Circular Food upcycling. Consumare cibo sano non significa rinunciare al gusto, e tantomeno gravare sull’ambiente. Sono sempre più numerose le aziende, ma anche i singoli cittadini, che iniziano a rendersi conto di quanto sia importante tornare ad adottare stili di vita e modelli produttivi più rispettosi dell’ecosistema oltre che della salute.
Circular Food Srl è tra queste. La start-up veneta nota per LEY, la rivoluzionaria farina ottenuta dagli scarti di produzione dei birrifici recuperati attraverso l’innovativo processo di essiccazione HSCD (High Speed Cold Dryer), non ha dovuto intraprendere un processo di adattamento per allinearsi alle attuali politiche green, perché i concetti di upcycling e antispreco sono proprio i valori che ne hanno ispirato la creazione oltre a guidarne le pratiche quotidiane.
Tutto in Circular Food – dal nome stesso agli ingredienti utilizzati, dai metodi selezionati alle tecnologie impiegate – si basa sul concetto di circolarità: un approccio antispreco, sostenibile, circolare e di cooperazione che ruota attorno al desiderio di reinserire nella catena alimentare dei sottoprodotti dell’industria alimentare che hanno ancora molto da offrire.
Come sottolinea l’Agenda 2030, spreco alimentare e inquinamento non sono più accettabili. In base ai dati di Ecovia Intelligence, società di consulenza specializzata in sostenibilità, il 2022 sarà l’anno dell’upcycled food.
La Upcycled Food Association (UFA), organizzazione americana che riunisce circa 70 aziende produttrici di referenze realizzate con scarti della filiera alimentare riciclati in modo creativo, lo scorso anno ha annunciato l’adozione di uno standard internazionale per la certificazione dei prodotti e degli ingredienti upcycled che presenteranno il logo UFA.
Quest’anno i prodotti certificati aumenteranno. In parallelo, crescono anche gli investimenti nel settore. Nell’urgente necessità di un cambio di rotta, Circular Food si colloca tra i pionieri.
Rispetto al riciclo (recycling), che si propone di trovare un nuovo utilizzo ai prodotti usati, l’upcycling punta alla valorizzazione degli scarti
Il prodotto scartato non trova solo nuova vita, ma lo fa acquistando un maggior valore rispetto alla situazione di partenza.
È questo ciò che accade con la farina LEY: ottenuta dalla rapida essiccazione delle trebbie di birra – prodotto scartato quotidianamente in enormi quantità dai birrifici – questa preziosa farina diventa una vera e propria risorsa. Ricca di fibre, proteine e minerali, essa viene reinserita nella catena alimentare assumendo a pieno titolo un ruolo di primo piano nella lotta antispreco trasformandosi in squisiti prodotti da forno.
Oggi più di 1/3 del cibo prodotto a livello mondiale viene sprecato, e con esso l’energia, l’acqua e la manodopera impiegati per la produzione
Si stima che negli USA circa 3 miliardi di kg di prodotti agricoli siano invenduti per ragioni estetiche, il che significa che il 28% dei terreni coltivabili viene destinato alla produzione di prodotti che non saranno mai consumati.
Solo negli USA lo spreco alimentare è responsabile del 4% delle emissioni di gas serra
Il riutilizzo di queste derrate potrebbe rendere più efficiente il modello di produzione evitando che il 20% delle risorse idriche utilizzate, il 25% dei terreni coltivati e l’8% di emissioni di gas serra prodotte rispetto al totale vengano utilizzati senza immettere valore nel sistema, ma causando solo altri sprechi.
Fondamentale è anche il modo in cui l’azienda sceglie di operare e agire, coerentemente con i propri principi
La tecnologia di cui si avvale per l’essiccazione consente di lavorare gli scarti alimentari tramite un processo ad “alta resa” che richiede un basso fabbisogno di energia e quindi risulta alimentabile anche totalmente da fonti rinnovabili, con una drastica riduzione delle emissioni di CO2.
L’acqua evaporata dagli alimenti (che, nel caso delle trebbie, arriva anche all’85% del peso del prodotto umido) viene recuperata, raccolta e reimmessa nel sistema.
Coerente con le politiche dell’azienda anche la recente collaborazione con Too Good to Go, l’iniziativa che consente a chiunque di contribuire attivamente alla lotta antispreco acquistando a prezzi ridotti il cibo (ancora integro e buono) rimasto invenduto, come testimonia la dicitura “Spesso Buono Oltre” presente sulle confezioni per ricordare ai consumatori di fidarsi dei propri sensi per verificare le effettive condizioni di un prodotto prima di decidere se buttarlo via una volta superato il termine minimo di conservazione.
Circular Food crede fermamente nell’upcycling, vedendolo come l’opportunità di “do more with less” e dare il proprio contributo alla salute del pianeta e delle persone, garantendo sicurezza alimentare e risparmiando le limitate risorse del pianeta.
La sfida più difficile in questo momento è educare il pubblico e rassicurarlo sul fatto che i prodotti derivanti da uno scarto alimentare sono buoni e fanno bene alla persona e all’ambiente, per arrivare a un modello di consumo più sostenibile per la nostra civiltà. La fine di un ciclo può essere l’inizio di quello successivo. LEY ne è la prova.
Climate and biodiversity crisis. New Common Agricultural Policy plans ignore climate reality and biodiversity crisis.
A new assessment released by Birdlife Europe and the European Environmental Bureau finds that EU Member States are failing to use CAP funds to address environmental degradation from intensive agriculture practices. This comes in time when member states are putting a final touch on their CAP strategic plans before their submission for the approval by the European Commission.
In two new briefings on soil health and grasslands conservation, national agricultural experts at Birdlife and the EEB analysed how eight and eleven EU member states respectively planned to use CAP funds to protect and manage grasslands and to ensure and safeguard soil health on EU farms.
The briefings find that member states’ CAP strategic plans are insufficient
CAP plans for 2023-2027 fail to adequately protect and sustainably manage valuable grasslands and show too little ambition to safeguard EU soils.
The findings are at odds with the EU Green Deal’s ambitions for its Farm to Fork and Biodiversity Strategies.
This complements the findings of two linked Birdlife and EEB briefings that demonstrate the draft CAP strategic plans are unlikely to reach the 10% biodiversity target set by the EU Biodiversity Strategy. The plans fail to sufficiently protect wetlands and peatlands and, thereby, to safeguard the preservation of carbon-rich soils.
Clearly, there is room for improvement
The European Commission has sent out its Observation Letters to member states, pointing out gaps and calling for higher environmental and climate ambitions.
“Vested interests are arguing that with the conflict in Ukraine taking place, the EU should take a step back from its ambitions for the environment and climate, otherwise it may face global food shortages. But that argument couldn’t be further away from the truth. Science clearly states that healthy ecosystems are our best allies to safeguard our food systems. Sadly, our assessments show that new CAP strategic plans will fail to protect natural resources and support the continuation of damaging policies. Farm Ministers should stop gambling with our future and seriously invest in protecting our planet and the ecosystems our food production relies on,” says Marilda Dhaskali, EU Agriculture Policy Officer, BirdLife Europe.
