Soffitto di cristallo: a che punto siamo? La IV edizione della survey Wyser. Per metà del campione è una cultura aziendale a fare la differenza nel superamento del soffitto di cristallo, non basta la presenza di donne in ruoli strategici. Per il 60% la flessibilità oraria è tra gli strumenti più utili a conciliare sfera lavorativa e familiare, ma le donne puntano sempre più su un equo congedo parentale. Il PNRR un’opportunità: investire più sui piani asilo nido (40%) che sulle certificazioni di genere (7%).
Sono passati 44 anni da quando l’espressione “soffitto di cristallo”, usata per la prima volta da Marilyn Loden, è entrata nel vocabolario comune per esprimere l’insieme delle barriere culturali che limitano opportunità, ambizioni e carriere delle donne. In questo arco di tempo sono state tante le azioni politiche, istituzionali e aziendali per colmare queste disparità, ma la situazione appare ancora lontana da un’effettiva gender equity.
Anche quest’anno Wyser, brand globale di Gi Group Holding specializzato in ricerca e selezione di profili di middle e senior management, ha lanciato una survey sul tema del soffitto di cristallo per indagarne gli effetti concreti sulla sfera professionale delle donne e contribuire a individuare delle soluzioni.
A cosa viene associato il soffitto di cristallo?
Per il 37% (43% delle donne vs 30% degli uomini) è un fenomeno legato a stereotipi e pregiudizi presenti ancora oggi nei luoghi di lavoro e per il 22% all’assenza di donne in posizioni decisionali.
Tuttavia, e come hanno dimostrato anche recenti fatti di cronaca, tra le caratteristiche a livello organizzativo aziendale che favoriscono l’abbattimento del soffitto di cristallo, la presenza di un management in prevalenza femminile (15%) sembra essere meno importante rispetto allo sviluppo di una più ampia cultura aziendale che ponga il focus su welfare e wellbeing (46%).
Infine, il 21% riassumerebbe il soffitto di cristallo come scarsa meritocrazia e l’11% come un bivio ancora attuale tra figli e carriera.
Conciliazione famiglia-lavoro: quali misure per supportarla?
Larga parte del campione intervistato sottolinea l’importanza della possibilità di gestire con relativa autonomia tempi e luoghi di lavoro. Per il 60%, infatti, la misura principale resta la flessibilità oraria, seguita dalla possibilità di lavorare da remoto (38%).
Meno rilevanza viene data al lavoro part-time (10%).
La necessità di coniugare vita familiare e professionale per poter superare gli ostacoli alla carriera passa però anche attraverso la possibilità di usufruire di asili nido (30% dei rispondenti) e da una più equa distribuzione del congedo parentale, coinvolgendo anche i padri (22%). Riguardo quest’ultima misura, sono le donne a esprimere una maggiore preferenza (27%) rispetto agli uomini (15%). Dato che può essere giustificato dai dati Istat 2020 che hanno visto il 79% delle donne con figli, otto su dieci circa, far richiesta per i congedi parentali, contro un ben più modesto 21% dei padri.
“I dati sul soffitto di cristallo, che proviamo a monitorare con cadenza regolare, suggeriscono ancora una volta che si tratta di un problema legato anche al tessuto culturale della società e non solo a una mera disparità sul mercato del lavoro” – dichiara Carlo Caporale, AD Wyser Italia – “Se proviamo a fare una comparazione, l’utilizzo del remote working come misura a supporto delle donne ha perso 5 punti percentuali nel corso degli ultimi due anni, proprio quelli in cui l’utilizzo è stato maggiore (43% del 2020 vs 38% oggi). Anche la richiesta di maggiore elasticità oraria, seppur molto alta (60%) è nettamente inferiore all’84% espresso nel 2020. Il dato più eclatante a mio avviso resta quello di un equo congedo parentale che dal 7% è balzato al 22% a prova inequivocabile, soprattutto dopo l’esperienza della pandemia, che il supporto alle donne che hanno necessità di conciliare vita familiare e carriera non può essere espresso solo attraverso una riduzione del tempo lavorativo o il trasferimento da una scrivania in ufficio ad una in casa, ma necessita di un sostegno pratico e una sensibilizzazione culturale sia della società sia della singola organizzazione”.
Quale apporto potrebbe avere il PNRR sull’equità di genere?
Il PNRR prevede di raggiungere, entro il 2026, un incremento del 5% nella classifica dell’Indice sull’uguaglianza di genere elaborato dall’omonimo Istituto europeo (EIGE) che oggi vede l’Italia classificata al quattordicesimo posto tra i Paesi UE (il nostro Paese ha infatti raggiunto un punteggio di 63,5 su 100, cioè 4,4 punti sotto la media europea).
Delle diverse misure previste, vengono preferite quelle che hanno un impatto diretto e concreto sulla vita professionale: più di 1/3 (36%) utilizzerebbe le risorse stanziate per la creazione di un fondo per il sostegno della parità salariale di genere e ben il 40% investirebbe sullo sviluppo di piani asilo e potenziamento dei servizi dedicati alla fascia 0-6. Meno incisive o prioritarie la proposta di “Gender Procurement” (7%) e il supporto all’imprenditorialità femminile (5%).
Continua Carlo Caporale: “Il PNRR deve essere un’opportunità per pensare sul lungo periodo ed investire sulla cultura aziendale e formazione delle donne per un accesso più lineare a quelle posizioni, ma anche a quelle professioni, che ad oggi sono ad appannaggio principalmente maschile. Istituzioni ed aziende non possono far a meno di collaborare ed allinearsi. All’interno del nostro Gruppo abbiamo aderito al progetto Women4 proprio per sostenere e promuovere la carriera delle donne in settori che sono prevalentemente appannaggio maschile, come logistica, mechanics e ICT”.
Gender Pay Gap: a chi spetta il compito di cambiare le regole del gioco?
Un tema collegato al soffitto di cristallo è quello del gender pay gap, che – anche come rivela la survey – necessita di un’azione combinata di diversi attori. Per il 45% spetta in primis alle istituzioni, con incentivi e sgravi fiscali o una normativa ad hoc. Per il 42%, invece, la riduzione del divario passa attraverso politiche aziendali di trasparenza retributiva.
