Retail Awards premio di IKN Italy, giunto alle sesta edizione, celebra successi, valorizza le eccellenze e scopre talenti.
La sesta edizione dei Retail Awards, che si è svolta in occasione della Main Conference di Forum Retail, ha svelato e premiato i retailer più talentuosi dell’anno.
A guidare il pubblico alla scoperta dei finalisti e dei vincitori è stato Giacomo De Lorenzo, Head of Partner Success Italy di Klarna. Nelle 8 categorie in gara, si sono distinte le seguenti aziende:
– Best Marketing & Social Campaign
Finalisti: Gruppo VèGè, Bun Burgers, Carrefour
Si è aggiudicato il premio Bun Burgers per aver saputo sfruttare una tecnologia che ha conquistato giovanissimi e non solo. Un progetto divertente e inclusivo capace di proiettare il cliente all’interno di un mondo in cui virtuale e reale si uniscono, dove la capacità di adattarsi e rinnovarsi si è dimostrata vincente.
– Best Innovation in Payments
Finalisti: Gruppo Re.Ca. Systems, Nexi, Pescaria
Il vincitore è Nexi per aver creato un servizio che dal post pandemia è diventato un punto di riferimento. Il sistema di pagamento più innovativo capace di azzerare le frizioni con semplicità, rendere fluida l’esperienza omnicanale e agevolare i commercianti e dare valore ai clienti finali.
– Best Logistic Project
Finalisti: Zebra Technologies, Pescaria e Pricer
Vince Pescaria per la coerenza e la visione geniale e innovativa nella gestione della filiera di un prodotto fresco su cui le scelte logistiche hanno un impatto di notevole importanza.
– Best Omnichannel & Meta CX
Finalisti: Feltrinelli, Future Fashion, Camomilla Italia
Si aggiudica il premio Feltrinelli che si è distinta per un progetto forte, strutturato e coraggioso che ha portato alla realizzazione della prima libreria ibrida. Per la capacità di introdurre elementi di innovazione mantenendo una forte identità. Una scelta strategica importante ed efficace a cui ispirarsi per la meta customer experience.
– Best Green Sustainability Project
Finalisti: Leroy Merlin Italia, Cortilia, ALDI
Il vincitore è ALDI per aver saputo compiere un passaggio culturale con particolare attenzione all’impatto ambientale e aver definito un importante posizionamento guardando alla sostenibilità a 360 gradi, nel rispetto dei principi di circular economy.
– Best Inclusion Program
Finalisti: ADMENTA- Lloyds Farmacia e Officina delle Idee
Vince ADMENTA- Lloyds Farmacia in quanto ha realizzato un progetto capace di innovare i servizi rivolti alla salute guardando all’inclusione e parificando l’approccio del consumatore verso i prodotti.
– Best StartUp & Next Generation
Finalisti: Bun Burgers, SHO.DEA, RE-Analytics Data Boutique
Bun Burgers si aggiudica anche questo premio per aver pensato a ogni aspetto del progetto.
– Best Retailer 2022
Barilla: si tratta di un premio ad honorem consegnato all’azienda che ha saputo contraddistinguersi nel mercato nel corso del 2022 per espansione, innovazione tecnologica, fatturato e antifragilità come risposta alla crisi globale in corso.
Oltre 20 gli esperti del settore, tra top manager e giornalisti, che hanno composto la giuria: la valutazione dei progetti si è focalizzata su criteri come: la capacità di contribuire e di migliorare i risultati aziendali, la modalità di gestione di progetti volti a ridurre i costi interni, il perfezionamento dei processi aziendali e coordinamento di team, l’ottimizzazione della gestione dei clienti digitali.
IKN Italy, leader nella creazione e sviluppo di contenuti, eventi e corsi di formazione BtoB, nel 2022 ha raggiunto il traguardo dei 35 anni. Credibilità, specificità, indipendenza e ricerca continua con i responsabili, C-Level d’azienda, sono gli elementi che distinguono e caratterizzano IKN nel mercato.
IKN Italy, Leader nella creazione e sviluppo di eventi e progetti di formazione rivolti ai professionisti d’azienda, festeggia nel 2022 il 35° anniversario. Credibilità, esperienza, indipendenza, know-how, innovazione e networking sono le parole chiave che caratterizzano l’azienda. Sin dalla sua nascita, IKN Italy è stata in grado di rispondere in modo tempestivo alle esigenze di un mercato in costante trasformazione. Il suo obiettivo principale: assicurare contenuti aggiornati e concreti per accompagnare il middle management nella sua crescita professionale.
Il nome racconta la mission e i valori di un’azienda che ha nel suo DNA la capacità di innovarsi e reagire in maniera tempestiva per affiancare le aziende nell’approfondimento e nella scoperta delle competenze e delle metodologie per essere competitive nel loro mercato di riferimento.