“The European Parliament has celebrated the 60th anniversary of CAP – one of the oldest, most generously funded and yet most controversial EU policies. The content and ambition of the new generation of CAP strategic plans will be a litmus test of whether this policy will still have any legitimacy in the future,” says Célia Nyssens, Senior Policy Officer for Agriculture and Food Systems, EEB.
Environmental ambitions set by the European Green Deal are integral to addressing biodiversity loss and climate change. However, these targets can not be met if current draft CAP plans that hurt the environment are approved. The series of thematic briefings published by Birdlife Europe and the EEB confirm that the European Commission must push for stronger CAP strategic plans that align with the Green Deal targets.
Key findings from the thematic briefings:
1. Grasslands in the new CAP: bad news for biodiversity and climate (June 2022):
New CAP conditionality leaves large areas of grasslands unprotected, including the most valuable ones. Even if protected, most grasslands are poorly managed. Management schemes that have potential to support sustainable management and protect biodiversity are underfunded, while most funds still support intensification. Measures that would encourage reduction of livestock are missing.
2. Soil and carbon farming in the new CAP: alarming lack of action and ambition (June 2022):
Draft CAP Strategic Plans fail to sufficiently protect EU soils and thereby fail to prevent further soil degradation and loss of soil organic matter. The conditionality requirements relevant to soils (GAEC 5, 6 and 7) are implemented too weakly by Member States to reduce soil threats and slow down soil degradation.
3. Space for nature on farms in the new CAP: not in this round (April 2022):
The analysis shows that the draft CAP strategic plans are unlikely to adequately contribute to reaching the 10% biodiversity target. The reasons include: low mandatory baseline, use of exemptions and weighting factors that inflate the real area. The ambition to support non-productive elements by voluntary schemes measured by indicator R.34 is blatantly inadequate and/or in many cases the area is overestimated.
4. Peatlands and wetlands in the new CAP: too little action to protect and restore (April 2022)
Draft CAP Strategic Plans currently fail to sufficiently protect wetlands and peatlands and thereby to safeguard the preservation of carbon rich soils. Unfortunately, GAEC 2 is implemented weakly by Member States and in some cases even delayed, thereby contributing to the destructive status quo of peatland drainage and intensive use for agriculture.
The European Environmental Bureau (EEB) is Europe’s largest network of environmental citizens’ organisations, standing for environmental justice, sustainable development and participatory democracy. Our experts work on climate change, biodiversity, circular economy, air, water, soil, chemical pollution, as well as policies on industry, energy, agriculture, product design and waste prevention. We are also active on overarching issues as sustainable development, good governance, participatory democracy and the rule of law in Europe and beyond.
We have over 160 members in over 35 countries.
Sistema sub-irrigazione. Nasce Underdrip innovativo sistema di sub-irrigazione di precisione, sviluppato e testato in collaborazione con il Politecnico di Milano e l’Università Cattolica sedi di Cremona e Piacenza e promossa da MartinoRossi SpA. Il sistema interrato ad alta efficienza consente di ridurre sino al 60% i consumi idrici e del 25% quelli di fertilizzanti, abbattendo il ricorso a diserbanti e fitosanitari.
Un contributo tutto italiano alla crescita sostenibile in agricoltura e di contrasto ai cambiamenti climatici, argomenti più che mai attuali e al centro della crisi idrica.
Momento di particolare tensione per il comparto agricolo nazionale
Da sempre il settore agricolo e interlocutore chiave per un uso sostenibile delle risorse naturali che contemperi il crescente fabbisogno alimentare con la tutela della biodiversità e il contrasto alle alterazioni climatiche.
Il pericolo della siccità dopo un inverno e una primavera avari di precipitazioni e i costi per energia e carburante schizzati alle stelle, infatti, rendono se possibile più amare le riflessioni sul tema della Giornata Mondiale dell’Ambiente: Only One Earth, ossia, non esistono alternative alle risorse del pianeta che ci ospita.
Underdrip: l’agricoltura innovativa che si prende cura dell’ambiente
Il settore agricolo italiano è costantemente alla ricerca di soluzioni sostenibili per non subire passivamente le emergenze climatiche. Nell’ambito nevralgico dei sistemi irrigui, il nostro Paese è particolarmente dinamico e al centro di progetti, sperimentazioni e tecnologie all’avanguardia mondiale.
Uno degli esempi più brillanti di questa agricoltura innovativa e che sa guardare lontano è Underdrip, la società ad hoc creata da Giorgio Rossi, Presidente di MartinoRossi S.p.A, azienda specializzata nella trasformazione di cereali e legumi da filiera controllata in farine, semilavorati e ingredienti funzionali allergen free destinati a soddisfare i laboratori e l’industria alimentare specializzata.
La missione di Underdrip, sistema testato in collaborazione con l’Università degli Studi di Piacenza e Milano, è quella di curare lo sviluppo e la diffusione dell’omonimo sistema di sub-irrigazione di nuova concezione che rende possibile un netto salto di qualità in termini di efficienza irrigua, produttività delle colture e drastico abbattimento dell’impatto sull’ambiente delle attività agricole.
Il sistema prevede l’interramento delle manichette su file parallele a una profondità variabile tra i 35 e i 50 cm a seconda delle tessiture del terreno, con memorizzazione GPS della posizione dell’impianto.
Acqua e fertilizzanti vengono rilasciati a bassa pressione in corrispondenza delle radici delle colture e si distribuiscono gradualmente, sfruttando la microporosità del suolo.
Solo la giusta quantità: vantaggi testati
La tecnologia di sub-irrigazione profonda Underdrip ha superato anni di sperimentazione su terreni agricoli pilota nei quali ha dimostrato di poter ridurre sino al 60% i consumi idrici, azzerando le perdite per evaporazione e gli sprechi dei sistemi tradizionali.
La distribuzione dell’acqua in prossimità degli apparati radicali stimola questi ultimi a crescere più in profondità, migliorando l’assorbimento dell’acqua e degli elementi nutritivi con conseguente incremento di vitalità e di resa produttiva delle colture.
La superficie del campo asciutta, inoltre, inibisce la crescita delle specie infestanti e riduce il rischio per le colture di sviluppare malattie fungine in grado di compromettere qualità e quantità del raccolto.
Ne consegue una minor necessità di fare ricorso all’irrorazione di diserbanti e prodotti fitosanitari.
Anche sotto il profilo della fertirrigazione, la maggiore efficienza di Underdrip consente di ridurre del 25% il ricorso ai fertilizzanti azotati, principali responsabili del rilascio dell’azoto nell’atmosfera e dell’inquinamento da composti azotati delle acque di falda.
Un ulteriore aspetto positivo del sistema è che permette di beneficiare dei vantaggi dell’agricoltura conservativa: la non necessità di rivoltare periodicamente il terreno favorisce la naturale capacità del suolo di stoccare anidride carbonica e lo aiuta a conservarsi fertile, vitale e compatto.