“Ritengo che il ruolo che ricopre una realtà come Wyser, e più in generale Gi Group Holding, e la consapevolezza che la nostra attività ha un impatto sulla vita e sulla carriera delle persone, ci richiamino alla responsabilità di dare un contributo concreto nel rendere il mercato del lavoro più sostenibile quindi più inclusivo” conclude Caporale.
Wyser è il brand globale di Gi Group Holding che si occupa di ricerca e selezione di profili di middle e senior management. Nata in Italia nel 2013, nel corso degli anni si sviluppa in modo capillare sul territorio nazionale con le seguenti sedi: Milano, Torino, Padova, Bologna, Roma.
Nel mondo è presente in 13 paesi, oltre che in Italia, è attiva in Brasile, Bulgaria, Cina, Francia, Ungheria, Polonia, Portogallo, Romania, Russia, Serbia, Spagna e Turchia.
Plastic Revolution: Ridurre. Decofilm racconta la verità e solo la verità su pro e contro di ogni soluzione oggi tecnologicamente disponibile, perché i produttori possano scegliere consapevolmente il film per packaging adatto alle loro esigenze, e a quelle dell’ambiente.
Ridurre gli spessori
Le strade finora intraprese si basano innanzitutto sulla riduzione degli spessori.
Lo spessore è misurato in micron e influisce sulla trasparenza, consistenza ed effetto barriera del film.
Ridurre lo spessore del film significa diminuire l’utilizzo di materie prime ed alleggerire il prodotto finale, incidendo meno, a causa del peso inferiore, sulla produzione di C02 prodotta dal trasporto su ruota.
È necessario trovare il giusto equilibrio tra la riduzione dello spessore ed il mantenimento delle caratteristiche tecniche del materiale, considerando in maniera primaria anche – naturalmente – la tipologia dei polimeri coinvolti. Tutto questo per assicurare una riciclabilità REALE.
La produzione tradizionale propone spesso prodotti trattati con termoindurenti (crosslinked), e che risultano per questo poi effettivamente non riciclabili.
Anche l’uso di polimeri di densità superiore a 1 g x cm3 crea lo stesso problema di impossibilità, per il film, ad essere reinserito nei cicli produttivi dopo il primo uso (oltre a non permettere al materiale, in caso di smaltimento scorretto in mare, di galleggiare e quindi essere recuperato).
Naturalmente, per le aziende, è più conveniente utilizzare soluzioni conosciute e rodate, la ricerca e la sperimentazione sono sempre rischiose ed economicamente impegnative, ma sono anche gli unici atteggiamenti che permettono un progresso.
Attenzione!
Spesso, in commercio, vengono venduti film per packaging dallo spessore ridotto che, però, perdono acune caratteristiche termiche e costringono ad usare un eccesso di energia per la saldatura o la retrazione
L’onestà nei confronti dei clienti ci obbliga a tenere conto dei difetti nascosti. Non accontentatevi di analisi e informazioni parziali!
La soluzione Decofilm
La nostra gamma DECOFILM DECOLINE risponde in maniera completa ed efficiente all’esigenza di riduzione degli spessori. In particolare DECOFILM DCLP Performance è il nostro film per packaging dallo spessore ridotto (solo 9 micron) in grado di soddisfare i clienti che vogliano agire in maniera significativa a favore del business e della natura.
Adatto per applicazione nei settori industriali e alimentari, conserva immutate le caratteristiche necessarie per obbedire alle regole dell’economia circolare.
Restiamo ancora una volta nella “R” di “RIDURRE” per capire cosa DAVVERO comporta per i produttori e gli utilizzatori di film per #packaging.
Per ottenere un film per packaging davvero green e sostenibile, RIDURRE significa:
RIDURRE IL PESO SPECIFICO AL DI SOTTO DELLA SOGLIA DI 1 GR X CM3
Perché? 1 grammo per cm3 è la densità dell’acqua. Produrre un film con densità più bassa significa permettergli di galleggiare e quindi poter separare, in bagno d’acqua, i prodotti di scarto più pesanti da quelli che invece galleggiano.
Ad oggi, in sostanza, tutti prodotti di densità superiore vengono eliminati ed non riciclati (PA, PET, PLA…), mentre i prodotti “leggeri” vengono riciclati (PP, PE, POF…).
RIDURRE LO SPESSORE DEI FILM PLASTICI
Produrre un film con spessori intorno ai 9 micron significa utilizzare meno materia prima per produrlo e quindi anche ridurre le tasse legate al peso venduto (Conai).
È necessario adeguare lo spessore del film plastico all’applicazione cui è destinato, per evitare di sovra-dimensionarlo alle necessità (chiedeteci consiglio, siamo qui anche per questo).
RIDURRE L’EMISSIONE DI C02
La produzione di 1 kg di POF fossile genera 3 kg di C02, contro i 2 kg consumati dalla produzione di 1 kg di POF Bio based. Una differenza di circa 5 kg di CO2 ben evidenzia la necessità di utilizzare dei green. Noi lo facciamo con Decogreen, prodotto dalla canna da Zucchero, che si è meritato la certificazione “I’m Green” (Braskem).
RIDURRE L’USO DI TRATTAMENTI NON IDONEI AL RICICLAGGIO
L’irradiamento delle strutture PE, spesso fatto per rendere il film più trattabile dal punto di vista meccanico, lo rende però termo-indurente e quindi non più trasformabile in granulo (e dunque riutilizzato). Inoltre lo stesso irradiamento aumenta le temperature necessarie di retrazione e di saldatura causando una maggiore richiesta di energia (+30% in confronto a un film non irradiato).
Device per gestione rifiuti Panasonic TOUGHBOOK. Per molti, ricordarsi il giorno in cui preparare i sacchi e assicurarsi di aver ben separato i materiali riciclabili è il massimo a cui pensare in materia di rifiuti.
Quando il sistema di raccolta funziona lo diamo per scontato, ci viene in mente solo quando c’è uno sciopero occasionale e la spazzatura comincia ad accumularsi nelle strade, o ci dimentichiamo di mettere fuori i bidoni in tempo così non vengono svuotati.
La gestione dei rifiuti rappresenta invece un grosso problema in tutta Europa
Incredibilmente, ogni anno un europeo medio produce 5 tonnellate di immondizia; di queste, in UE solo il 38% viene riciclato, e in alcuni Paesi oltre il 60% dei rifiuti domestici finisce ancora in discarica. Per ridurre queste cifre, l’Unione Europea ha definito delle politiche ambiziose: l’obiettivo è di raggiungere entro il 2050 un’economia a zero emissioni di carbonio, sostenibile dal punto di vista ambientale, toxic-free e completamente circolare. Visto che la gestione dei rifiuti è spesso sotto il controllo delle autorità locali, già sottoposte a pressioni sul bilancio, un elemento essenziale per il successo si baserà su servizi di raccolta più efficaci ed efficienti.