IKN è, infatti, l’acronimo di:
“I” come INSTITUTE: IKN Italy nasce da Istituto Internazionale di Ricerca, filiale italiana di IIR Holding. Grazie all’esperienza maturata dal 1987 ad oggi, è in grado di proporre sia tematiche di grande attualità e interesse che relatori di alto livello. La reale fotografia di IKN Italy la “scattano” i numeri di questi 35 anni: oltre 90.000 partecipanti, 25.000 aziende e 15.000 tra relatori e docenti; cifre che posizionano IKN Italy leader indiscusso nel suo settore.
“K” come KNOWLEDGE: ricerca continua e ascolto delle esigenze degli attori dei diversi mercati di riferimento garantiscono lo sviluppo di contenuti non standardizzati ma specifici, unici ed esclusivi.
I settori sui quali IKN Italy concentra la sua attenzione sono: Farmaceutico e Dispositivi Medici, Energy & Utilities, Sanità, Banca e Assicurazioni, Retail e GDO, Industrial, Logistica, Green & Sostenibilità, Marketing e Vendite, Project Management.
“N” come NETWORKING: gli eventi e le iniziative formative di IKN Italy sono delle occasioni di confronto per interagire in maniera dinamica, condividere esperienze concrete e sviluppare nuove opportunità di business.
– BYinnovation è Media Partner di Retail Awards
Riduco Rinvio Rinuncio; in una parola, Risparmio. Le 4 R dello shopping Non Food. Controllo delle offerte a volantino, caccia ai prezzi migliori (anche online), attenzione ai bonus statali e alle detrazioni fiscali: l’Osservatorio Non Food 2022 di GS1 Italy racconta come la convenienza guida la spesa extra alimentare.
Il mondo del Non Food italiano ha vinto la grande sfida del 2021
Tutti i 13 comparti merceologici analizzati dall’Osservatorio Non Food 2022 di GS1 Italy hanno aumentato le vendite annue (+12,0%) e superato i valori pre-pandemia (+2,2% nel quinquennio) arrivando a quota 104,7 miliardi di euro.
Ma ora sono chiamati a un’altra sfida, ancora più impegnativa visto lo scenario di quest’anno: garantire ai consumatori l’accessibilità ai prodotti non alimentari – dai cosmetici agli elettrodomestici, dai mobili agli smartphone, dai casalinghi ai capi di abbigliamento, dalle attrezzature sportive ai televisori – quelli che, per loro natura, non sono acquisti strettamente indispensabili e che, quindi, sono i primi a essere messi in discussione quando si ha (o si teme di avere in prospettiva) una minore capacità di spesa.
Ed è questo il sentiment che accomuna la maggior parte degli italiani, com’è emerso dall’Osservatorio Non Food 2022 di GS1 Italy, che ha individuato il tema del risparmio come uno dei più immanenti e trasversali nell’approccio all’universo dei prodotti non alimentari.
«La tendenza alla ricerca della massima convenienza era già emersa, ma ora è diventata più evidente» afferma Marco Cuppini, research and communication director di GS1 Italy. «L’inflazione, i rincari dei costi energetici e le ripercussioni sui consumi obbligati delle famiglie incidono sulla quantità e sul livello dei consumi discrezionali, ossia quelli che analizziamo da dieci anni nel nostro Osservatorio Non Food. Dalla nostra indagine risulta che la ricerca del risparmio è sfaccettata e si esplicita in modi diversi. E quando risparmiare non basta, allora si tende a ridurre o rimandare gli acquisti, come ci hanno confermato dal 50 al 70% degli intervistati, a seconda dei singoli comparti merceologici».
Come si muovono gli italiani per comprare alle migliori condizioni i prodotti non alimentari?
In modo sistematico, partendo dal confronto sui prezzi praticati sia nei negozi fisici che nei siti e nelle piattaforme online, rivela l’Osservatorio Non Food 2022 di GS1 Italy.
Tra il 35 e il 45% degli shopper si informa del prezzo direttamente in negozio davanti allo scaffale e circa il 20% si informa con quello esposto in vetrina (in particolare per abbigliamento, profumeria, ottica e arredamento). Allo stesso tempo, c’è una significativa quota di consumatori che si informa dei prezzi attraverso i canali online, ad esempio sui siti specializzati in e-commerce (come Amazon) soprattutto per elettronica e giocattoli (circa il 45% dei casi), sugli e-shop delle catene specializzate e sui motori di ricerca (come Google), in particolare per elettrodomestici, elettronica e articoli per lo sport con circa il 30% dei casi.
La convenienza è il plus che porta a scegliere i siti di e-commerce, a partire dai pure player dell’online
Circa la metà degli shopper cerca su internet i prezzi più bassi e dal 30% al 40%, a seconda dei comparti, viene attratto dalle offerte promozionali.