“Underdrip è un progetto nato dalla ricerca di una soluzione innovativa ed efficace che contribuisse a vincere la sfida di una crescita sostenibile in campo agricolo” – spiega Giorgio Rossi, Presidente di MartinoRossi S.p.A. e Fondatore della società Underdrip. “Ci siamo focalizzati sull’irrigazione perché è lo snodo che consente alle aziende agricole di gestire le situazioni sempre più frequenti di scarsità d’acqua e di spezzare il circolo vizioso che porta a rispondere alla minore fertilità dei suoli coltivati con interventi sempre più invasivi in termini di impatto sull’ambiente.”
Altri vantaggi pratici utilizzando il sistema Underdrip
Oltre 10 anni di sperimentazione hanno provato che Underdrip, associato a tecniche di semina su sodo, garantisce già dal primo anno un incremento del 10% della produttività, un dato destinato a crescere negli anni successivi e l’irrigazione controllata riduce lo stress delle piante dovuto all’eccesso o alla carenza di acqua, creando le condizioni favorevoli allo sviluppo vegetativo di qualsiasi coltura.
MartinoRossi Spa da 70 anni produce farine, granelle, semilavorati e ingredienti funzionali a base di cereali e legumi senza glutine, soia e Ogm, servendo i maggiori gruppi alimentari internazionali.
Oggi l’azienda rappresenta uno dei principali punti di riferimento a livello mondiale in fatto di ricerca e innovazione applicata al settore food.
Fast-food emissions and water management. A three-year global investor engagement with fast food giants has resulted in significant progress on climate target setting but has raised concerns for investors about the management of both emissions and water usage in the supply chain, according to a new progress report published today by the global investor network FAIRR and the sustainability organization Ceres.
Led by an $11 trillion investor coalition, the Global Investor Engagement on Meat Sourcing focused on six leading fast-food companies with a combined market cap of more than $281 billion: Chipotle Mexican Grill, Domino’s Pizza, McDonald’s, Restaurant Brands International (owners of Burger King), Wendy’s Co. and Yum! Brands (owners of KFC, Pizza Hut and Taco Bell). The coalition, which includes over 90 investors, urged companies to de-risk their meat and dairy supply chains by setting ambitious targets to reduce greenhouse gas emissions, while reducing water usage and their impacts on water quality.
The report, Global Investor Engagement on Meat Sourcing Progress Update 2022, reveals that all six fast food companies have now publicly set, or committed to set, science-based targets approved by the Science Based Targets initiative (SBTi) (*).
Chipotle has committed to reduce scope 1, 2 and 3 emissions by 50% by 2030.
The report also shows that well over 90% of these companies’ emissions come from scope 3 emissions where suppliers of meat and dairy products are a key concern and play a significant role. However, only two of the six firms, RBI and Yum!, disclosed total emissions derived from animal agriculture. Both companies listed meat and dairy suppliers as responsible for more than half (57% and 51% respectively) of their total emissions.
Investors warn this lack of transparency in the animal agriculture supply chain could undermine the efforts of food brands to tackle climate risk.
The Global Investor Engagement on Meat Sourcing was coordinated by FAIRR and Ceres.
Cristina Figaredo, Senior Manager, Research & Engagement at FAIRR, said: “Regulators and influential frameworks such as the Science Based Targets Initiative (SBTi) are tightening requirements for the food sector to report and act on climate. So, investors are very concerned that ambitious climate targets by fast food companies are not translating into action along the supply chain. The lack of alignment of supplier policies with corporate climate ambitions risks undermining the efforts of these high-street brands to tackle climate risk. Their performance on water is also alarmingly poor, and efforts to mitigate risks related to water scarcity and pollution have stagnated over the past year.”
Addressing risks to the global water supply
None of the fast-food firms have set enterprise-level targets to reduce water pollution and consumption across their supply chains (**).
This is despite the food industry ranking as the largest driver by far of water consumption, water pollution, and other water-related impacts globally. While some companies, including Wendy’s, McDonald’s and Yum!, have begun setting targets to address their water impacts in their operations, investors continue to stress that they are failing to address larger risks within the agricultural supply chain. This is especially important because the agricultural supply chain make up the bulk of companies’ water footprint. Domino’s’ 2020 materiality assessment found that the production of ingredients accounted for 88% of its overall water consumption.
Currently, RBI has not disclosed any efforts to analyse water risks in their operations, while McDonald’s is the only company that has conducted a comprehensive water risk assessment that includes its supply chain. This means five of the six companies may be unaware of how much water is being drawn from areas of high-water stress and resulting water scarcity risks.
Daniel Shepard, Senior Associate of Investor Engagement, Water at Ceres, said: “When investors come together to move companies to action on climate and water risks, we see the power of capital markets to accelerate the shift to a more just, sustainable economy. While there is much more to do, the results of this engagement show that we are making progress.
The time is now for companies to double down on their commitments and demonstrate real impact. We are particularly focused on advancing better water risk management in supply chains, an often overlooked, but equally important, side of the climate change coin.”
John Anzani, LAPFF Executive Committee Member, said: “For many years, fast food companies have been laggards when it came to acting on climate risk, so we are pleased to see that all six of these fast-food giants have now committed to Science-Based Targets – an increase from just two in 2020.
However, progress on water, a key impact in this sector is lagging. We will be working with other investors to help capital markets properly value water and manage water impacts across industries.”
Masaru Okubo, Senior Stewardship Officer at Sumitomo Mitsui Trust Asset Management, said: “It is imperative that companies implement strong policies governing how they source meat and dairy, and engage suppliers to align their supply chains with corporate targets on climate and water.”
(*) Wendy’s and Domino’s have confirmed they will submit targets for approval by SBTi. All other firms have had their Science-Based Targets set and approved by SBTi.
(**) Covering their own operations and throughout the value chain, including direct and indirect suppliers.
The FAIRR Initiative is a collaborative investor network, founded by Jeremy Coller, with a membership of $55 trillion assets under management. FAIRR works with institutional investors to define the material ESG issues linked to intensive livestock and fish farming systems and provide them with the tools necessary to integrate this information into their asset stewardship and investment decisions.
This includes the Coller FAIRR Index, the world’s first comprehensive assessment of the largest global animal protein companies on environmental, social and governance issues.
Ceres is a nonprofit organization working with the most influential capital market leaders to solve the world’s greatest sustainability challenges. Through our powerful networks and global collaborations of investors, companies, and nonprofits, we drive action and inspire equitable market-based and policy solutions throughout the economy to build a just and sustainable future.
Gruppo Crai per ambiente avvia 16 progetti di riqualificazione ambientale e forestazione, in collaborazione con AzzeroCO2 e Legambiente.
Si fa sempre più concreta l’attenzione del Gruppo CRAI per l’ambiente
Il 5 giugno, in concomitanza con la Giornata Mondiale dell’Ambiente, ha preso il via il nuovo programma di CSR dell’insegna che realizzerà 16 progetti di riqualificazione ambientale e forestazione con la messa a dimora di oltre 6000 alberi.
