Cribis ESG Global Synesgy Observatory. Cribis, società del gruppo CRIF specializzata nel fornire informazioni, soluzioni e consulenza alle imprese, annuncia i risultati della prima edizione del Global Synesgy Observatory 2024, nato con l’obiettivo di analizzare l’approccio alla sostenibilità delle aziende in tutto il mondo.
L’osservatorio è stato promosso da CRIF elaborando i dati delle imprese che si sono registrate su Synesgy, piattaforma globale specializzata nella valutazione di aziende in ambito ESG lanciata nel 2021 da Cribis.
Synesgy è la piattaforma lanciata nel 2021 da Cribis e serve misurare la sostenibilità di un’azienda e a valutare il livello di compliance ai criteri ESG (environmental, social, governance). È una soluzione che viene utilizzata sia da chi deve fare una rendicontazione non finanziaria, sia da chi vuole verificare che i propri fornitori abbiano un approccio corretto nei confronti della sostenibilità. La metodologia su cui opera si basa su standard internazionali di eccellenza (Global Reporting Initiative, Global Compact delle Nazioni Unite, Carbon Disclosure Project, European Sustainability reporting standards) e sulla collaborazione con la credit ratings agency di Crif.
Il campione dell’osservatorio è rappresentato da oltre 500.000 aziende fornitrici situate in 144 stati nel mondo e da più di duemila aziende capo filiera presenti in 23 stati nel mondo (dati aggiornati a giugno 2024).
Il 91% delle aziende fornitrici sono PMI con un fatturato compreso tra 500 mila e 50 milioni di euro, mentre il 45% delle aziende capo filiera hanno un fatturato superiore a dieci milioni di euro. A livello italiano, ci sono oltre 135 mila aziende considerate, di cui l’86% ha un fatturato medio inferiore ai dieci milioni di euro.
Lo studio prende in considerazione sei aree geografiche mondiali
Per Africa, Asia e Australia, Europa, Nord America, Sud e Centro America, Medio Oriente, la valutazione (score ESG) tiene conto delle performance indicate nel database, delle informazioni raccolte tramite il questionario GRI-Licensed e dell’ampio database di informazioni di CRIF. Lo score ESG rappresenta la valutazione della conformità ai principi ESG (Environment, Social, Governance) di un’azienda. Il giudizio è rappresentato utilizzando una valutazione dalla lettera A (più alto – eccellente livello di sostenibilità) alla E (più basso, insufficiente livello di sostenibilità).
A livello mondiale, lo score ESG mostra un miglioramento complessivo per le aziende prese in analisi che passano da un giudizio D nel 2021 (basso livello di sostenibilità) a C nel 2024 (soddisfacente livello di sostenibilità).
L’Europa è l’area geografica che ha registrato la crescita maggiore in termini di score medio ESG dal 2021 al 2024. Questo valore è infatti passato da un giudizio E nel 2021 (basso livello di sostenibilità), a D nel 2022 (sufficiente livello di sostenibilità) e C nel 2024 (soddisfacente livello di sostenibilità).
Lo score ESG delle aziende che operano in Italia è passato da un livello sufficiente di sostenibilità (D) nel 2021 a un livello soddisfacente (C) nel 2024.
In termini di sostenibilità ambientale l’osservatorio analizza i livelli di adozione di energie rinnovabili evidenziando come siano in continua crescita a livello globale. L’Italia, con il 49% di aziende che utilizzano energie rinnovabili, si posiziona al di sopra della media mondiale (45%) ed europea (46%).
Il continente che mostra il miglior posizionamento in termini di utilizzo di fondi rinnovabili è l’America Centrale – Meridionale con una percentuale pari al 57%. Tuttavia, permangono margini di miglioramento per raggiungere una completa transizione energetica.
Rispetto alla sostenibilità sociale, l’Italia mostra un leggero ritardo rispetto al resto del mondo
Nonostante progressi, persistono le disparità di genere nelle posizioni di leadership e nei ruoli operativi. L’analisi dei dati relativi alle posizioni manageriali rivela come a livello globale gli uomini occupino il 64% di questi ruoli, nell’Unione Europea il 66% e in Italia il 67%.
Per quanto riguarda invece la governance è importante sottolineare come la certificazione ISO 9001, indice di un sistema di gestione della qualità efficace, sia meno diffusa nelle aziende italiane (46%) rispetto alla media mondiale (54%) ed europea (53%).
Simone Rampichini, Senior Director of Synesgy at Crif: “Le aziende che hanno una valutazione compresa tra A (buon livello di sostenibilità) e B (ottimo livello di sostenibilità) presentano un rischio di liquidazione giudiziale minore del 30% rispetto a quelle che hanno un livello insufficiente (E). Questo dato sottolinea l’importanza di rafforzare ulteriormente l’integrazione dei principi ESG all’interno dei processi decisionali aziendali”.
CRIBIS, con oltre 15000 clienti, è la società leader in Italia nella valutazione di aziende italiane ed estere per la gestione delle relazioni commerciali e di business in Italia e all’estero. CRIBIS è una società di CRIF – gruppo specializzato in sistemi di informazioni creditizie (SIC), business information, analytics, servizi di outsourcing e processing nonché avanzate soluzioni in ambito digitale per lo sviluppo del business e l’open banking – che offre a banche, società finanziarie, confidi, assicurazioni, società di telecomunicazioni, utilities e imprese un supporto qualificato in ogni fase della relazione con il cliente. Oggi oltre 10.500 banche e società finanziarie, più di 600 assicurazioni, 80.000 imprese e 1.000.000 di consumatori nel mondo utilizzano i servizi CRIF in 50 Paesi.
The Solar Stewardship Initiative Supply Chain Traceability Standard. The Solar Stewardship Initiative (SSI) has reached a new major milestone in its mission to create end-to-end transparency and promote responsible practices across the solar value chain with the publication of its Supply Chain Traceability Standard.
This new Standard provides a robust framework for tracing silicon (or other semiconducting materials) throughout the solar supply chain. Independent auditors will use the Standard to assess the traceability of key materials used in solar production sites. Successful assessments will lead to a certification award.
The SSI Supply Chain Traceability Standard covers the entire solar value chain, from quartzite mining to solar module production, with the objective to enable an unbroken Chain of Custody that tracks the journey of materials at every stage and guarantees that certified materials remain distinct from non-certified ones, reinforcing the integrity of solar products.
The standard was developed following a public multi-stakeholder consultation involving over 20 organisations, including civil society and industry experts, provided valuable feedback. This inclusive approach ensures the standard is both rigorous and practical, addressing real-world challenges in supply chain traceability.
Additionally, the Standard was tested through extensive pilot assessments conducted in 14 sites across various supply chain segments, including from modules to polysilicon. These pilot assessments were led by qualified auditors of the SSI Secretariat and evaluated the feasibility of the standard within industrial-scale environments, offering critical insights to refine its requirements.
The public consultation and pilot assessments enabled key updates to the final Standard, including enhanced clarification on technical due diligence requirements for traders and approved suppliers. The final Standard also makes clear that site certification remains impossible in regions inaccessible to unsupervised assessment. Additionally, the final standard offers clearer guidance to ensure that management systems are adequately resourced to effectively implement traceability requirements.