Nella rete fisica il livello dei prezzi e, soprattutto, di quelli in volantino è in quasi tutte le merceologie il motivo principale che fa scegliere di acquistare negli ipermercati o nei supermercati di grandi dimensioni, in particolare alcune merceologie (come i libri best seller, la cartoleria e l’edutainment in genere) e in alcuni periodi dell’anno, come Natale. Le offerte promozionali sono determinanti anche per spingere gli acquisti nei negozi specializzati (in particolare nel mondo dei casalinghi) e nei discount, soprattutto per articoli per la casa e piccoli elettrodomestici.
La ricerca dell’“affare”
In particolare nel settore dell’abbigliamento, questa è una delle motivazioni che spinge il 10% dei clienti di negozi Non Food a frequentare i 28 factory outlet center aperti in Italia, con i loro 3.100 punti vendita (+5,8% rispetto al 2020) pari a 729 mila mq di superficie commerciale. Essendo spesso localizzati in aree extraurbane, la loro convenienza viene calcolata valutando anche i costi del viaggio e del tempo necessario per raggiungerli.
Un’altra strada individuata dagli italiani per comprare risparmiando è approfittare delle detrazioni fiscali e dei bonus concessi dallo Stato.
L’Osservatorio Non Food 2022 di GS1 Italy ne ha rilevato gli effetti in diversi settori. Gli incentivi legati alle ristrutturazioni edilizie hanno impattato sulle vendite di grandi elettrodomestici (+18,8% i bianchi, +35,9% i bruni), di mobili (+17,0%), di bricolage (+6,8%) e di edilizia fai-da-te (+5,7%). Il Bonus Cultura 18app ha influito sulla spesa per i supporti musicali (+24,0%) e per i libri non scolastici (+10,4%), mentre il Bonus Vista su quella per prodotti di ottica (+16,1%).
GS1 Italy. A partire dall’introduzione rivoluzionaria del codice a barre nel 1973, l’organizzazione non profit GS1 sviluppa gli standard più utilizzati al mondo per la comunicazione tra imprese. In Italia, GS1 Italy riunisce 40 mila imprese dei settori largo consumo, sanitario, bancario, della pubblica amministrazione e della logistica. I sistemi standard GS1, i processi condivisi ECR, i servizi e gli osservatori di ricerca che GS1 Italy mette a disposizione semplificano e accelerano il processo della trasformazione digitale delle imprese e della supply chain, perché permettono alle aziende di creare esperienze gratificanti per il consumatore, aumentare la trasparenza, ridurre i costi e fare scelte sostenibili.
Plastica filiera circolare certificata da Ecopolietilene. Il film industriale in polietilene raccolto diventa nuovo film industriale nel progetto sperimentale avviato dal consorzio insieme con A.M. Recuperi, Polimero e Virosac con il supporto operativo di Ecolight Servizi.
I beni in polietilene sono riciclabili al 100%
Ecopolietilene, consorzio nazionale per la gestione dei rifiuti da beni in polietilene, insieme con A.M. Recuperi, Polimero e Virosac e con il supporto operativo di Ecolight Servizi, ha certificato la prima filiera circolare per i film industriali: dalla raccolta di questi rifiuti di beni in polietilene, al loro trattamento e lavorazione, fino alla reimmissione nei cicli produttivi per dare vita a nuovi film plastici.
«Attraverso un progetto sperimentale di recupero e riutilizzo dei film in polietilene sottoforma di materia prima seconda, è stata certificata la reale riciclabilità dei beni in polietilene. Questo genere di plastica, che trova impiego nei più diversi manufatti a uso sia industriale sia domestico, è quindi un’importante risorsa per l’ambiente che deve essere sempre più valorizzata attraverso una sempre maggiore sensibilizzazione che si traduce in una corretta raccolta e una puntuale gestione», afferma il direttore generale del consorzio Ecopolietilene, Giancarlo Dezio.
Il progetto è stato sviluppato nel primo semestre del 2022 e ha interessato le regioni di Toscana, Emilia Romagna e Veneto, coinvolgendo tre importanti realtà del mondo ambientale. La fiorentina A.M. Recuperi srl si è occupata dell’organizzazione della raccolta e del trasporto dei rifiuti da beni in polietilene flessibili da superficie privata nelle regioni del centro-nord Italia.
Complessivamente, sono stati raccolti oltre 214 tonnellate di film industriali in polietilene nel periodo. Polimero srl, azienda di Rovigo da oltre 40 anni impegnata nel campo della rigenerazione delle materie plastiche, ha ricevuto la mole di rifiuti e ha proceduto a trattarla per ottenere materia prima seconda.
Le fasi di lavorazione hanno interessato l’impianto di Gallicano (FI) per la fase di selezione, cernita e pressatura e quello di Rovigo per il processo di triturazione, lavaggio con scarto dei corpi estranei, estrusione e granulazione, garantendo una qualità del materiale costante ed uniforme.
Il granulo così ottenuto è stato consegnato a Virosac srl che, negli impianti di Pederobba (Treviso) ha prodotto nuovo film industriale.
Le 214 tonnellate di rifiuto sono diventate sacchi per la spazzatura in polietilene che, a loro volta, sono stati immessi sul mercato.