La tecnologia può aiutare
Per molti anni i giri di raccolta della spazzatura non hanno subito cambiamenti radicali. Gli addetti alla raccolta dell’immondizia seguono esattamente lo stesso percorso, raccogliendo i bidoni lo stesso giorno ogni settimana. Ma l’introduzione di applicazioni software intelligenti, e di tecnologie informatiche mobili, sta iniziando a cambiare radicalmente questo approccio.
ALLOY – Piattaforma connessa di gestione delle risorse
La più recente tecnologia per la gestione dei rifiuti può essere posizionata sulle cabine dei mezzi per fornire alle squadre di raccolta, ai supervisori operativi e al personale del call center una visione d’insieme di qualsiasi problema in tempo reale, aiutando la comunicazione e la collaborazione. Per esempio, l’utilizzo di tablet rugged equipaggiati con ALLOY di YOTTA – la piattaforma connessa per la gestione degli asset – rappresenta una soluzione ideale per i fornitori di servizi di gestione dei rifiuti. Il software viene utilizzato in cabina per tracciare in tempo reale i progressi e comunicare con le squadre di raccolta, contribuendo così a ridurre i reclami e individuare le risoluzioni più rapide.
L’aggiunta di sensori e tecnologie di controllo collegate ad ALLOY tramite IoT (Internet of Things) può portare un nuovo livello di opportunità per migliorare la fornitura del servizio. Per esempio, le autorità locali fanno sempre più affidamento su sensori di riempimento, geolocalizzazione, Beacon Bluetooth e rilevamento automatico della posizione per ottimizzare i propri servizi di gestione dei rifiuti. Naturalmente, questo software intelligente può funzionare in maniera efficace solo se le squadre di raccolta si avvalgono di dispositivi affidabili, il che non è facile visto l’ambiente di lavoro ostile per la tecnologia informatica. Polvere e sporco, condizioni climatiche estreme, urti, graffi e vibrazioni sono i problemi più comuni che possono logorare rapidamente un device tablet medio. Ecco perché i dispositivi rugged, come i tablet Panasonic TOUGHBOOK, sono partner ideali per essere utilizzati con le applicazioni intelligenti sviluppate da YOTTA.
Abituata a collaborare con partner esperti nella realizzazione di software per la gestione dei rifiuti, Panasonic può offrire una vera soluzione end-to-end insieme alla consulenza per l’installazione sui veicoli – come soluzioni di aggancio per i mezzi, servizi di progettazione per l’integrazione dei device rugged – tutti certificati secondo le norme di sicurezza europee necessarie. I dispositivi sono rugged dentro e fuori, progettati per resistere alle condizioni di lavoro riscontrabili in un ambiente di gestione dell’immondizia. I display touchscreen luminosi e reattivi sono pratici da utilizzare, anche sotto la pioggia e il sole, con il riflesso dei finestrini e mentre si indossano i guanti.
I dispositivi TOUGHBOOK sono altamente personalizzabili e configurabili per soddisfare esigenze specifiche. Per esempio, se si vuole utilizzare l’IoT è possibile integrare sensori, telecamere, lettori di codici a barre, lettori HF-RFID e molto altro ancora. I device sono concepiti per un’operatività a lungo termine, per cui anche dopo un upgrade tutti gli accessori continuano a funzionare con i nuovi dispositivi. Infine, la connettività è fondamentale, sia per un equipaggio mobile che lavora in grandi città densamente popolate, sia per quelli che si trovano nelle zone più rurali. Le soluzioni TOUGHBOOK sono utilizzate dai servizi di emergenza di tutto il mondo poiché non hanno rivali in termini di connettività, Panasonic è infatti l’unico produttore di computer mobili che progetta e produce le proprie antenne, testate al limite e ottimizzate nella camera anecoica Panasonic.
È chiaro come le soluzioni tecnologiche di oggi possano cambiare radicalmente il servizio fornito, rendendo le autorità locali consapevoli dei problemi di raccolta in tempo reale e aiutandole a risolvere le criticità in modo rapido ed efficiente.
Articolo a firma di Joe Powell – Key Account Manager, Field Service UK&I di Panasonic TOUGHBOOK
Il Gruppo Panasonic è leader globale nello sviluppo di tecnologie e soluzioni innovative per un’ampia gamma di applicazioni nei settori dell’elettronica di consumo, della sicurezza abitativa, dell’automotive, dell’industria, delle comunicazioni e dell’energia.
Al 1 aprile 2022 ha completato la transizione a un sistema di holding, con otto società controllate dalla capogruppo Panasonic Holdings Corporation.
Fondato nel 1918, il Gruppo è impegnato a promuovere il benessere delle persone e della società, conducendo le sue attività secondo principi fondanti applicati per generare nuovo valore e offrire soluzioni sostenibili per il mondo odierno. Il Gruppo ha registrato un fatturato netto consolidato pari a 54,02 miliardi di euro (6.698,8 miliardi di yen) per l’anno conclusosi il 31 marzo 2021.
Dedito al miglioramento del benessere personale, il Gruppo Panasonic è unito nell’obiettivo di fornire prodotti e servizi di qualità superiore che aiutino le persone a vivere al meglio.
Panasonic Connect Europe ha dato inizio alle attività il 1º ottobre 2021, creando una nuova organizzazione Business-to-Business agile e concentrata sui propri obiettivi. Con più di 400 dipendenti l’azienda dirige le operazioni con la sua nuova impresa principale per soluzioni B2B, la “Gemba Process Innovation”, supportata da un’ampia gamma di prodotti commerciali.
Panasonic Connect Europe ha sede a Wiesbaden e comprende le seguenti business unit:
– La Mobile Solutions Business Division assiste gli operatori mobili, migliorandone la produttività con la sua gamma di notebook rugged Toughbook, tablet business e palmari.
