Piacere Biodiversità! In occasione della Giornata mondiale della biodiversità, che ricorre il 22 maggio, Slow Food Italia sceglie di celebrare in due modi diversi la straordinaria ricchezza del pianeta in termini di varietà di forme di vita animale e vegetale. Lo fa attraverso il gusto, come è nel dna dell’associazione da oltre 30 anni, organizzando due divertenti degustazioni.
Il Gioco del Piacere, storica iniziativa che unisce i valori del cibo buono, pulito e giusto allo spassionato appagamento dei sensi, torna infatti nel 2023 con un’edizione dedicata ai formaggi da prati stabili e pascoli e rivolta al pubblico di curiosi e appassionati, e con un’edizione dedicata ai mieli per insegnanti, alunne e alunni delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie.
Biodiversità: unica garanzia di resilienza, e quindi sopravvivenza per l’umanità
«Lo scorso dicembre, i rappresentanti dei Paesi riuniti nella Cop15 hanno raggiunto un accordo storico: il Global biodiversity framework è un piano ambizioso che mira a ridurre la perdita di biodiversità entro il 2030, con un approccio fondato sui diritti umani, in primo luogo il diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile, e include forti riferimenti al ruolo delle popolazioni indigene, all’agroecologia e alla tutela della biodiversità. Tuttavia, nonostante l’urgenza, non sarà semplice raggiungere questi obiettivi. Per questo è necessario allearci con i cittadini di tutte le età, a partire dai più piccoli, per passare dall’accordo all’azione, come recita il tema dell’edizione 2023 della Giornata mondiale della biodiversità – sottolinea Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia –. Per celebrare questa giornata abbiamo scelto di riportare al centro il piacere della conoscenza attraverso il gusto, puntando su due progetti centrali per Slow Food Italia in questo 2023: uno nuovissimo – per salvare prati stabili, i pascoli e i loro custodi – l’altro – gli Orti Slow Food – storico e consolidato, ma che attraversa proprio ora una fase di rilancio e apertura a nuovi fronti».
Per fare tutto, ci vuole un prato
Da tutta Italia, nelle scorse settimane, Condotte Slow Food, cuoche e cuochi aderenti all’Alleanza Slow Food, ma anche soci e singoli simpatizzanti hanno prenotato i kit di degustazione. Nella box recapitata a chi ne ha fatto richiesta, ci sono cinque tagli di formaggio da 500 grammi ciascuno, un vasetto da 250 grammi di miele millefiori di alta montagna del Presidio Slow Food e tutto il necessario per scoprire come sia possibile che quei caci siano così buoni, così sani, così diversi. Il segreto sta nella materia prima, il latte: a far la differenza è l’alimentazione degli animali, il luogo e il modo in cui sono cresciuti. L’aria che hanno respirato, il rispetto che i pastori hanno rivolto loro, i prati su cui hanno pascolato, le erbe e le infiorescenze che hanno brucato.
Nel kit del Gioco del Piacere, solo uno dei cinque caci non proviene da prato stabile e scoprirlo farà parte del gioco. Venerdì 19 maggio alle 18.30, in diretta Zoom, gli oltre mille fortunati che hanno acquistato il kit saranno guidati in una gustosa degustazione alla scoperta dell’intruso e, soprattutto, del valore della biodiversità dei prati.
Il progetto Salviamo i prati stabili è stato avviato grazie al sostegno di Eataly e del Consorzio del Parmigiano Reggiano Dop per combattere il fenomeno che ha portato, negli ultimi anni, alla perdita di buona parte di questi ecosistemi fragili ma fondamentali, sia in pianura, sia in montagna, dove abbiamo già perso, negli ultimi 50 anni, il 45% dei pascoli. Promuovere la tutela e la diffusione di questi prati ricchissimi di biodiversità significa mettere in discussione il modello di zootecnia intensivo dominante: riportare gli animali fuori dalle stalle migliorando il loro benessere; arginare l’avanzata delle monocolture che devastano i paesaggi di pianura per produrre mangimi, dire stop alla cementificazione selvaggia; sostenere la rinascita delle terre alte e difenderle dai rischi (slavine, incendi, dissesti idrogeologici) dovuti all’abbandono; contribuire in maniera importante all’assorbimento di Co2 e quindi contrastare la crisi climatica.
A scuola di biodiversità
Il 22 maggio, 100 classi delle scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado celebreranno la Giornata mondiale della biodiversità con un assaggio delle attività di educazione alimentare ideate nell’ambito del progetto Orti Slow Food. In tutta Italia, 2500 tra studentesse e studenti riceveranno un kit contenente una selezione di due mieli – un millefiori di alta montagna alpina del Presidio Slow Food e un miele di acacia – e i materiali utili a guidare la degustazione con descrittori specifici per ognuno dei cinque sensi.
Per Slow Food, le attività di educazione con i bambini e la formazione permanente in età adulta sono un elemento essenziale: per accrescere la consapevolezza sui sistemi alimentari e le politiche del cibo, e permettere così di compiere scelte giuste in favore della biodiversità, di un cibo buono per l’ambiente, per chi lo produce, per il nostro palato e la nostra salute.
Il progetto, storicamente sostenuto da Pastificio Di Martino e Irritec, in oltre 20 anni ha coinvolto più di 1000 scuole e formato oltre 3000 insegnanti. Nel 2023 – grazie al sostegno di UniCredit – Slow Food ha deciso di rilanciarlo coinvolgendo 100 nuove classi in tutta Italia, per un totale complessivo di oltre 330 classi e circa 8 mila studenti impegnati a fare l’Orto Slow Food durante l’anno scolastico.
Il Gioco del Piacere del 22 maggio coinvolge circa 2500 studentesse e studenti di 24 scuole dell’infanzia, 50 primarie e 26 secondarie in 39 province da 16 regioni diverse, in prevalenza Sud Italia e isole, che hanno richiesto di partecipare all’iniziativa nelle scorse settimane.
Rifiuti elettronici miniera di terre rare. Parte la campagna di crowdfunding di RARE, il progetto di un gruppo di ricercatori di Milano-Bicocca che dà nuova vita ai rifiuti elettrici ed elettronici.
Dalle batterie per le auto ibride alla fibra ottica, dai computer agli smartphone, tutto funziona grazie all’impiego di metalli che rientrano tra le terre rare, una classe di elementi chimici utilizzati nei dispositivi elettronici, veicoli elettrici, pale eoliche e molto altro ancora, la cui estrazione dai minerali richiede un processo costoso e inquinante.
La possibilità di reperirli a costi più bassi rispetto a quelli attuali e contenendo l’impatto sull’ambiente è una sfida decisiva per l’Europa, dipendente in gran parte dalle importazioni di queste materie.
E lo è ancor di più nell’ottica della transizione ecologica.
A raccogliere questa sfida è un gruppo di giovani ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca. Il sistema messo a punto impiega due tipologie di rifiuto: grazie alle nanotecnologie, le terre rare vengono “estratte” da apparecchi elettronici in disuso utilizzando un dispositivo realizzato con materiale poroso partendo dagli scarti dell’industria chimica e dell’acciaio.
Il progetto RARE ha partecipato alla quinta call Bicocca Università del Crowdfunding, il programma di finanza alternativa dell’Ateneo che promuove lo sviluppo di progetti innovativi e idee imprenditoriali e ha incassato il sostegno di EIT RawMaterials, consorzio europeo che si occupa delle materie prime non fossili a supporto della transizione energetica che da quest’anno è partner di #BiUniCrowd.
E’ partita la raccolta fondi su Produzioni dal Basso, prima piattaforma italiana di crowdfunding e social innovation.
È la prima delle tre campagne previste per questa edizione di Bicocca Università del Crowdfunding.
RARE avrà sessanta giorni di tempo per raccogliere cinquemila euro, ma già tagliato il traguardo del 50% dell’obiettivo scatterà il contributo dell’azienda partner che coprirà la restante parte della somma.
