò che l’Europa definisce “investimento sostenibile”, per disincentivare il greenwashing e – grazie all’attesa tassonomia sociale – per arricchire le prescrizioni di sostenibilità ambientale con le dimensioni economica e sociale. La finanza può tornare ad essere strumento al servizio dell’economia, delle persone e del pianeta in un sistema in cui i risparmiatori sono resi consapevoli dell’impatto potenziale, positivo o negativo, che può avere il denaro gestito dai diversi operatori».
Banca Etica è la prima e tuttora unica banca italiana interamente dedita alla finanza etica, opera da 24 anni su tutto il territorio nazionale attraverso una rete di filiali e consulenti e grazie ai servizi di home e mobile banking. Banca Etica raccoglie il risparmio di organizzazioni e cittadini responsabili e lo utilizza interamente per finanziare progetti finalizzati al benessere collettivo. Oggi Banca Etica conta 47 mila soci e 92 milioni di capitale sociale; una raccolta di risparmio di oltre 2,4 miliardi di euro e finanziamenti per circa 1,2 miliardi di euro a favore di iniziative di organizzazioni, famiglie e imprese nei settori della cooperazione e innovazione sociale, cooperazione internazionale, cultura e qualità della vita, tutela dell’ambiente, turismo responsabile, agricoltura biologica, diritto alla casa, legalità. Banca etica aderisce ai principali network internazionali della finanza etica: Global Alliance for Banking on Values (GABV) e Federazione Europea delle Banche Etiche e Alternative (Febea). Il Gruppo Banca Etica include Etica Sgr, società di gestione del risparmio che propone esclusivamente fondi comuni di investimento etici, Fondazione Finanza Etica, che promuove iniziative di studio e sensibilizzazione sull’educazione critica alla finanza, e CreSud che offre risorse finanziarie e servizi di assistenza a organizzazioni di microfinanza, produttori di commercio equo e sostenibile, associazioni e ONG in America Latina, Africa ed Asia.
EU Green Deal collective action. Community-led initiatives call for a stronger EU Green Deal driven by collective action. New manifesto launched by civil society organizations claims the right of EU citizens to have the choice to live sustainably -calling on policy makers to swiftly localise an ambitious European Green Deal.
ECOLISE, the European network of community-led initiatives on climate change and sustainability, is calling on EU policy makers to support a swift localisation of a strong and ambitious European Green Deal, harnessing the power of grassroots initiatives. At the same time, ECOLISE is urging policy makers to make sure that citizens have a choice to live sustainably, which is a human right. These are two of seven key policy demands in ECOLISE’s Time For Collective Action Manifesto, launched on 7 November.
Around 500 European policy makers, community-led initiatives, scientists and civil society organisations took part of ECOLISE´s annual main policy event, “Making the European Green Deal Strong and Real: Harnessing the power of community-led initiatives and local governments” –co-organised by ICLEI Europe and the European Economic and Social Committee, who hosted the event.
Half a year before the next European Parliament elections ECOLISE and its partners have made a strong call to translate the Green Deal into local action through enabling policies that will both contribute to increasing its ambition, while empowering citizens to act for sustainability collectively. ECOLISE announced the launch of a Europe-wide advocacy campaign in 2024, leading up to the European elections.
“Communities need strong environmental laws to thrive. I was quite shocked when I learned that there is no overarching plan to localize the European Green Deal”, said Nina Klein, ECOLISE’s Policy Lead, at the event in Brussels. “This gap was the spark for a one year consultation process that has led to the “10 theses on transformative community-led local development policies”. More than 400 contributors from 130 organisations, including around 40 process partners have participated in these deep conversations. The Time for collective action Manifesto is an outcome of this process.”
The great potential of communities and citizens for achieving the European Green Deal remains largely untapped, as underlined by a recent IPCC report.
“Having the right policies, infrastructure and technology in place to enable changes of lifestyles and behavior can result in a 40-70% reduction in greenhouse gas emissions by 2050” said Felix Creutzig, (Coordinating Lead Author of the IPCC’s 6th Assessment Report, Chapter 5).
Sophia Silverton from ICLEI Europe remarked “the local level is a flashpoint, where broad sustainability policies intersect with people’s lives”. She underlined the potential for civil society and local governments to collaborate and unleash socially grounded transformations that respond to everyday concerns.
The discussion built up on the Beyond Growth Conference of May
Its initiator, Philippe Lamberts, Member of the European Parliament and Co-president of the Greens/European Free Alliance, underlined the political relevance of giving people the choice to live sustainably, and explained the need for both top-down and bottom-up initiatives to push the European Green Deal forward. Commenting on the ECOLISE Manifesto which advocates for a changed economy focussed on care for people and the planet, Lamberts said: “The current economic model, which is based on growth, is seen as something that has no alternative. And this is dangerous”.
