Global fight against climate change. Pandemic-induced boost to climate change fight opens investment opportunity. 2021 is on track to be the biggest year yet in the global fight against climate change as the COVID-19 crisis has spurred worldwide political support for the “build back better” movement.
Massive amounts of government spending earmarked for 2021 to support both the economy and new, ambitious net-zero emissions targets have positive implications for investors say two Toronto-based investment professionals, who were recently certified as global Sustainability and Climate Risk (SCR) experts.
Catherine Ann Marshall, SCR, Principal Consultant at RealAlts, and Tania Caceres, SCR, Principal at Risk Nexus are among the first professionals globally to earn the SCR credential making them members of an elite network of sustainability thought leaders, according to the Global Association of Risk Professionals (GARP). The pair say that many government investment initiatives to push a “green recovery” will also provide attractive new investment opportunities to the private sector.
The latest action to unleash government funds is expected Friday (Dec.18, 2020) as the European Parliament votes on the 2021 portion of the multi-year 1.82 trillion European Green Deal Investment Plan. The Plan has a binding target of reducing greenhouse gas emissions by 2030 by at least 55% from the 1990 level.
This Plan follows other recent spending announcements by Canada and the UK, and expectations that president-elect Joe Biden will convene a climate summit within his first 100 days in office. All of these developments added to the momentum in 2020 to fight climate change. More than 110 countries, including major greenhouse gas emitters China, Japan and South Korea, have now committed to becoming carbon neutral by mid-century, according to the United Nations.
Last week the Canadian government unveiled its C$15 billion multi-year green recovery plan which focuses on energy retrofits for real estate, clean transportation, annual increases in the carbon tax until 2030, and support for green industry and nature-based climate solutions. This came on the heels of the announcement of a binding net zero target for Canada by 2050.
Since the summer, and as recently as this month, the UK government made a series of announcements targeting a 68% cut in carbon emissions by 2030 supported by almost 7.4 billion in green recovery initiatives, with more spending to come in future. The UK pledged in 2019 to achieve net zero emissions by 2050.
“These announcements mean governments are taking action to protect against the physical risks of climate change, but they will result in companies facing transition risks as the economy moves away from fossil fuels,” said Ms. Caceres, who has 20 years of experience managing real estate investment risk across Canada and Europe. “The good news is that the transition will open up many new investment opportunities”.
“For instance, the UK government has announced it will partner with private infrastructure investors on green investments such as railroads,” said Ms. Marshall, a real assets expert with 20 years of investment experience. “Other new investment opportunities will include clean energy production and energy retrofits for real estate. These investments have a history of producing solid income returns, and in this low yield environment, they are a welcome opportunity.”
With extensive experience as institutional investment professionals in real assets, the pair are uniquely positioned to recommend how to invest sustainably in real estate and infrastructure.
In bestowing the SCR certificate to Ms. Marshall and Ms. Caceres, GARP said “the SCR distinction makes you one of the area’s first subject matter experts, joining you with an elite network of thought leaders.”
About GARP SCR: The Global Association of Risk Professionals Sustainability and Climate Risk program, launched in 2020, is a global certification that tests candidates’ ability to apply a range of knowledge and skills critical to managing sustainability and climate risks in a financial context. The curriculum builds a comprehensive and global understanding of the facts, challenges, and issues related to ESG. It equips SCRs to become climate risk leaders by enhancing their skills to effect organizational change and to integrate sustainability standards into investment processes. GARP’s
certification programs are recognized by the financial industry worldwide.
About Tania Caceres: Tania leads Risk Nexus, a global real estate consulting firm launched in 2014 specialized in ESG strategy, integration, and risk management. It serves large corporate clients including leading Canadian and European REITs, pension funds, and global investment managers.
About Catherine Ann Marshall: Catherine leads RealAlts, an independent investment consulting firm focused on advising institutional investors on global real assets. Launched in 2008, RealAlts advises both asset owners such as pension funds and insurance companies as well as investment managers.
Futuro nostro e della plastica. L’Unione Europea, con la Direttiva UE 2019/904 del Parlamento Europeo, ha messo a punto una disposizione per risolvere concretamente un problema che non può più aspettare. Una rivoluzione che impatterà positivamente nel tempo sull’ambiente ma che dovrà essere sostenuta da comportamenti più responsabili da parte di tutti.
L’obiettivo che si è data l’Unione Europea, vietando l’utilizzo delle stoviglie in plastica monouso, è rivolto a salvaguardare il nostro presente e il nostro futuro. Raggiungere i risultati prefissati sarebbe già un enorme successo in quanto significherebbe diminuire i costi derivanti da danni ambientali di 22 miliardi di euro entro il 2030, un risparmio per i consumatori di 6,6 miliardi e un taglio delle emissioni di CO2 equivalente di 3,4 milioni di tonnellate.
L’obiettivo del legislatore europeo con questa disposizione è limitare l’inquinamento dei mari provocato in larga parte dai materiali plastici che, decomponendosi molto lentamente, resistono nel tempo, continuando ad essere presenti, non solo nelle acque ma anche nelle viscere dei pesci, finendo purtroppo anche nella catena alimentare.
Se si osserva al microscopio l’acqua del Mar Mediterraneo si noterà come i rifiuti presenti sono per il 95% costituiti da materie plastiche. Da alcuni dati raccolti dal WWF è stato rilevato che, essendo un bacino chiuso, l’80% dei rifiuti di plastica torna verso riva con il risultato che per ogni chilometro di litorale, si accumulano 5 kg di plastica ogni giorno.
Prima di degradarsi fino al raggiugere lo stato di microplastiche, altresì dannosissime per gli ecosistemi, un filtro di sigaretta rimane per circa 5 anni nel mare, una busta per 20 anni, un bicchiere di plastica per 50 anni e un filo da pesca per oltre 600 anni.
“Questi dati rendono evidente l’urgenza di agire sia sull’origine del problema, riducendo e sostituendo ove possibile con materiali compostabili le materie plastiche impiegate nei prodotti monouso, e ancor di più sul proseguimento di politiche virtuose di riciclo a livello globale, peraltro ben consolidate in Italia in relazione alla gestione del fine vita degli imballaggi in plastica.” dichiara Riccardo Arena, Senior Consultant di TÜV Italia che così prosegue. “Una corretta raccolta differenziata, intanto, può aiutare a ridurre l’inquinamento che ogni giorno vediamo ovunque: dai marciapiedi delle nostre città, ai parchi, alle spiagge e, purtroppo, nei nostri mari e fiumi”.
La Direttiva plastiche monouso (SUP) ha messo al bando posate e piatti di plastica, cannucce, bastoncini cotonati, sacchetti di plastica oxodegradabili e contenitori per alimenti in polistirolo espanso. Inoltre, questa recente disposizione europea ha imposto anche che entro il 2025 si dovrà riciclare almeno il 77% delle bottiglie in plastica per arrivare al 90% nel 2029.
Ha disposto, inoltre, che dal 2024 il tappo dovrà essere attaccato alla bottiglia affinché non venga disperso, oltre a imporre un aumento del contenuto minimo di materiale riciclato, che nel 2030 dovrà arrivare al 30%.
“Sicuramente la disposizione promossa dal Parlamento Europeo non risolve il problema che è globale, ma rappresenta un primo doveroso passo, anche culturale, per sensibilizzare i milioni di cittadini europei al problema e alla necessità di cambiare abitudini privilegiando consumi e prodotti più ecocompatibili”, aggiunge l’ing. Arena “Oggi sempre più persone sono consapevoli che è necessario fare qualcosa di concreto per salvaguardare il nostro futuro”.