Il team RARE è formato da Lorenzo Viganò e Daniele Montini, dottorandi in Scienza e Nanotecnologia dei Materiali, e si avvale dell’esperienza, sia nell’ambito applicativo che in quello divulgativo, di Barbara Di Credico, professore associato di fondamenti chimici delle tecnologie nel dipartimento di Scienza dei Materiali.
Della comunicazione si occupa Jessica Bosisio, dottoranda in Economia e Management dell’Innovazione e della Sostenibilità presso l’Università di Parma.
I ricercatori hanno preso parte alle attività di team building che Bicocca Università del Crowdfunding realizza in collaborazione con l’associazione Street Is Culture.
Ne è nato anche un jingle che accompagnerà la campagna di raccolta fondi.
«Attualmente – spiegano i membri del team – i componenti dei dispositivi elettronici sono riutilizzati solo in minima parte. Si riciclano materiali come il rame, l’alluminio e il ferro ma pochi riescono a riciclare le terre rare. Recuperare scarti industriali per creare le nuove materie prime adatte alla cattura di questi elementi chimici permetterebbe di abbattere i costi che comportano gli altri metodi di recupero. In questo modo, inoltre, si promuove un’idea di economia circolare dove i rifiuti non vengono eliminati, ma si cerca di dar loro una seconda vita. Noi vogliamo sviluppare un dispositivo sostenibile e attento all’ambiente, in grado di recuperare le terre rare dei rifiuti elettronici. Attraverso specifici trattamenti di questi rifiuti, gli ioni delle terre rare possono essere trasferiti in acqua e successivamente catturate dal nostro dispositivo. Ulteriori trattamenti permetteranno di recuperare le terre rare e, idealmente, renderle riutilizzabili per la produzione di nuovi dispositivi elettronici e tecnologie».
«L’invasione Russa dell’Ucraina – osserva Fabio Pegorin, Business Development Manager di EIT RawMaterials – ha ulteriormente messo in risalto l’importanza per l’Unione Europea di riuscire a rafforzare le filiere locali per un approvvigionamento stabile e sostenibile di metalli e minerali necessari per la transizione energetica.
È imperativo quindi, non solo sostenere progetti che mirano all’estrazione mineraria sostenibile di questi materiali strategici ma anche incentivare nuovi approcci e tecnologie come quelli proposto dal progetto RARE che mirano ad estrarre gli stessi da prodotti che li contengono e che hanno raggiunto il fine vita, tutto questo in un’ottica di economia circolare».
È possibile sostenere il progetto RARE anche con un piccolo contributo collegandosi alla pagina dedicata sulla piattaforma di Produzioni dal Basso. Per ogni donazione è prevista una ricompensa secondo il sistema delle campagne di reward based crowdfunding che da sempre caratterizza #BiUniCrowd.
Censis Territorio e Reti nel 56mo Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2022. La transizione ecologica nei territori calcolata con il Green&Blue Index.
Il punteggio dell’indice Green&Blue permette la comparazione di ogni provincia italiana con un benchmark rappresentato dalla «provincia ideale» alla quale è attribuito un punteggio pari a 100.
La città metropolitana più avanti nella transizione ecologica è Firenze (punteggio pari a 80,1). Seguono Bologna (78,9) e Torino (78,5). A distanza dalle altre città metropolitane, Napoli (69,5). Tra le province con più di 500.000 abitanti Bolzano ottiene il punteggio più alto, poi Trento (80,1) e Brescia (78,9). Chiude la provincia di Cosenza (74,1).
Tra le province tra 300.000 e 500.000 abitanti, sono Pordenone (80,0), Parma (79,4) e Potenza (79,2) a ottenere i punteggi più elevati. Tra le province con meno di 300.000 abitanti, è La Spezia a ottenere il punteggio più alto, seguita da Nuoro.
Made in Italy: una certezza anche in periodi di crisi
L’export di quattro settori del made in Italy (abbigliamento e moda, alimentari e bevande, arredo casa e automazione-meccanica) vale 288 miliardi di euro, quasi il 60% del totale dell’export.
La punta di eccellenza è rappresentata dai materiali da costruzione in terracotta italiani (distretti di Sassuolo e Scandiano, Imola e Faenza, Impruneta, Vietri), che coprono oltre il 24% di tutto l’export mondiale del prodotto.
I prodotti in pelle (che comprendono le scarpe e gli accessori dell’alta moda) e le bevande rappresentano circa il 10% di tutto l’export mondiale nei rispettivi settori.
Rispetto al 2019, sono i prodotti farmaceutici e chimici a registrare un aumento consistente nelle esportazioni in molte regioni italiane.
In molte delle regioni italiane sono sensibilmente aumentate anche le esportazioni dei prodotti in metallo, di mezzi di trasporto e dei prodotti chimici, in particolare in Liguria, Lazio, Sardegna e Friuli Venezia Giulia.
Sostenere la crescita per contrastare la povertà energetica
Nel 2021 il 6,5% delle famiglie italiane era in ritardo con il pagamento delle bollette (dato in linea con la media europea). Ancora più numerosi sono coloro che affermano di non riuscire a riscaldare adeguatamente la propria abitazione: l’8,1% delle famiglie, un dato superiore di 1,2 punti percentuali al dato europeo. La pandemia non ha modificato il quadro geografico della povertà energetica, che persiste in particolare nei Paesi del sud-est del continente: in Grecia, Bulgaria e Croazia la percentuale di chi è in arretrato con il pagamento delle bollette è superiore al 9% e rimane fra le più alte anche quella di quanti non riescono a riscaldare la propria casa.
In tutti i Paesi dell’Unione, la fascia di popolazione maggiormente colpita è quella con bassi livelli di reddito e in particolare dei single con figli a carico.
La terra del vino
La dimensione territoriale e la qualità della produzione. In Italia la superficie destinata alla coltivazione di uva da vino è di 661.000 ettari, il 97% della quale ha fornito nell’ultimo anno 68,7 milioni di quintali di prodotto. Tra il 2020 e il 2021 si è assistito a una riduzione del 3% della superficie coltivata e del 5% della produzione totale. Se si raffronta la superficie dell’Italia con quella coltivata a uva da vino, quest’ultima è pari al 2,2% del totale e coprirebbe un territorio grande più della Liguria e poco meno del Friuli.
La Sicilia è la regione italiana a maggiore estensione della coltivazione (103.000 ettari), seguita dal Veneto (95.000 ettari) e dalla Puglia (88.000 ettari). Le due regioni meridionali rappresentano da sole circa il 30% di tutta la superficie coltivata a uva da vino in Italia, e in entrambi i casi la copertura del loro territorio a coltivazione di uva da vino supera il 4%.
Il Veneto, con una quota sul totale nazionale pari al 14,4%, è la regione con la più alta incidenza di terreni coltivati a uva da vino.
La ricchezza e la varietà dei territori regionali assicura una produzione totale di vino che nel 2021 si è attestata poco sotto i 49 milioni di ettolitri, con una riduzione rispetto al 2020 del 6,2%.
Un terzo circa della produzione ha riguardato il vino da tavola, poco sotto la soglia dei 20 milioni di ettolitri è la quantità di vino a denominazione di origine protetta, mentre è vicina ai 12 milioni quella relativa ai vini a indicazione geografica protetta.
Il Pnrr e i tempi delle opere pubbliche
Nel Mezzogiorno sono necessari mediamente 3,5 anni per realizzare un’opera pubblica, un anno in più rispetto al resto del Paese.
A livello nazionale servono 18 mesi dalla progettazione, nelle sue varie fasi, alla pubblicazione del bando o dell’avviso di gara: un arco di tempo superiore a quello che serve per l’affidamento e poi l’esecuzione dell’opera (15 mesi).