The Green Deal needs further ambition, offering alternatives to economic growth in the form of diverse localised wellbeing economies, as Amelie Krug from ECOLISE pointed out. Initiatives such as the Irish Wellbeing Economy Hub, co-founded by Cultivate, already show practical solutions which are waiting for implementation, as Oscar Mooney explained.
The upcoming European elections will be a make or break moment for the European Green Deal, and support by communities is key. Erika Zárate of Resilience Earth shared insights from the Garrotxa region in Spain and pointed out that involvement of citizens and participatory democracy can overcome political divisions and create strong shared visions of territorial development. This is an experience shared by Marie Hélène Pillot, member of the community-led initiative Colibri (France) and coordinator of the “Territories of experimentation” which connects local stakeholders in deliberative processes.
It is thus crucial for citizens and local governments to have a say in shaping European policies such as the European Green Deal, and in localising them, adapting them to the specifics of each place -an ECOLISE Manifesto demand shared by all panelists, including Tom Meeuws, deputy mayor of Antwerp (Belgium) and Sabrina Dekker from the Campaigners Lighthouse City Council of Dublin, Ireland. Both cities are participating in the “100 climate neutral Cities” mission by the EU.
Anastasiya Volkova shared her experience coordinating the Green Road Project from the Global Ecovillage Network, which started hosting refugees only days after Russia had started the war against Ukraine. Over 300 refugees have decided to stay at the ecovillages at least until the war is over. She emphasized the importance of the international strong network for the success of the project: “We had friends in many countries and they helped because they knew us and they trusted us”. Christian Jonet of the Liège Food Belt (Belgium), an initiative inspired by the Transition Network, agreed on the importance of strong relationships as the fertile soil for social innovation and cohesion.
Francisco Guerreiro, Member of the European Parliament with the Greens/European Free Alliance, stressed the need to take these collective initiatives on board at EU level. “Communities show that change is possible. I would say that a lot of MEPs in the EU parliament don’t know about this reality –but they should”. Ilonka Marselis, energy expert and member of the editorial board of the ECOLISE Manifesto, underlined that this is why community-led initiatives need more support for lobbying and advocacy, especially on EU levels, as right now there is no level playing field for the voice of civil society to be heard, regarding the huge lobbying power of fossil fuel industries.
Tom Meeuws, Deputy Mayor of Antwerp (Belgium) said that “we have to stop the doom and the gloom about the climate debate. If we do not build a bridge between local governments and EU levels of policy such as the European Commission, we won’t be able to create the just transition”. Direct, dedicated EU funding of local levels and collective action for implementing the European Green Deal is also a key part of the ECOLISE Manifesto.
Young climate activist Maria Serra Olivella underscored that her generation was probably the best proof that material consumption does not lead to happiness, pointing to the mental health crisis especially amongst young people. Olivella called for positive, action-oriented narratives to dominate the public debate. “We need hope. You can’t tell people the planet is on fire but there is no exit or escape”, she said.
Conlegno per selvicoltura sostenibile. Ci sarà abbastanza legno in futuro? A questa domanda risponde Conlegno, Consorzio servizi legno e sughero che da 25 anni tutela e promuove la biodiversità e il patrimonio forestale, impegnato in questi giorni a Ecomondo 2023, l’evento internazionale di riferimento per le tecnologie e i servizi della Green economy.
Il legno è la risorsa fondamentale per trainare la decarbonizzazione e una transizione energetica sostenibile.
Ma se la domanda del mercato aumenterà – e dagli Studi FAO si stima che il consumo di legno a livello mondiale passerà dai circa 2,2 miliardi attuali ai 3,2 miliardi del 2050 – sorge spontaneo un quesito: ci sarà legno a sufficienza in futuro?
Conlegno – che grazie ai suoi comitati tecnici favorisce un impiego normato e sostenibile del legno, dalla materia prima all’imballaggio, al legno strutturale – partecipa alla manifestazione con l’intento di riportare al centro dell’attenzione proprio la materia prima, il legno, fondamentale in più settori dell’economia e che nell’ultimo decennio ha acquisito sempre maggiori spazi di mercato nell’edilizia privata e pubblica, proprio in virtù della sua sostenibilità. Il legno è in grado di stoccare grandi quantità di C02 sottratte all’atmosfera ed è il materiale strutturale sostenibile per eccellenza, essendo di origine naturale facile da riutilizzare, riciclare e destinare a filiere circolari.
Attualmente la superficie forestale nazionale ammonta complessivamente a circa 11milioni di ettari, di cui l’82% (circa 9 milioni) è classificata come foresta e il restante 18% come altre terre boschive. Pertanto, le risorse forestali occupano quasi il 36% dell’intero territorio nazionale. Il dato incoraggiante è che c’è una crescita annua del volume delle foreste italiane, stimata intorno ai 38 milioni di metri cubi (con una media di circa 4.2 metri cubi ad ettaro). Purtroppo, di questo incremento vengono prelevati soltanto 14,4 milioni di mc.
L’aumento della superficie forestale non è però sufficiente ad assicurare che le foreste forniscano beni e servizi in grado di soddisfare le esigenze future rispettando i principi ispiratori dello sviluppo sostenibile.