A seguito di questa messa al bando, il mercato si è mosso, e tra i primi lo ha fatto la Grande Distribuzione organizzata (GDO) del nostro paese, dove nei suoi punti vendita fanno acquisti oltre 60 milioni di persone alla settimana e le cui imprese si sono impegnate ad eliminare del tutto dai loro scaffali le stoviglie in plastica monouso prima dell’entrata in vigore della legge.
Oltre agli impegni della GDO ci dovranno essere quelli delle istituzioni, delle imprese del settore e dei consumatori che dovranno indirizzarsi verso atteggiamenti ed abitudini sempre più sostenibili nei confronti dell’ambiente.
TÜV SÜD è un ente indipendente di certificazione, ispezione, testing, collaudi e formazione, che offre servizi certificativi in ambito qualità, energia, ambiente, sicurezza e prodotto. Fondato nel 1866, oggi con sede a Monaco di Baviera. Il gruppo negli anni è cresciuto, arrivando oggi ad essere presente con circa 1000 sedi in più di 50 nazioni. Opera con un team di oltre 24.000 dipendenti riconosciuti come specialisti nei propri campi di attività. L’obiettivo di TÜV SÜD è quello di supportare i clienti con una vasta gamma di servizi in tutto il mondo per aumentare l’efficienza, ridurre i costi e gestire il rischio.
TÜV Italia fa parte del gruppo TÜV SÜD ed è presente in Italia dal 1987. TÜV Italia ha una struttura di oltre 600 dipendenti e 400 collaboratori, con diversi uffici operativi sul territorio nazionale, a cui si affiancano i laboratori di Scarmagno (TO) e quelli delle società Bytest, a Volpiano (TO) e Benevento, e pH a Tavarnelle Val di Pesa (FI), acquisite rispettivamente nel gennaio 2012 e nel gennaio 2013.
TÜV Italia organizza periodicamente webinar e seminari gratuiti, dove vengono affrontati I temi tecnici più attuali, altre ai numerosi corsi formativi professionali, dedicati ad approfondire e sviluppare competenze in tutti i settori in cui l’ente opera.
Preservare suolo: fertilità e biodiversità. Giornata Mondiale del Suolo: al via la prima azione proposta da Farming For Future, il decalogo del CIB – Consorzio Italiano Biogas per la conversione agroecologica dell’agricoltura.
“Manteniamo il suolo vivo, proteggiamo la biodiversità del suolo”, è questo il tema centrale della Giornata mondiale del Suolo 2020 celebrata sabato 5 dicembre. In questa importante ricorrenza, il CIB – Consorzio Italiano Biogas ribadisce la centralità del suolo per la riconversione agroecologica dell’agricoltura italiana, obiettivo del progetto “Farming For Future. 10 azioni per coltivare il futuro”, lanciando l’azione dedicata all’utilizzo di digestato come fertilizzante organico.
Il digestato, prodotto dalla digestione anaerobica di sottoprodotti, effluenti zootecnici e colture di secondo raccolto, utilizzato in agricoltura come fertilizzante organico è essenziale per restituire nutrienti al suolo e ridurre l’uso di fertilizzanti chimici. Inoltre, grazie al digestato si forniscono al terreno non solo azoto, fosforo e potassio, ma anche importanti quote di carbonio organico permettendo di aumentare la fertilità del suolo, contrastando così il rischio di desertificazione.
I suoli italiani si stanno impoverendo. Nel Sud d’Italia la maggior parte dei terreni coltivati ha una dotazione di sostanza organica inferiore all’1%. A ciò va aggiunta la degradazione nelle aree in cui non vengono applicate pratiche agricole volte alla conservazione del suolo, dove l’erosione ne riduce la produttività e la fertilità fino alla perdita irreversibile di superfici coltivabili.
“Il suolo è una risorsa non rinnovabile – sottolinea Piero Gattoni, Presidente del CIB – che va tutelata in tutti i modi possibili. La concimazione organica con digestato è la strada giusta per avere un suolo fertile e resiliente; da un lato, si incrementa la sua dotazione di sostanza organica, dall’altro si combatte la crisi climatica grazie alla CO2 sottratta all’atmosfera e fissata in modo stabile nel suolo. Tutela e rispristino della qualità dei nostri terreni, contrasto ai cambiamenti climatici e produzioni agricole di qualità trovano nella fertilizzazione organica una soluzione dagli effetti positivi rilevanti e di facile applicazione”.
Temi, questi, importanti anche per l’agricoltura biologica che si fonda sulla tutela della biodiversità e della naturale fertilità del suolo attraverso le rotazioni, il sovescio e il ricorso alla fertilizzazione organica senza l’ausilio di prodotti di sintesi. Sinergia e convergenza fra Biogasfattobene® e i principi dell’agricoltura biologica sono state le basi del lavoro di confronto tecnico che ha portato CIB e FederBio alla redazione nel 2018 delle Linee guida per l’utilizzo agronomico del digestato in agricoltura biologica.
Su questo tema, in diretta sulla pagina Facebook del Consorzio Italiano Biogas, il Presidente Gattoni si è confrontato con Maria Grazia Mammuccini, Presidente di FederBio, la quale dichiara: “Il suolo è una risorsa preziosa. Qui si concentra il 90% della biodiversità del pianeta. Un terreno degradato riduce la sua capacità di mantenere e immagazzinare carbonio, contribuendo a innescare o potenziare
minacce globali quali il cambiamento climatico. Uno dei valori fondamentali dell’agricoltura biologica è costituito proprio dalla protezione e dall’incremento della fertilità dei suoli che dipende anzitutto dal contenuto di sostanza organica e dalla sua qualità. Adottare le giuste pratiche agronomiche e garantire il costante reintegro di sostanza organica al terreno, in particolare nelle aziende e nei territori dove è venuto meno l’allevamento degli animali, rende molto interessante l’impiego del digestato “fatto bene”, mantenendo saldi i principi e le regole del biologico. Per questo il Protocollo d’intesa siglato con CIB nel 2018 è importante e ha già consentito di realizzare linee guida per la produzione di digestato conformi ai principi del bio. Adesso occorre che la collaborazione continui per mettere a punto anche ulteriori indicazioni pratiche per la corretta gestione agronomica nell’impiego del digestato attivando anche supporti di formazione e consulenza utili per gli agricoltori bio italiani”.
In conclusione Piero Gattoni rimarca: “Nel celebrare la Giornata Mondiale del Suolo vorrei ribadire che adottare un nuovo paradigma, per produrre di più con meno risorse, non è solo doveroso ma è possibile, come dimostrano le azioni concrete già intraprese dalle aziende del Biogasfattobene®. Per questo auspichiamo che anche il quadro normativo favorisca sempre più l’uso agronomico del digestato come fertilizzante organico completo, capace di sostituire quantità sempre crescenti di concimi di sintesi”.
Per approfondire l’azione numero 4 di Farming for Future è possibile visitare il website nella sezione dedicata.