Il Pnrr ha previsto che entro il 2024 dovrebbe ridursi di almeno il 15% il tempo dell’esecuzione dei lavori, corrispondente a circa un mese, e a meno di 100 giorni (per i contratti superiori alle soglie di cui alle direttive Ue sugli appalti) il tempo medio tra la pubblicazione del bando e l’aggiudicazione dell’appalto, corrispondente a poco più di 3 mesi.
Tuttavia, poiché i tempi lunghi sono dovuti ai passaggi burocratici, è necessario aumentare l’efficienza delle stazioni appaltanti.
Le amministrazioni locali e regionali hanno avviato il 67% delle procedure, una percentuale che arriva all’80% in Calabria e Sardegna.
Il Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, è un istituto di ricerca socio-economica fondato nel 1964. A partire dal 1973 è diventato una Fondazione riconosciuta con Dpr n. 712 dell’11 ottobre 1973.
Il Censis svolge da oltre cinquant’anni una costante e articolata attività di ricerca, consulenza e assistenza tecnica in campo socio-economico.
Tale attività si è sviluppata nel corso degli anni attraverso la realizzazione di studi sul sociale, l’economia e l’evoluzione territoriale, programmi d’intervento e iniziative culturali nei settori vitali della realtà sociale: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza.
Il lavoro di ricerca viene svolto prevalentemente attraverso incarichi da parte di ministeri, amministrazioni regionali, comunali, camere di commercio, associazioni imprenditoriali e professionali, istituti di credito, aziende private, gestori di reti, organismi internazionali, nonché nell’ambito dei programmi dell’Unione europea.
L’annuale «Rapporto sulla situazione sociale del Paese», redatto dal Censis sin dal 1967, viene considerato il più qualificato e completo strumento di interpretazione della realtà italiana.
Mense più sostenibili. Più di 80 i professori e ricercatori di 26 università italiane hanno aderito alla lettera aperta di MenoPerPiù, il progetto per l’alimentazione sostenibile di Essere Animali, che chiede di sostenere la richiesta di oltre 8000 studenti italiani per mense universitarie più sostenibili.
Il ruolo delle mense universitarie è cruciale
Con un bacino potenziale pari a 1,8 milioni di iscritti negli atenei italiani, il pranzo in mensa rappresenta un’opportunità di intervento senza paragoni per migliorare la salute pubblica, frenare la crisi climatica, centrare gli obiettivi dell’Agenda 2030 ed educare alla corretta alimentazione.
Nella lettera si chiede di intraprendere un percorso di transizione nelle mense universitarie con l’obiettivo di rendere il 50% dei menu vegetali, in linea con l’approccio One Health. L’iniziativa è collegata alla campagna Mense per il Clima promossa da MenoPerPiù, che a ottobre ha lanciato una petizione per chiedere menù più vegetali negli atenei italiani per frenare la crisi climatica.
Nel 2022 MenoPerPiù ha collaborato con l’Università di Firenze per promuovere l’alimentazione a basso impatto ambientale, creando un menù vegetale per una serata di sperimentazione presso la mensa di Novoli. Servire cibo vegetale a 250 persone ha comportato un risparmio di 439 Kg di CO2 rispetto al menù tradizionale, con un calo di emissioni del 75% di gas serra.
Esperienza simile che è stata ripetuta in occasione della Green Week dell’Università di Firenze in vista della Giornata della Terra, con una cena 100% vegetale servita la sera del 19 aprile a 450 persone. Anche in questo caso la scelta di un menù a base vegetale ha comportato un risparmio del 60% di CO2eq rispetto al menù originale e del 20% di acqua, pari a 2591 km in auto (Firenze-Berlino andata e ritorno in macchina) e acqua da bere per un anno per 133 persone.
Queste iniziative dimostrano come un’alimentazione più sostenibile abbia vantaggi per la salute e per l’ambiente, oltre che sulla sostenibilità generale del sistema alimentare.
Secondo gli studi scientifici, la produzione di proteine animali sfrutta l’83% delle terre agricole globali, fornendo solo il 18% del fabbisogno calorico e il 37% del fabbisogno proteico, e al tempo stesso, il settore zootecnico è responsabile all’incirca del 15% delle emissioni di gas climalteranti, di un consumo significativo delle risorse idriche (che comporta una situazione critica anche a livello nazionale, mettendo in relazione la siccità e l’acqua necessaria per irrigare i campi coltivati a mangime), della generazione di particolato atmosferico, della perdita di biodiversità e dell’inquinamento di terreni e acque di falda con nitrati e metalli pesanti.
Se i paesi più ricchi come l’Italia riducessero il loro consumo di carne almeno della metà, il settore agricolo diminuirebbe le proprie emissioni del 61% e meno terra verrebbe utilizzata per coltivare soia e altri mangimi. Un’area più grande di tutta l’Unione Europea potrebbe ritornare al suo stato naturale, con piante selvatiche e alberi in grado di catturare almeno
100 miliardi di tonnellate di CO2 dall’atmosfera entro il 2100.
“Effettuando una transizione verso sistemi alimentari giusti e sostenibili, con menù a base vegetale, le Università italiane e gli enti a essa collegati non solo assicureranno un futuro ai loro studenti, ma potranno anche fare la loro parte per garantirlo al resto dell’umanità, degli animali e del pianeta.” spiega Valentina Taglietti, responsabile food policy di Essere Animali e MenoPerPiù. “Esempi come Berlino, Cambridge, Goldsmith e University of London, dove si stanno già sperimentando nuovi menù a minore impatto ambientale, indicano una chiara via da seguire. Con questa lettera abbiamo voluto mostrare che non sono solo gli studenti a chiedere attenzione per l’ambiente nei menu della mensa e che è ora di attivarsi, e noi saremo pronti ad accompagnare e supportare tutti gli atenei interessati a rendere la propria ristorazione sempre più sostenibile” .
Imprenditrici Appennino. Sono quattro giovani donne le vincitrici dell’edizione 2022 del Campus ReStartApp, promossa e realizzata in Irpinia da Fondazione Edoardo Garrone in collaborazione con il Comune di Avellino.
Ad aggiudicarsi il primo premio di startup, del valore di 30.000 euro, è stata Iolanda Bernardo (26 anni, da Benevento) con il suo Laboratorio agri-cosmetico artigianale Terre di Janara.
Nato dalla volontà di coniugare amore per il territorio, formazione professionale e tradizione famigliare da rinnovare, Terre di Janara si specializzerà nella creazione di cosmetici solidi, realizzati con prodotti naturali provenienti da coltivazioni locali.
Elisa Pisotti (22 anni, da Località Barchi di Ottone, PC) ha ottenuto il secondo premio di startup, del valore di 20.000 euro, con la sua Latteria Artigianale dei Principi in Val Trebbia, che punta sull’agricoltura biologica e sulla produzione e valorizzazione di un formaggio storico locale, la Mulan-na, di cui la sua famiglia è rimasta l’ultima produttrice.
Il terzo premio, del valore di 10.000 euro, è andato a Serena Cerullo (34 anni, dal Sant’Angelo a Scala, in provincia di Avellino) che, nel suo paese di nascita, in Irpinia, vuole avviare il Parthenium Glamping, struttura ricettiva che ospiterà i turisti in casette di legno a forma di botte, offrendo loro esperienze di scoperta del territorio.
Una menzione speciale, con il relativo servizio di consulenza di 12 mesi post campus, è stata infine assegnata a Leonarda Luciani (28 anni, da Capistrello, AQ), che nei boschi abruzzesi intende aprire Casale Tascone, una innovativa fattoria didattica che si propone come spazio multifunzionale, tecnologico ed educativo dedicato ai “remote workers” e alle loro famiglie, attenti a stili di vita più sostenibili.
A consegnare i premi di startup, in una sorta di passaggio di testimone tra giovani imprenditori, sono stati tre partecipanti delle precedenti edizioni del campus: Benedetta Morucci, che con Lamantera, azienda che valorizza la filiera della lana abruzzese, aveva vinto il secondo premio di ReStartApp 2020, Riccardo Arletti, vincitore del primo premio ReStartApp 2021 con la struttura ricettiva mobile Tipì, e Giuliano Gabrini, secondo classificato a ReStartApp 2015 con l’azienda agricola Le Cornelle.