«Con questo nuovo progetto siamo andati oltre l’iniziativa avviata l’anno scorso quando siamo andati a sperimentare una gestione specifica dei beni in polietilene utilizzati in ambito agricolo individuando uno sbocco industriale alle materie prime seconde ottenute dai processi di recupero», aggiunge Dezio. In quell’occasione il consorzio Ecopolietilene aveva preso in considerazione i rifiuti provenienti da teli per la copertura dei vigneti, attivando una filiera circolare che aveva dato come risultato un granulo in polietilene idoneo alla realizzazione di film barriera al vapore utilizzato in edilizia. «Allora ci eravamo fermati al granulo – conclude il direttore generale del consorzio -. Questa volta, grazie alla collaborazione dei partner impegnati nel progetto, siamo arrivati al prodotto finale, immesso sul mercato e destinato in tutte le case. Ecopolietilene conferma il proprio impegno in ambito ambientale ed evidenzia l’importanza del ruolo dei produttori per la costruzione di una reale economia circolare per i rifiuti da beni in polietilene».
Ecopolietilene – consorzio per la gestione dei rifiuti di beni in polietilene, Ecopolietilene è un sistema autonomo, senza fini di lucro e riconosciuto dal Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare. È composto dalle aziende produttrici, dai distributori e dai riciclatori dei beni in polietilene e nasce dalla professionalità e dal know-how nella gestione dei rifiuti maturata dal Sistema Ecolight, al quale fanno riferimento il consorzio Ecolight ed Ecolight Servizi, società che si occupa della gestione integrata dei rifiuti professionali generati dalle aziende.
Consumatore sostenibile, un aiuto al pianeta con un occhio al portafoglio: l’inchiesta di Altroconsumo sulle abitudini sostenibili dei cittadini. L’indagine rientra tra le iniziative del progetto RESSS, finanziato dal MiSE, con l’obiettivo di guidare i consumatori nella transizione verso un’economia circolare.
Il 51% del campione crede che il prezzo dei prodotti più sostenibili sia troppo alto. Il 42% reputa l’offerta di prodotti green limitata o inadeguata
Quante volte ci siamo chiesti come poter aiutare il nostro pianeta, soprattutto in questo delicato momento storico di crisi degli approvvigionamenti, in cui si sente il bisogno di tagliare le spese non necessarie e ridurre gli sprechi. Sono molti i comportamenti che possono aiutare a limitare l’impatto ambientale e il consumo energetico: dal dare una seconda vita agli indumenti, al preferire la riparazione e il ricorso al mercato di seconda mano rispetto all’acquisto di nuovi beni, fino alla condivisione di prodotti e servizi che non servono quotidianamente.
A tal proposito, Altroconsumo ha condotto un’inchiesta sul grado di sostenibilità nella quotidianità degli italiani, misurando i dati che riguardano dagli acquisti ai comportamenti domestici su un campione di oltre 1.200 cittadini durante il mese di giugno 2022.
L’indagine fa parte delle iniziative legate al progetto RESSS (Rendiamo semplici le scelte più sostenibili), finanziato dal MiSE, Legge 388/2000 – ANNO 2021, finalizzato ad accompagnare i consumatori nella transizione verso un’economia circolare. L’obiettivo è rendere sempre più facile compiere azioni ecologiche e rispettose dell’ambiente, informando anche sulle possibilità offerte da bonus e incentivi messi a disposizione dal Governo. Da maggio sono state ricevute oltre 5814 richieste di contatto da parte di consumatori interessati ad avere informazioni su bonus, ecobonus e incentivi.
I risultati dell’inchiesta saranno presentati durante il webinar online “Rendere semplici le scelte sostenibili: mettiamoci in gioco”, in programma il 24 novembre alle ore 15. L’incontro, indirizzato a divulgatori scientifici e giornalisti, sarà moderato da Mercato Circolare e si terrà in modalità interattiva a distanza, grazie a strumenti che renderanno i contenuti più fruibili, accattivanti e facilmente ricordabili.
UNA PERSONA SU 2 È CONVINTA CHE FARE SCELTE SOSTENIBILI SIA PIÚ COSTOSO
Molte persone credono che fare scelte green sia un lusso per pochi, ma in realtà così non è: ciascuno può adottare un’ottica sostenibile e di risparmio nel proprio piccolo. Dai risultati emerge che le donne hanno maggior sensibilità ambientale, ma i fattori che influenzano le abitudini green si differenziano in base alla categoria di prodotto. Ad esempio, l’82% degli intervistati valuta il consumo di energia come criterio sostenibile prima di acquistare un importante elettrodomestico. Al contrario, quando si tratta di scegliere un prodotto hi-tech o un capo d’abbigliamento, rispettivamente il 53% e il 64% dei rispondenti è condizionato dalle promozioni del momento, mentre i mobili sono scelti soprattutto per il loro design (63%).