Le attività si inseriscono nella Campagna nazionale di forestazione Mosaico Verde, promossa da AzzeroCO2 e Legambiente.
Due le principali finalità: contrastare i cambiamenti climatici favorendo attraverso gli alberi il naturale assorbimento delle emissioni di CO2 e migliorare la qualità della vita in aree sottoposte a un forte stress ambientale.
Molti e importanti i benefici della riqualificazione delle aree, quali la mitigazione delle temperature e del rumore, il miglioramento della qualità dell’aria, il consolidamento del terreno, l’ampliamento della biodiversità vegetale e animale.
Un gesto concreto di CRAI che coinvolge 16 aree dislocate in diverse regioni d’Italia da Nord a Sud della Penisola.
“Ci impegniamo a restituire valore ai territori in cui operiamo sotto molteplici forme ed iniziative” – dichiara Marco Bordoli, Amministratore Delegato di CRAI Secom – “che apportino vantaggi concreti e duraturi alla comunità per essere nel cuore dell’Italia, come recita il nostro pay off. Siamo particolarmente orgogliosi di questo progetto di CSR nazionale che contribuirà a migliorare la qualità della vita nelle zone interessate dagli interventi. Un’operazione dalla forte valenza socio-ambientale che il Gruppo Crai ha supportato a tutti i livelli, sostenendone per intero il costo”.
Questa iniziativa di forestazione – che vede coinvolte le seguenti insegne del Gruppo: Crai, Caddy’s, Piumè, Proshop, Risparmio Casa, Vitulano – è coerente con l’approccio del Gruppo Crai alle attività di social responsibility, da sempre focalizzato sulle persone e sull’ambiente.
“Siamo orgogliosi di iniziare questo percorso con il Gruppo Crai. Grazie all’adesione del Gruppo alla Campagna Mosaico Verde abbiamo l’opportunità di dare il via a nuovi progetti volti alla rigenerazione ambientale dei territori italiani e alla tutela del patrimonio boschivo – ha dichiarato Sandro Scollato, Amministratore Delegato di AzzeroCO2 – Un contributo concreto che dimostra come le aziende possano fare la propria parte per lo sviluppo di un’economia sostenibile del Paese. L’iniziativa rientra nel progetto europeo ‘LIFE Terra’ che vede Legambiente come unico partner italiano e del quale noi siamo sostenitori”.
La campagna di lancio multi-soggetto ha preso il via il 31 maggio sui principali quotidiani nazionali e su tutti i media del Gruppo (radio CRAI, craiweb, craispesa online, e sui canali social del Gruppo Crai Facebook, Instagram).
La campagna di comunicazione realizzata dall’agenzia Mosquito e creativamente molto originale, prevede anche attività digital.
Gruppo CRAI è una realtà che si caratterizza da sempre per la capillarità della sua penetrazione sul territorio italiano. Oggi l’organizzazione, che opera sia nel settore food che nel settore drug, è presente in oltre 1.000 comuni d’Italia con oltre 3.000 punti vendita occupando circa 20 mila addetti.
Nel 2021 il Gruppo ha generato un fatturato stimato alle casse di circa 6 miliardi di euro.
Etichetta Consapevole per cibi di Too Good To Go si amplia: 50 milioni di prodotti sugli scaffali nel 2022 per sensibilizzare il consumatore sulla differenza tra “da consumare entro” e “da consumarsi preferibilmente entro”.
Il 74% degli italiani vorrebbe agire di più tra le mura domestiche e avere più strumenti per evitare lo spreco
L’app contro lo spreco alimentare, grazie alla sua campagna europea che punta a promuovere un’ulteriore specifica in etichetta per consapevolizzare i consumatori sul significato della dicitura “da consumarsi preferibilmente entro”, ha già coinvolto 10 milioni di prodotti presenti sugli scaffali nel 2021 e grazie all’impegno di 12 nuove aziende mira a espandere ulteriormente i numeri sul 2022
Too Good To Go, l’app contro gli sprechi alimentari, rinnova anche nel 2022 l’iniziativa Etichetta Consapevole: un’ulteriore aggiunta in etichetta della specifica “Spesso Buono Oltre”, accompagnata da alcuni pittogrammi esplicativi e dedicata ai prodotti con il TMC (ossia con la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro”) per incoraggiare i consumatori ad utilizzare i propri sensi prima di gettare un prodotto.
Sono 9 milioni le tonnellate di cibo sprecate ogni anno in Europa.*
Sono causate dalla scorretta interpretazione delle diciture, che equivalgono a più di 22 milioni di tonnellate di CO2e immesse nell’atmosfera.**
Un danno non solo economico, ma in primis ambientale derivato dall’errata comprensione della differenza tra data di scadenza (che in etichetta viene indicata dalla frase “da consumare entro”) e TMC.
Un’iniziativa che l’app anti-spreco ha lanciato ufficialmente già in 12 Paesi dell’Unione Europea (su 15 in cui è presente Too Good To Go) e che punta ad espandere sempre di più, soprattutto in Paesi molto sensibili al tema come l’Italia: da un survey condotto con il centro di ricerca statistico Epinion risulta infatti che l’84% della popolazione intervistata pensa che lo spreco alimentare sia un grosso problema e che il 74% vorrebbe fare di più per limitare lo spreco tra le mura domestiche.***
Solo nel 2021, grazie al coinvolgimento dei primi partner che hanno applicato l’Etichetta Consapevole su alcune delle loro referenze (Bel Group, Fruttagel, Granarolo, Gruppo VéGé, La Marca del Consumatore, NaturaSì, Nestlé, Raineri, Raspini Salumi, Salumi Pasini, Wami) sono stati immessi in commercio più di 10 milioni di prodotti, con l’obiettivo di sensibilizzare il consumatore ad utilizzare i propri sensi prima di gettare un alimento con il TMC passato, che potrebbe essere ancora perfettamente buono e adatto ad essere utilizzato. Un risultato che Too Good To Go intende almeno triplicare nel 2022: dallo studio portato avanti da Epinion risulta infatti che il 73% delle persone intervistate, dopo aver visto l’Etichetta Consapevole di Too Good To Go, si sentono ispirate a guardare, annusare, assaggiare il prodotto prima di gettarlo, contribuendo quindi ad avere un impatto diretto contro lo spreco alimentare a livello domestico e non solo.
Grazie ai nuovi partner che hanno aderito (ABBI Group, Biova Project, cameo, Circular Food, Delicatesse, Eridania, Ferrarini, Gruppo Montenegro, Mielizia, Olio Viola, Roncadin, Vallé) nel 2022 Too Good To Go mira a raggiungere 50 milioni di confezioni con Etichetta Consapevole in commercio solo in Italia.