“É una visione dell’Appennino al femminile, quella che emerge dalla premiazione dei migliori progetti del campus ReStartApp 2022 e che conferma l’evidenza raccolta negli anni: quasi la metà delle imprese che abbiamo contribuito a far nascere con le nostre iniziative di incubazione sono infatti condotte da giovani donne – commenta Francesca Campora, direttore generale di Fondazione Edoardo Garrone. – La sfida di fare impresa in Appennino va chiaramente al di là di una questione di genere e catalizza soprattutto motivazione, competenze, spinta a partecipare e capacità di innovare. Allo stesso tempo, però, ha molto a che fare con l’attitudine, spesso molto femminile, di prendersi cura di una missione o di un contesto in tutte le sue sfaccettature e di favorire generatività e contaminazione, risorse indispensabili per la rinascita e la riattivazione dei territori e delle comunità appenniniche”.
Per motivare le giovani donne che vogliono fare impresa, soprattutto in un contesto sfidante come quello della montagna, l’evento di premiazione di ReStartApp è stato inoltre arricchito dall’intervento dell’imprenditrice Riccarda Zezza, CEO di Lifeed.
Dal 2014, con 12 edizioni complessive, gli incubatori per le giovani imprese della montagna promossi da Fondazione Edoardo Garrone hanno affiancato circa 150 aspiranti imprenditori e hanno contribuito all’effettivo avvio di 54 imprese, 26 delle quali condotte da donne, attive prevalentemente nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento e del turismo e accomunate dall’obiettivo di valorizzare, promuovere e sviluppare i territori montani e le loro risorse, in chiave innovativa e sostenibile.
Oggi ReStartApp fa parte del più ampio Progetto Appennino, la cui edizione 2023 si svolgerà a Sassello, nell’entroterra savonese, in collaborazione con un partenariato guidato da Fondazione Compagnia di San Paolo e composto da Ente Parco del Beigua, Comune di Sassello (SV), Comune di Campo Ligure (GE), Coopfond Spa, Lega Ligure delle Cooperative e Fondazione De Mari, con un contributo di Fondazione Carige.
Al campus residenziale gratuito, dedicato a 15 giovani aspiranti imprenditori in Appennino under 40 provenienti da tutta Italia, si aggiungono infatti le iniziative “Vitamine in Azienda” e “Imprese in Rete”, dedicate alle aziende locali del territorio del Parco del Beigua, nell’ambito dell’edizione 2023 di Progetto Appennino.
Sono partner di Progetto Appennino: Fondazione Symbola, Legambiente, UNCEM, Alleanza Mobilità Dolce, PEFC Italia, Fondazione CIMA, Open Fiber, Tiscali.
Le call to action sono disponibili nell’area BANDI del sito fondazionegarrone.it.
Per candidarsi a ReStartApp c’è tempo fino a venerdì 12 maggio.
Appello di Slow Fish: «Se non tuteliamo la pesca artigianale le nostre coste perderanno anima e bellezza». La manifestazione a Genova organizzata da Slow Food e Regione Liguria
Un racconto affascinante ma anche una denuncia forte frutto della consapevolezza che la piccola pesca sta soffrendo, a tutte le latitudini e lungo tutte le coste.
Le sfide sono tante, troppe forse, dal ricambio generazionale, alla riduzione dei margini di guadagno (situazione peggiorata dai problemi strutturali e il rincaro dei carburanti), e a tutto questo si aggiunge la crisi climatica.
Quella della piccola pesca è una cultura, un sapere che rischia di scomparire nel giro di alcune generazioni e noi di Slow Food siamo convinti che senza i pescatori le nostre coste avranno perso anima e bellezza.
È un messaggio forte quello che arriva dalla presentazione dell’undicesima edizione di Slow Fish, organizzata da Slow Food e Regione Liguria, in collaborazione e con il patrocinio del Comune di Genova.
La manifestazione si terrà dall’1 al 4 giugno, nel lungo weekend legato alla festività del 2 giugno, e rappresenta un’occasione perfetta per conoscere il centro storico di Genova a partire dal suo cuore marinaro, il Porto Antico e Piazza Caricamento.
Il sostegno alla manifestazione arriva come sempre dal presidente della Regione Liguria Giovanni Toti: «Mai come quest’anno Slow Fish rappresenta davvero una rinascita vera e completa di questa terra dopo la pandemia, come ci dicono i più importanti indicatori economici. E siamo orgogliosi di continuare a ospitare a Genova una manifestazione che parla all’Italia intera, mettendo al centro i temi della conoscenza, della sostenibilità e dell’integrazione tra straordinari e inestimabili patrimoni del nostro Paese come il mare, le sue tradizioni enogastronomiche, la pesca e tutto quello che le è legato. La strada intrapresa dalla Liguria è quella del cambiamento grazie ai tanti investimenti in corso che riguardano, ad esempio, l’innovazione tecnologica, la rigenerazione urbana senza neppure un metro cubo di cemento in più, i sistemi di mobilità compatibili con l’ambiente. In questo modo, la sostenibilità diventa un motore di sviluppo e di lavoro, che favorisce la sinergia tra i diversi settori. Guardiamo alle prossime generazioni, per costruire un mondo nuovo, migliore, di cui Genova e la Liguria – conclude – si candidano ad essere capitali».
«Liguria protagonista a Slow Fish tra laboratori, testimonianze e nuove sfide – dice il vice presidente della Regione Liguria con delega alla Pesca e al Marketing Territoriale Alessandro Piana – rapportandosi pienamente con lo scenario del Mediterraneo attraverso report scientifici, politiche di gestione nazionali e comunitarie, sempre a partire dalle testimonianze dirette degli operatori. Ecco perché, ad esempio, per Regione Liguria sarà centrale l’evento intitolato Parola ai pescatori, visto che la nostra amministrazione basa la programmazione proprio sulle esigenze bottom-up, con riferimento costante a chi quotidianamente si impegna a portare sulle nostre tavole un pescato di prima qualità. Saranno assi fondamentali di questa edizione il rispetto dei criteri di sicurezza e della biodiversità, il contrasto al cambiamento climatico, il recupero di attività tradizionali, il ricambio generazionale e la multifunzionalità aziendale, ad esempio tramite la promozione dell’ittiturismo, cresciuto per dimensione, quota di mercato e per numero, arrivando a oltre 40 unità. Il mare è sempre più fonte di benessere, di turismo, di educazione e rispetto all’ambiente, come dimostrano le attività di salvaguardia per ripulire le coste e l’ambiente marino, in genere dalle plastiche e dal legname derivante da eventi atmosferici calamitosi. Slow Fish ancora una volta si fa portavoce delle nuove prospettive del Mediterraneo e non mancheranno via via le novità».
«I quattro giorni dell’edizione 2023 di Slow Fish saranno molto intensi e, come sempre, sono certo che avranno un grande successo di pubblico. Molto interessante è il tema dell’edizione di quest’anno: Coast to Coast a sottolineare l’interconnessione tra gli ambienti acquatici e la terraferma. Quando si parla di acqua in Liguria non si può non pensare al nostro mare che, con le sue Bandiere Blu, è fonte di vita e di sostentamento ed è l’artefice del successo che il nostro turismo sta vivendo in questi ultimi anni. A Slow Fish si potranno apprezzare i prodotti ittici che caratterizzano la nostra offerta gastronomica e che attirano milioni di turisti italiani e stranieri nella nostra regione» afferma l’assessore al Turismo e ai Grandi Eventi, Augusto Sartori.