“È necessario diffondere la cultura della selvicoltura sostenibile” ha affermato Sebastiano Cerullo, Segretario Generale di Conlegno. “Questo non vuol dire, come spesso si sente dire, non tagliare gli alberi, ma tagliarli in modo intelligente, seguendo le regole di una gestione forestale sostenibile, un concetto dinamico e in evoluzione che mira a mantenere e valorizzare i valori economici, sociali e ambientali delle foreste a beneficio delle generazioni presenti e future”.
Tagliare in modo sostenibile, nel concreto, vuol dire gestire la foresta come un complesso ecosistema di cui utilizzare alcune risorse, assicurandone nel contempo la continuità funzionale di lungo termine.
Con il giusto equilibrio si conserva e migliora la produttività, la diversità e la resilienza degli ecosistemi forestali, che forniscono importanti servizi ambientali, tra cui aria pulita, acqua e habitat ottimali per la fauna e flora selvatica, nonché l’assorbimento del carbonio atmosferico.
Per mantenere tale equilibrio, è fondamentale conoscere e quantificare con precisione le risorse forestali disponibili al fine di determinarne l’uso più appropriato, compreso il relativo tasso di utilizzazione di legno e prodotti non legnosi.
Tali necessità, insieme agli altri principi della gestione forestale sostenibile, sono ben definiti nell’ambito della Certificazione forestale che Conlegno incoraggia e sostiene con le attività svolte dal proprio Gruppo TRUST afferente ai noti schemi di certificazione PEFC e FSC.
Conlegno da 25 anni si occupa di valorizzare la materia prima legno nel rispetto della citata sostenibilità
Come emerge dagli ultimi dati disponibili, nel 2022 sono stati certificati in modo sostenibile da Fitok – marchio del Consorzio che controlla la filiera produttiva relativa agli imballaggi in legno per garantire il corretto trattamento fitosanitario – circa 60 milioni di pallet.
E il legno per costruire questi imballaggi contiene circa 2,4 milioni di tonnellate di CO2 sottratti all’atmosfera.
Dati altrettanto incoraggianti, sono i parziali dell’anno in corso in cui la CO2, stoccata in circa 40 milioni di pallet conformi alla norma FAO ISPM 15, ammonta a 1,5 milioni di tonnellate.
Allo stesso modo con EPAL, marchio internazionale che contraddistingue il sistema di interscambio di pallet riutilizzabili più diffuso d’Europa e che in Italia opera in seno a Conlegno, il Consorzio porta avanti un perfetto esempio di economia circolare: il riutilizzo, l’interscambio, la riparazione e il riciclo dei pallet EPAL rappresentano un responsabile approccio ambientale e socio-economico.
Sebastiano Cerullo sottolinea che anche l’impiego del legno nella costruzione degli edifici contribuisce alla sostenibilità riparmiando CO2 rispetto al cemento ed anche per la flessibilità strutturale utile in antisismica, specialmente dopo l’introduzione dei pannelli di tipo X-LAM (in inglese CLT Cross Laminated Timber) di grande resistenza e veloci da installare.
La sfida è fare in modo che si possa utilizzare il più possibile legno di produzione nazionale, avviando il sistema virtuoso della circolarità anche nella coltivazione e gestione arborea a scopo industriale.
Come, ad esempio, avviene da secoli nella produzione del sughero.
Purtroppo, la frequenza di eventi distruttivi sui boschi e foreste, porta all’indebolimento biologico della vegetazione superstite, che viene facilmente attaccata e distrutta dall’insetto Bostrico. Una nuova sfida da aggiungere a quelle atmosferiche.
Fra pochi mesi verrà introdotta la due diligence del regolamento 995/2010 EUTR European Union Timber Regulation per monitorare la provenienza sostenibile dei prodotti a base legnosa, che sarà controllata dalle agenzie delle dogane, come anche altri prodotti “sensibili” allo sfruttamento ambientale e sociale, come cacao, caffè, soia, olio di palma, caucciù, animali di allevamento.
Quello descritto è soltanto un esempio dell’uso sostenibile della materia prima derivante dalle risorse forestali che contribuiscono in modo particolarmente rilevante alla crescita economica complessiva alimentando vari settori produttivi, tra cui quelli degli imballaggi, dell’edilizia, della carta e dei mobili.
Conlegno ha trattato questi argomenti in un intervento nel panel dal titolo “Energia dal bosco per la decarbonizzazione e la transizione energetica”, tenutosi a Ecomondo. Questa tavola rotonda ha analizzato il ruolo del legno come sostituto di altri materiali non rinnovabili e come fonte di energia “verde”, tema quest’ultimo di grande attualità anche alla luce dell’attuale quadro normativo di riferimento.
Il Consorzio Servizi legno e sughero era presente a Ecomondo 2023 per valorizzare la materia prima e discutere di una gestione forestale sostenibile