“L’iniziativa Etichetta Consapevole è uno dei fondamenti dell’impegno di Too Good To Go contro lo spreco alimentare. Grazie alla nostra app, abbiamo già contribuito a salvare più di sette milioni e mezzo di Magic Box in Italia in soli tre anni dal lancio, ma è andando ad incidere (anche) sul comportamento domestico dei consumatori che faremo davvero la differenza. E le aziende, grandi e piccole, dell’agroalimentare stanno diventando sempre più sensibili al tema: con 23 partner aderenti e tanti altri che arriveranno nei prossimi mesi amplieremo sempre di più il messaggio e il nostro obiettivo di sensibilizzazione della popolazione italiana”, spiega Eugenio Sapora, Country Manager Italia di Too Good To Go.
Un traguardo che Too Good To Go mira a raggiungere anche grazie all’app: nelle Magic Box Dispensa – dei sacchetti di prodotti delle grandi marche che si stanno avvicinando alla scadenza e che presentano il TMC – fino alla fine di maggio è possibile trovare in ogni box un vademecum per evitare di gettare quei prodotti “spesso buoni oltre” che si trovano nelle cucine di casa.
Too Good To Go, nata nel 2015 in Danimarca con l’obiettivo di combattere lo spreco alimentare, l’applicazione è presente in 17 Paesi (Europa, Stati Uniti e Canada), conta oltre 56 milioni di utenti. Nel 2021, secondo il Report App Annie, Too Good To Go è stata l’app più scaricata in Italia nel settore Food & Drink.
Too Good To Go permette a bar, ristoranti, forni, pasticcerie, supermercati ed hotel di recuperare e vendere online – a prezzi ribassati – il cibo invenduto “troppo buono per essere buttato” grazie alle Magic Box, delle “bag” con una selezione a sorpresa di prodotti e piatti freschi che non possono essere rimessi in vendita il giorno successivo. Gli utenti della app non devono far altro che geolocalizzarsi e cercare i locali aderenti, ordinare la propria Magic Box, pagarla tramite l’app e andarla a ritirare nella fascia oraria specificata per scoprire cosa c’è dentro.
In Italia Too Good To Go è stata lanciata in oltre 600 comuni, conta quasi 6 milioni di utenti, ha permesso di salvare più di 7.5 milioni di pasti e di non emettere in atmosfera oltre 18.750 milioni di kg di CO2e.
* Commissione Europea, Market study on date marking and other information provided on food labels and food waste prevention, https://op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/e7be006f-0d55-11e8-966a-01aa75ed71a1/language-en
** Calcolo su dati FAO, per cui allo spreco di 1 Kg di cibo corrisponde l’emissione in atmosfera di 2,5 Kg di CO2 equivalente: https://www.fao.org/3/i3347e/i3347e.pdf
*** Indagine svolta dal centro di ricerca statistica Epinion su un campione di 1.000 intervistati a livello italiano e 12.077 intervistati a livello europeo.
Salvaguardia Antichi Semi Italiani. Nasce l’Alleanza per la Valorizzazione delle Antiche Sementi Italiane e del Mediterraneo (AVASIM), il consorzio internazionale di ricerca e promozione che vuole accogliere e aggregare tutti gli attori delle filiere agroalimentari delle antiche sementi italiane, dalla cerealicola a quella orto-frutticola, dalla vitivinicola alle erbe aromatiche, dalle oleose alle officinali.
E’ stata presentata la prima “Ricerca esplorativa sul settore dei semi antichi in Italia”, accompagnata dal Manifesto degli intenti e delle azioni per i semi antichi italiani e le loro filiere e dal bollino dei valori MAMA SEEDS® della filiera delle antiche sementi italiane e del mediterraneo voluti dal consorzio internazionale AVASIM.
Alla presentazione hanno partecipato il sen. Gilberto Pichetto Fratin, Vice Ministro dello Sviluppo Economico, il sen. Gian Marco Centinaio, Sottosegretario alle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Alessia Montani, Presidente AVASIM e Stefano Vaccari, Direttore generale CREA-Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria.
LA “RICERCA ESPLORATIVA SUL SETTORE DEI SEMI ANTICHI IN ITALIA”
Per la prima volta in Italia, l’indagine presentata fotografa un intero settore agroalimentare italiano in riferimento alle filiere delle antiche sementi autoctone, descrivendone: gli operatori attivi in Italia in tale ambito; il grado di interesse dei consumatori italiani verso i semi antichi e i prodotti derivati; le potenziali opportunità del settore (che comprende i già numerosi e importanti consorzi di produzione nazionali, aziende, cooperative, associazioni, contadini custodi, mulini, ecc.) in termini di contributo alla crescita economica del Paese e del Made in Italy, anche nell’ambito della sostenibilità e della transizione green in corso.
Una fotografia di un settore sul quale convergono sia gli interessi degli attori della filiera produttiva che dei consumatori finali, ma che resta ancora carente di una visione unitaria e strategica.
Evidenze della ricerca
Il comparto dei semi antichi è sommerso, frastagliato, difficile da quantificare e apparentemente ancora sottosviluppato. Inoltre, tenendo conto dell’alto interesse che i consumatori italiani hanno espresso per i semi antichi, emerge quanto significativo sia il potenziale di crescita di questo settore.
Tuttavia, l’attuale frammentazione della produzione e l’assenza di filiere che sappiano, con efficacia ed efficienza, mettere stabilmente in collegamento produzione, trasformazione, commercializzazione e promozione, rendono molto difficile se non impossibile uno sviluppo robusto in tale ambito.
«Abbiamo deciso di fondare l’Alleanza per la Valorizzazione delle Antiche Sementi Italiane e del Mediterraneo, AVASIM, consorzio internazionale che accolga e aggreghi tutti gli attori delle filiere agroalimentari delle antiche sementi italiane. Il nostro obiettivo è quello di contribuire a ridurre la frammentazione della produzione e a istituire filiere in grado di sviluppare, produrre e promuovere un’ampia offerta di prodotti da semi antichi italiani nel nostro Paese e nel mondo», ha affermato Alessia Montani, neoPresidente di AVASIM.
IL MANIFESTO PER I SEMI ANTICHI ITALIANI E LE LORO FILIERE E IL BOLLINO MAMA SEEDS®
In quest’ottica il consorzio internazionale AVASIM ha redatto il primo Manifesto per i semi antichi italiani e le loro filiere. Il documento, presentato insieme al rapporto, rappresentato simbolicamente dal bollino MAMA SEEDS®, individua gli intenti e le azioni per unire e compattare il comparto al fine di garantire la vitalità̀ del patrimonio culturale ed economico rappresentato dalle antiche sementi autoctone e dalle loro filiere, ivi comprese la loro identificazione, documentazione, ricerca, preservazione, protezione.
LA PROPOSTA NORMATIVA NAZIONALE DI TUTELA DELLE ANTICHE SEMENTI
Nella convinzione che l’heritage seeds economy abbia il potenziale, a oggi in larga parte ancora inespresso, e per rendere ancora più competitivo e distintivo il Made in Italy – in quanto quella delle antiche sementi autoctone è una filiera legata a doppio filo alla qualità, alla storia di luoghi unici, ai saperi e alle tradizioni contadini, alla cultura di scambio e di reciprocità tra comunità e generazioni – parte integrante del progetto del neonato consorzio AVASIM è la promozione di una proposta legislativa nazionale di tutela, a oggi assente.