Tema di questa undicesima edizione è Coast to Coast, come racconta Serena Milano, direttrice di Slow Food Italia: «Abbiamo voluto puntare sulla relazione tra esseri umani e natura. L’obiettivo è superare i confini amministrativi per occuparci della terra e della sua relazione con l’uomo, puntando quindi sugli ecosistemi. Tutto è connesso ed è una ricchezza da conoscere e preservare. A Slow Fish ci occupiamo ovviamente della costa, di quella linea che è luogo di scambio e incontro e che cambia in continuazione, per l’arrivo dei rifiuti dai fiumi, delle maree e degli uragani, dell’azione degli uomini e delle città. In qualunque parte del mondo ci si trovi, la nostra vita dipende dal mare, innanzitutto perché è il polmone blu, con il 50% dell’ossigeno generato grazie al plancton.
Per capire meglio questo rapporto a Slow Fish nella prima conferenza in programma avremo Pierre Mollo, studioso francese che ha passato tutta la vita a convincere le istituzioni dell’importanza di proteggere il plancton e che dialogherà insieme al geologo Jacopo Pasotti e a Mariasole Bianco, che ci porterà le sue proposte per coniugare un’esistenza armonica tra la vita degli uomini e l’economia.
Parleremo dell’acqua che manca, dalla cima delle montagne al delta del Po con la biologa che lavora per monitorarne il bacino, Anna Gavioli, e capire come sta cambiando. Insieme a lei Francesca Greco, geografa ed esperta di risorse idriche, e il climatologo Luca Mercalli. Parleremo di inquinamento, per quanto possibile in senso costruttivo dando voce a chi il mare lo ripulisce, dalla plastica innanzitutto. Ma anche a chi sta recuperando la posidonia spiaggiata trasformandola in energia, grazie alla testimonianza del sindaco di Pollica, Stefano Pisani.
Infine parleremo delle città costiere, a partire dal loro rapporto con il mare, un rapporto che talvolta le città hanno dimenticato. Come Taranto, che ha puntato per anni su una monocultura industriale e che adesso sta cercando un riscatto a partire dal rapporto millenario con il mare. E poi daremo voce ai pescatori, protagonisti principali di una serie di eventi organizzati nella Slow Fish Arena: partiamo ovviamente dalla Liguria e dalle esperienze individuate con le associazioni della pesca liguri, ma racconteremo tutta l’Italia delle tecniche antiche, saperi e culture preziose senza dimenticare i pescatori d’acqua dolce».
A chiudere la presentazione, Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, che sottolinea alcuni dei valori che stanno connotando il percorso dell’associazione da un punto di vista politico e gastronomico: la difesa della grande ricchezza in termini di biodiversità, laddove la terra incontra il mare, l’unica che salverà l’umanità di fronte alle crisi ambientali e climatiche; i sistemi alimentari che per noi di Slow Food sono collegati ai diritti umani; acqua e mare che per noi sono beni comuni, risorse inalienabili da tutelare, risorse che devono essere di libertà più che di profitto; la bellezza, più etica che estetica, che rappresenta un orizzonte possibile per un percorso collettivo che insieme alla biodiversità ci può portare a un futuro migliore a partire dal cibo. E infine la rigenerazione delle città costiere, una rigenerazione diffusa che deve essere del pensiero prima di ogni altra cosa. L’acqua è di chi ha sete, la terra è di chi ha fame: per noi la rigenerazione dei sistemi costieri parte da qui».
Occasione unica per vivere il Porto Antico e le connessioni tra terra e mare, Slow Fish vuol dire innanzitutto imparare, grazie alle attività di educazione organizzate da Slow Food e Acquario di Genova con il supporto di UniCredit, ma anche approfondire le tematiche al centro dell’evento, con le Conferenze e i forum La parola ai pescatori nella Slow Fish Arena. Come sempre negli eventi Slow Food il piacere della degustazione si accompagna con il gusto della conoscenza grazie al programma di Laboratori del Gusto, ospitati nella Sala Reale Mutua dello stand Slow Food, e Aperitivi quotidiani in Arena. Immancabili l’area dedicata a Food Truck, Cucine di Strada e Birre Artigianali, l’Enoteca con oltre 300 etichette selezionate, il Mercato, che con le sue bancarelle e le collettive delle Regioni italiane espone il meglio dei prodotti della pesca e dell’agricoltura costiera e i Presìdi Slow Food che tutelano la ricchezza di biodiversità dell’ecosistema.
«Anche quest’anno sarà Genova a ospitare la nuova edizione di Slow Fish e di questo non possiamo che esserne felici – dice l’assessore del Comune di Genova al Commercio, alle Pro Loco e alle Tradizioni, Paola Bordilli – . Genova è una città che vive in simbiosi con il suo mare e che vive di quello che il mare ha da offrire: che sia il pesce che portiamo in tavola o che esportiamo o che sia il porto commerciale e turistico, non si può non pensare che tra mare e città vi sia un rapporto indissolubile. Ancora una volta Slow Fish propone un’offerta che va oltre al food, con incontri e laboratori che riflettono la nuova sensibilità che abbiamo nei confronti del nostro mare e dell’acqua in generale, per una pesca sostenibile e per una riscoperta anche delle acque dolci. Sarà un’occasione molto importante sia per i genovesi che per i turisti: vi aspettiamo. Il Comune di Genova si è impegnato molto per organizzare questa edizione e ringrazio anticipatamente, assieme alla consigliera Cavalleri, tutti quelli che hanno dato e che daranno il loro preziosissimo contributo, dagli uffici comunali a quelli delle società partner».
Slow Fish 2023 gode di un percorso di avvicinamento con due importanti eventi che saranno organizzati nel mese di maggio. Sabato 6 il primo assaggio in collaborazione con il Belmond Hotel di Portofino, mentre il Comune di Alassio ospita una due giorni il 13 e 14. Ecco qui in dettaglio il programma di Alassio.
Hanno partecipato alla presentazione l’assessore allo sviluppo economico della Regione Liguria, Andrea Benveduti; il presidente del Porto Antico di Genova Mauro Ferrando, e il consigliere della Camera di Commercio di Genova, Alessandro Cavo.
Il programma di Slow Fish è in continua evoluzione. A breve arriveranno infatti gli Appuntamenti a Tavola, le cene che hanno per protagonisti gli ecosistemi costieri, e le lezioni di In cucina con Slow Food, il progetto che esalta l’esperienza, i valori e la conoscenza dei cuochi dell’Alleanza Slow Food. Per saperne di più su questi appuntamenti basta rimanere sintonizzati sui canali di Slow Fish.
Slow Fish è realizzato grazie al sostegno di numerose realtà che credono nel progetto, a partire dai Main Partner BBBell, Pastificio Di Martino, Quality Beer Academy, Reale Mutua e UniCredit. In Kind Partner Liebherr, Bormioli Luigi e Bormioli Rocco, Acqua San Bernardo; Green Partner è Amiu. La manifestazione gode inoltre della collaborazione del Porto Antico di Genova e del supporto di Fondazione Carige, con il sostegno della Camera di Commercio di Genova. Partner culturale è l’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale.
1-4 giugno 2023 – Porto Antico di Genova
Earth Day foreste: tre modi per investire subito nella salvaguardia delle foreste. “Investire nel nostro Pianeta”: è questo il tema della Giornata della Terra: le Nazioni Unite sollecitano ad agire (con coraggio), innovare (in tutti i settori) e implementare (con strumenti equi e sostenibili). Un compito a cui sono chiamati con sempre maggiore urgenza, data la crisi climatica e la perdita di biodiversità, sia i governi, che i cittadini, che le aziende. “Una partnership globale”, l’ha definita l’Onu.
In questo contesto, le foreste – scrigno di risorse naturali – rivestono un ruolo prioritario sotto molteplici aspetti, fra i quali spiccano l’assorbimento delle emissioni di anidride carbonica, il mantenimento della biodiversità e la mitigazione degli effetti del surriscaldamento climatico. Sul fronte opposto, lo stesso surriscaldamento climatico, la deforestazione e una gestione irresponsabile di questa risorsa rappresentano fattori di peggioramento di una grave crisi già in atto.