Dall’inchiesta emerge che una persona su due considera il prezzo degli articoli più sostenibili troppo elevato. Il denaro rappresenta certamente una possibile barriera al vivere sostenibile, ma non è detto che debba essere necessariamente così vincolante. Per molti cittadini c’è ancora una barriera culturale da superare, per cui parole come condivisione, riparato o ricondizionato suonano stonate, e questo pregiudizio porta a stare alla larga da un’ampia offerta di servizi consolidati che il mercato offre da tempo.
IL 70% DEGLI INTERVISTATI DICHIARA DI AVER ACQUISTATO O VENDUTO ARTICOLI DI SECONDA MANO
In questo contesto, la modalità alternativa all’acquisto più diffusa risulta il prestito, al contrario del noleggio, ancora poco diffuso: solo il 24% degli intervistati afferma di aver noleggiato un articolo almeno una volta al posto di comprarlo. Il 16% ha fatto ricorso, almeno una volta, al noleggio di un veicolo per trasportare un mobile o un grande elettrodomestico. Una percentuale minore (3%), dichiara di aver noleggiato altre categorie di prodotti, quali abiti, accessori, attrezzi e utensili.
Più diffuso, invece, l’utilizzo dell’usato: il 70% dei rispondenti afferma di aver venduto o acquistato almeno un prodotto di seconda mano tra quelli delle categorie considerate dall’indagine (grandi elettrodomestici, prodotti hi-tech, abbigliamento, mobili). Più nel dettaglio, la percentuale di coloro che hanno acquistato (tralasciando chi ha venduto) si aggira attorno al 56%. Sono soprattutto l’abbigliamento e il mobilio, a registrare le percentuali più elevate, rispettivamente il 38% e il 31%, acquisti fatti perlopiù nei mercatini dell’usato. I canali di acquisto dell’usato dipendono in parte dalla categoria di prodotto, ad esempio, oltre un terzo di coloro con esperienza di acquisti di seconda mano compra articoli hi-tech su siti e app specializzati in vendite di seconda mano, mentre il 30% si serve di distributori di prodotti ricondizionati, ma in tanti si rivolgono anche ad amici e parenti.
RIPARARE E NON ACQUISTARE: COME ALLUNGARE IL CICLO DI VITA DEL PRODOTTO
Un’altra strategia per risparmiare e allungare la vita di un bene è la riparazione. La maggior parte dei rispondenti risulta informato su questo: il 70% sa che le istruzioni per manutenzione e riparazione devono essere messe a disposizione, il 60% sa di avere diritto di poter acquistare eventuali pezzi di ricambio. Nonostante ciò, quasi la metà del campione dichiara di non essere al corrente dei propri diritti a riguardo. Sulla garanzia di conformità pare esserci ancora confusione, infatti il 46% pensa che garantisca la durata minima di vita dei prodotti oltre a tutelare il consumatore in caso di acquisto di prodotti difettosi o che non rispondono all’uso dichiarato.
È necessario quindi un cambio delle abitudini nel quotidiano, anche solo agendo su piccole cose come: smettere di bere l’acqua minerale in bottiglia che, oltre ad offrire un risparmio economico di almeno 150 euro/anno, riduce l’impatto ambientale. Inoltre, possedere un’automobile tutto l’anno conviene solo se davvero la si utilizza spesso. Con azioni e iniziative pro-ambiente, quindi, è possibile costruire un futuro più sostenibile per tutti, evitando parallelamente inutili voci di spesa.
Finanziato dal MiSE. Legge 388/2000 – ANNO 2021
Banche Etiche europee più redditizie della media delle banche mainstream e sono pioniere nella misurazione e nella riduzione dell’impatto sul clima: è quanto emerge dal “Quinto rapporto sulla finanza etica in Europa” presentato al Parlamento europeo il 12 ottobre.
Il rapporto, pubblicato dal Gruppo Banca Etica in collaborazione con Febea, la Federazione Europea delle Banche e dei finanziatori Etici e Alternativi, mette a confronto i principali dati finanziari delle 24 banche etiche europee con quelli dell’aggregato di circa 4.500 banche operanti nell’Eurozona, sulla base dei dati forniti dalla Banca Centrale Europea.
“Nei dieci anni fino al 2020, le banche etiche sono state mediamente due volte più redditizie rispetto a quelle tradizionali in termini di ROE”, afferma Anna Fasano, presidente di Banca Etica. “I loro depositi durante la pandemia sono cresciuti di oltre il 15% nel 2020 rispetto al 2019”.
Le 25 banche etiche analizzate nel rapporto finanziano esclusivamente progetti con impatti sociali e ambientali positivi e sono strutturalmente diverse dalle banche tradizionali.
Le banche etiche utilizzano un approccio bancario che si basa sulla relazione con i clienti sia per il credito sia per la raccolta di risparmio e si focalizzano sull’economia reale, mentre le banche mainstream sono molto più dedite alle attività finanziarie (investimenti in titoli, servizi finanziari, ecc.).
Nel 2020, i prestiti a persone e imprese rappresentavano in media il 72,98% delle attività totali per le banche etiche, ma solo il 36,96% per il sistema bancario europeo.