Le dieci azioni di Farming for Future
-1. ENERGIE RINNOVABILI IN AGRICOLTURA
-2. AZIENDA AGRICOLA 4.0
-3. GESTIONE DEI LIQUAMI DA ALLEVAMENTO
-4. FERTILIZZAZIONE ORGANICA
-5. LAVORAZIONI AGRICOLE INNOVATIVE
-6. QUALITÀ E BENESSERE ANIMALE
-7. INCREMENTO FERTILITÀ DEI SUOLI
-8. AGROFORESTAZIONE
-9. PRODUZIONE E USO DI BIOMATERIALI
-10. BI.OGAS E ALTRI GAS RINNOVABILI
Il CIB – Consorzio Italiano Biogas è la prima aggregazione volontaria che riunisce oltre 750 aziende agricole produttrici di biogas e biometano da fonti rinnovabili e più di 200 società industriali fornitrici di impianti, tecnologie e servizi per la produzione di biogas e biometano, enti ed istituzioni che contribuiscono alla promozione della digestione anaerobica per il comparto agricolo. Il CIB è attivo sull’intera area nazionale e rappresenta tutta la filiera della produzione di biogas e biometano in agricoltura, con l’obiettivo di fornire informazioni ai Soci per migliorare la gestione del processo produttivo e orientare l’evoluzione del quadro normativo per favorire la diffusione del modello del Biogasfattobene® che contribuisce al contrasto della crisi climatica.
Attualmente il CIB conta oltre 970 aziende associate e quasi 500 MW di capacità installata.
Ridurre emissioni gas serra. La Commissione Europea adotta la strategia dell’UE sul metano nel quadro del Green Deal europeo
La Commissione adotta la strategia dell’UE sul metano
La Commissione europea ha presentato oggi la strategia dell’UE per ridurre le emissioni di metano.
La Commissione europea ha presentato oggi la strategia dell’UE per ridurre le emissioni di metano. Dopo il biossido di carbonio, il metano è il secondo più importante agente dei cambiamenti climatici. È anche un potente inquinante atmosferico locale che causa gravi problemi di salute. La lotta contro le emissioni di metano è pertanto essenziale per conseguire gli obiettivi climatici per il 2030, la neutralità climatica entro il 2050 e per contribuire all’ambizione della Commissione di azzerare l’inquinamento.
La strategia definisce misure per ridurre le emissioni di metano in Europa e a livello internazionale: contiene interventi legislativi e non legislativi nei settori dell’energia, dell’agricoltura e dei rifiuti, che insieme rappresentano circa il 95 % delle emissioni di metano associate all’attività umana nel mondo. La Commissione collaborerà con i partner internazionali dell’UE e con l’industria per conseguire riduzioni delle emissioni lungo la catena di approvvigionamento.
Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo per il Green Deal, ha dichiarato: “Per diventare il primo continente climaticamente neutro l’Unione europea deve tagliare tutti i gas a effetto serra. Il metano è il secondo più potente gas a effetto serra e una causa determinante dell’inquinamento atmosferico. La strategia sul metano garantisce tagli delle emissioni in tutti i settori, in particolare l’agricoltura, l’energia e i rifiuti. Crea per le zone rurali l’opportunità di produrre biogas a partire dai rifiuti. La tecnologia satellitare dell’Unione europea consentirà di monitorare da vicino le emissioni e di innalzare gli standard internazionali.”
La Commissaria per l’Energia Kadri Simson ha dichiarato: “Oggi abbiamo adottato la prima strategia di lotta alle emissioni di metano dal 1996. I settori dell’energia, dell’agricoltura e dei rifiuti hanno tutti un ruolo da svolgere, ma l’energia è il settore in cui le emissioni possono essere ridotte più rapidamente al minor costo. L’Europa aprirà la strada ma non possiamo muoverci da soli. Dobbiamo collaborare con i partner internazionali per far fronte alle emissioni di metano dell’energia che importiamo.“
Una delle priorità della strategia è migliorare la misurazione e la comunicazione delle emissioni di metano. Attualmente il livello di monitoraggio varia secondo i settori e gli Stati membri e nell’intera comunità internazionale. Oltre alle misure a livello dell’UE volte a rafforzare le norme in materia di misurazione, verifica e comunicazione, la Commissione sosterrà la creazione di un osservatorio internazionale delle emissioni di metano in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, la Coalizione per il clima e l’aria pulita e l’Agenzia internazionale per l’energia. Il programma satellitare Copernicus dell’UE migliorerà la sorveglianza e contribuirà a individuare i super emettitori mondiali e le principali perdite di metano.
Per ridurre le emissioni di metano nel settore dell’energia si proporrà l’obbligo di migliorare il rilevamento e la riparazione delle perdite nelle infrastrutture del gas e si valuterà l’opportunità di legiferare per vietare le pratiche di routine di combustione in torcia e di rilascio in atmosfera. La Commissione avvierà un dialogo con i partner internazionali ed esaminerà l’eventualità di norme, obiettivi o incentivi per le importazioni di energia nell’UE, con i relativi strumenti di esecuzione.
La Commissione migliorerà la comunicazione delle emissioni prodotte dall’agricoltura attraverso una migliore raccolta di dati e promuoverà opportunità di riduzione delle emissioni con il sostegno della politica agricola comune. L’accento sarà posto principalmente sulla condivisione delle migliori pratiche nelle tecnologie innovative di riduzione del metano, diete animali e gestione della riproduzione. Contribuiranno anche la ricerca mirata sulla tecnologia, soluzioni basate sulla natura e cambiamenti alimentari. I rifiuti umani e agricoli organici non riciclabili possono essere usati per produrre biogas, biomateriali e prodotti biochimici, in modo da generare flussi di reddito supplementari nelle zone rurali ed evitare nel contempo le emissioni di metano. La raccolta di questi rifiuti sarà pertanto ulteriormente incentivata.
Nel settore dei rifiuti la Commissione valuterà l’opportunità di ulteriori azioni per migliorare la gestione dei gas di discarica, sfruttandone il potenziale di consumo energetico riducendo nel contempo le emissioni, e riesaminerà la legislazione pertinente sulle discariche nel 2024. Ridurre al minimo lo smaltimento dei rifiuti biodegradabili nelle discariche è fondamentale per evitare la formazione di metano. La Commissione valuterà la possibilità di proporre ulteriori ricerche sui rifiuti nelle tecnologie del biometano.
Riesaminerà inoltre il regolamento sulla condivisione degli sforzi e valuterà la possibilità di estendere il campo di applicazione della direttiva sulle emissioni industriali ai settori che emettono metano non ancora inclusi.
Contesto
A livello molecolare, il metano è più potente del biossido di carbonio. Contribuisce alla formazione di ozono troposferico ed è un potente inquinante atmosferico locale che causa gravi problemi di salute.
Al termine del ciclo di vita il metano è trasformato in biossido di carbonio e vapore acqueo, contribuendo ulteriormente ai cambiamenti climatici. La riduzione delle emissioni di metano contribuisce pertanto a rallentare i cambiamenti climatici e a migliorare la qualità dell’aria.
La valutazione d’impatto del piano dell’UE per il 2030 sugli obiettivi climatici ha concluso che un aumento del livello di ambizione per ridurre le emissioni di gas a effetto serra ad almeno il 55 % entro il 2030 richiederebbe uno sforzo accelerato per affrontare il problema delle emissioni di metano.
L’UE, che produce il 5 % delle emissioni mondiali di metano a livello interno, incoraggerà l’azione internazionale in quanto principale importatore mondiale di energia e come attore forte nei settori dell’agricoltura e dei rifiuti.
https://ec.europa.eu/energy/topics/oil-gas-and-coal/methane-emissions_en
Gestione boschi e foreste: 21 novembre, Giornata nazionale degli alberi: in Italia in aumento i boschi gestiti responsabilmente. Se piantare alberi è riconosciuto come un potente mezzo per affrontare l’emergenza climatica, accompagnare la natura mentre svolge spontaneamente questo suo compito lo è ancora di più: lo afferma una ricerca realizzata da 31 scienziati e pubblicata recentemente sulla rivista Nature.