Ecco quindi tre modi con i quali, secondo FSC Italia – la ONG che a livello globale si occupa di promuovere la gestione forestale responsabile – istituzioni, cittadini e aziende possono prendersi cura da subito dei boschi.
Piantare è bene, prendersi cura delle foreste esistenti è meglio
Gli investimenti in nuove foreste sono uno strumento per rendere più resilienti i territori e garantire l’accesso a servizi naturali tra cui acqua pulita, stock di CO2, conservazione del suolo e della biodiversità; tuttavia queste aree, spesso costituite da alberi molto giovani, impiegano decenni per arrivare a maturazione e fornire questi benefici. Molto meglio quindi investire nelle foreste che già ci sono e che attualmente coprono più di un terzo della superficie del nostro Paese: solo il 10% di esse infatti è coperto da certificazione. La gestione forestale responsabile garantita da FSC conferma che in quell’area viene preservata la diversità biologica e vengono apportati benefici alle persone e ai lavoratori locali.
Sostenere chi si prende cura delle foreste
I proprietari forestali, pubblici e privati, sono in prima linea nella conservazione di piante e boschi, ma spesso il loro lavoro non è valorizzato. La procedura per i servizi ecosistemici, lanciata da FSC nel 2018, permette di quantificare in modo scientifico l’impatto della gestione forestale responsabile, favorendo anche gli investimenti in aree forestali che contribuiscono a preservare servizi fondamentali alla vita delle comunità come la conservazione delle fonti idriche, dello stock di carbonio, della biodiversità e della ricchezza del suolo, nonché dell’utilizzo a fini turistico-ricreativi e culturali delle aree verdi.
Preferire materiali con origine sostenibile, certa e verificata
I cittadini hanno un ruolo importantissimo nel condizionare le scelte delle aziende, anche con un semplice acquisto. Comprare prodotti realizzarti con materie prime certificate FSC significa sostenere la gestione forestale responsabile, favorire un’economia virtuosa e premiare le aziende impegnate in questi percorsi di sostenibilità.
“People have the power, le persone hanno il potere – commenta Giuseppe Bonanno, Direttore del Forest Stewardship Council (FSC) Italia – La sfida climatica ci impone di ripensare il ruolo e i benefici che ogni giorno otteniamo dalle foreste; FSC pratica la visione per cui prendersi cura del presente è garanzia di sostenibilità per il futuro. Il nostro patrimonio forestale deve essere accudito: è un lascito che arriva a noi dal passato e rappresenta, al tempo stesso, capitale odierno e investimento futuro. Gestirlo sapientemente, tornando a una gestione responsabile attiva, può garantire la sostenibilità per il presente a garanzia delle generazioni future. Esistono già modi concreti per sostenere e conservare le foreste e chi se ne prende cura ogni giorno, ma occorre agire subito e con coraggio”.
Il Forest Stewardship Council (FSC) è un’organizzazione non governativa e no-profit che include tra i suoi 900 membri internazionali gruppi ambientalisti e sociali, comunità indigene, proprietari forestali, industrie che lavorano e commercializzano prodotti forestali, gruppi della grande distribuzione organizzata, ricercatori e tecnici, che operano insieme allo scopo di promuovere in tutto il mondo una gestione responsabile delle foreste.
FSC Italia nasce nel 2001 come associazione no-profit, in armonia con gli obiettivi di FSC International. Il marchio ha assunto un ruolo di primo piano nel mercato dei prodotti forestali quali legno, carta e prodotti non legnosi (come ad esempio il sughero), collocando il nostro Paese al secondo posto nella classifica internazionale e al primo in quello europeo per quel che riguarda le certificazioni FSC della Catena di Custodia (Chain of Custody, CoC).
Il marchio FSC identifica infatti i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici.
La foresta di origine viene infatti controllata e valutata in maniera indipendente in conformità a questi standard (principi e criteri di buona gestione forestale), stabiliti ed approvati dal Forest Stewardship Council International tramite la partecipazione e il consenso di tutte le parti interessate.
Pollution vs health. Lowest pollution limits improve public health and save billions in taxpayer money, says new analysis. Adjusting Europe’s most polluting industry regulated by the Industrial Emissions Directive to the lowest achievable pollution limits will not only improve environmental protection but also save up to 37,000 lives and €103 billion in taxpayer money per year, shows Upgrading Europe’s Air, a new analysis by CREA (Centre for Research on Energy and Clean Air).
Stricter emission limits in the power and industrial sectors would avoid an estimated 120,000 cardiac hospital admissions, over 7 million restricted activity days and 10,000 annual deaths compared with the latest reported emission data. The avoided economic cost savings are estimated at €28 billion annually. The application of measures relating to emissions from intensive livestock, particularly linked to ammonia and methane emissions, would avoid 27,000 annual deaths with an estimated yearly economic cost benefit evaluated at €75 billion.
The study accounts for the impact that reducing emissions limits can achieve in the EU member states and the United Kingdom thanks to well-established standards, such as the EU Best Available Techniques Reference Document for energy generation and the Chinese ultra-low standards for the production of steel and cement.
There are countries that sit at the forefront of the potential annual public benefits. Bringing emissions generated in Germany to the lowest feasible level has the potential to save around 12,500 Europeans and avoid public expenses up to €34 billion. France and Poland each can prevent 4,000 human casualties and €11 billion in taxpayer money. Almost 3,000 people can avoid health damage and €8 billion can be saved if emission limits are adjusted in Italy. Given the borderless nature of air pollution, these benefits affect the entire continent.
As the Industrial Emissions Directive is under revision, European policymakers have a once-in-a-generation opportunity.
The EU law for the largest industrial polluters has been eroded by weak standards and loopholes. As a result, emission reduction is far behind what is technically feasible whilst economically viable. Requiring stricter emission limits for Europe’s industry is possible with current available techniques, so there is no reason to delay their implementation. In fact, swift tightening of pollution limits is key to Europe’s position as a global leader in environmental protection.
After the disappointing EU Council position, the European Parliament is due to take its position on the matter, with a vote expected on 25 May in the Committee on Environment, Public Health and Food Safety. A failure to adjust industry to the lowest pollution limits will push EU’s zero pollution ambition decades into the future while sacrificing the environment, people’s health and public money savings.
Christian Schaible, Head of Zero Pollution Industry at the EEB said: “It is imperative to change the culture that rewards polluters. Member states need to change their consistent alignment to most lenient pollution reduction obligations, especially when they transpose EU standards into national rules. The case for huge public benefits of avoided air pollution thanks to strict limits is crystal clear, we cannot afford to lose further time for polluters to escape their responsibilities. We would expect Members of the European Parliament to not fall behind in the ambition to serve people’s interests first.”
Lauri Myllyvirta, Lead Analyst at Centre for Research on Energy and Clean Air said: “Air pollution control requirements for power plants, heavy industry and agriculture in the EU have fallen far behind best practice, causing tens of thousands of avoidable deaths each year. The economic burden associated with the pollution far exceeds any economic benefits from watered-down emission limits. The revision of the Industrial Emissions Directive is a once-in-a-decade opportunity to upgrade Europe’s air quality and protect European health.”
The Industrial Emissions Directive allows industry to pollute within a certain range by using the Best Available Techniques – or BATs. This relies on industry’s willingness to use the best technology to reduce pollution to a minimum. Unsurprisingly, 80% of the times industry uses the worst BATs, opting for the maximum amount of pollution allowed.
The Commission proposal for the revision of the IED would require industrial operators to adjust to the stricter level of pollution allowed or provide a non-feasibility assessment demonstrating on why the stricter possible BAT side of the range cannot be applied.
The EU governments have largely supported the reference to the stricter BAT levels but provide a weakening through a possible transition delays up to 14 years.