«Attraverso un comitato tecnico-scientifico formato da docenti universitari e professionisti del diritto, stiamo promuovendo una proposta di legge con l’obiettivo di riconoscere e qualificare la natura originaria ed autoctona delle antiche sementi, il cd. MADE IN ITALY DEI SEMI, proteggerle da fenomeni di “italianità” fittizia e, in quanto patrimonio della collettività, dalla possibilità di brevettazione. Una norma che protegga non solo il processo di trasformazione enogastronomico italiano, ma ciò che vi è alla base, i nostri semi autoctoni. La tutela legislativa comprenderà un quadro normativo d’insieme che permetta (oltre che di qualificare l’originarietà del seme antico e proteggerlo) l’ingresso dei semi antichi all’interno del patrimonio culturale nazionale nell’accezione di beni culturali, fondamentali della tradizione agroalimentare italiana», ha aggiunto Alessia Montani.
Salvaguardia biodiversità. L’appello di Slow Food alla Convenzione dell’Onu e al governo italiano per un impegno nella salvaguardia della biodiversità. La perdita di questa risorsa mette a rischio la sicurezza alimentare per l’intera umanità.
In occasione della Giornata mondiale della Biodiversità che si celebra il 22 maggio, Slow Food lancia un appello alla comunità internazionale e chiede che si aumentino gli sforzi per mettere in salvo questa risorsa indispensabile alla sopravvivenza dell’umanità.
Il momento è strategico
I governi si riuniranno a giugno per definire il prossimo Piano strategico mondiale per la biodiversità, un piano che sarà poi adottato a ottobre dalla Convenzione Onu sulla diversità biologica (Convention on Biological Diversity – Cbd), a Kunming, in Cina, e che stabilirà impegni, azioni e investimenti dei prossimi dieci anni, con obiettivi a medio termine (2030) e a lungo termine (2050).
La biodiversità è il fondamento della produzione alimentare
Comprende specie e varietà di piante, razze animali, insetti, microrganismi, ma anche ecosistemi, conoscenze e culture. Riconoscerne il ruolo e l’importanza è fondamentale ai fini della sicurezza alimentare, dello sviluppo sostenibile e del sostentamento di molti servizi ecosistemici di vitale importanza.
Il sostegno ai sistemi alimentari agroecologici
«Il Piano strategico per la biodiversità globale non avrà alcuna efficacia se le istituzioni internazionali e i governi nazionali non includeranno il riconoscimento e la promozione dei sistemi alimentari agroecologici come soluzione per invertire il collasso della biodiversità e per affrontare la crisi climatica e quella sanitaria. In Italia, il riconoscimento della tutela della biodiversità nella Costituzione ha rappresentato un cambiamento epocale, è importante adesso adottare azioni concrete» afferma Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia. «Agli agricoltori che praticano l’agroecologia dev’essere garantito un riconoscimento istituzionale e politico. I contadini devono essere sostenuti nel passaggio verso l’agroecologia con misure molto concrete: servizi, snellimento della burocrazia, formazione, scambi di esperienze, ma anche sostegni finanziari».
Slow Food propone di assegnare finanziamenti pubblici a chi lavora per il bene comune
Il sostegno economico dei governi dovrebbe essere concesso soltanto ai sistemi di coltivazione agroecologica che producono cibo contribuendo alla sostenibilità socio-culturale, economica e ambientale delle loro aziende agricole e dei territori in cui operano. Il Piano strategico mondiale per la biodiversità deve affrontare i numerosi fattori che causano la perdita di biodiversità: la progressiva concentrazione delle filiere alimentari in pochissime multinazionali, i sistemi di coltivazione e allevamento sempre più intensivi, il consumo crescente di prodotti ultraprocessati, gli sprechi e, infine, la convinzione che la tecnologia possa risolvere ogni problema.
La situazione in Italia
«Se guardiamo all’Italia, non esiste un monitoraggio della biodiversità legata al cibo. Solo studi parziali, analisi regionali e, spesso, dati discordanti. Ma è possibile capire quel che sta succedendo partendo da alcuni casi» sottolinea Serena Milano, segretaria della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus.
Alla fine del secolo scorso si coltivavano oltre 400 varietà di frumento, ma già negli anni ’90 solo 8 varietà rappresentavano l’80% del seme impiegato e oggi, soprattutto per il frumento tenero, gran parte delle varietà sono brevettate da poche multinazionali.
Lo stesso può dirsi per le varietà locali di alberi da frutto, che si trovano solo presso vivai molto piccoli che riescono con difficoltà a mantenere una rete di agricoltori impegnati nella produzione del seme. O per le razze animali, ormai estinte o in grave riduzione. Basti pensare che in Italia 12 razze bovine contano meno di mille femmine, sette sono minacciate e cinque sono in una situazione critica.
Secondo Slow Food la biodiversità non è un catalogo di rarità gastronomiche, ma è una risposta concreta a emergenze ed esigenze quotidiane: «Le varietà locali, le razze locali, i prodotti trasformati che se ne ricavano non sono solo poesia, arte e tecnica, paesaggio. Ma sono anche economia, lavoro per i giovani, cura del territorio, terreni abbandonati che vengono recuperati, cura della montagna e delle aree marginali. Conservare un’ampia variabilità genetica è indispensabile per mantenere un sistema agricolo in grado di sfamare il pianeta, facendo fronte alla crisi climatica, alle pandemie e alla carenza di risorse naturali.
Come riferisce il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, gli Stati e le organizzazioni internazionali hanno l’obbligo e la responsabilità di affrontare la perdita di biodiversità e degli habitat, di evitare che ciò abbia un impatto negativo sui diritti umani e di assicurarsi che le azioni di contrasto alla perdita di biodiversità siano eque e sostenibili» aggiunge Milano.
Cosa è la UN Cbd e perché il Piano strategico è fondamentale
La Convenzione è spesso considerata, nell’ambito della biodiversità, l’equivalente dei negoziati sul cambiamento climatico, e infatti il piano strategico mondiale per la biodiversità post-2020 è stato soprannominato l’Accordo di Parigi della biodiversità. Sarà seguito, negli ultimi mesi del 2022 (le date sono ancora da confermare), dai negoziati finali a Kunming, in Cina. L’adozione del Piano strategico mondiale per la biodiversità post-2020 dovrebbe fornire una visione strategica e un piano d’azione globale per la conservazione, la protezione, il ripristino e la gestione sostenibile della biodiversità e degli ecosistemi nei prossimi dieci anni.
Cosa fa Slow Food a tutela della biodiversità
Da oltre 30 anni Slow Food mette in atto in tutto il mondo progetti concreti per tutelare la biodiversità. Fra questi i Presìdi e l’Arca del Gusto, volti a salvare e valorizzare produzioni di piccola scala, varietà e razze che rischiano di scomparire.
Ma anche i Mercati della Terra e l’Alleanza Slow Food dei cuochi.