Una ricerca che conferma scientificamente l’attività di Ong come FSC – Forest Stewardship Council® – impegnate da vent’anni nella gestione forestale responsabile. A rendere conto di questo approccio è il Bilancio Sociale 2019 di FSC Italia, pubblicato in questi giorni, in corrispondenza con la Giornata nazionale degli alberi istituita dal Ministero dell’ambiente, che si tiene sabato 21 novembre: un appuntamento che dal 2013 celebra l’altissimo valore ambientale e l’indispensabile contributo alla vita offerto dai boschi e dal loro habitat.
I boschi certificati
Le aree boschive certificate in Italia dal Forest Stewardship Council sono in aumento: a fine 2019 erano 66.356,62 ettari, contro gli oltre 65 mila dell’anno precedente. 18 alla fine dell’anno scorso le aziende e gruppi di proprietari forestali che in Italia operavano secondo gli standard FSC: una parte consistente di queste realtà ha una superficie inferiore ai mille ettari, e rispecchia l’elevata frammentazione del patrimonio boschivo italiano. Per questo sono in aumento le adesioni alle cosiddette ‘certificazioni di gruppo’ da parte di realtà private di piccole-medie dimensioni: un approccio che consente alle imprese forestali di unirsi ed avere accesso facilitato al sistema FSC. Le attuali 5 certificazioni di gruppo coinvolgono infatti quasi 240 proprietari forestali: tra queste, la realtà più significativa è sicuramente la Federazione regionale dei pioppicoltori del Friuli Venezia Giulia (200 proprietari).
I boschi e le piantagioni certificate si concentrano soprattutto al Nord (Trentino-Alto Adige, Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia) e al Centro (Toscana), per un totale di circa 270 proprietari forestali coinvolti. L’estensione totale delle piantagioni certificate FSC arriva oggi a 3.968 ettari, ossia il 5,9% del totale: si tratta prevalentemente di pioppeti della Pianura Padana. Rimane da esplorare un bacino ricco di potenzialità, costituito dai boschi del sud e delle isole.
I certificati di filiera
In Italia cresce anche la sensibilità delle imprese verso la gestione forestale sostenibile: fra il 2018 e il 2019, infatti, sono aumentati dell’11,5% i certificati di filiera rilasciati: questo dato rende FSC il principale schema di certificazione forestale nel nostro Paese per il settore legno-carta, al secondo posto nel mondo – dopo Cina – e al primo in Europa per numero di certificati: quelli rilasciati nel 2019 sono stati 2.558, per un totale di 3.275 siti produttivi coinvolti.
“Per il 2020 – spiega Diego Florian, direttore di FSC Italia – con la crisi economica legata al Covid-19 ci attendavamo una contrazione della domanda, ma i dati relativi all’anno in corso evidenziano che l’impatto negativo al momento non c’è stato: un segnale confortante, che sottolinea come l’investimento delle aziende nella sostenibilità non sia un fattore passeggero o di mercato ma una precisa scelta, che viene mantenuta anche in momenti difficili. Anzi, diventa un elemento positivo e di responsabilità sociale”.
Se le certificazioni di filiera (Catena di Custodia) nel 2019 segnano un sensibile aumento, rimane invece confermata, rispetto all’anno precedente, la loro geolocalizzazione: si concentrano infatti soprattutto al Nord con Lombardia (759), Veneto (504), Emilia Romagna (214) e Friuli-Venezia Giulia (196) in testa, e al Centro con Toscana (196), Marche (146) e Lazio (99). Al Sud, una crescita significativa è segnalata in Puglia, con 34 certificazioni. Fra le tipologie di prodotti, predominano gli stampati e la carta, ma si riscontra un incremento per packaging (+0,8% rispetto al 2018). Nel corso del 2019 si è registrato un incredibile aumento, poi, delle certificazioni nel settore fashion (+110%), passate da 28 a 59: “la certificazione FSC in questo caso riguarda in particolare la viscosa e i filati di origine forestale e consente a molte aziende di entrare in un mercato in forte evoluzione, impegnato a rendere sostenibili le filiere di approvvigionamento. Strategico si è confermato poi il settore dell’arredo, nel quale il nostro Paese primeggia a livello internazionale sia per i prodotti che il design” spiega Florian.
I servizi naturali delle foreste
Il 2019 si è rivelato un anno fondamentale anche nel consolidamento di un aspetto innovativo della certificazione, ossia la valorizzazione dei cosiddetti Servizi Ecosistemici (SE) forniti dalle aree forestali (acqua, suolo, biodiversità, cattura CO2, offerta turistico-ricreativa). Nel 2018, infatti, il Gruppo Waldplus (1.000 ettari) era stato il primo caso, in Italia e nel mondo, di verifica degli impatti positivi delle attività di gestione sui tutti e cinque i servizi naturali. Nel 2019 si sono aggiunti quello dell’Azienda Agricola Rosa Anna Rosa Luigia (352 ettari a Sabbioneta, nel mantovano) e quello dell’Ente Regionale lombardo per i servizi all’Agricoltura e alle Foreste (ERSAF, 16.594 ettari), mentre nel 2020 si sono aggiunti l’Unione Comuni Valdarno Val di Sieve in Toscana e la Magnifica Comunità di Fiemme in Trentino.
Il Forest Stewardship Council (FSC) è un’organizzazione non governativa e no-profit che include tra i suoi 900 membri internazionali gruppi ambientalisti e sociali, comunità indigene, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno e la carta, gruppi della grande distribuzione organizzata, ricercatori e tecnici, che operano insieme allo scopo di promuovere in tutto il mondo una gestione responsabile delle foreste.
FSC Italia nasce nel 2001 come associazione no-profit, in armonia con gli obiettivi di FSC International. Il marchio ha assunto un ruolo di primo piano nel mercato dei prodotti forestali quali legno, carta e prodotti non legnosi (come ad esempio il sughero), collocando il nostro Paese al secondo posto nella classifica internazionale di certificazioni FSC della Catena di Custodia (Chain of Custody, CoC).
Il marchio FSC identifica infatti i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. La foresta di origine viene infatti controllata e valutata in maniera indipendente in conformità a questi standard (principi e criteri di buona gestione forestale), stabiliti ed approvati dal Forest Stewardship Council International tramite la partecipazione e il consenso di tutte le parti interessate.
Nel 2018 l’Italia è stato il primo Paese al mondo a verificare scientificamente e certificare gli impatti positivi della gestione responsabile sui servizi naturali forestali, e le ricadute ambientali, sociali ed economiche di tali impatti.
Terra Madre Salone del Gusto 2020: parte il viaggio di un’edizione globale lunga sei mesi, con eventi digitali, fisici e diffusi in tutto il mondo. «Quella di quest’anno sarà l’edizione di Terra Madre Salone del Gusto più grande di sempre. Noi impiegheremo tutte le nostre forze per far vedere che esistono migliaia di comunità, composte da contadini, artigiani, produttori, pescatori, che sviluppano un’economia al servizio dei beni comuni, a livello territoriale, in tutto il mondo. E loro, in un certo senso, ospiteranno Torino e il Piemonte in ogni angolo del mondo: migliaia di persone portano nel cuore l’evento, il territorio e le idee che qui fioriscono». È con queste parole, pronunciate dal presidente di Slow Food, Carlo Petrini, che parte il countdown per l’edizione 2020 di Terra Madre Salone del Gusto, che inaugurerà il prossimo 8 ottobre e proseguirà per sei mesi con un format completamente diverso dal solito.