The European Environmental Bureau (EEB) is Europe’s largest network of environmental citizens’ organisations, standing for environmental justice, sustainable development and participatory democracy. Our experts work on climate change, biodiversity, circular economy, air, water, soil, chemical pollution, as well as policies on industry, energy, agriculture, product design and waste prevention. We are also active on overarching issues such as sustainable development, good governance, participatory democracy and the rule of law in Europe and beyond.
We have over 180 members in over 38 countries.
Green fuels kill biodiversity. EU fails to address deforestation from palm and soy biofuels in update to green fuels law.
In the final trilogue negotiations on the EU’s Renewable Energy Directive (RED), the EU drastically increased its target for renewables in transport from 14% to 29% (1).
Negotiators also included an obligation on EU states to include electricity in their energy quotas for transport. However, a focus on quantity over quality will see a big role of damaging biofuels in Europe’s future energy mix.
The Council and Commission’s failure to support a rapid phase out of soy and palm oil biofuels is a disaster for forests, says T&E.
Biofuels
Despite a push from the biofuels lobby to increase the role of crop-based biofuels, the cap will remain at 2020 levels and their use remains optional for member states. However, the Commission and Council rejected the EU Parliament’s proposal to immediately phase out palm and soy biofuels, which are heavily linked to the clearance of forests and conversion of peatlands.
On soy, the EU Commission is now tasked with reviewing the delegated act on high deforestation risk biofuels this year. Similarly, on palm, instead of an immediate phase-out, the Commission will assess the possibility of accelerating its removal from EU renewable energy targets.
Barbara Smailagic, Fuels Policy Officer at T&E, said: “The EU had a chance today to stand up for forests by ending the use of palm and soy biofuels now. It has failed. But with a review still to come this year, the Commission has a chance to put this right. Every day it delays the removal of palm and soy biofuels from its green fuels law, hundreds of football pitches worth of forest are lost.”
Renewable electricity
Currently most EU states simply require oil companies to blend so-called renewable liquids like ethanol or biodiesel to meet renewable energy targets. The update to the RED deal now includes an obligation on EU states to include electricity in their energy quotas for transport. This important change alters the balance of a law which previously only favoured biofuels and will mean that the oil industry is now going to have to finance renewable electricity in transport, says T&E.
Geert Decock, Electricity & Energy Manager at T&E, said: “Following the revision of the RED, oil companies can comply by supplying renewable electricity. While this won’t grab the headlines, this represents a sea change in Europe’s fuel politics. Instead of a green fuels law focused on blending for a combustion engine age, we now have a green fuels law that reflects the future of electric mobility.”
RFNBOs and advanced biofuels
Decision makers agreed on a combined sub-target of 5.5% for advanced biofuels and hydrogen and e-fuels – so-called Renewable Fuels of Non-Biological Origin (RFNBOs). A 1% binding target for RFNBOs is a major innovation for supplying more sustainable fuels to the transport sector, especially in helping to decarbonise aviation and shipping. However, the other 4.5% could be completely covered by advanced biofuels, which would drive up demand for unsustainable feedstocks like forestry residues (tree tops, branches, etc.) and manure from industrial livestock farming.
Transport & Environment‘s (T&E) vision is a zero-emission mobility system that is affordable and has minimal impacts on our health, climate and environment.
Since we were created 30 years ago, T&E has shaped some of Europe’s most important environmental laws. We got the EU to set the world’s most ambitious CO2 standards for cars and trucks but also helped uncover the dieselgate scandal; we campaigned successfully to end palm oil diesel; secured a global ban on dirty shipping fuels and the creation of the world’s biggest carbon market for aviation – just to name a few.
Credibility is our key asset. We are a non-profit organisation and politically independent. We combine the power of robust, science-based evidence and a deep understanding of transport with memorable communications and impactful advocacy.
Our staff in Brussels, Rome, Madrid, Berlin, Warsaw and London collaborate with our 63 national member and supporter organisations in 24 countries across Europe. All together our members and supporters represent more than 3.5 million people.
We coordinate the International Coalition for Sustainable Aviation (ICSA), which has observer status at the International Civil Aviation Organisation (ICAO) and are members of the Clean Shipping Coalition (CSC), which has observer status at the International Maritime Organisation (IMO).
We hold a seat on the board of ECOS, and are members of the Green 10 group of European environmental NGOs, Agora Verkehrswende, the Platform for Electromobility, the Coalition for Energy Savings, the Renewable Grids Initiative and the Electrification Alliance.
Impatto della S di ESG, una storia italiana di valore. Un impatto economico potenziale di 22,6 miliardi di euro all’anno, con conseguenti ricadute di natura sociale per ulteriori 17,1 miliardi di euro.
In Italia un euro investito nel settore immobiliare ne attiva 3,4 lungo tutta la filiera, di cui 1,75 di ricadute sociali. A Milano i valori salgono a 3,9 e 2 euro.
In Italia ci sono quasi 1,1 milioni di edifici residenziali sui quali è necessario effettuare interventi di innovazione dal punto di vista edilizio, urbanistico e sociale. Significa che, seguendo gli obiettivi dettati dall’Unione Europea, sono coinvolti oltre 36mila edifici all’anno (una città come Messina) per i prossimi trent’anni, e in grado di generare un impatto economico sul patrimonio edilizio di 22,6 miliardi di euro all’anno, e produrre potenziali ricadute di natura sociale per ulteriori 17,1 miliardi di euro.
È quanto emerge dall’Osservatorio sull’innovazione “La S di ESG, una storia italiana di valore” presentato da Scenari Immobiliari e Dils nel corso dell’INNOVATION FORUM 2023.
“Gli interventi di riqualificazione sugli edifici italiani non sono solo di natura edilizia – commenta Mario Breglia, Presidente di Scenari Immobiliari, in apertura del forum – ma riguardano anche l’adeguamento degli immobili ai più recenti standard di qualità della vita e costituiscono una nuova e innovativa trasformazione e modifica dell’esistente”.
Nelle principali città italiane sono, infatti, presenti 1,1 milioni di edifici residenziali costruiti tra il 1946 e il 1989 (pari al 13,5 per cento dei quasi 8 milioni complessivi appartenenti allo stesso periodo storico), con 6,3 milioni di unità abitative (28,9 per cento dei 21,7 milioni totali), sui quali è prioritario effettuare interventi di innovazione dal punto di vista edilizio, urbanistico e sociale.
Attenendosi all’obiettivo comunitario di “ricostruire” annualmente il due per cento degli edifici esistenti nelle aree urbane, sarebbe necessario intervenire potenzialmente su circa 36.300 edifici all’anno (pari al due per cento degli 1,8 milioni di edifici residenziali esistenti nelle principali città italiane) in un arco temporale di trent’anni, solo per quanto riguarda il patrimonio realizzato tra il ’46 e la fine degli anni ’80.
La quantificazione economica degli investimenti di natura immobiliare necessari alla potenziale attivazione dell’intero processo di “ricostruzione” annuale degli edifici residenziali nelle aree urbane della penisola è stimabile partendo da una media degli attuali costi unitari relativi a interventi di nuova costruzione e di ristrutturazione edilizia, compresi tra 750 €/mq e 1.600 €/mq (applicata alla superficie media delle unità abitative esistenti nelle principali città italiane di circa 100 mq).
Di conseguenza, è possibile stimare il potenziale impatto economico della piena attuazione degli obiettivi comunitari in termini di innovazione del patrimonio edilizio abitativo in 22,6 miliardi di euro all’anno, i quali sono a loro volta in grado di generare ricadute di natura sociale potenzialmente monetizzabili in ulteriori 17,1 miliardi di euro, in relazione alle diverse tipologie di intervento, come emerso dall’analisi dei casi studi e dal successivo sviluppo della matrice scoiale degli investimenti contenuti nell’Osservatorio di Scenari Immobiliari e DILS.