– La Media Entertainment Business Division incorpora Visual System Solutions , offrendo una vasta gamma di proiettori ad alta luminosità e affidabilità, oltre a display di qualità eccellente; e Broadcast & ProAV , offrendo soluzioni Smart Live Production da un portafoglio end-to-end composto da telecamere PTZ e di sistema, camcorder, dalla piattaforma IT/IP Kairos, switcher e soluzioni robotiche ampiamente utilizzate per l’acquisizione di eventi live, per le produzioni sportive, la televisione e gli studi xR.
– Business and Industry Solutions offre soluzioni tecnologiche specifiche per i settori retail, logistica e produzione. Concepita per migliorare l’efficienza operativa e l’esperienza del cliente, permette alle aziende di operare al meglio, ogni giorno.
– Panasonic Factory Solutions Europe commercializza una vasta gamma di soluzioni intelligenti per le fabbriche tra cui soluzioni di produzione elettronica, robot e sistemi di saldatura e soluzioni software.
Sostenibilità per i CEO: studio IBM indica che la sostenibilità è tra le massime priorità nelle agende degli amministratori delegati, ma la mancanza di dati crea ostacoli.
Un nuovo studio di IBM Institute for Business Value (IBV) rivela che la sostenibilità è un aspetto sempre più importante nelle agende di tutte le aziende e i CEO la riconoscono come un imperativo e motore di crescita. Ma mentre affrontano pressioni da parte dei consigli di amministrazione e degli investitori, la mancanza di dati affidabili ostacola la loro capacità di agire.
Lo studio, dal titolo Own your path: Practical pathways to transformational sustainability, che ha coinvolto più di 3.000 amministratori delegati in tutto il mondo – di cui 90 in Italia – ha messo in luce che quasi la metà degli intervistati considera la sostenibilità una priorità assoluta per la sua organizzazione, dato in aumento del 37% rispetto al 2021. Tuttavia, più della metà (51%) cita la sostenibilità come una delle sue più grandi sfide nei prossimi due o tre anni e evidenzia come principali ostacoli la mancanza di dati, un ROI poco chiaro e alcune barriere tecnologiche. Mentre il 95% dei CEO riferisce di essere almeno in una fase pilota, solo un quarto (23%) afferma di implementare strategie di sostenibilità in tutta l’organizzazione.
“Ci troviamo ad operare in uno dei periodi più complessi degli ultimi decenni, ove guerra, inflazione, la mancanza di competenze e la crisi sanitaria dovuta al COVID-19 stanno moltiplicando ostacoli e freni alla crescita. Eppure non è il momento di distogliere l’attenzione dalla sostenibilità”, afferma John Granger, Senior Vice President, IBM Consulting. “Nonostante le sfide, i CEO devono rifocalizzare le loro priorità. Molti non riconoscono come dati e tecnologia possano colmare il divario che esiste tra la strategia e la sua esecuzione.”
Alcuni dei risultati più importanti dello studio:
I CEO credono che la sostenibilità possa aiutare a migliorare le prestazioni aziendali
– Quasi la metà (48%) afferma che nei prossimi due o tre anni l’aumento di pratiche che indirizzino la sostenibilità sia una delle priorità per la propria azienda, rispetto a circa un terzo dei rispondenti del 2021.
– Quasi il 70% dei CEO dice di essere parte attiva nella definizione della strategia di sostenibilità.
– Più dell’80% crede che gli investimenti in sostenibilità riusciranno a produrre migliori risultati aziendali nei prossimi cinque anni, e quasi la metà (45%) pensa che la sostenibilità serva per accelerare la crescita.
La pressione da parte degli stakeholder aumenta, ma la mancanza di dati e le barriere tecnologiche creano ostacoli
– Più della metà (51%) dei CEO dichiara che la sostenibilità è però una sfida, rispetto al 32% del 2021, più della regolamentazione (50%), del rischio informatico (45%), delle infrastrutture tecnologiche (41%) o delle interruzioni nelle supply chain (38%).
– La pressione arriva da parte del consiglio di amministrazione (72%), seguito dagli investitori (57%), dai partner dell’ecosistema (49%), dai regolatori (49%) e dai governi (46%).
– Quasi il 60% degli intervistati indica ROI e benefici economici poco chiari tra i principali ostacoli al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità, seguiti da mancanza di analisi dei dati (44%) e da barriere normative.
– Il 35% dei partecipanti indica poi tra gli ostacoli anche alcune barriere tecnologiche.
I CEO iniziano a mettere in atto alcune pratiche, sebbene non stiano integrando le strategie di sostenibilità in tutta l’azienda
– Gli intervistati indicano che l’investimento in sostenibilità è più che raddoppiato in termini percentuali rispetto alle entrate negli ultimi cinque anni.
– Quasi due terzi (64%) dei CEO sono fiduciosi di poter raggiungere i propri obiettivi legati alla sostenibilità, e solo il 20% ritiene che quelli previsti dal governo per il loro settore di appartenenza non siano raggiungibili.
In Italia, la sostenibilità crea sfide e aumenta la pressione da parte degli stakeholder
– Anche più della metà (57%) dei CEO italiani afferma che la sostenibilità è una delle sue più grandi sfide, rispetto al 29% del 2021, e sente la pressione più forte da parte del consiglio di amministrazione (79%) e dagli investitori (67%).
– La maggior parte (63%) riconosce la responsabilità dell’impatto che hanno le aziende sull’ambiente, e dichiara che la loro azienda ha completato alcuni (48%) o tutti gli aspetti (32%) della propria strategia di sostenibilità.
*Metodologia
L’IBM Institute for Business Value ha coinvolto nella 25ª edizione della IBM C-suite Study 3.000 CEO appartenenti a 28 settori in 43 paesi. Le conversazioni si sono focalizzate sulle opinioni dei partecipanti relativamente alla leadership; alle responsabilità e le aspettative aziendali, e alla sostenibilità, comprese tendenze, sfide, azioni intraprese e previsioni per il futuro. Lo studio è stato realizzato in collaborazione con Oxford Economics nel 2021 e confrontato con più di 20 anni di sondaggi realizzati annualmente da IBM con i CEO.
IBM Institute for Business Value
Per due decenni, l’IBM Institute for Business Value è stato il think tank della leadership di IBM. Il suo obiettivo è offrire insight strategici basati sulla ricerca e sulla tecnologia che aiutino i leader a prendere decisioni aziendali più informate.
Dalla sua posizione privilegiata che pone l’IBV all’intersezione tra business, tecnologia e società, sono stati intervistati e coinvolti migliaia di manager, consumatori ed esperti ogni anno, sintetizzando le loro prospettive in approfondimenti pratici e dagli outcome realizzabili.