Quello che è cominciato dalla Nuvola Lavazza di Torino, sede della presentazione ufficiale dell’evento, è il viaggio di Terra Madre Salone del Gusto 2020: quando si concluderà, tra poco meno di un anno, potremo dire di aver coinvolto il più alto numero di persone mai raggiunte dall’evento organizzato da Slow Food, Città di Torino e Regione Piemonte, grazie alle tecnologie digitali e alle migliaia di eventi fisici sparsi ovunque è attiva la rete di Slow Food, presente oggi in 160 Paesi nel mondo.
E’ già online la piattaforma che conterrà le attività digitali e il calendario degli eventi fisici, fino ad aprile 2021: si alimenterà gradualmente e progressivamente di contenuti, per dar vita a un ricchissimo palinsesto. Perché Terra Madre Salone del Gusto 2020 sarà una manifestazione unica, nella quale Slow Food metterà assieme presenza fisica – con eventi che naturalmente vedono protagonisti in primis Torino e il Piemonte – e accessibilità online.
«La forza di Terra Madre Salone del Gusto risiede nella capacità di far dialogare tra loro realtà anche appartenenti a mondi lontani e diversi, rendendo l’evento un’imperdibile occasione di sensibilizzazione sui temi del cibo, dell’educazione alimentare, della tutela delle biodiversità» ha dichiarato la sindaca di Torino, Chiara Appendino. «Il nuovo modello è una scelta innovativa che, in un momento di oggettiva difficoltà per l’organizzazione di eventi nella maniera più tradizionale, ha consentito di trasformare un ostacolo in una opportunità, permettendo al contempo di mantenere Torino e il Piemonte al centro dell’evento e di allargare gli orizzonti della manifestazione».
«Il Piemonte e l’Italia hanno bisogno di manifestazioni come Terra Madre Salone del Gusto, perché i grandi eventi sono il miglior strumento di promozione di un territorio – ha sottolineato il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio – Sarà una edizione diversa come diverso è il periodo che stiamo vivendo, ma ciò che desideriamo trasmettere è che il Piemonte c’è, è in salute ed è pronto con tutte le sue eccellenze ad accogliere i turisti con professionalità e sicurezza».
Our Food, Our Planet, Our Future
Il claim dell’edizione 2020 è Our Food, Our Planet, Our Future. Cibo, pianeta, futuro: una concatenazione di relazioni che ci raccontano di come, a seconda del modo in cui ci rapportiamo al nostro cibo – come lo produciamo, lo distribuiamo, lo scegliamo, lo consumiamo – questo avrà impatti significativamente diversi sul nostro pianeta.
«Il mondo intero sta vivendo una triplice crisi – sostiene Petrini – climatica, economica e pandemica. Serve una visione di cambiamento profondo. Richiederà tempo, ma si intravedono già i semi nell’economia espressa dalle comunità di Terra Madre. È giunto il momento di riconoscere e amplificare il valore di queste comunità in tutto il globo. Il messaggio è forte e chiaro: in questo anno segnato così pesantemente dalla sofferenza per la pandemia di Covid-19, dalla crisi economica globale, dai lockdown in tutto il mondo, c’è un valore che non soltanto non è stato cancellato, ma anzi è stato rimesso in primo piano e della sua importanza in tanti, finalmente, hanno acquisito consapevolezza: il valore dell’essere parte di una comunità».
«Da sempre l’impegno di Slow Food si concentra sulla conservazione della biodiversità, attraverso il rispetto dell’ambiente, la promozione dell’agroecologia, la trasmissione dei saperi locali – spiega Francesco Sottile, del Comitato esecutivo di Slow Food Italia. – I drammatici eventi degli ultimi mesi, come l’incremento nella deforestazione in Amazzonia, gli incendi in Australia, le temperature da record in Siberia, ci spingono ad allargare il nostro impegno: così, da obiettivo, la difesa della biodiversità diventa per Slow Food lo strumento di contrasto al cambiamento climatico. Lo facciamo attraverso le attività della nostra comunità, dei produttori e degli agricoltori, nel corso di sei mesi di confronto culturale»
Un confronto che, quest’anno, adotta un approccio diverso dalle edizioni precedenti: «Abbiamo deciso di cambiare le lenti con cui leggiamo la realtà, mettendo da parte i confini nazionali e focalizzandoci invece sugli ecosistemi, cioè sulla relazione tra gli esseri umani e la natura, per comprendere i problemi che toccano tutti, indipendentemente dalla latitudine e dal continente – aggiunge Serena Milano, segretaria generale della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus. – Parleremo di Terre alte (cioè montagne e colline), Terre basse (ovvero le pianure), Terre d’acqua (mari, fiumi e laghi) e del rapporto tra città e campagna: grazie alle testimonianze dalla rete Slow Food cercheremo di raccontare idee, proposte e soluzioni.»
Un format nuovo, migliaia di appuntamenti in tutto il mondo
La porta di ingresso principale a Terra Madre Salone del Gusto 2020 è la piattaforma web, pensata per popolarsi settimana dopo settimana di tutti gli eventi digitali e degli appuntamenti fisici organizzati per animare Torino, il Piemonte, l’Italia e il resto del mondo. Da qui sarà possibile visualizzare e prendere parte agli appuntamenti online (accedendo al programma Digital) ma anche tenere traccia degli eventi organizzati in ogni angolo del pianeta (selezionando il calendario World).
I primi eventi sono concentrati nelle date inizialmente previste per la manifestazione, dall’8 al 12 ottobre: Conferenze, Food Talk e molti altri format innovativi ideati da Slow Food per discutere dei temi che più ci stanno a cuore – alimentazione, sostenibilità, ambiente ed equità – oltre agli appuntamenti tradizionali come i Laboratori del Gusto, ai quali si può partecipare sia a distanza (acquistando i kit per la degustazione da casa) che in presenza.
A proposito degli eventi in presenza: oltre ai Laboratori del Gusto, sono già on line e prenotabili i primi Appuntamenti a Tavola in programma a Torino tra l’8 e il 12 ottobre. Nel corso delle prossime settimane il calendario World si arricchirà poi di tante altre attività organizzate dalla rete Slow Food in Italia e in tutto il mondo: per non perderne nessuna, nelle prossime settimane sarà sufficiente dare un’occhiata al grande planisfero sul sito di Terra Madre Salone del Gusto, che si illuminerà in corrispondenza dei luoghi fisici in cui sono organizzate le attività.
Il Mercato dei produttori italiani e internazionali raddoppia
Oltre alle tante piazze che ospiteranno il meglio delle produzioni locali, organizzate in diversi angoli del pianeta, l’edizione 2020 inaugura la versione online, con una piattaforma dedicata che diventa una vera e propria vetrina virtuale attraverso la quale scoprire gli espositori e contattarli, e poi anche con un e-commerce, attivo dall’8 di ottobre e disponibile per tutti i sei mesi, su cui acquistare i loro prodotti.