“Le città italiane – commenta Francesca Zirnstein, direttore generale di Scenari Immobiliari – dispongono intrinsecamente e storicamente di tutti quegli elementi di carattere sociale che, nel corso degli ultimi 150 anni, si sono rivelati fondamentali per lo sviluppo, l’evoluzione e il consolidamento del processo di costruzione, riqualificazione, rigenerazione e innovazione architettonica, urbanistica, sociale ed economica del Paese, a partire dalle eterogenee sfaccettature identitarie e dai molteplici modelli di vita e lavoro che lo compongono.
Il mercato immobiliare non è esente dalle esigenze di misurazione di impatto sociale, poiché ogni operazione edilizia, qualunque siano dimensioni e localizzazione, riporta effetti più o meno incisivi sul territorio di riferimento, e quindi sul relativo tessuto economico e sociale. Le attuali e future dinamiche edilizie e immobiliari, sviluppate a partire dalle tematiche globali relative allo sviluppo sostenibile, dall’integrazione dei principi Esg all’interno dei processi finanziari di investimento responsabile e dagli obiettivi della UE, stanno interessando e in futuro andranno a interessare quantitativamente e qualitativamente un tessuto urbano, edilizio e sociale storicamente in grado di mostrare tutta la sua capacità e potenzialità di accompagnare il cambiamento e superare i diversi momenti di criticità in un’ottica di innovazione materiale e immateriale”.
“Con 270mila miliardi di euro il Real Estate è la più grande industry del mondo, ma – commenta Giuseppe Amitrano, Founder & CEO Dils – tra le ultime per capacità di innovazione. Una situazione che offre agli operatori un ampio spettro di opportunità, senza dimenticare le responsabilità che comporta. Alla base di ogni innovazione che promuoviamo come Dils c’è la volontà di irradiare una visione capace di innescare dei cambiamenti strutturali e favorire l’evoluzione dell’intera filiera e, perché no, della stessa industry. Cambiamenti che potranno essere considerati come vera innovazione solo se avranno un impatto positivo sul benessere di comunità e territorio: per questo, come Dils, abbiamo sviluppato una sensibilità particolare per i luoghi nei quali operiamo, tanto da aver lanciato un progetto di Give Back che punta a restituire valore – economico, sociale e ambientale – ai quartieri in cui operiamo.
Nella consapevolezza di come il Real Estate debba ispirarsi innanzitutto alle necessità di chi i luoghi li abita, li visita, li respira”.
Rigenerazione urbana e impatto sociale: Milano e la Lombardia al top
Il nord Italia, e in particolare la Città metropolitana di Milano, negli ultimi anni si è trasformata in un laboratorio fertile di progetti e sviluppi di rigenerazione urbana.
Particolare attenzione hanno destato le numerose aree industriali dismesse sul territorio, veri vuoti urbani ed elementi di cesura tra i quartieri delle città, oltre che zone ad elevato rischio per la salute di residenti e utenti e dell’ecosistema naturale.
Lo studio di Scenari Immobiliari e DILS ha individuato alcune operazioni con caratteristiche dimensionali, funzionali e architettoniche tali da poter essere considerate interventi di rigenerazione urbana, come i progetti di Chorus Life a Bergamo e Porta Nuova, Mind, SeiMilano e LOC – Loreto Open Community nella città di Milano.
Quanto emerge dall’analisi su questi progetti è un’attenzione sempre più stringente da parte degli operatori del settore immobiliare verso la comprensione, la quantificazione e il rispetto di tematiche di sostenibilità durante ogni step del processo, dalla progettazione, allo sviluppo fino all’operatività.
Il primo ambito di creazione di valore socio economico per il territorio è collegato all’investimento finanziario messo in campo dai vari stakeholder che genera tre impatti economici e occupazionali: uno diretto, rappresentato dai costi sostenuti direttamente per la costruzione dell’opera e dalle persone impiegate per la realizzazione dei lavori, uno indiretto, rappresentato dalle forniture e subforniture attivate dall’investimento lungo le filiere economiche nazionali e la relativa occupazione attivata e uno indotto, costituito dall’aumento dei consumi delle famiglie per effetto dei redditi pagati ai dipendenti delle imprese coinvolte nei lavori e della quota parte degli stipendi indirettamente attivati presso le imprese coinvolte nella filiera e relativa occupazione innescata.
L’indice SROI è, in questi casi, l’unico indicatore utilizzato dalla maggior parte degli operatori immobiliari promotori di iniziative di rigenerazione urbana per quantificare economicamente l’impatto sociale: la capacità di contribuire in maniera sostenibile al miglioramento delle condizioni, non solo economiche, delle persone e delle comunità.
Esiste, infatti, un ulteriore impatto, non “monetizzabile”, costituito, ad esempio, da progetti educativi per giovani e bambini, programmi per la formazione professionale e l’inserimento nel mondo del lavoro di classi disagiate, progetti di inclusione sociale, eventi culturali e sportivi, tavole rotonde partecipate, workshop, concorsi.
A ciò si aggiunge un elevato numero di indicatori di valore il cui impatto sociale è dato principalmente dalla loro presenza fisica, come edifici eco sostenibili, piste ciclabili, percorsi pedonali, accessibilità pubblica, piani terra fruibili dai city users, parchi e aree attrezzate, dotazione di servizi, impiego di tecnologie smart, nuovi modelli abitativi ecc.
Si tratta dunque di progetti molto innovativi, dove l’innovazione ha anche un carattere intellettuale e vuol dire pensare alla comunità e alle generazioni future.
Se si crea un territorio “ricco”, attraente, sostenibile, questo lo è ancor di più se la sua ricchezza si espande a livello sociale.
In Italia il settore immobiliare raggiunge coefficienti moltiplicativi di attivazione della filiera tra i più elevati, mediamente pari a 3,4 euro ogni singolo euro investito (mentre a Milano si stima sia maggiore e pari a 3,9 euro) di cui le ricadute sociali rappresentano una quota variabile, in relazione alle peculiarità del progetto (dimensioni, funzioni, caratteristiche architettoniche, sostenibilità, ecc.) e del contesto territoriale, economico, immobiliare e sociale di riferimento, stimata tra il 40% e il 60% circa, “monetizzabili mediamente in 1,75 euro ogni singolo euro investito (2 euro stimati a Milano).
SCENARI IMMOBILIARI Istituto indipendente di studi e di ricerche analizza i mercati immobiliari, e in generale, l’economia del territorio in Italia e in Europa. Fondato nel 1990 da Mario Breglia, l’Istituto opera attraverso le sedi di Milano e Roma e può contare su un ampio numero di collaboratori attivi sul territorio nazionale ed europeo.
Un personale altamente qualificato e multidisciplinare, proveniente da esperienze professionali diversificate, è in grado di fornire servizi a elevato valore aggiunto in tutta la filiera immobiliare (esclusa l’intermediazione).
Dils è il nuovo nome di Redilco & Sigest, azienda leader nel real estate, presente sul mercato da più di cinquant’anni e protagonista del processo di trasformazione e rinnovamento dell’intero settore attraverso le leve dell’innovazione e della digitalizzazione.
“Imagine your future space” è, infatti, il messaggio che ha guidato la campagna di comunicazione che segna il nuovo corso del Gruppo e ha l’obiettivo di sensibilizzare sull’importanza di immaginare e riflettere sull’idea di città e di spazi del futuro. Con un team di oltre 200 professionisti e uffici a Milano, Roma e Amsterdam, Dils è il punto di riferimento per imprese nazionali e multinazionali, investitori, operatori finanziari e privati per la ricerca e lo sviluppo delle migliori opportunità di investimento.
Offre ai propri clienti un servizio a 360 gradi nella consulenza, nell’intermediazione e nei servizi immobiliari integrati nei settori Uffici, Retail, Logistica, Hospitality, Living & Residenziale. Con l’acquisizione di Van Gool Elburg, società di servizi immobiliari con oltre 45 anni di esperienza in Olanda, Dils ha ufficialmente avviato il progetto di internazionalizzazione per esportare la vision e il modello distintivo di business sviluppati con successo in Italia in altri mercati europei.