– 350 Presìdi Slow Food e 2500 produttori coinvolti
– 1107 prodotti italiani catalogati sull’Arca del Gusto
– 44 Mercati della Terra
– 475 realtà ristorative nell’Alleanza Slow Food dei Cuochi, fra cui 8 scuole alberghiere e una società di ristorazione collettiva
– 450 orti scolastici in 163 Comuni
Presidio Mieli Alta Montagna. Il Presidio Slow Food dei mieli alpini d’alta montagna si allarga. Otto nuovi apicoltori in due regioni d’Italia.
Sette produttori in Friuli-Venezia Giulia e uno in Trentino-Alto Adige aderiscono al progetto che da anni tutela le produzioni di miele oltre i 1400 metri
Sopra i 1400 metri d’altitudine il castagno non lo si trova, così come l’acacia e il tiglio. Non sono piante qualsiasi, ma quelle che normalmente sono coinvolte nella produzione di miele in nord Italia. E allora perché parlare di miele sopra i 1400 metri? Perché Slow Food da anni tutela gli apicoltori che decidono di produrre miele in alta montagna. L’omonimo Presidio, negli ultimi tempi, si è allargato: sette apicoltori in Friuli-Venezia Giulia e uno in Trentino-Alto Adige sono entrati a farne parte. Le tipologie di miele prodotte lungo l’arco alpino sono tre: di rododendro, di millefiori e di melata di abete.
Perché fare il miele così in alto?
L’assenza delle piante tipicamente legate all’apicoltura, e dalle quali le api ricavano il nettare che diventerà miele, rende molto difficile fare apicoltura in alta montagna. E allora perché farla? E perché un Presidio Slow Food? I motivi sono diversi, vediamo di spiegarli uno per uno.
1. Primo: perché le api sono fondamentali per l’impollinazione
Che le api (così come altri insetti) svolgano un ruolo fondamentale per l’impollinazione non è un segreto: volando da un fiore all’altro per cibarsi del nettare, contribuiscono a trasportare il polline dall’antera (la parte maschile delle piante) allo stigma (cioè la parte femminile), dando il La alla riproduzione di semi. Questa funzione, naturalmente, la svolgono anche alle quote più alte dove, senza il loro lavoro, rododendri, campanule, lupinelle e trifogli fiorirebbero con più difficoltà, affidandosi al vento o al lavoro di altri insetti come bombi e api selvatiche. Le api, insomma, giocano un ruolo importante nell’impollinazione delle aree montane; e l’apicoltura, evidentemente, favorisce questo processo.
2. Secondo: perché fare apicoltura in alta quota contribuisce alla cura della montagna
Un’altra ragione che ha spinto Slow Food ad avviare il Presidio dei mieli di alta montagna alpina è il fatto che l’apicoltura genera cura del territorio: un po’ come accade con l’allevamento, che assicura benefici ai prati dove gli animali pascolano durante l’alpeggio, anche produrre miele è un modo per combattere l’abbandono e l’impoverimento delle Terre Alte e scongiurare l’avanzata incontrollata dei boschi, un fenomeno che (a differenza di quanto possa sembrare) non è positivo ma rischia di generare problemi di gestione del territorio, come frane, smottamenti, incendi.
3. Terzo: perché il miele d’alta montagna è buonissimo
E poi i mieli di alta montagna sono eccezionali. Il profumo delicato li accomuna tutti, ma ciascuno ha caratteristiche che li distingue dagli altri: quello di rododendro e il millefiori sono più freschi e raffinati, perfetti per accompagnare pecorini stagionati o erborinati; quello di melata, dal colore quasi nero, ha un sapore più aromatico che ben si sposa con formaggi di media stagionatura.
Anche mieli dello stesso tipo sono profondamente diversi a seconda della zona geografica dove si trova la pianta: da ovest a est, dal Piemonte al Friuli-Venezia Giulia, il miele di rododendro ad esempio ha proprietà organolettiche differenti, anche perché le piante crescono ad altitudini diverse a seconda delle caratteristiche del terreno. Insomma, una biodiversità nella biodiversità!
Un modello di apicoltura da difendere
Produrre miele in alta montagna non è semplice, perché i raccolti sono quantitativamente scarsi: quando l’annata è buona (capita una volta ogni quattro o cinque anni), ci si assesta su pochi quintali. Il miele di melata d’abete non si fa neppure tutti gli anni, quello di rododendro è così raro che è una peculiarità quasi esclusivamente italiana. Eppure c’è chi crede in questo lavoro: i produttori coinvolti dal Presidio Slow Food oggi sono una cinquantina in cinque regioni: Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige e nella zona carnica del Friuli-Venezia Giulia. Il recente allargamento verso est, reso possibile dal sostegno di Ricola, rappresenta un importante sviluppo del progetto che consente di abbracciare l’intero arco alpino.
Chi investe nell’apicoltura ad alta quota lo fa perché conosce l’importanza delle api e l’eccezionalità delle produzioni: «In un vasetto di miele ci sono ore di lavoro, competenza tecnica, conoscenza e profondo rispetto per lo straordinario lavoro di questi insetti» spiega Alexandra Moretti, apicoltrice e coordinatrice del gruppo di produttori del Friuli Venezia-Giulia. «Con gli altri produttori del Presidio Slow Food condividiamo le metodologie di lavorazione e lo stesso approccio verso le api». Le fa eco Maria Luisa Zoratti, che nella stessa regione è referente Slow Food del Presidio: «La nostra priorità è sostenere la comunità di apicoltori che contribuisce al mantenimento della biodiversità dei prati e dei pascoli di alta montagna, da tempo soggetti all’abbandono. Lo spopolamento delle aree montane può essere contrastato: noi lo facciamo incentivando attività produttive sostenibili e amiche dell’ambiente».
E’ conveniente produrre?
Senza sostenibilità economica non esiste sostenibilità ambientale, è chiaro: ma quindi salire fino a 1.400 metri per produrre miele conviene oppure no? A rispondere ci pensa Mauro Pizzato, responsabile del progetto miele di Slow Food: «Nessuna delle aziende che aderiscono al Presidio è basata a quelle altitudini – spiega –. Laboratori e arnie si trovano a quote più basse, a media montagna oppure in collina e pianura, e gli apicoltori praticano quello che potremmo definire nomadismo a corto raggio, movimentando poche casse. Ciò che fanno, in altre parole, è sì spostare le api seguendo le fioriture, risalendo la montagna man mano che la stagione si fa più calda, ma rimanendo sempre all’interno della propria area di riferimento». Niente spostamenti da centinaia di chilometri che, oltre a mettere le api in condizioni di enorme stress, potrebbero alterare equilibri delicati.
Il Presidio Slow Food dei mieli di alta montagna alpina è sostenuto da Ricola.
Contribuisci anche tu a sostenere i progetti di Slow Food a tutela delle api e degli impollinatori, partecipa all’iniziativa Ogni Ricola vale.
Partecipa all’iniziativa Slow Food Flower Power: prepara una flower ball e lanciala in mezzo a un prato, gli insetti impollinatori ringrazieranno. Scopri i dettagli sul sito di Slow Food.