The SSI Supply Chain Traceability Standard complements the SSI ESG Standard by adding a layer of assurance for material sourcing.
Together, these standards provide a robust framework for certifying both the environmental, social and governance (ESG) practices of solar production sites as well as the traceability of the materials they use across the value chain, enabling the creation of a fully ESG-certified Chain of Custody.
Alexia Ruvoletto, Head of the SSI Secretariat, commented: “The SSI Supply Chain Traceability Standard sets a new bar for end-to-end supply chain accountability in the solar sector. By establishing a clear, verifiable chain of custody for materials, it lays the groundwork for a more sustainable and ethical solar industry. With this new standard, the SSI empowers solar companies to take their transparency efforts to the next level, ensuring that the materials powering the clean energy transition meet the highest standards of integrity. This is about building confidence across the board, from regulators and policymakers to end consumers, while reinforcing solar’s role as a leader in sustainable energy.”
Next steps and implementation
The Standard is designed to support businesses in meeting regulatory requirements, including the EU Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) and the EU Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) and supporting the effective implementation of the EU Forced Labour Ban Regulation. The SSI is monitoring the legislative process of these key laws to make sure the SSI standards are aligned with legal requirements. Certification against the SSI Supply Chain Traceability Standard will begin in 2025, with continuous improvement targets for supply chain penetration and market coverage to be set for the following years.
The Solar Stewardship Initiative is a leading multi-stakeholder initiative dedicated to fostering responsible production, sourcing, and stewardship in the solar value chain. It unites industry leaders, civil society, and independent experts to set new benchmarks for sustainability and accountability in the solar sector.
www.solarstewardshipinitiative.org
The Solar Stewardship Initiative Supply Chain Traceability Standard
Rapporto 2024 su finanza etica in Europa. La settima edizione presentata a FestiValori: le banche etiche garantiscono più accesso al credito.
Le banche etiche sono più impegnate rispetto alle banche tradizionali nell’erogazione di credito.
Le seconde, invece, prediligono attività prettamente finanziarie.
Inoltre le banche etiche mostrano parametri di solidità del capitale mediamente superiori.
Questo è quanto emerge dall’anticipazione del 7° Rapporto sulla finanza etica in Europa promosso da Fondazione Finanza Etica, presentata a FestiValori, il primo festival dedicato alla finanza etica in Italia.
Il rapporto
L’analisi mette a confronto 60 banche significative europee, sottoposte alla vigilanza diretta della BCE, con 26 banche etiche europee associate a GABV (Global Alliance for Banking on Values) e FEBEA (Federazione Europea delle Banche Etiche e Alternative), tra cui Banca Etica per l’Italia. Per entrambi i gruppi sono state scelte solo le banche per le quali fossero disponibili dati di bilancio per 10 anni consecutivi, fino al 31 dicembre 2022. Capitale, qualità degli attivi e della gestione, profitti e liquidità: questi i 5 parametri presi in considerazione dal modello CAMEL usato per la valutazione degli istituti di credito.
Il focus delle banche etiche è sull’economia reale
Dal rapporto emerge che le banche etiche si caratterizzano per essere maggiormente focalizzate sull’erogazione di credito all’economia reale, che rappresenta infatti quasi il 70% dei loro attivi, mentre quelle tradizionali, molte tra le too big to fail, si fermano al 51,6% degli attivi, preferendo attività finanziarie con meno rischi, come i titoli di Stato, o più speculative.
Questa propensione decisamente maggiore all’erogazione di credito da parte delle banche etiche spiega in parte anche la differenza relativa al dato sui costi operativi in rapporto ai ricavi (cost-to-income ratio, CIR): le banche etiche hanno in media un CIR del 65,74% a fronte del 52,60% delle banche mainstream. È comprensibile che il rapporto cost/income sia più basso per le banche che non concedono crediti, o ne concedono molto pochi, poiché l’attività creditizia è ad alta intensità di impiego di personale e di pratiche amministrative e, a differenza dell’attività di investimento finanziario, non può essere interamente digitalizzata ed è, quindi, molto più costosa.
A questo si deve aggiungere che le banche etiche eseguono istruttorie più approfondite prima di concedere crediti: infatti, alla normale istruttoria finanziaria si somma la verifica di aspetti sociali e ambientali.
Questa esposizione degli istituti di credito tradizionali alle attività finanziarie è evidente anche se si analizza il ROE (utile netto/patrimonio netto).
Se è vero, infatti, che nel 2022 questo indicatore è stato inferiore per le banche etiche (5,93%) rispetto alle “significative” (9,18%), dal 2013 al 2022 non è sempre stato così: in cinque anni su dieci, il ROE delle banche etiche è stato più alto, anche in modo molto rilevante (+5,85 punti percentuali nel 2013) rispetto a quello delle banche significative.
Questo perché le grandi banche hanno sofferto la crisi del 2007-2008 e si sono riprese lentamente, mentre le banche etiche, che non erano così esposte ai mercati finanziari, non hanno avuto gravi contraccolpi e il loro ROE è sempre stato costantemente positivo e in media intorno al 5%. Negli ultimi due anni analizzati sembra che le banche significative siano ormai definitivamente uscite dalla crisi, generando un ROE più elevato rispetto alle banche etiche.
Altra differenza tra le due tipologie di banche sta nel fatto che le banche etiche possiedono in media una maggiore adeguatezza del capitale, con un Tier 1 ratio del 23,32% rispetto al 17,23% delle grandi banche, dimostrando una solida capacità di assorbire eventuali perdite nelle fasi di crisi generalizzata.
“Il 7° Rapporto sulla finanza etica in Europa – commenta Teresa Masciopinto, presidente di Fondazione Finanza Etica – confronta banche etiche e grandi banche sistemiche europee, mostrando innanzitutto che le prime sono solide e redditizie quanto le seconde, e che l’adozione di un modello diverso di “fare banca e finanza”, eticamente orientato, sa incidere concretamente sull’economia reale e sulla società. Tramite una serie di indicatori affinati man mano, a costruire una serie storica solida arricchita in 7 anni di lavoro, lo studio rileva la capacità trasformativa e di contaminazione virtuosa delle banche etiche, le quali non investono in settori nocivi come l’energia fossile e l’industria bellica, e indirizzano invece i capitali verso l’economia civile, la green economy e attività con impatti sociali e ambientali positivi, in linea con i valori della finanza etica ”.
“La finanza etica – ricorda Anna Fasano, presidente di Banca Etica – è una scelta di campo, è una finanza di pace orientata al benessere della collettività, e si traduce direttamente nella costruzione del modello di business realizzato dalle banche etiche europee. Il 7° Rapporto sulla finanza etica in Europa lo testimonia con i numeri, ma la differenza tra le banche etiche e quelle mainstream sta, ad esempio, nel contributo che le cosiddette banche “significative”, incluse quelle europee oggetto di questo studio, hanno offerto nel 2023 per raggiungere la cifra di 2200 miliardi di dollari destinata globalmente alle spese nel comparto della Difesa. In direzione opposta, le banche etiche marcano la loro distintività proponendo soluzioni finanziarie dirette innanzitutto ad alimentare imprese rispettose dell’ambiente e iniziative economiche nell’ambito dell’economia sociale, capitolo chiave di sviluppo per un’Europa più equa e coesa”.