Raccolta plastica e ambiente, 14 mila tonnellate di rifiuti di beni in polietilene raccolte da Ecopolietilene nel primo anno di operatività.
Il consorzio nazionale ha chiuso il 2021 con una forte spinta verso l’economia circolare: crescita esponenziale dei volumi e due progetti per migliorare la qualità della raccolta e potenziare il riuso di questa tipologia di plastica
Nel primo anno di operatività il consorzio Ecopolietilene ha registrato una crescita esponenziale
Nel 2021 la raccolta fatta dal consorzio per la gestione dei rifiuti da beni in polietilene è arrivata a sfiorare le 14 mila tonnellate, mentre i consorziati hanno raggiunto le 117 aziende, tra fabbricanti, importatori, brand owners e distributori. Attivo dal giugno 2020, quando è stato riconosciuto dal Ministero della Transizione Ecologica, Ecopolietilene in pochi mesi si è così affermato quale realtà tra le più dinamiche nel promuovere una reale circolarità per la particolare tipologia di plastica che compone i beni in polietilene.
«Il consorzio sta dando un importante contributo al processo di economia circolare», ha affermato il presidente di Ecopolietilene, Fabio Pedrazzi nella recente assemblea annuale. «I numeri del primo anno di attività descrivono un consorzio decisamente vivo e pronto a giocare, insieme con le aziende consorziate, un ruolo da protagonista nelle sfide ambientali. I beni in polietilene sono molto importanti non solamente per la grande diffusione e presenza che hanno nella nostra vita quotidiana, ma anche per il loro valore circolare: sono infatti riciclabili al 100%».
La raccolta dei rifiuti da beni in polietilene fatta dal consorzio nei dodici mesi del 2021 si è attestata a 13.900 tonnellate. «Questa attività è stata sorretta da un significativo impegno logistico: quasi 2.700 sono state le missioni effettuate in tutta Italia», ha ricordato il direttore generale di Ecopolietilene, Giancarlo Dezio. «Inoltre abbiamo superato anche il target di raccolta che ci eravamo prefissati: dal 60%, previsto in rapporto all’immesso sul mercato dei beni in polietilene l’anno precedente, siamo arrivati a sfiorare il 90%: è questo un dato che rivela gli importanti investimenti che il consorzio sta effettuando per garantire un corretto percorso di trattamento di questa tipologia di rifiuti. Il sistema di tracciabilità messo in atto dal sistema autonomo ci consente di affermare che tutte le quasi 14 mila tonnellate sono state infatti avviate a recupero attraverso gli impianti convenzionati».
Non solo raccolta
Il 2021 di Ecopolietilene è stato contraddistinto anche da un impegno in progetti sperimentali per migliorare la qualità della raccolta e per individuare nuove modalità di impiego delle materie prime seconde ottenute dai trattamenti di recupero. «Un primo progetto pilota per valutare la possibilità di differenziare i beni in polietilene dagli altri rifiuti plastici è stato attuato nella provincia di Cuneo. Qui, in collaborazione con STR, società piemontese che si occupa della gestione e del trattamento dei rifiuti urbani ed Ecolight Servizi, abbiamo iniziato a quantificare questa particolare tipologia di rifiuto in abito urbano, con l’intento di individuare delle possibili nuove modalità di una raccolta differenziata dei beni in polietilene. La sperimentazione è stata estesa alla zona di Treviso in un progetto pilota simile che è tuttora in corso», ha proseguito Dezio.
Inoltre, per favorire un utilizzo della plastica riciclata, Ecopolitilene ha dato vita a un altro progetto. Ha spiegato il direttore generale del consorzio: «Partendo dai teli utilizzati in agricoltura, che sono beni in polietilene, abbiamo sperimentato una raccolta specifica di questi rifiuti e, al contempo, individuato uno sbocco industriale alle materie prime seconde ottenute dai processi di recupero». L’iniziativa, che è stata attuata insieme con il produttore Eiffel e il distributore Aniplast e con il supporto operativo di Ecolight Servizi, Metaplas e Plastimontella, ha dato ottimi risultati: il granulo ottenuto dal recupero dei teli è risultato idoneo alla produzione industriale di un film barriera al vapore, prodotto usato in edilizia.
Ecopolietilene – consorzio per il riciclaggio dei rifiuti dei beni in polietilene, Ecopolietilene è un sistema autonomo, senza fini di lucro e riconosciuto dal Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare. È composto dalle aziende produttrici, dai distributori e dai riciclatori dei beni in polietilene e nasce dalla professionalità e dal know-how nella gestione dei rifiuti maturata dal Sistema Ecolight, al quale fanno riferimento il consorzio Ecolight ed Ecolight Servizi, società che si occupa della gestione integrata dei rifiuti professionali generati dalle aziende.
FSC Furniture Awards 2022. La quarta edizione del concorso di FSC (la seconda europea) si allarga a ben 20 paesi e innova le categorie in gara, con l’obiettivo di premiare i migliori prodotti, imprese e rivenditori del legno-arredo, in linea con il motto “Better living, healthy forests”
E’ giunto alla quarta edizione l’FSC Furniture Awards e per il 2022 il concorso creato dal Forest Stewardship Council® per riconoscere l’impegno e la sostenibilità delle imprese nei settori dell’arredamento per interni ed esterni si allarga a ben 20 paesi, dopo due edizioni italiane e la prima ad orizzonte europeo nel 2021, con 11 paesi del Vecchio Continente coinvolti.
Possono partecipare i possessori di certificati FSC e ai titolari di licenze promozionali nel settore dell’arredamento che hanno sede in Austria, Belgio, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Montenegro, Paesi Bassi, Macedonia del Nord, Polonia, Portogallo, San Marino, Serbia, Slovenia, Spagna, Svizzera e Regno Unito.
Tre le principali categorie di premio previste, a loro volta declinate per produttori e retailer: Commitment, Brand e Communication.
I premi FSC Commitment saranno assegnati ai titolari di certificati o licenze che si impegnano a preferire FSC nelle politiche di approvvigionamento e commerciali. Gli FSC Brand Awards riguardano invece le aziende che utilizzano i marchi FSC in modo consapevole e proattivo. Gli FSC Communications Awards premieranno infine le aziende che eccellono nelle attività promozionali e nelle campagne pubblicitarie.