OGM regole ed etichette. Slow Food Italia, insieme a Slow Food Europe, Slow Food Deutschland e Slow Food Nederland, si unisce alla campagna europea #IChooseGMOFree promossa da oltre 40 associazioni in tutta Europa. Si chiede che venga mantenuta la normativa in materia di Ogm anche per i nuovi Ogm, conosciuti in Italia come Tecniche di Evoluzione Assistita, TEA
«C’è un gran dibattere a livello europeo sui nuovi Ogm. È essenziale che gli italiani, così come i cittadini degli altri Paesi europei, capiscano cosa c’è davvero in gioco: il rischio è che l’etichettatura dei nuovi Ogm non sia più obbligatoria. Un passo che sarebbe anti democratico e in piena contraddizione con gli impegni di trasparenza presi dall’Unione europea affinché i cittadini possano compiere le proprie scelte alimentari consapevolmente. Chiediamo quindi che vengano applicate le regole in vigore per garantire la tracciabilità, i test sulla sicurezza e una vera libertà di scelta per i consumatori e per gli agricoltori. Deregolamentare i nuovi Ogm significa limitare inequivocabilmente la possibilità di scegliere cibo e colture libere da Ogm. E invaliderebbe miseramente ma concretamente la conversione verso un’agricoltura davvero ecologica. Ci rivolgiamo quindi ai nostri ministri e ai deputati europei affinché ascoltino e rispondano alle fondate istanze dei cittadini!» sottolinea Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia.
È questo il senso della petizione lanciata da Slow Food Italia e rivolta ai politici nazionali e ai membri del Parlamento europeo, chiamati a prendere posizione e ostacolare il piano della Commissione europea che ha manifestato l’intenzione di deregolamentare i nuovi Organismi geneticamente modificati (Ogm, conosciuti in Italia anche come Tecniche di evoluzione assistita, TEA).
Fermiamo la deregolamentazione dei nuovi Ogm
Le lobby e le multinazionali agroalimentari hanno cercato per anni di convincere le istituzioni europee a escludere i nuovi Ogm dall’attuale regolamentazione europea sui semi transgenici di vecchia generazione. Lo scopo è rendere i nuovi Ogm non rintracciabili, non etichettati ed esenti dalla valutazione dei loro rischi. In altre parole, agricoltori, produttori, dettaglianti e consumatori non sarebbero più in grado di rifiutare i prodotti Gm e optare per scelte libere da Ogm.
La Commissione europea rischia di commettere un grave errore con il risultato di agevolare lo sviluppo e la commercializzazione di nuovi Ogm da parte dell’industria agro-biotecnologica. Nel 2020 la Commissione ha pubblicato uno studio che mostra il chiaro desiderio di deregolamentare i nuovi Ogm e diversi Paesi europei sembrano essere a favore di questa proposta.
Poiché la Commissione europea prevede di presentare una proposta per regolamentare i nuovi Ogm nei prossimi mesi, chiediamo a ogni cittadino dell’Ue di firmare la nostra petizione per sollecitare i decisori politici europei e nazionali a prendere una posizione contro qualsiasi tentativo di modificare la legislazione Ue esistente. Gli Stati membri e il Parlamento europeo avranno infatti il potere di adottare o respingere la proposta di una nuova legislazione da parte della Commissione.
Si tratta di un’importante opportunità per i cittadini europei di far ascoltare la propria voce su un argomento che avrà un impatto diretto sulla loro vita quotidiana. Dobbiamo mobilitarci contro il progetto dell’industria agroalimentare di sbarazzarsi delle regole di etichettatura e di avere minori controlli di sicurezza. Mantenere queste regolamentazioni significa permettere ai consumatori di informarsi e di prendere decisioni consapevoli sul cibo che mangiano, e dare la possibilità ad agricoltori, allevatori e aziende di trasformazione alimentare di indicare se un prodotto è un Ogm o contiene ingredienti Gm.
Perché la Commissione europea vuole deregolamentare i nuovi Ogm?
Per decenni, agli agricoltori e ai cittadini è stato detto che gli Organismi geneticamente modificati possono aiutare a combattere gli effetti del cambiamento climatico sull’agricoltura. Secondo l’industria delle biotecnologie agricole, l’ingegneria genetica che si occupa di geni di piante, animali e altri organismi viventi, rivoluzionerà il modo di fare agricoltura. Permetterà cioè agli agricoltori di continuare a coltivare specie che grazie a nuovi tratti genetici saranno in grado di difendersi dalle pressioni del cambiamento climatico. Questi “nuovi Ogm” sono presentati come semplici tecniche moderne di selezione delle piante, ma tale dichiarazione è falsa: in realtà, le sementi prodotte con nuove tecniche Gm come CRISPR/Cas9 sono potenzialmente pericolose per la biodiversità e per l’ambiente e non hanno posto alcuno nell’agricoltura rispettosa della natura. La Commissione europea sta commettendo un grave errore per favorire i giganti multinazionali dell’industria agro-biotecnologica.
La deregolamentazione dei nuovi Ogm renderà il sistema alimentare europeo sostenibile?
In un rapporto pubblicato nell’aprile 2020, la Commissione europea sostiene che i nuovi Ogm potrebbero contribuire a implementare la sostenibilità delle produzioni alimentari e dovrebbero quindi essere esentati dalle leggi dell’Ue sugli Ogm. Tuttavia, questa affermazione non è adeguatamente comprovata e si basa su promesse non verificabili da parte degli sviluppatori di Ogm e dei gruppi di interesse associati. Inoltre, l’agricoltura Gm favorisce lo sviluppo di monocolture intensive e non affronta in alcun modo le cause alla base di sistemi alimentari insostenibili.
Slow Food ha una posizione di lunga data contro gli Ogm a causa dei rischi che presentano per la biodiversità, delle minacce che pongono ai mezzi di sussistenza e alla sovranità dei piccoli agricoltori e del fatto che sono incompatibili con un sistema agricolo basato sull’agroecologia.
Potremo continuare a scegliere alimenti privi di Ogm se saranno deregolamentati?
Nel 2018, la Corte di giustizia europea (CGCE) ha stabilito che i nuovi Ogm rientrano nel campo di applicazione della legislazione Ue sugli Ogm del 2001 secondo il principio di precauzione. Ciò significa che sono soggetti all’autorizzazione dell’UE, alla valutazione del rischio, all’etichettatura degli Ogm e alla tracciabilità per garantire agli agricoltori, ai produttori alimentari e ai consumatori il diritto di sapere se un prodotto alimentare contiene organismi Gm o meno. Eppure ora la Commissione europea vuole cambiare la legge per escludere alcuni Ogm dai regolamenti Ogm dell’Ue, il che significa che queste regole non si applicherebbero più e l’etichettatura dei nuovi Ogm potrebbe non essere più obbligatoria. Così facendo agricoltori, produttori di cibo, dettaglianti e consumatori non potranno più rifiutare i prodotti Gm e optare per scelte senza Gm.