Obiettivi di sostenibilità nonostante sfide geopolitiche. Le organizzazioni continuano a fare progressi con le normative e le tecnologie che si stanno rivelando fondamentali per questo processo, tanto che due terzi dei dirigenti concordano sul fatto che la loro organizzazione non sarebbe in grado di raggiungere gli obiettivi di sostenibilità senza la tecnologia climatica.
È quanto emerge dall’ultimo report del Capgemini Research Institute, “A world in balance 2024: Accelerating sustainability amidst geopolitical challenges”, che traccia i progressi delle organizzazioni nel campo della sostenibilità ambientale e sociale negli ultimi tre anni. La terza edizione del report evidenzia netti miglioramenti nella circolarità, nel design sostenibile, nella misurazione, nella gestione delle risorse idriche, nella biodiversità e nella formazione in materia di sostenibilità, ma anche carenze nella gestione delle emissioni Scope 3 e scetticismo dei consumatori.
Nel complesso, le organizzazioni stanno rafforzando il proprio impegno per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità e il loro grado di maturità nell’adozione di pratiche sostenibili è aumentato in maniera costante dal 2022. Quest’anno l’84% dei dirigenti afferma che la propria organizzazione è in linea con gli obiettivi di riduzione delle emissioni, mentre meno di un decimo dichiara di essere in ritardo. Le organizzazioni stanno cercando di ridurre al minimo il loro impatto sull’ambiente e i progressi sono particolarmente visibili in termini di circolarità, design di prodotti sostenibili, misurazione e gestione delle risorse idriche. Per esempio, quasi tre quarti dei dirigenti affermano che il riciclo dei prodotti è un aspetto fondamentale della loro strategia di produzione, rispetto al 53% del 2022, mentre più di due terzi hanno dichiarato che stanno riprogettando i prodotti per eliminare le fonti di approvvigionamento di combustibili fossili, rispetto a meno della metà del 2022. Inoltre, tre quarti dei dirigenti hanno implementato un programma di gestione delle risorse idriche, contro il 55% del 2022.
Tuttavia, sebbene a fine 2023 i dirigenti avessero in programma di aumentare gli investimenti in sostenibilità per quest’anno, questa volontà non si è concretizzata nella pratica: l’investimento medio annuo in iniziative e pratiche di sostenibilità ha rappresentato lo 0,82% del fatturato totale, in calo rispetto allo 0,92% del 2023.
“Il report di quest’anno rivela che i progetti di sostenibilità proseguono con entusiasmo anche nel 2024, nonostante le sfide attuali che le aziende devono affrontare”, ha dichiarato Monia Ferrari, Amministratore Delegato di Capgemini in Italia. “I leader aziendali hanno il potere e la responsabilità di guidarci verso un’economia più sostenibile. La gestione delle risorse idriche, la conservazione della biodiversità e le pratiche circolari sono ormai diventate imperativi aziendali fondamentali. I dirigenti stanno adottando un atteggiamento molto pragmatico, e la riduzione di CO2 deve ora tradursi in un risparmio sui costi. Gli sforzi per la sostenibilità continuano a essere supportati da nuove innovazioni tecnologiche in ambito climatico e dalle normative. Il modo migliore per costruire fiducia e credibilità nei confronti dei consumatori è dimostrare risultati tangibili e pianificare un futuro all’insegna della sostenibilità”.
I consumatori sono poco convinti dei progressi compiuti
I consumatori vogliono che le aziende si impegnino ancora di più e chiedono maggiore trasparenza. Il report rileva che tre quarti dei consumatori si aspettano che le aziende contribuiscano maggiormente alla riduzione delle emissioni di gas serra nel 2024. Inoltre, sebbene le organizzazioni stiano intensificando le iniziative di sostenibilità, i consumatori sono più scettici che mai riguardo alla corporate sustainability: più della metà ritiene che le aziende utilizzino le loro iniziative di sostenibilità per fare greenwashing, un dato in crescita rispetto al 33% del 2023.
Impatto di geopolitica e normative sulle iniziative di sostenibilità delle aziende
I dirigenti hanno indicato le normative in materia di clima tra i principali driver dei progetti di sostenibilità: ben tre quarti degli intervistati ritengono infatti che siano necessarie per raggiungere gli obiettivi climatici globali e quasi due terzi concordano sul fatto che, in loro assenza, la loro organizzazione non avrebbe avviato la maggior parte delle iniziative di sostenibilità ambientale.
A livello globale, il 73% dei dirigenti concorda sul fatto che la direttiva UE Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) stia rendendo più efficienti le capacità di misurazione e monitoraggio della sostenibilità. Tuttavia, le organizzazioni non sono ancora in grado di rendicontare le iniziative di sostenibilità, in particolare per quanto riguarda le emissioni Scope 3. Tra le organizzazioni soggette all’obbligo di rendicontazione previsto dalla CSRD nel 2025, poco più di un terzo dichiara di essere preparato a rendicontare le emissioni Scope 3 nel prossimo anno, mentre l’86% si dichiara preparato per quelle Scope 1.
Nel frattempo, situazioni di tensione come quelle legate alle relazioni tra Stati Uniti e Cina, alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente e alla crisi energetica in Europa stanno causando disagi alle supply chain e alle operazioni commerciali, nonché condizioni di incertezza per quanto riguarda i finanziamenti governativi. Secondo i dati di quest’anno, quasi due terzi dei dirigenti hanno indicato la geopolitica come un fattore sempre più rilevante nell’ambito degli investimenti in sostenibilità, e il 69% è preoccupato per l’impatto dello scenario politico incerto negli Stati Uniti. Il fenomeno è diffuso in tutti i paesi, ma i dirigenti svedesi sono i più preoccupati (75%), rispetto al 71% di quelli statunitensi e al 59% di quelli indiani.
Metodologia di ricerca
Tra giugno e luglio 2024, il Capgemini Research Institute ha intervistato 2.152 dirigenti impiegati in 727 organizzazioni, ciascuna con un fatturato annuo superiore a 1 miliardo di dollari, provenienti da 13 paesi tra Nord America, Europa e Asia-Pacifico e operanti in 12 settori industriali. I dirigenti intervistati erano di livello pari o superiore a quello di director e provenivano per il 50% da funzioni aziendali, come strategia, sostenibilità, vendite e marketing, e per il 50% da settori della catena del valore, come design del prodotto, ricerca e sviluppo, approvvigionamento e logistica. L’istituto ha inoltre intervistato 6.500 consumatori di età superiore ai 18 anni in tutti i 13 paesi e ha condotto interviste con 12 dirigenti di organizzazioni leader a livello globale nel campo della sostenibilità.
Capgemini, partner globale per la trasformazione tecnologica e di business delle aziende, supporta i suoi clienti nella loro transizione verso un mondo più digitale e sostenibile, creando impatto positivo per le imprese e la società. Capgemini è un gruppo responsabile e diversificato di 340.000 persone presente in più di 50 paesi nel mondo. Oltre 55 anni di esperienza rendono Capgemini un partner affidabile per i suoi clienti, in grado di fornire soluzioni innovative per le loro esigenze di business. Capgemini offre servizi e soluzioni end-to-end, dalla strategia e progettazione all’ingegneria, grazie alle sue competenze all’avanguardia in ambito AI, cloud e dati, alla sua esperienza settoriale e al suo ecosistema di partner. Nel 2023 il Gruppo ha registrato ricavi complessivi pari a 22,5 miliardi di euro.