Previsti anche il premio produttore dell’anno per interni e per esterni e il premio rivenditore dell’anno.
“L’iniziativa sta crescendo rapidamente: dopo il successo degli FSC Furniture Awards in Italia – spiega Alexia Schrott, marketing manager di FSC Italia e responsabile del progetto – nel 2021 l’iniziativa è stata estesa a 11 Paesi europei.
Quest’anno il concorso sarà ancora più grande e aperto non solo alle aziende certificate FSC ma anche ai titolari di licenza di marchio FSC attivi nel settore dell’arredamento in 20 paesi europei. Ci sono oltre 12 mila aziende certificate FSC in questo settore in tutto il mondo. L’Europa rappresenta quasi il 50% della quota con la maggior parte delle aziende situate in Polonia, Italia, Regno Unito, Paesi Bassi e Germania.
Dato che rende il concorso particolarmente significativo: gli FSC Furniture Awards coprono infatti i più importanti distretti dell’arredo-design”.
In Italia la certificazione FSC nel settore dell’arredamento (per interni ed esterni) nel 2021 ha contato 608 certificazioni totali, con un +14% rispetto al 2020 e un record di 99 nuove certificazioni. “L’industria del mobile ha la responsabilità di garantire l’origine legale e sostenibile dei materiali e dei prodotti a base forestale.
L’affidabilità di FSC nella promozione della gestione forestale sostenibile ne fa un partner credibile per le aziende del settore, con l’obiettivo di sviluppare le catene del valore del legname sostenibile. Insieme all’industria del mobile miriamo a fornire prodotti e soluzioni sostenibili per consumatori consapevoli, proteggendo i boschi del mondo attraverso una gestione responsabile”.
Per le aziende interessate al concorso è disponibile il sito ufficiale
La domanda di partecipazione può essere presentata tramite la piattaforma online fino alle ore 12 (CET) dell’8 Settembre 2022.
Per informazioni è anche possibile contattare l’ufficio di FSC Italia.
Il Forest Stewardship Council (FSC) è un’organizzazione non governativa e no-profit che include tra i suoi 900 membri internazionali gruppi ambientalisti e sociali, comunità indigene, proprietari forestali, industrie che lavorano e commercializzano prodotti forestali, gruppi della grande distribuzione organizzata, ricercatori e tecnici, che operano insieme allo scopo di promuovere in tutto il mondo una gestione responsabile delle foreste.
FSC Italia nasce nel 2001 come associazione no-profit, in armonia con gli obiettivi di FSC International. Il marchio ha assunto un ruolo di primo piano nel mercato dei prodotti forestali quali legno, carta e prodotti non legnosi (come ad esempio il sughero), collocando il nostro Paese al secondo posto nella classifica internazionale e al primo in quello europeo per quel che riguarda le certificazioni FSC della Catena di Custodia (Chain of Custody, CoC).
Il marchio FSC identifica i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. La foresta di origine viene infatti controllata e valutata in maniera indipendente in conformità a questi standard (principi e criteri di buona gestione forestale), stabiliti ed approvati dal Forest Stewardship Council International tramite la partecipazione e il consenso di tutte le parti interessate.
Decreto Energia passo avanti per accelerare le installazioni fotovoltaiche contro il caro bollette e una indipendenza dalle fonti fossili. La Solar Belt per impianti nei pressi delle aree industriali e la Linea diretta per andare “oltre” il tetto delle industrie per chi consuma più energia
ITALIA SOLARE esprime grande soddisfazione e apprezzamento per l’approvazione di alcune norme in linea con le proprie proposte, contenute nel decreto legge 17/2022 (Decreto Energia), finalizzate all’individuazione di aree immediatamente idonee per l’installazione di impianti fotovoltaici che possano anche beneficiare di iter autorizzativi semplificati (“Solar Belt”), e alla migliore valorizzazione dell’energia fotovoltaica autoconsumata (“Linea diretta”).
“Le Commissioni attività produttive e ambiente hanno approvato alcuni emendamenti al decreto energia che renderanno più semplice e conveniente installare impianti fotovoltaici, un passo in avanti importantissimo verso la riduzione delle bollette e della dipendenza energetica dall’estero oltre che ovviamente per partire finalmente con un piano reale e promettente di riduzione delle emissioni climalteranti”, commenta Paolo Rocco Viscontini, presidente di ITALIA SOLARE.
Con la norma della Solar Belt vengono dichiarate immediatamente idonee all’installazione di impianti fotovoltaici, purché senza vincoli culturali, le aree, anche agricole, adiacenti (entro 300 metri) ai centri di consumo di energia per uso produttivo, quali gli impianti industriali e le zone a destinazione industriale, artigianale e commerciale. Su queste aree sarà sufficiente depositare al Comune una semplice Dichiarazione asseverata di inizio lavori (DILA) per installare impianti fino a 1 MWp. Rimanendo nel limite di 3 km dalle aree produttive la potenza installabile con PAS ed esenzione da screening in assenza di vincoli sale a 20 MWp se in modalità agri-voltaica(1). Per gli impianti di taglia superiore sarà necessaria l’Autorizzazione Unica.
Questa norma appare particolarmente utile per favorire la realizzazione di impianti per autoconsumo a servizio delle imprese, consentendo ad esse di disporre di energia a costi bassi e non volatili.
Sono inoltre dichiarate subito idonee le aree adiacenti alla rete autostradale e ai siti nella disponibilità dei gestori di infrastrutture ferroviarie e delle società concessionarie delle autostrade.
Viene inoltre allargato l’uso della PAS per autorizzare gli impianti fotovoltaici fino a 20 MWp su terreni industriali, cave e discariche recuperate che si colleghino alla rete anche in AT (prima sussisteva il solo riferimento alla MT che di fatto limitava la PAS ai 10 MWp). È stata inoltre introdotta l’esenzione dalla verifica di assoggettabilità alla valutazione di impatto ambientale per gli impianti fino a 20 MW non ricadenti in aree ambientalmente sensibili.
“La disponibilità di queste aree per il fotovoltaico – aggiunge Rocco Viscontini – può produrre un’accelerazione del processo di diffusione delle Comunità energetiche rinnovabili, con estensione dei benefici alle famiglie e alle amministrazioni pubbliche”.