Confermata l’area B2B, lo spazio che Terra Madre dedica a espositori, buyer e agenti di commercio interessati ad accordi di business ed è organizzato da Camera di commercio di Torino e Unioncamere Piemonte nell’ambito delle attività della rete Enterprise Europe Network, cofinanziata dalla Commissione Europea per sostenere la competitività delle piccole medie imprese europee.
Terra Madre Salone del Gusto è il più importante evento dedicato al cibo buono, pulito, sano e giusto e all’agricoltura di piccola scala in tutto il mondo. Viene organizzata da Slow Food, Città di Torino e Regione Piemonte con il patrocinio di Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali e Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare.
L’evento è possibile grazie al sostegno dei partner principali dell’evento: Pastificio Di Martino, Unicredit, Lavazza, Acqua S.Bernardo, Quality Beer Academy, oltre a Agugiaro&Figna, Astoria, BBBell, Compagnia dei Caraibi. E gli InKind partner Bormioli e Liebherr. Con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Associazione delle fondazioni di origine bancaria del Piemonte. Con il contributo di IFAD, UE. In collaborazione con SANA.
Stop olio di palma in biodiesel. Legambiente presenta il dossier sui biocarburanti. Più olio di palma nei motori che nei biscotti. Con l’olio di palma, le cui piantagioni sono la principale causa di deforestazione mondiale, non produciamo solo biscotti o detergenti ma soprattutto biocarburanti e bioenergie: il 67% delle importazioni di olio di palma in Europa e il 70% in Italia. Siamo, infatti, uno dei paesi europei che più consuma olii vegetali alimentari per l’energia, perlopiù all’insaputa dei consumatori e con costi aggiuntivi, come denuncia Legambiente nel suo dossier Più olio di palma nei motori che nei biscotti, la mappa degli impianti in Italia.
Per usi energetici, in Italia abbiamo bruciato nel 2019 oltre un milione di tonnellate di olio di palma, 150 mila tonnellate di olio di semi di girasole, 80 mila tonnellate di olio di soia. Per la quasi totalità prodotti in piantagioni indonesiane e malesi, a danno di una delle maggiori foreste tropicali al mondo che ha perso negli ultimi vent’anni alberi e torbiere per oltre 33 milioni di ettari. Un danno incalcolabile per il clima (ogni litro di olio di palma comporta il triplo delle emissioni di CO2 di un uguale volume di gasolio fossile) e per la biodiversità (distruggiamo l’habitat di specie vegetali e animali come l’orango, la tigre e il rinoceronte) che produce, inoltre, rischi di diffusione delle nuove zoonosi.
Secondo Transport & Environment, nel 2019 i conducenti europei hanno bruciato nei loro motori 22 volte più olio di palma di quanto ne ha usato la Ferrero per tutta la Nutella e i Kinder consumati nel mondo; 15 volte di più di quanto consumato dal gruppo Mondelez (Oreo e Cadbury) per i loro biscotti e cioccolatini, quattro volte di più dell’olio di palma impiegato da Unilever per tutti i propri prodotti detergenti in tutto il mondo.
Legambiente mette in guardia parlamentari, governo e consumatori.
“Mentre sulle confezioni o sui siti web dei prodotti alimentari o dei detergenti e dei cosmetici è riportata la loro composizione – dichiara Andrea Poggio, responsabile mobilità di Legambiente – i distributori di carburante o i produttori di energia elettrica che bruciano olio di palma lo nascondono nella migliore delle ipotesi, giustificano il sovraprezzo propagandando caratteristiche genericamente green, rinnovabili o vantaggi ambientali inesistenti. Greenwashing, come ha appurato il 15 gennaio scorso l’Autority a proposito dell’Eni-diesel+ del nostro principale ente petrolifero”.
Legambiente ha fatto qualche conto, a partire dai dati del Gestore Servizi Energetici nazionale, sui costi che cittadini e imprese si trovano indirettamente a sostenere a favore dei petrolieri per la distruzione delle foreste. Ogni automobilista italiano paga, in media, 16 euro all’anno per le così dette rinnovabili nel serbatoio, una cifra complessiva di circa 300 milioni di euro nel 2019 per la sola componente olio di palma (quasi metà del biodiesel). Inoltre, cittadini e imprese, pagano nella bolletta elettrica una piccola quota aggiuntiva per i biocombustibili (che sono per il 69% da olio di palma e di soia): quasi 600 milioni di euro di sussidi attribuibili alla sola componente degli oli alimentari.
“Quindi – prosegue Andrea Poggio – poco meno di 900 milioni di euro all’anno per distruggere foreste in tutto il mondo e aumentare le emissioni di CO2; tra l’altro in aperta violazione della nuova direttiva europea sulle energie rinnovabili che impone la comunicazione della composizione e della fonte del carburante e dell’elettricità venduta al consumatore”.
Per questo, Legambiente ha recentemente scritto ai senatori della Commissione Affari Europei del Senato e ai ministri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente, inviando loro precise proposte di emendamenti al disegno di legge sul recepimento della nuova direttiva rinnovabili, attualmente in discussione al Senato, affinché pongano fine al più presto all’“inganno verde”.
Bruciare olio di palma, di soia e altri oli alimentari non fa bene all’ambiente e non deve più essere sussidiato per legge: è un “sussidio ambientalmente dannoso” pagato dai cittadini senza ragione.
Una petizione, lanciata dall’associazione, per l’abbandono dei sussidi legali all’olio di palma e di soia entro il primo gennaio 2021, rivolta al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha già raccolto 60 mila firme.
Eni, il principale gruppo petrolifero nazionale, che pure nel 2019 ha importato 246 mila tonnellate di olio di palma, ha annunciato, in risposta a Legambiente all’assemblea societaria del 13 maggio scorso, che entro il 2023 abbandonerà l’uso dell’olio di palma e conterrà al 20% gli altri oli alimentari nella produzione di biodiesel. Ma Eni rappresenta “solo” un quarto delle importazioni dell’olio di palma bruciato in Italia.
E tutti gli altri? Potranno andare avanti a commerciarlo lucrando a spese dei cittadini ignari e dell’ambiente? Come evidenziato nel dossier, oltre alle due grandi bioraffinerie Eni, vanno infatti segnalate per importanza l’indonesiana Musim Mas, nel porto industriale di Livorno, che importa olio di palma che vende in tutta Europa, e la Bunge nel porto industriale di Ravenna.
Decine di traders e agenti commerciali forniscono oli di palma e soia alle 477 mini centrali – diesel – che producono elettricità inquinando come 5 mila autoarticolati a piena velocità autostradale.
Open innovation e circular economy, il cambiamento parte da un nuovo modello di sviluppo economico. Più sostenibilità e rispetto dell’ambiente per aumentare la resilienza dell’industria tricolore, ma senza un quadro normativo chiaro, l’Italia rischia di perdere il treno della ripresa.
La pandemia da Coronavirus ha messo a nudo la fragilità del nostro modello di sviluppo economico rendendo evidenti due facce della stessa medaglia: da un lato, l’evidenza che nessun settore è abbastanza solido per resistere a un cambiamento radicale senza un processo di continua innovazione.
Dall’altro, la necessità di ripensare all’attuale modello economico in una logica di maggiore attenzione alla sostenibilità e al rispetto ambientale.
Il modello di sviluppo a cui siamo abituati, ovvero quello lineare – fondato sull’estrazione di materie prime, sulla produzione ed il consumo di massa e sullo smaltimento degli scarti una volta raggiunta la fine della vita del prodotto – ha mostrato molte crepe specialmente negli ultimi mesi.