Il Capgemini Research Institute è il think-tank interno di Capgemini dedicato a tutto ciò che è digitale. L’istituto pubblica lavori di ricerca in merito all’impatto delle tecnologie digitali sulle grandi aziende tradizionali. Il team fa leva sul network mondiale di esperti Capgemini e lavora a stretto contatto con partner accademici e tecnologici. L’istituto possiede centri di ricerca dedicati in India, Singapore, nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Recentemente, è stato nominato il miglior istituto di ricerca al mondo per la qualità dei suoi lavori da una giuria di analisti indipendenti.
Formazione per Sustainability Manager. 6 imprese su 10 sono in piena transizione ecologica. Per accelerare i processi di sostenibilità economica, ambientale e sociale, sempre più aziende anche in Italia puntano al manager sostenibile, professione che dominerà il mercato del lavoro nei prossimi anni così come dettato dal D.lgs 125 del 2024. L’Unicusano ha così presentato il suo master in “ESG & Sustainability Management”
Sostenibilità grande innovazione nel mondo del lavoro
Complici l’Agenda 2030 dell’ONU e la maggior attenzione ad ambiente, lavoratori ed economicità imprenditoriale, sempre più aziende in Italia investono per conseguire gli obiettivi di transizione ecologica. Ne è un esempio calzante il settore manufatturiero dove ben sei imprese su dieci avrebbero già intrapreso azioni di sostenibilità ambientale, economica e sociale.
Rispetto al resto d’Europa, abbiamo un gap “professionale”
Perché se in Paesi come la Danimarca, la Germania o la Svezia il sustainability manager è diventato ormai una figura irrinunciabile all’interno del sistema azienda, in Italia è quasi assente seppur indispensabile a partire dal lavoro di rendicontazione. Ed è – e sarà per i prossimi anni – così fondamentale all’interno di un’impresa che Linkedin la annovera fra le prime dieci professioni più richieste in Italia (per essere precisi è al quinto posto). Ma la sua essenzialità è stata definita anche dal Governo con l’emanazione del D.lgs 125 del 2024 che obbliga le aziende a redigere il bilancio di sostenibilità a partire dal 2025.
Per venire incontro alle crescenti richieste del mercato l’Università degli Studi Niccolò Cusano ha presentato il master di II livello in “ESG & Sustainability Management” che fornirà agli studenti e ai manager competenze specialistiche per svolgere funzioni manageriali, consulenziali e direttive e operare a vari livelli come attori del cambiamento e della transizione verso modelli circolari, sostenibili e resilienti. Così, al termine del percorso formativo di Unicusano, tra le tante capacità acquisite gli studenti sapranno: gestire le risorse aziendali in chiave sostenibile; predisporre in autonomia accordi di secondo livello, regolamenti di welfare, accordi di lavoro agile, accordi relativi a premi di risultato, accordi di prossimità; conoscere i fenomeni di marketing e finanzia sostenibile, le relazioni industriali a fronte delle innovazioni che il mercato necessariamente richiederà; conoscere gli strumenti idonei per essere autonomi nella interpretazione degli attuali strumenti di valutazione della sostenibilità; gestire le risorse umane evitando fenomeni regressivi; imparare a individuare soluzioni di business innovative; gestire in maniera sostenibile le organizzazioni nelle diverse aree funzionali.
“Oggi è necessaria una formazione specifica – dichiara la professoressa Gabriella Arcese, coordinatrice del master Unicusano – che fornisca tutti gli strumenti necessari al futuro manager della sostenibilità per operare non solo in chiave ambientale ma anche economica e sociale, evitando così i grossi errori del passato di cui il green washing è un esempio lampante.
Il sustainability manager aiuta la transizione verde nelle aziende elaborando strategie idonee per conseguire la piena sostenibilità secondo quei tre pilastri. La novità dell’Unicusano è il focus sul Life Cycle Assessment (LCA), metodologia che valuta l’impronta ambientale di un prodotto/servizio lungo il suo intero ciclo di vita secondo tre strumenti: valutazione cicli di vita ambientale, economica e sociale”.
“Il bilancio di sostenibilità o la rendicontazione di sostenibilità rappresenta la fotografia completa dell’impegno dell’azienda e delle organizzazioni sui temi ambientali, sociali e di governance – precisa il collega e coordinatore del master Unicusano, Claudio Miglio – In generale la rendicontazione di sostenibilità rappresenta una vera e propria piattaforma di dati e di informazioni fondamentali per comunicare le prestazioni e gli impatti di sostenibilità di un’impresa o di una organizzazione. Consente alle aziende di misurare e di valutare in modo preciso e confrontabile il loro impatto su una vasta gamma di temi legati al tema della sostenibilità.
Dal punto di vista tecnico-amministrativo, la rendicontazione di sostenibilità misura e comunica l’assunzione di responsabilità sulle performance dell’organizzazione e delle aziende rispetto agli obiettivi dello sviluppo sostenibile”.
Italia paga multa 165.000 euro al giorno per depuratori inefficaci, oltre a cattiva gestione e riutilizzo delle acque reflue.
Riuso delle acque reflue, stoccaggio e succssivo rilascio durante i periodi di siccità, utilizzo di AI per monitorare e risolvere le dispersioni lungo le reti di distribuzione delle acque.
“La Regione Sicilia dovrebbe puntare ad assumere un ruolo di leader mediterraneo nella sfida all’aridità e alla siccità che il “climate-change” sta determinando. Questo dovrebbe voler dire puntare e investire su nuove tecnologie e nuovi progetti di sostenibilità idrica e su una drastica riattivazione dei bacini idrici e di ammodernamento e efficientamento delle reti di distribuzione idrica”.
E’ quanto propone Marco Sandrucci, Head of Environment & Geology Department di Proger e Coordinatore del gruppo di lavoro Sostenibilità Idrica di Assoreca, secondo il quale tutto ciò “andrebbe concretizzato nello sviluppo di un Piano regionale (o di più piani territoriali) di adattamento delle tecnologie e pratiche di conservazione”.
Si parte da un assunto sottolineato da Marco Lombardi, presidente dell’ Osservatorio Proger che ha redatto il dossier annuale ‘Water Intelligence’: “L’acqua in Italia non manca. Ce n’è a sufficienza per tutti gli usi. Occorre investire per farla arrivare a destinazione. Questa situazione di forte degrado delle reti idriche, in gran parte dovuto all’età di queste e al relativamente ridotto livello di manutenzione, necessita lo sviluppo di piani di intervento sistematici e integrati utilizzando tutte le nuove opportunità offerte dal progresso tecnologico. Sarebbe importante dare seguito a progetti di captazione e stoccaggio delle acque piovane per accumulare l’acqua durante i periodi di pioggia e renderla disponibile durante i periodi di siccità.
A questi si dovrebbero inoltre affiancare ulteriori progetti destinati al recupero di acque reflue ed iniziative per il riutilizzo delle acque grigie, soprattutto in ambito urbano e agricolo. La formazione di un sistema sostenibile e resiliente (la pluralità delle fonti consente di minimizzarne la criticità di una) in grado di integrare e/o sopperire alle situazioni di siccità sempre più frequenti e prolungate”.