Nella stessa direzione va un’altra norma, anche questa coerente con le proposte di ITALIA SOLARE e approvata in Commissione, che permette alle imprese di realizzare impianti a fonti rinnovabili a terra per autoconsumo con un collegamento tramite linea elettrica privata lunga fino a 10 km (“Linea diretta”), purché su aree nella disponibilità delle stesse imprese. La realizzazione di impianti in autoconsumo tramite linea elettrica privata appare particolarmente interessante per le imprese energivore, che potranno risparmiare considerevolmente non solo a livello di quota energia ma anche per il fatto di non dovere usufruire per l’energia autoconsumata dei servizi di trasporto e dispacciamento dell’energia
ITALIA SOLARE ringrazia i parlamentari che hanno tradotto in norma alcune delle proprie proposte, prospettate anche alle Commissioni attività produttive e ambiente nell’audizione dello scorso 11 marzo, e auspica che le norme vengano confermate dal Parlamento, anche verificando la coerenza tra tutti gli emendamenti approvati.
L’Associazione ritiene utile che il Governo vigili ora sulla concreta applicazione di queste e altre norme introdotte a sostegno delle rinnovabili, emani velocemente i provvedimenti attuativi dei decreti legislativi sulle fonti rinnovabili e sul mercato elettrico, e attivi un monitoraggio degli effetti di tutte le disposizioni inerenti le fonti rinnovabili, con lo scopo di individuare eventuali criticità o esigenze di ulteriori interventi.
ITALIA SOLARE è un’associazione di promozione sociale che sostiene la difesa dell’ambiente e della salute umana supportando modalità intelligenti e sostenibili di produzione, stoccaggio, gestione e distribuzione dell’energia attraverso la generazione distribuita da fonti rinnovabili, in particolare fotovoltaico. Promuove inoltre la loro integrazione con le smart grid, la mobilità elettrica e con le tecnologie per l’efficienza energetica per l’incremento delle prestazioni energetiche degli edifici.
“ITALIA SOLARE è l’unica associazione in Italia dedicata esclusivamente al fotovoltaico e alle integrazioni tecnologiche per la gestione intelligente dell’energia”.
Da crisi extraprofitti a petrolieri. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, le compagnie petrolifere hanno guadagnato almeno 3 miliardi di euro di extra-profitti dalla vendita di diesel e benzina in Europa, come dimostra la nuova analisi commissionata da Greenpeace Central and Eastern Europe.
Nel solo mese di marzo, l’industria petrolifera ha incassato una media di 107 milioni di euro di entrate extra al giorno (94 dalla vendita di diesel e 13 da quella di benzina), mentre i cittadini di tutta Europa sono stati vessati da aumenti senza precedenti del costo dei carburanti.
In Italia le entrate extra delle compagnie petrolifere nel mese di marzo sono state in media di 387,5 milioni di euro, pari a 12,5 milioni al giorno (10,4 dalla vendita di diesel e 2,1 da quella di benzina).
Sebbene i prezzi del greggio siano aumentati da gennaio a marzo di 19,38 centesimi di euro al litro, l’aumento più significativo ha riguardato i prodotti raffinati come il diesel, che ha registrato +30/31 centesimi al litro, e +36,52 alle stazioni di rifornimento. Anche i prezzi della benzina hanno seguito un trend simile ma più debole.
L’analisi di Greenpeace mostra come le multinazionali del petrolio stiano sfruttando la situazione di crisi per assicurarsi enormi margini di profitto lungo la filiera, mentre la base media dei loro costi resta poco intaccata.
«È inaccettabile che mentre milioni di persone in Europa lottano contro l’aumento delle spese per carburante ed energia senza precedenti, le compagnie petrolifere stiano facendo salire i prezzi per trarre profitti record dalla guerra e dalla crisi energetica che loro stesse hanno contribuito ad alimentare», dichiara Federico Spadini, campagna trasporti di Greenpeace Italia. «L’Unione Europea deve fermare chi sta approfittando della situazione e tassare questi enormi profitti, utilizzando le entrate ottenute per sostenere le famiglie più colpite e accelerare la transizione del settore dei trasporti verso forme di mobilità sostenibile e indipendente dal petrolio».
Il governo italiano ha già adottato una tassa sugli extra-profitti, che però deve essere rivista e migliorata perché è troppo timida sul contributo richiesto (appena il 10 per cento degli extra-profitti) e poco focalizzata sulle aziende dei combustibili fossili, che alimentano il conflitto in corso.
Greenpeace chiede inoltre alla Commissione UE di condurre un’indagine sui recenti aumenti dei prezzi dei carburanti per verificare che non siano dovuti ad accordi di cartello o di fissazione dei prezzi, e alle aziende dell’oil&gas di rendere pubblica l’entità degli extra-profitti accumulati.
Nonostante circa il 70 per cento del petrolio consumato in Europa venga usato per i trasporti, l’Unione Europea ha ignorato il settore nella bozza del piano REPowerEU per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia.
È invece necessario intraprendere da subito misure per potenziare il trasporto pubblico ed elettrico, vietare i voli a corto raggio che hanno già un‘alternativa ferroviaria, finanziare la mobilità sostenibile nelle città e mettere fine alla vendita delle auto con motore endotermico.
Gli sconti alla pompa di benzina non bastano per uscire da una crisi destinata a ripresentarsi fintanto che non elimineremo la dipendenza europea dai combustibili fossili.
Ecopolietilene economia circolare: dal consorzio un bonus straordinario alla filiera dei beni in polietilene. Il consorzio ha riconosciuto agli impianti di recupero il 20% in più nel primo trimestre dell’anno. «Scelta necessaria per proseguire in quella transizione ecologica che è il futuro nostro e di tutti»
Il caro energia non deve fermare il processo di economia circolare
Ne è convinto il consorzio Ecopolietilene, realtà impegnata nella gestione dei beni in polietilene, che ha deciso di sostenere le imprese che trattano e riciclano questi rifiuti riconoscendo loro un bonus aggiuntivo una tantum sul contributo per i processi di recupero. L’iniziativa, che è stata avviata nelle scorse settimane dal consorzio nazionale, vuole essere un concreto sostegno alla propria filiera.
«Per il primo trimestre 2022 abbiamo deciso di destinare agli impianti un bonus straordinario pari al 20% del contributo di gestione», annuncia Giancarlo Dezio, direttore generale del consorzio Ecopolietilene. «È stata una scelta necessaria per non interrompere il flusso circolare di questi rifiuti, ma è stato anche un segnale, doveroso e concreto, per non vanificare gli sforzi fatti».