Un caso eclatante è quello del fashion, comparto strategico per il nostro Paese: dopo aver fatto per anni offshoring verso l’Asia, la pandemia ha bloccato intere filiere con la semplice chiusura delle frontiere.
Solo chi ha saputo riadattare il proprio modello di sviluppo ha mostrato la resilienza sufficiente a fronteggiare la crisi, gli altri sono andati in apnea. In questo senso un ottimo esempio è quello della filiera alimentare, che si è salvata grazie a un sistema decentralizzato, al ricorso a modelli di economia di prossimità e al canale digitale dell’e-commerce.
Ora più che mai, è indispensabile ripensare il ciclo economico in termini di economia circolare: un sistema pensato per potersi rigenerare, fondato sulla valorizzazione degli scarti, l’estensione del ciclo di vita dei prodotti, la condivisione delle risorse, l’impiego di materie prime da riciclo e di energia da fonti rinnovabili. Ma un cambiamento di rotta di questa portata, una trasformazione così radicale, non può gravare sulle spalle delle singole imprese. Servono, da un lato, sostegno a livello economico e finanziario, e dall’altro, la capacità di portare il paradigma dell’open innovation anche nella circular economy: vale a dire, fare in modo che le imprese che hanno bisogno di rinnovarsi per andare verso la circular economy possano entrare in contatto con delle realtà in grado di fornire loro gli strumenti per farlo.
L’Italia è in cima alle classifiche della green economy, ma rischia di perdere il vantaggio
L’economia circolare ha la capacità di creare filiere multidisciplinari integrate nelle aree locali e di restituire, sempre localmente, risorse ambientali, creando utile nel processo. Caratteristiche che la rendono uno dei pilastri del Green New Deal – la “tabella di marcia” lanciata nel 2019 dall’Unione Europea per rendere sostenibile la sua economia. E non potrebbe essere altrimenti dal momento che il sistema stesso si basa sulla scomparsa del concetto del rifiuto trasformando gli scarti in elementi produttivi.
Dal primo Rapporto nazionale 2019 sul modello dell’economia circolare realizzato dal Circulary Economy Network, l’Italia è N.1 in Europa in questo ambito: con un punteggio di 103, batte il Regno Unito (90 punti), la Germania (88), la Francia (87) e la Spagna (81). Secondo il rapporto “La bioeconomia in Europa”, realizzato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, in collaborazione con Assobiotec e il Cluster SPRING, il mercato è già enorme e in Italia vale circa 345 miliardi di euro e due milioni di occupati: numeri che ci mettono al terzo posto in Europa alle spalle di Germania (414 miliardi) e Francia (359 miliardi).
Siamo perlomeno agganciati al treno di testa
Eppure, rischiamo di perdere contatto, perché dal punto di vista normativo la legislazione del settore è ancora agli albori. Dopo anni di discussioni, ancora oggi tutto il tema dei rifiuti viene trattato secondo specifiche normative su base regionale o comunale, quando invece l’obiettivo finale sarebbe quello di far scomparire le discariche per trasformare gli scarti in materie prime seconde. Motivo per cui abbiamo bisogno di un disciplinare chiaro che tratti i rifiuti come un bene produttivo.
A frenare è ancora una volta la burocrazia
La mancanza di una normativa centralizzata genera inevitabilmente grovigli burocratici che allungano i tempi e spesso finiscono per dissuadere le imprese dall’intraprendere la strada della circolarità. Un caso emblematico è quello di Fater, l’azienda leader in Italia nei prodotti assorbenti per la persona (suoi i marchi Pampers e Lines). Per riuscire a recuperare pannolini e assorbenti usati, con l’obiettivo di rimettere la cellulosa nel ciclo produttivo, Fater ha investito milioni di euro in tecnologia. Ma ha poi ha dovuto aspettare quasi 7 anni per il via libera amministrativo.
Oggi però a riaccendere i riflettori sull’economia circolare sono i piani di rilancio dell’economia presentati dalla task force di Vittorio Colao e dal governo. È proprio dal sostegno da parte delle istituzioni che in Italia dovrebbe passare il rilancio dell’economia basato su un modello circolare: norme chiare, meno burocrazia e soprattutto un piano di incentivi: non solo da parte dello Stato, ma anche con il sostegno del comparto creditizio – come quello offerto da Intesa Sanpaolo con un plafond da 5 miliardi di euro.
Investimenti in open innovation per trasformare le filiere produttive
Le risorse economiche così raccolte andrebbero poi catalizzate per avviare progetti di innovazione di largo respiro, attivando i capi filiera delle principali industrie italiane. Solo così si può pensare di riuscire a trasformare un intero ecosistema verso un modello virtuoso di recupero di materiali, capace di creare occupazione sul territorio sostenendo la ripresa economica.
La chiave di volta sarebbero investimenti nel campo dell’innovazione: dotato del giusto sostegno, il capo filiera avrebbe la forza di sostenere il cambiamento, fidelizzando la propria filiera e rendendola più solida.
Le aziende hanno ormai compreso che non si tratta di costi, ma di investimenti premiati dalla Borsa, tuttavia a mancare sono ancora le competenze per governare il cambiamento. Ma queste si possono acquisire attraverso l’open innovation, che abilita l’accesso alle idee esterne, in particolare quelle sviluppate da startup innovative. Perché non si possono avere al proprio interno tutti gli strumenti per cambiare. Serve allora, come detto all’inizio, la capacità di portare il paradigma dell’open innovation anche nella circular economy, perché nessuno è in grado di affrontare da solo la complessità dei temi e delle frontiere che portano cambiamenti del genere.
A cura di Riccardo Porro, Chief Operations Officer di Cariplo Factory
Largest open Ocean Clean-up. 103 Tons of Plastic Removed From the Great Pacific Garbage Patch. Ocean Voyages Institute’s marine plastic recovery vessel, S/V KWAI, docked at the port of Honolulu today, after a 48-day expedition, successfully removing 103 tons (206,000 lbs.) of fishing nets and consumer plastics from the North Pacific Subtropical Convergence Zone, more commonly known as the Great Pacific Garbage Patch or Gyre.
Establishing its lead in open ocean clean-up, Ocean Voyages Institute has set a new record with the largest at sea clean-up in the Gyre to date, more than doubling its own results from last year.
“I am so proud of our hard working crew,” says Mary Crowley, founder and executive director of Ocean Voyages Institute. “We exceeded our goal of capturing 100 tons of toxic consumer plastics and derelict ‘ghost’ nets, and in these challenging times, we are continuing to help restore the health of our ocean, which influences our own health and the health of the planet. The oceans can’t wait for these nets and debris to break down into microplastics which impair the ocean’s ability to store carbon and toxify the fragile ocean food web.”
Known as the “Ghost Net Buster,” Crowley is renowned for developing effective methods to remove significant amounts of plastics out of the ocean, including 48 tons (96,000 lbs.) of toxic plastics during two ocean clean-ups in 2019, one from the Gyre and one from the waters surrounding the Hawaiian islands.
“There is no cure-all solution to ocean clean-up: It is the long days at sea, with dedicated crew scanning the horizon, grappling nets, and retrieving huge amounts of trash, that makes it happen,” says Locky MacLean, a former director at Sea Shepherd and ocean campaigner in marine conservation for two decades.
The GPS satellite trackers used by Ocean Voyages Institute since 2018 are proving Crowley’s theory that one tracker can lead to many nets. The ocean frequently sorts debris so that a tagged fishing net can lead to other nets and a density of debris within a 15 mile radius.