Peraltro l’Italia sta pagando 165.000 euro al giorno per violazioni delle normative Ue relative alla depurazione e al riutilizzo delle acque reflue, con molti impianti non conformi situati proprio nel Sud Italia.
Sul tema Sandrucci porta ad esempio il progetto pilota avviato in Piemonte con Proger per il primo comparto territoriale in Italia ad elevata sostenibilità idrica, volto a realizzare uno standard operativo applicabile in ogni territorio del Paese: “Le soluzioni del progetto sono modulari (quindi scalabili) e diversamente aggregabili (quindi replicabili in contesti socioeconomici e territoriali tra loro diversi”.
Propone quattro diverse tipologie di intervento che mirano a:
– ricaricare la falda,
– ottimizzare il ciclo idrico del Polo Industriale,
– realizzare invasi sfruttando le opportunità offerte dal territorio,
– recuperare le acque di depurazione.
C’è infine il tema della ripartizione degli investimenti PNRR “ovviamente molto più vasto e generale rispetto a quello delle infrastrutture idriche, ma è evidente che questo rappresenterebbe un’importante possibilità di utilizzo, anche se questa forma di finanziamento non ha riservato al tema degli interventi per le infrastrutture idriche e per la sostenibilità idrica in generale quell’attenzione particolare che avrebbe meritato”.
Punteggio su impatto ambientale di prodotto. Manutan, azienda leader nella fornitura di soluzioni e prodotti per il mondo del lavoro, ha recentemente introdotto il punteggio Eco-Score, un innovativo sistema di valutazione volto a misurare e comunicare oggettivamente l’impatto ambientale dei prodotti. Questo sistema di punteggio si propone di guidare i clienti verso scelte d’acquisto più consapevoli e sostenibili, promuovendo al contempo pratiche produttive più ecologiche tra i fornitori.
Cos’è l’Eco-Score
Eco-Score è il sistema di classificazione definito da Manutan per valutare l’impatto ambientale di un prodotto durante tutto il suo ciclo di vita, dalla produzione allo smaltimento. Simile alla classificazione energetica degli elettrodomestici, il punteggio Eco-Score fornisce una chiara indicazione visiva del grado di sostenibilità ambientale di un prodotto, facilitando il confronto tra diverse opzioni.
I criteri di valutazione includono l’uso di materiali riciclati, l’efficienza energetica durante la produzione, la durabilità del prodotto e le modalità di smaltimento. L’approccio seguito per determinare il punteggio tiene conto delle norme ISO 14040 e 14044 per garantire l’accuratezza e la coerenza dei risultati.
Per calcolare il punteggio Eco-Score, Manutan valuta i prodotti secondo una serie di indicatori ambientali (da 12 a 16) identificati in base alla tipologia di prodotto, tra cui:
– Uso di Materiali Riciclati: La percentuale di materiali riciclati utilizzati nella produzione del prodotto.
– Efficienza Energetica: L’energia consumata durante il processo produttivo e il ciclo di vita del prodotto.
– Durabilità: La durata del prodotto e la sua resistenza all’usura, che riducono la necessità di sostituzioni frequenti.
– Smaltimento: Le modalità di smaltimento del prodotto, inclusa la possibilità di riciclaggio o il rischio di inquinamento.
Il punteggio di impatto ambientale Eco-Score va da A ad E, dove A rappresenta i prodotti con il minor impatto ambientale relativo, E i prodotti con il più alto impatto relativo. La classificazione avviene all’interno di categorie di prodotti che soddisfano la stessa esigenza. Il punteggio, pertanto, fornisce in modo semplice e chiaro un’indicazione della sostenibilità ambientale di ciascun prodotto all’interno di prodotti con caratteristiche simili.
Vantaggi per i clienti e i fornitori
Pubblicando il punteggio Eco-Score, Manutan punta a creare un effetto a catena che promuova un mercato più verde e sostenibile, sia per i suoi clienti, sia per i suoi fornitori.
Uno dei principali vantaggi per i clienti è la possibilità di fare scelte d’acquisto informate e consapevoli. Si tratta di un aspetto particolarmente importante in un’epoca in cui la responsabilità ambientale è diventata una priorità per molte aziende e consumatori.
Inoltre, l’adozione del punteggio Eco-Score da parte di Manutan dimostra il suo impegno concreto verso la sostenibilità, rafforzando la fiducia e la lealtà dei clienti. Sapere che un’azienda con cui si lavora prende sul serio la sostenibilità può essere un fattore decisivo nella scelta dei fornitori.
Il punteggio Eco-Score non è solo un beneficio per i clienti, ma anche un potente incentivo per i fornitori. Infatti, i fornitori che adottano pratiche di produzione più sostenibili e riducono l’impatto ambientale dei loro prodotti possono ottenere un punteggio Eco-Score più alto. Ciò non solo migliora la loro immagine e reputazione, ma può anche tradursi in un aumento delle vendite, poiché i clienti sono sempre più propensi a scegliere prodotti eco-sostenibili.
Essere riconosciuti come fornitori attenti all’ambiente può attrarre nuovi clienti e partnership, ampliando il proprio raggio d’azione e contribuendo alla crescita del business.
L’impegno di Manutan per la sostenibilità
L’introduzione del punteggio Eco-Score, testato inizialmente su un campione di prodotti in due categorie merceologiche (arredo ufficio e dispositivi di protezione individuale), verrà gradualmente estesa all’intero catalogo, nell’ottica del più ampio impegno di Manutan verso la sostenibilità ambientale. L’azienda ha adottato diverse iniziative per ridurre il proprio impatto ambientale, come l’ottimizzazione della logistica per ridurre le emissioni di CO2 e l’introduzione di pratiche sostenibili nei suoi uffici.
Inoltre, Manutan collabora con fornitori che condividono la sua visione di un futuro più sostenibile, promuovendo l’innovazione e la ricerca di soluzioni ecologiche. Questo approccio integrato alla sostenibilità non solo migliora l’impatto ambientale dell’azienda, ma contribuisce anche a educare e sensibilizzare clienti e fornitori sull’importanza della responsabilità ambientale.
Manutan Italia è una filiale del Gruppo Manutan International: una multinazionale francese fondata nel 1966 con oltre 2300 dipendenti. Il gruppo è presente in ben 17 paesi europei con 26 sedi. In Italia Manutan è presente da 30 anni con oltre 10.000 clienti aziendali.
Leader nella vendita a distanza di forniture industriali (MRO), Manutan offre i suoi prodotti a varie realtà e si propone come unico fornitore ad aziende private, enti pubblici e liberi professionisti.
La gamma di prodotti, unica nel suo genere e in continua espansione, comprende 8 categorie merceologiche: sicurezza (dell’ambiente e delle persone), magazzino, igiene, ufficio, imballaggio, forniture industriali ed utensili, spazi esterni e ristorazione.
Particelle ultrafini di aerei a rischio salute per 1,6 milioni di italiani. Un nuovo studio del gruppo ambientalista Transport & Environment (T&E) rileva che migliaia di casi di ipertensione, diabete e demenza in tutta Europa potrebbero essere collegati alle minuscole particelle emesse dagli aerei.