Come mostra il rapporto, le banche etiche sono all’avanguardia anche nella misurazione delle emissioni di CO2 generate indirettamente dai loro prestiti.
“Le banche in genere misurano le emissioni Scope 1 e 2, prodotte dai sistemi di riscaldamento dei loro uffici o dal consumo di elettricità”, afferma Mauro Meggiolaro, analista di Fondazione Finanza Etica. “Solo recentemente alcune banche tradizionali hanno iniziato a misurare e a rendere note le emissioni dell’Ambito 3, generate dai prestiti alle imprese e ai privati. Le banche etiche sono state tra le prime al mondo a divulgare i dati sulle emissioni Scope 3 dei loro portafogli finanziari e creditizi, secondo i principi del PCAF (Partnership for Carbon Accounting Financials). Questo è fondamentale per effettuare analisi di scenario, fissare obiettivi, intraprendere azioni e divulgare i progressi verso la decarbonizzazione”.
“Il rapporto evidenzia una serie di ragioni per cui le banche etiche dovrebbero essere trattate in modo diverso dal punto di vista normativo, sia a livello europeo che nazionale”, continua Fasano. “Le banche etiche non hanno avuto alcuna responsabilità nella crisi finanziaria del 2008, ma la regolamentazione è stata inasprita anche per loro. Il legislatore non ha fatto alcuna differenza tra i diversi tipi di banche. Di conseguenza, oggi le banche etiche sono sottoposte a una mole sproporzionata di regole pensate per le banche mainstream che sono state all’origine delle crisi bancarie e rischiano di vedere indebolita la loro flessibilità nel rispondere alle esigenze delle cooperative e delle imprese sociali, delle organizzazioni ambientaliste e del Terzo Settore”.
Interventi:
– Peru Sasia, presidente di FEBEA
– Anna Fasano, presidente di Banca Etica.
– Adriana Kocornik-Mina, Responsabile Metriche e Ricerca presso la Global Alliance for Banking on Values e membro del Comitato Direttivo del PCAF.
– Patrizia Toia (S&D) e Ernest Urtasun (Verdi/EFA), eurodeputati
– Victor Meseguer, direttore di Social Economy Europe,
– Federica Ielasi, Università di Firenze e nel CdA di Etica Sg
ll Gruppo Banca Etica è composto da Banca Etica, Etica Sgr, CreSud. Propone una gamma completa di servizi finanziari che coniugano l’efficienza economica con la promozione culturale, ambientale, umana. Fondazione Finanza Etica e Fundación Finanzas Éticas sono le fondazioni culturali del Gruppo in Italia e Spagna. Promuovono attività di ricerca e studio sui temi della finanza etica, analisi critiche e proposte di alternative rispetto alle regole e alle pratiche del mondo finanziario e iniziative di studio e sensibilizzazione sull’educazione critica alla finanza.
Banca Etica, la prima e tuttora unica banca italiana interamente dedita alla finanza etica, opera da 23 anni su tutto il territorio nazionale. Conta 46 mila soci e 82 milioni di capitale sociale. È presente anche sul territorio spagnolo come Fiare Banca Etica. Banca Etica aderisce ai principali network internazionali della finanza etica: Global Alliance for Banking on Values (GABV) e Federazione Europea delle Banche Etiche e Alternative (Febea). Etica Sgr è la società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Etica, l’unica in Italia che colloca esclusivamente fondi comuni di investimento etici.
CreSud offre risorse finanziarie e servizi di assistenza a organizzazioni di microfinanza, produttori di commercio equo e sostenibile, associazioni e ONG in America Latina, Africa ed Asia.
FEBEA Federazione Europea delle Banche Etiche e dei Finanziatori Alternativi, è una Federazione che riunisce 33 istituzioni finanziarie di 15 Paesi europei, con l’obiettivo di sviluppare e promuovere i principi della Finanza Etica. L’obiettivo di FEBEA è sviluppare la finanza etica e sociale in Europa, attraverso le attività dei suoi membri e le proprie iniziative. FEBEA difende una visione impegnata, rigorosa e ambiziosa della finanza sociale ed etica.
Banche in crisi da fossili. Esposizione di 1,35 trilioni di dollari in asset legati ai combustibili fossili nelle 60 banche più grandi al mondo.
L’aumento di capitale necessario per coprire il rischio di questa esposizione è equivalente a 3-5 mesi di utili bancari
“Una transizione più sicura per il fossil banking – Quantificazione dei capitali supplementari necessari per coprire i maggiori rischi legati all’esposizione ai combustibili fossili”
Il rapporto di Finance Watch, l’ONG paneuropea che promuove una finanza al servizio della società, rivela che le 60 banche più grandi al mondo hanno un’esposizione di circa 1,35 trilioni di dollari ad asset legati ai combustibili fossili.