A fronte dei rincari energetici che hanno interessato carburanti, gas ed elettricità, il consorzio Ecopolietilene pone una questione di priorità. «Abbiamo monitorato il pesante impatto che la dinamica dei prezzi dell’energia e dei carburanti sta avendo sull’intera filiera del recupero di beni in polietilene», prosegue Dezio. «Così, per andare incontro alle difficoltà crescenti che si sono manifestate e per non vanificare il lavoro fatto per creare una reale economia circolare, Ecopolietilene ha voluto riconoscere un importo una tantum a copertura parziale dell’incremento di costi sostenuti in conseguenza degli straordinari avvenimenti che stanno caratterizzando il mercato. Tutto questo, senza gravare sulle imprese consorziate: è infatti rimasto invariato l’ecocontributo che i produttori ci riconoscono per la gestione dei beni in polietilene. La sostenibilità della nostra filiera è necessaria al fine di poter proseguire in quella transizione ecologica che è la strada per il futuro».
Gli impianti che beneficeranno del bonus deciso da Ecopolietielene sono complessivamente 18: di questi, 16 si occupano della selezione dei rifiuti e due della trasformazione dei beni in polietilene, opportunamente trattati, in granulato, ovvero la materia prima seconda che può essere impiegata nei processi produttivi di nuovi prodotti.
Conclude Dezio: «I beni in polietilene rappresentano un’importante risorsa per la loro grande diffusione e per la loro capacità di essere riciclabili al 100%».
Ecopolietilene – consorzio per il riciclaggio dei rifiuti dei beni in polietilene è un sistema autonomo, senza fini di lucro e riconosciuto dal Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare.
È composto dalle aziende produttrici, dai distributori e dai riciclatori dei beni in polietilene e nasce dalla professionalità e dal know-how nella gestione dei rifiuti maturata dal Sistema Ecolight, al quale fanno riferimento il consorzio Ecolight ed Ecolight Servizi, società che si occupa della gestione integrata dei rifiuti professionali generati dalle aziende.
Revised F-Gas Regulation lags behind market evolution, NGOs warn. The European Commission’s revision of the F-gas regulation is pushing the refrigerant sector in line with the EU climate goals. However, the text is less advanced compared to the progression of the market, especially in the case of heat pumps, which play a decisive role in breaking free from Russian gas.
The European Commission unveiled an update of the EU’s F-gas regulation. Initially left out of the ‘Fit for 55’ climate revision despite its high importance, today’s proposal shows the Commission’s willingness to finally align this legislation with the EU’s climate objectives.
Mainly used in the refrigeration, air conditioning, and heat pump sectors, fluorinated greenhouse gases (F-gases) pose a major threat to climate change, accounting for 2.5% of total EU greenhouse gas emissions. Luckily, they can now be substituted in all applications by natural, non-patented refrigerants, such as hydrocarbons or CO2, which are often more energy-efficient and have very low Global Warming Potential (GWP).
Climate ambition
The EEB welcomes the increased climate ambition of the Regulation that anticipates some cuts in emission quota and trims the final availability of emissions to 2% compared to the baseline (down from the 20% set by the previous regulation).
Another right foot forward is the introduction of a longer-term target that aligns the EU regulation with the timeframe of the Kigali amendment to the Montreal Protocol, which regulates the refrigerant market at the global level. But more ambition is needed to keep the EU in the lead in this sector: the revision should have banned all Hydrofluorocarbons (HFCs) for all applications, with the only exception of those sectors where natural refrigerants are not yet fully available.
The heat pump issue
Faced with the urgency to seek independence from Russian gas imports, the Commission has adopted the F-Gas regulation to boost the heat pump market and accelerate the green heating transition in Europe. But it has failed to set the bar on the already best performing HPs in the market, now working with natural refrigerants with GWP below 5.
Without a tighter ban on fluorinated refrigerants in the heat pump market, the much-needed seismic shift from gas boilers will deliver lower climate benefits due to the indirect climate emissions from the HFC currently used in the technology.
Training bottleneck
The lacking sense of urgency is also evident in inadequate training plans for installers of the booming Heat Pump market. Despite, the emphasis put on heat pumps in the Repower EU plan, the Commission is not addressing properly the fact that several member states lack formal training for natural refrigerants in schools and are not including such training as compulsory in their professional certification schemes.
While much of the details will rely on the upcoming implementing acts, no mention of training targets and national roadmaps is there. We call on the Parliament to introduce a target of at least 50% of the heating and cooling professionals to be trained on all-refrigerants heat pumps and aircon in Europe by 2025.
“Fluorinated gas should be the exception, not the rule. While the F-gases phase-down will accompany the market towards low global-warming-potential (GWP) refrigerant solutions, quotas should be only left for those applications where natural solutions are not yet available. We are surprised to see that climate harmful refrigerants will still be allowed in heat pumps and refrigeration in this revision, especially considering how much the market has evolved towards natural refrigerants”, said Davide Sabbadin, Senior Policy Officer for Climate at the EEB.
Forever chemicals alert
All fluorinated gases should be treated as such and subjected to reporting and traceability, including the patented supposedly-low-GWP alternatives promoted throughout the document.
Some of these molecules are still currently under the scrutiny of the international scientific community because they can produce potent climate-wrecking byproducts such as R23 or decay into PFAS, the so-called ‘forever chemicals’ that can seriously damage both the environment and human health.
While REACH will be dealing with this issue in the coming years, we regret that the European Commission has missed the chance to tackle the environmental risks that might arise from such substances, and to align the F-gas regulation with the Zero Pollution target of the European Green Deal.
We call on the EU Parliament and the Council to introduce a ban on the use of refrigerants that can degrade in PFAS from all applications where alternatives exist. This will also protect customers from investing in soon-to-be-obsolete technologies that might not be maintained once these refrigerants are prohibited on the grounds of their environmental harm potential.
The European Environmental Bureau (EEB) is Europe’s largest network of environmental citizens’ organisations, standing for environmental justice, sustainable development and participatory democracy. Our experts work on climate change, biodiversity, circular economy, air, water, soil, chemical pollution, as well as policies on industry, energy, agriculture, product design and waste prevention. We are also active on overarching issues as sustainable development, good governance, participatory democracy and the rule of law in Europe and beyond.
We have over 140 members in over 30 countries.