Sono 1,6 milioni i cittadini italiani esposti alle particelle ultrafini derivanti dall’aviazione, ossia gli abitanti che vivono in un raggio di 20 km dai due aeroporti più trafficati d’Italia: Roma Fiumicino e Milano Malpensa.
É quanto emerge da una ricerca che Transport & Environment – organizzazione ambientalista indipendente europea – ha commissionato a CE Delft e in cui si evidenzia come siano circa 52 milioni i cittadini esposti a tali emissioni nelle prossimità dei 32 aeroporti più trafficati (1,2) in tutta Europa.
Lo studio – che ha analizzato i due aereoporti italiani con i maggiori volumi di traffico – quantifica anche i cittadini coinvolti: sono 700.000 i romani che, vivendo in prossimità dello scalo di Fiumicino, sono esposti a queste particelle tossiche; mentre sono oltre 900.000 i milanesi che respirano aria di bassa qualità nelle vicinanze dell’aeroporto di Malpensa.
L’esposizione alle UFP – Ultra Fine Particles, la componente più piccola del particolato – può essere collegata allo sviluppo di condizioni di salute gravi e a lungo termine, tra cui problemi respiratori, effetti cardiovascolari e complicazioni durante la gravidanza.
Gli effetti dell’esposizione alle UFP
Secondo la nuova ricerca, l’esposizione alle particelle ultrafini potrebbe essere associata a circa 280.000 casi di ipertensione, 330.000 casi di diabete e 18.000 casi di demenza in Europa. Solo in Italia l’esposizione a queste particelle potrebbe essere associata a oltre 7000 casi di ipertensione e altrettanti di diabete e più di 200 casi di demenza. Lo studio ha infatti estrapolato i casi registrati di queste malattie nelle prossimità dell’aeroporto di Amsterdam Schiphol, offrendo la prima stima mai realizzata degli effetti sulla salute legati alle UFP (particelle ultrafini) derivanti dall’aviazione in Europa.
Manca regolamentazione sulla concentrazione di UFP
Le particelle ultrafini sono particolarmente preoccupanti poiché penetrano profondamente nel corpo umano e sono state trovate nel sangue, nel cervello e nella placenta. Le UFP – che hanno un diametro inferiore ai 100 nanometri – sono circa 1.000 volte più piccole di un capello umano e, nonostante già da 15 anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) avverta della crescente preoccupazione per questo inquinante, non esistono regolamentazioni sulle soglie di concentrazione di UFP nell’aria.
I più vulnerabili esposti alle UFP
Le UFP degli aerei sono emesse ad alta quota ma anche durante le fasi di decollo e atterraggio, il che implica una particolare esposizione per i residenti che vivono nelle prossimità degli aeroporti. Infatti, i cittadini residenti in raggio di 5 km da un aeroporto respirano aria che contiene, in media, dalle 3.000 alle 10.000 particelle ultrafini per cm³ emesse dagli aerei. Poiché, in molte città, esiste una correlazione tra chi vive vicino a un aeroporto (tipicamente zone periferiche o esterne al tessuto urbano della città) e i redditi più bassi, sembrerebbe perpetuato il paradigma per cui sono i più vulnerabili nella società ad essere maggiormente colpiti dall’inquinamento atmosferico.
“Vivere vicino a un aeroporto può farci ammalare” Francesco Romizi, responsabile pubbliche relazioni di Medici per l’Ambiente (ISDE- Italia), ha dichiarato: “Vivere vicino a un aeroporto può farti ammalare? La risposta – in modo preoccupante – è sì. Gli aerei, tra i vari inquinanti che emettono, rilasciano anche minuscole particelle associate a malattie polmonari e cardiovascolari. Questa crisi sanitaria – che tocca milioni di cittadini in Italia e in Europa- è stata ignorata dai politici, che privilegiano la crescita del settore aereo e dei viaggi d’affari senza valutare le esternalità negative e le ricadute che ha sulla salute delle persone, spesso le più povere, e sui servizi sanitari nazionali. Alla luce di queste novità, chiediamo al Governo maggiore responsabilità nell’affrontare questo problema”.
Ridurre le emissioni di UFP è possibile
L’utilizzo di carburanti di ‘migliore qualità’ può abbattere le emissioni di questo inquinante fino al 70%. La quantità di UFP emesse dagli aerei, infatti, dipende fortemente dalla composizione chimica dei combustibili impiegati; abbatterne la concentrazione delle componenti più dannose (zolfo e composti aromatici) è possibile grazie all’idrotrattamento (3), un processo già impiegato da decenni per i ridurre il tenore di zolfo nei carburanti di auto e navi. Tale processo, se applicato, potrebbe costare meno di cinque centesimi per litro di carburante (4). Ma gli standard per i jet fuel non sono mai stati migliorati, nonostante rappresentino strumenti fondamentali per ridurre significativamente l’inquinamento atmosferico nelle vicinanze degli aeroporti.
Le soluzioni per ridurre le UFP: domanda, SAF e aereo a zero emissioni
Tra le altre misure capaci di ridurre le UFP e migliorare la qualità dell’aria – oltre alla necessaria riduzione del traffico aereo e al contenimento della crescita esponenziale dell’aviazione – andrebbero adottate, in prospettiva, tecnologie più pulite che rilasceranno molti meno inquinanti: come ad esempio l’uso su larga scala di carburanti sostenibili per aviazione (Sustainable Aviation Fuel, SAF) e impiegare, non appena saranno disponibili sul mercato nei prossimi anni, aerei a zero emissioni.
Si può ridurre il rischio a un costo ragionevole
“Non capita spesso che un problema allarmante, che colpisce milioni di persone, possa essere ridotto e anche ad un costo ragionevole. I fumi nocivi causati dagli aerei possono essere drasticamente ridotti migliorando la qualità del carburante. I settori del trasporto stradale e marittimo hanno dimostrato che è possibile, facendo questo passaggio già anni fa. Il mondo dell’aviazione invece è rimasto indietro e deve colmare rapidamente questo divario. Il settore aereo si vanta di tecnologia all’avanguardia e aerei cosiddetti efficienti, eppure continua a utilizzare carburanti che hanno un impatto devastante sulla salute di milioni di europei” dichiara Carlo Tritto, Policy Officer per Transport & Environment Italia.
Emissioni dannose per l’uomo e per il clima
Le UFP fanno parte delle cosiddette “emissioni non di CO2” degli aerei, che includono molti inquinanti tossici, sia gas che particelle, come gli ossidi di azoto o l’anidride solforosa. Sebbene questi inquinanti non rientrino nell’ambito dello studio, anch’essi hanno effetti noti sulla salute che si aggiungono a quelli già descritti. Queste emissioni hanno anche un effetto dannoso sul clima, rendendo il contributo dell’aviazione al riscaldamento globale almeno due volte peggiore di quanto comunemente si pensi. Ad esempio, la formazione delle scie chimiche (contrails) – le linee bianche che attraversano il cielo dietro gli aerei – è anch’essa legata alle emissioni di UFP e ha un significativo effetto di riscaldamento climatico. Ridurre le emissioni di UFP attraverso l’adozione di carburanti di migliore qualità, sarebbe vantaggioso non solo per i cittadini che vivono vicino agli aeroporti, ma anche per il pianeta.