I combustibili fossili sono il principale fattore di accelerazione del cambiamento climatico, e molti asset legati ai combustibili fossili dovranno essere abbandonati prima che termini la loro vita economica nel percorso di transizione verso un’economia sostenibile. In altre parole, si svaluteranno, trasformandosi in attivi non recuperabili, i cosiddetti “stranded asset”. E le banche che li hanno finanziati subiranno delle perdite. Se aggiungiamo a queste perdite finanziarie i danni cagionati dagli eventi catastrofici indotti dal cambiamento climatico, la conseguente destabilizzazione dell’intero sistema finanziario potrebbe sfociare in un’altra crisi finanziaria.
Lo studio evidenzia, inoltre, che l’esposizione delle banche globali ai soli asset legati ai combustibili fossili – escludendo i settori ad alte emissioni a valle della filiera – è quasi equivalente all’esposizione dell’intero sistema finanziario ai mutui subprime prima della crisi finanziaria globale del 2007-2008. Benché gli asset legati ai combustibili fossili e quelli connessi ai mutui subprime presentino evidenti differenze strutturali, la situazione attuale presenta comunque delle analogie con quella di allora.
Benoît Lallemand, Segretario generale di Finance Watch, ha dichiarato: “Poiché i rischi finanziari legati al clima crescono proporzionalmente al tempo di inazione, se in futuro dovessero concretizzarsi in modo improvviso darebbero luogo a una sorta di “effetto Lehman” climatico. In tutto il sistema si evidenzia una tendenza allo scarico di responsabilità, in cui governi, responsabili delle politiche monetarie e fiscali, organi di vigilanza, agenzie di rating, imprese e istituzioni finanziarie accusano le altre parti di inerzia.
Proprio come fecero alla vigilia dell’ultima crisi finanziaria, questi stakeholder ora tendono a dare eccessiva fiducia ai calcoli e ai modelli: una scelta tanto più illusoria in rapporto al cambiamento climatico, che rappresenta un rischio molto più grande e complesso rispetto al quale, per definizione, non disponiamo di dati storici su cui poter fare affidamento.
Nel frattempo, il conto è virtualmente nelle mani dei contribuenti. Oggi siamo alle prese con una grave crisi che colpisce il costo della vita, e molte famiglie faticano ad arrivare a fine mese.
Intanto, complice l’aumento dei tassi di interesse, gli utili delle banche crescono.
In tale contesto, è incomprensibile che le autorità non intervengano tempestivamente in via cautelativa per proteggere i contribuenti dai rischi finanziari legati al clima”.
Sottovalutati i rischi associati agli asset legati ai combustibili fossili
La regolamentazione vigente non obbliga le banche ad accantonare fondi sufficienti a coprire potenziali perdite di valore di questi asset. In caso di crash bancario, il costo delle operazioni di salvataggio ricadrebbe sui contribuenti, invece di essere assorbito dal mercato. Per di più, il trasferimento del rischio assume le sembianze di una “sovvenzione implicita”: in assenza di un’adeguata regolamentazione, le condizioni di finanziamento sono mantenute artificialmente favorevoli, e così il settore bancario fornisce un sussidio annuo all’industria dei combustibili fossili stimato in 18 miliardi di dollari. Questo contributo svantaggia in modo evidente il finanziamento dei progetti sostenibili e di transizione.
Per contribuire a risolvere il problema, Finance Watch esorta le autorità normative ad adeguare i requisiti patrimoniali delle banche in base alla loro esposizione ai combustibili fossili. Questo sarebbe un importante punto di partenza per affrontare i rischi finanziari legati al clima che pesano sui bilanci delle banche.
I requisiti patrimoniali determinano la capacità delle banche di assorbire possibili perdite. A livello internazionale, questi requisiti sono dettati dal Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria; a livello europeo, sono messi in atto dal regolamento sui requisiti patrimoniali (CRR), attualmente all’esame dei legislatori.
Secondo Finance Watch, gli asset legati ai combustibili fossili dovrebbero essere trattati come asset “più rischiosi”, con conseguente attribuzione di un fattore di ponderazione del rischio del 150% in linea con gli standard di Basilea.
Stando ai nuovi dati del rapporto di Finance Watch, sarebbe necessario un capitale supplementare compreso tra 157,0 e 210,2 miliardi di dollari per le 60 banche globali, ivi incluse le 28 banche considerate di importanza sistemica per la stabilità finanziaria globale e le 22 principali banche europee in termini di asset. Si tratterebbe di un importo mediamente equivalente a un solo trimestre di utili non distribuiti del 2021. In termini percentuali, l’aumento medio di capitale sarebbe compreso tra il 2,44% e il 3,27% del capitale esistente. Il proposto adeguamento dei requisiti patrimoniali dovrebbe essere introdotto in modo graduale, e le autorità dovrebbero collaborare con gli istituti bancari per stabilire piani realistici. Poiché l’aumento di capitale sarebbe finanziato mediante gli utili non distribuiti in un arco di tempo relativamente limitato, non comporterebbe una riduzione sfavorevole della capacità di concessione di credito delle banche.