Transport & Environment’s (T&E) vision is a zero-emission mobility system that is affordable and has minimal impacts on our health, climate and environment.
Since we were created 30 years ago, T&E has shaped some of Europe’s most important environmental laws. We got the EU to set the world’s most ambitious CO2 standards for cars and trucks but also helped uncover the dieselgate scandal; we campaigned successfully to end palm oil diesel; secured a global ban on dirty shipping fuels and the creation of the world’s biggest carbon market for aviation – just to name a few.
Credibility is our key asset. We are a non-profit organisation and politically independent. We combine the power of robust, science-based evidence and a deep understanding of transport with memorable communications and impactful advocacy.
Our staff in Brussels, Rome, Madrid, Berlin, Warsaw and London collaborate with our 63 national member and supporter organisations in 24 countries across Europe. All together our members and supporters represent more than 3.5 million people.
We coordinate the International Coalition for Sustainable Aviation (ICSA), which has observer status at the International Civil Aviation Organisation (ICAO) and are members of the Clean Shipping Coalition (CSC), which has observer status at the International Maritime Organisation (IMO).
We hold a seat on the board of ECOS, and are members of the Green 10 group of European environmental NGOs, Agora Verkehrswende, the Platform for Electromobility, the Coalition for Energy Savings, the Renewable Grids Initiative and the Electrification Alliance.
Climate Crunch rischi transizione per investitori. Verso l’obiettivo net-zero: Gruppo Pictet nel rapporto “Climate Crunch: i rischi di transizione verso l’obiettivo net-zero” segnala tre rischi di transizione per gli investitori.
La maggior parte degli investitori concorda oggi sul fatto che la creazione di un’economia net-zero non sia più una scelta ma una necessità; tuttavia, da qui a 5 o 7 anni il processo di transizione potrebbe rivelarsi particolarmente difficile.
È quanto emerge da un recente rapporto commissionato all’Institute of International Finance da Pictet Asset Management.
Lo studio, intitolato “A closer look at the transition risks of net zero”, individua in particolare tre rischi di transizione che gli investitori dovranno monitorare attentamente nei prossimi anni.
Il primo riguarda un probabile importante aumento del debito pubblico
Infatti, se i governi continueranno a finanziare la metà della spesa totale richiesta a livello mondiale, solo gli investimenti necessari a conseguire gli obiettivi net-zero potrebbero tradursi in un incremento dell’indebitamento statale di oltre 50 000 miliardi di dollari USA entro il 2030 e di più di 215 000 miliardi entro il 2050, ossia oltre un terzo dell’innalzamento del debito pubblico previsto fino al 2050.
Il secondo rischio di transizione è relativo al contraccolpo economico che investirà le aziende
Le leggi e i regolamenti studiati oggi per penalizzare le industrie responsabili di alti livelli di emissioni di anidride carbonica – come la carbon tax e il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere UE – faranno inevitabilmente lievitare i costi per le imprese. Attualmente la carbon tax si applica a meno del 25 per cento delle emissioni di CO2 prodotte dall’uomo. Se venisse estesa, causerebbe presumibilmente un aumento dei costi produttivi in quasi tutti i settori. Sempre secondo il rapporto, le aziende riuscirebbero ad assorbire, almeno in parte, questi costi di transizione trasferendoli perlopiù al consumatore finale sotto forma di rialzo dei prezzi di merci e servizi. A risentirne sarebbero quindi i consumi e, in ultima analisi, la crescita del PIL. Stando all’IIF, se dovesse realizzarsi uno scenario simile, il PIL reale globale potrebbe subire un calo compreso tra l’1 e il 4 per cento entro il 2030 rispetto alle previsioni odierne.
Il terzo effetto collaterale della transizione è legato all’instabilità dei mercati finanziari
I grandi progetti d’investimento, soprattutto quelli statali, potrebbero essere caratterizzati da una gestione non ottimale; più ingenti le somme stanziate, maggiori gli sprechi e i danni potenziali. Di conseguenza, le probabilità di un errato impiego dei capitali – e relativi asset con valutazioni eccessivamente alte o basse – aumenterebbe considerevolmente.
Evgenia Molotova, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management ha affermato: «Con questo studio non vogliamo in alcun modo sminuire l’importanza dell’impegno assunto su scala mondiale nei confronti dell’obiettivo net-zero, che è fondamentale per garantire il futuro benessere del pianeta. Si tratta però di un percorso complesso e caratterizzato da sfide impegnative, soprattutto nella fase iniziale della transizione energetica, che potrebbero avere impatti rilevanti sull’economia e sui mercati finanziari. Trascurare questi rischi potrebbe rivelarsi oneroso per tutti. È essenziale quindi assumere un approccio più pragmatico, consapevoli che per costruire un’economia sostenibile sarà inevitabile continuare a investire in molti dei settori attualmente a generazione intensiva di carbonio.»
Sonja Gibbs, Managing Director e Head of Sustainable Finance di IIF, ha aggiunto: «L’obiettivo net-zero prefissato a livello mondiale è di cruciale importanza, ma il prezzo da pagare sarà alto in termini di nuove sfide da raccogliere e rischi da affrontare nel settore finanziario. Per poterlo conseguire occorrerà una profonda trasformazione sotto il profilo della produzione, dei consumi, degli investimenti e delle prassi commerciali, nonché un contributo significativo da parte del mondo aziendale. Gli investitori hanno la possibilità di svolgere un ruolo essenziale e proattivo nel favorire e accelerare la transizione verso un futuro sostenibile dimostrando di aver compreso le sfide e i rischi che questa comporta.»
Il Gruppo Pictet, fondato a Ginevra nel 1805, è uno dei principali gestori patrimoniali e del risparmio indipendenti in Europa. Con un patrimonio gestito e amministrato che ammonta a circa 705 miliardi di euro al 31 marzo 2024, il Gruppo è controllato e gestito da otto soci e mantiene gli stessi principi di titolarità e successione in essere fin dalla fondazione.
Il Gruppo Pictet, con oltre 5.400 dipendenti, ha il suo quartier generale a Ginevra e altre sedi nei seguenti centri finanziari: Amsterdam, Barcellona, Basilea, Bruxelles, Dubai, Francoforte, Hong Kong, Londra, Losanna, Lussemburgo, Madrid, Milano, Montreal, Monaco di Baviera, Nassau, New York, Osaka, Parigi, Principato di Monaco, Roma, Shanghai, Singapore, Stoccarda, Taipei, Tel Aviv, Tokyo, Torino, Verona e Zurigo. Pictet Asset Management (“Pictet AM”) comprende tutte le controllate e le divisioni del Gruppo Pictet che svolgono attività di asset management e gestione fondi istituzionali.
Fra i principali clienti si annoverano alcuni dei maggiori fondi pensione, fondi sovrani e istituti finanziari a livello mondiale.
L’Institute of International Finance è l’associazione mondiale del settore finanziario che conta oltre 400 soci in più di 65 Paesi. Si prefigge lo scopo di sostenere il settore finanziario nella prudente gestione dei rischi, mettere a punto prassi consolidate, sostenere politiche normative, finanziarie ed economiche a tutela dell’interesse generale dei soci, promuovere la stabilità finanziaria a livello mondiale e una crescita economica sostenibile.
Vi aderiscono banche commerciali e d’investimento, gestori patrimoniali, compagnie di assicurazione, fondi sovrani, hedge fund, banche centrali e per lo sviluppo.
Settimane Investimento Sostenibile e Responsabile. Tema di quest’anno è l’importanza di agire subito per costruire un presente e un futuro più sostenibili, pacifici e inclusivi.
La finanza sostenibile svolge un ruolo cruciale, poiché garantisce risorse economiche insostituibili e prezioso know how.
In programma oltre venti appuntamenti e la presentazione di cinque ricerche
Le Settimane dell’Investimento Sostenibile e Responsabile (Settimane SRI)
Lo storico e più importante appuntamento in Italia dedicato al tema, tornerà dal 24 ottobre al 7 novembre prossimi, con una nuova edizione ricca di novità. La rassegna è promossa e organizzata dal Forum per la Finanza Sostenibile, con il supporto di numerosi sponsor e partner.
Tema focus di quest’anno è l’importanza di agire subito per costruire un presente e un futuro più sostenibili e inclusivi. Nello scenario di policrisi, più volte analizzato nelle ricerche del Forum, la finanza sostenibile svolge un ruolo cruciale, poiché garantisce risorse economiche insostituibili e prezioso know how per contrastare il cambiamento climatico, ripristinare la biodiversità e ridurre le disuguaglianze sociali.
Numerose le novità della 13° edizione, che da quest’anno punta per i suoi appuntamenti principali sulla partecipazione esclusivamente in presenza, con l’obiettivo di favorire un confronto e un’interconnessione crescenti tra i diversi attori del mondo della finanza sostenibile. I risultati delle ricerche del Forum, realizzate in collaborazione con altri partner, saranno presentati quest’anno in conferenze articolate in una sessione plenaria e due sessioni tecniche, con l’obiettivo di unire all’analisi dei risultati anche una parte di approfondimento su temi concreti al centro del lavoro quotidiano degli operatori.
La manifestazione si aprirà il 24 ottobre a Milano, con una giornata tutta dedicata alle piccole e medie imprese che vedrà la presentazione la ricerca “Finanziare la transizione sostenibile delle PMI: aziende e operatori finanziari a confronto”, realizzata dal Forum in collaborazione con BVA Doxa.
Il 6 e il 7 novembre saranno le due giornate dedicate agli investitori istituzionali, con la presentazione, a Roma, di studi ormai consolidati e forti di importanti serie storiche.
Il 6 novembre, nel pomeriggio, si terrà la presentazione dei risultati della ricerca “Gli investimenti sostenibili delle Fondazioni di origine bancaria”, giunta alla quinta edizione e realizzata dal Forum in collaborazione con Acri e MondoInstitutional.
Il giorno successivo si aprirà con la conferenza dedicata all’indagine “Gli investimenti sostenibili degli investitori previdenziali italiani”, che giunge quest’anno alla decima edizione, realizzata dal Forum in collaborazione con Mefop e MondoInstitutional. Nel pomeriggio, focus invece sul settore delle imprese di assicurazione, con la presentazione dei risultati della terza edizione dell’indagine “La sostenibilità nel settore assicurativo italiano”, condotta dal Forum e da ANIA.
In calendario ci sono inoltre numerosi webinar, che si focalizzano sulle tendenze e i fenomeni emergenti del mondo della finanza sostenibile, visti da diverse angolazioni. In particolare, durante le Settimane SRI è previsto un webinar di approfondimento sulle novità di policy per la finanza sostenibile, a livello europeo e nazionale. Inoltre, in calendario ci sono il webinar dell’Accademia italiana della finanza sostenibile (la rete di docenti universitari e ricercatori/trici attivi/e sui temi degli investimenti sostenibili promossa e coordinata dal Forum dal 2015), e il 30 quello del progetto ESGeneration Italy, il progetto avviato da Borsa Italiana – Gruppo Euronext, FeBAf e Forum per la Finanza Sostenibile, parte della rete globale FC4S.
Le Settimane SRI ospiteranno anche uno spazio di confronto tra gli operatori di finanza sostenibile e gli Enti del Terzo Settore, con la presentazione a Roma del nuovo report di Cantieri ViceVersa (6 novembre), il progetto promosso insieme con il Forum Nazionale del Terzo Settore e giunto quest’anno alla sesta edizione.
Ad arricchire il calendario delle Settimane SRI ci saranno inoltre diversi eventi promossi da organizzazioni non profit associate al Forum. Infine, non mancherà il consueto appuntamento con la rassegna culturale “Sostenibilità ad arte”, promossa dal Forum e da Associazione Hendel. Quest’anno il calendario prevede, il 25 ottobre, una serata dedicata alla violenza finanziaria di genere, con la proiezione del docufilm “Libere di… VIVERE” di Global Thinking Foundation, e il 26 ottobre il consueto concerto dell’Orchestra La Risonanza.
“Il susseguirsi di crisi ambientali, sociali e umanitarie mostra chiaramente che bisogna davvero agire subito per costruire un presente e un futuro più sostenibili e inclusivi, nel segno della pace. In questo gli operatori della finanza sostenibile hanno la possibilità e la responsabilità di dare il loro contributo, fondamentale perché possono apportare risorse insostituibili e know how di grande valore. Le Settimane SRI di quest’anno rifletteranno su questi temi e daranno spunti importanti per passare dal pensiero all’azione”, dichiara Francesco Bicciato, Direttore Generale del Forum per la Finanza Sostenibile.
“Le Settimane SRI rappresentano ormai un punto fermo nel calendario finanziario nazionale. Sarà un’importante occasione per approfondire, da una parte, lo stato di salute degli investimenti sostenibili e la loro diffusione presso diverse categorie di investitori, e dall’altra le ultime novità normative in materia di finanza sostenibile”, dichiara Massimo Giusti, Presidente del Forum per la Finanza Sostenibile.
Gli sponsor di questa edizione sono: Anima SGR, AXA Investment Managers, BDO, BPER Banca, Cassa Depositi e Prestiti, DPAM, ENPACL, Etica SGR, EY, Finance & Sustainability, Fondo Priamo, HDI Assicurazioni, Payden & Rygel, Prometeia Advisor Sim, Reale Mutua Assicurazioni, Riello Investimenti SGR.
Le Settimane SRI 2024 si svolgono con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.
I media partner di questa edizione sono: Avvenire, Citywire, ESGnews, ETicaNews, FocusRisparmio, Fundspeople, Materia Rinnovabile, MondoInstitutional, WeWealth. Il Forum per la Finanza Sostenibile Ente del Terzo Settore
Il calendario, in continuo aggiornamento, conta già oltre 20 appuntamenti.
Le iscrizioni si apriranno il 27 agosto.
Il Forum per la Finanza Sostenibile è un’associazione non profit nata nel 2001. La base associativa è multi-stakeholder: ne fanno parte operatori finanziari e altre organizzazioni interessate all’impatto ambientale e sociale degli investimenti. La missione del Forum è promuovere la conoscenza e la pratica dell’investimento sostenibile, con l’obiettivo di diffondere l’inclusione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) nei prodotti e nei processi finanziari. Il Forum per la Finanza Sostenibile è membro di Eurosif, lo European Sustainable Investment Forum.
24 ottobre – 7 novembre