Julia Symon, Head of Research & Advocacy di Finance Watch e coautrice del rapporto sottolinea: “Il nostro studio mostra come il rafforzamento dei requisiti patrimoniali per il finanziamento dei combustibili fossili – un passo fondamentale per affrontare il rischio legato al cambiamento climatico – è una misura attuabile con un costo medio pari a 3-5 mesi di utili da parte delle banche, e questa è una stima prudenziale basata su dati disponibili al pubblico per il 2021.
C’è anche un precedente rispetto all’implementazione di misure relative al capitale: gli aumenti di capitale necessari per attuare le riforme di Basilea dopo la crisi finanziaria sono stati realizzati attingendo agli utili non distribuiti, senza alcuna riduzione del credito bancario o del volume degli asset.
Il mantenimento degli impegni internazionali sul clima, come l’Accordo di Parigi, comporterà una significativa perdita di valore per numerosi asset legati ai combustibili fossili. In assenza di interventi normativi concreti per accompagnare la nuova realtà, i rischi di una transizione disordinata e di dissesti legati al clima rischiano di essere maggiori di quanto il sistema finanziario sia in grado di gestire”.
Finance Watch è un’associazione di interesse pubblico sostenuta da finanziamenti indipendenti che vuole mettere la finanza a servizio della società civile. Si prefigge di rafforzare la voce della società nel processo di riforma della regolamentazione finanziaria, facendosene portavoce e portando all’attenzione generale e delle autorità argomenti di interesse pubblico.
Tra i membri di Finance Watch si annoverano associazioni per la difesa dei consumatori, associazioni di edilizia sociale, sindacati, ONG, esperti di finanza, accademici e altre organizzazioni della società civile che rappresentano collettivamente un elevato numero di cittadini europei.
Nei suoi principi fondanti, Finance Watch afferma che la finanza è essenziale per la società poiché fa fruttare il capitale in modo trasparente e sostenibile, ma che il legittimo perseguimento di interessi privati da parte del settore finanziario non deve avvenire a scapito della società civile.
Uso sonde geotermiche. Il Ministero della Transizione Ecologica ha siglato un provvedimento che, per la prima volta, disciplina a livello nazionale le procedure per l’utilizzo delle sonde geotermiche (fino a 50kW e 80 metri di profondità) per la produzione di energia rinnovabile.
Una fonte energetica green ad impatto zero che attende solo di essere utilizzata
Tale documento rappresenta un fatto innovativo perché consente di definire regole omogenee per la realizzazione di sonde geotermiche – ossia quegli impianti per la produzione di energia rinnovabile che funzionano attraverso lo scambio di calore con il sottosuolo.
“Si tratta di una svolta per tutto il settore della geotermia. Questo perché finora – spiega Arcangelo Francesco Violo, presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi (CNG) – la grande maggioranza delle Regioni non aveva un riferimento preciso. Era, cioè, possibile installare gli impianti, ma in una situazione in cui si navigava al buio su come autorizzarli.
Per questo, va anzitutto detto che il decreto del MiTE è positivo perché rappresenta quel segnale che potrà finalmente avviare la ‘filiera della geotermia’ e per farla diventare una risorsa fruibile per i cittadini” ha detto il Presidente a “Il Sole 24 Ore”.
La geotermia “a bassa entalpia”
La firma al provvedimento sulle piccole autorizzazioni geotermiche diventa quindi un riferimento normativo omogeneo a livello nazionale, vale a dire in uno scenario in cui “Per la bassa entalpia, la filiera è già pronta ed è tutta italiana, sia a livello di esecuzione che di produzione (pompe e materiali) può portare all’installazione di circa 100 mila utenze da realizzare ogni anno. Sono sempre poche ma sono un bel traguardo per dare inizio ad una piccola rivoluzione dei nostri sistemi energetici e abbassare i costi delle bollette”.
Certo, nel documento ci sono tanti piccoli difetti che andranno limati, ma il prossimo passaggio è certamente il fare informazione.
“Ora bisogna far capire che la geotermia è un’energia green che può essere ottenuta in maniera complementare alle altre rinnovabili. Perché l’energia termica è una risorsa sempre utilizzabile lo abbiamo a disposizione tutto l’anno, più del sole o del vento” conclude Violo.
L’energia geotermica è generata e conservata all’interno del pianeta e può essere sfruttata come forma di energia green ad impatto zero, come da anni sostengono i geologi, con casi di eccellenza straordinari già operativi.
Energia a It’s All Efficiency. Si è tenuta l’edizione 2022 di It’s All Energy Efficiency, con Enrico Rainero moderatore nelle 4 sessioni, suddivise secondo i settori: Pubblica Amministrazione, Retail, Hospital, Industry.
Le testimonianze delle attività “sul campo” dei responsabili energy delle aziende sono sempre preziosissime, specialmente nei momenti in cui prendere le decisioni ed attuarle è sempre più difficile.