The Pacific Gyre, located halfway between Hawaii and California, is the largest area with the most plastic, of the five major open ocean plastic accumulation regions, or Gyres, in the world’s oceans.
“We are utilizing proven nautical equipment to effectively clean-up the oceans while innovating with new technologies,” says Crowley. “Ocean Voyages Institute has been a leader in researching and accomplishing ocean clean-up for over a decade, granted with less fanfare and attention than others, but with passion and commitment and making meaningful impacts.”
Ocean Voyages Institute will be unloading the record-breaking haul of ocean plastic debris while docked alongside Pier 29 thanks to the support of Honolulu-based Matson, in preparation for upcycling and proper disposal.
“In keeping with our commitment to environmental stewardship, Matson has been searching for a way to get involved in cleaning up the Pacific Gyre,” said Matt Cox, chairman and CEO. “We’ve been impressed with the groundbreaking efforts of Ocean Voyages Institute and the progress they’ve made with such a small organization, and we hope our support will help them continue this important work.”
An Expanded 2020 Expedition
When the sailing cargo ship, S/V KWAI, arrived in Honolulu today, it completed a 48-day at sea clean-up mission that began at the Hawaiian port of Hilo on May 4, after a three week selfimposed quarantine period to ensure the health of crew members and safety of the mission, in the face of the COVID-19 pandemic.
During the expedition, the KWAI’s multinational crew collected marine plastic pollution with the help of GPS satellite trackers that Ocean Voyages Institute designed with engineer Andy Sybrandy, of Pacific Gyre, Inc. These beacons are placed on nets by volunteer yachts and ships. Drones, as well as lookouts up the mast, enable the ship’s crew to hone in on the debris.
They then recover the litter, place it in industrial bags, and store it in the ship’s cargo hold for proper recycling and repurposing at the end of the voyage.
S/V KWAI, led by Captain Brad Ives, and Ocean Voyages Institute are planning a second voyage to the Gyre departing the end of June to continue clean-up of this area, which is so besieged by toxic debris. The length of a second summer leg will be determined by how successful Ocean Voyages Institute is in securing additional donations.
“Our solutions are scalable, and next year, we could have three vessels operating in the North Pacific Gyre for three months all bringing in large cargos of debris,” says Crowley. “We are aiming to expand to other parts of the world desperately needing efficient clean-up technologies. There is no doubt in my mind that our work is making the oceans healthier for the planet and safer for marine wildlife, as these nets will never again entangle or harm a whale, dolphin, turtle or reefs.”
ABOUT OCEAN VOYAGES INSTITUTE
Ocean Voyages Institute (OVI) was founded in 1979 by Mary T. Crowley. Over the past 40 years it has provided sail training programs, engaged with high schools and college classrooms on subjects such as marine biology, and collaborated with other non-profit organizations around the world on a variety of projects and missions furthering the preservation of the maritime arts and sciences, ocean environment, and island cultures.
OVI creates access to ocean experiences as well as education promoting appreciation of the beauty and importance of our ocean to a healthy planet and our own health. OVI began ocean clean-up initiatives in the Pacific Ocean in 2009 on board the non-profit’s brigantine KAISEI and has been working continually to find solutions to the ocean trash dilemma since then.
Ocean Voyages Institute has received numerous awards, including United Nations (UNEP)’s “Climate Hero Award,” and Google Inc.’s “Earth Hero Award.”
ABOUT MARY CROWLEY
Mary founded OVI and was the first to advocate to re-purpose and innovate proven maritime equipment for ocean clean up missions. A sea captain, Mary has logged over 115,000 miles at sea and has numerous awards, including VOAP (Netherlands) “Environmental Achievement Award,” Society of Women Geographers “Outstanding Achievement Award,” San Diego Maritime Education & Technology: “Environmental Leadership Award,” 2019 Hawaii Senate “Guardians of our Ocean” Award, and the Marin Board of Supervisors “Exceptional Marine Research & Activism” Award.
It is through this expertise gathered during years at sea that Mary shares the passion and knowledge to accomplish the effective Ocean clean up that is so vitally important today.
ABOUT OCEAN VOYAGES THINK TANK/DO TANK
In 2010, Ocean Voyages Institute established a Think Tank/Do Tank of naval architects, marine engineers, sailors, oceanographers, marine biologists, and maritime industry professionals to study the best ways to utilize maritime industry equipment to carry out effective ocean cleanup operations, using data and experience from the Institute’s month long research voyages to the North Pacific Gyre, The Think Tank/Do Tank is ready to offer assistance to other groups throughout the world, wishing to partner on ocean clean-up projects.
ABOUT PACIFIC GYRE, INC.
Pacific Gyre designs and manufactures an array of products used to track currents, collect environmental data and mark remotely deployed assets. These products, including GPS and satellite telemetry systems such as the dTail GPS Satelitte Trackers, which are a collaborative product worked on by Andy Sybrandy of Pacific Gyre and Mary Crowley of Ocean Voyages Institute in their clean-up work, provide the ability to track and monitor conditions in near realtime.
ABOUT FLOATECO
Ocean Voyages Institute is proud to be a member of the FloatEco interdisciplinary team led by Dr. Nikolai Maximenko and assisted by Dr. Jan Hafner of the International Pacific Research Center, School of Ocean and Earth Science and Technology – SOEST, located at the University of Hawaii, Manoa campus. Ocean Voyages Institute also works with Dr. Luca Centurioni, Director of the Lagrangian Drifter Laboratory at the University of California San Diego, Scripps Institution of Oceanography, which runs the NOAA funded Global Drifter Program, a major component of the Global Ocean Observing System (GOOS).
Ocean Voyages Institute deployed these drifters on the 2020 expedition to gather oceanographic and meteorological data used in weather forecasting, calibration of satellites and scientific research.
Other FloatEco members working with OVI are: Dr. Andrey Shcherbina, University of Washington Applied Physics Laboratory; Dr. Gregory Ruiz and Dr. Linsey Haram, Smithsonian Environmental Research Center Marine Research Lab; Dr. James Carlton, Williams College Center of Environmental Studies; Dr. Kathryn Murray and Cindi Wright, Ecosystems Stressors Program in Fisheries and Oceans Canada, and NASA – National Aeronautics and Space Administration The research work, funded in part by NASA, synthesizes the expertise of oceanographers, biologists, experienced seafarers, and the maritime industry to answer challenging questions about the state of plastic pollution in the open ocean.
ABOUT MATSON
Founded in 1882, Matson (NYSE: MATX) is a leading provider of ocean transportation and logistics services. Matson provides a vital lifeline to the domestic non-contiguous economies of Hawaii, Alaska, and Guam, and to other island economies in Micronesia.
Emissioni zero valorizzano Italia. In contemporanea con gli Stati Generali dell’Economia, organizzati dal governo per pianificare l’utilizzo dei fondi Ue destinati al rilancio del Paese, Greenpeace Italia ha lanciato “Italia 1.5”, uno scenario di rivoluzione energetica all’insegna della transizione verso le rinnovabili e della totale decarbonizzazione del Paese.
Un piano che permetterebbe all’Italia di rispettare gli accordi di Parigi, diventando a emissioni zero, con vantaggi economici, occupazionali e di indipendenza energetica.
«In questi giorni il governo Conte e le istituzioni europee dichiarano a più riprese di voler puntare anche sulla transizione energetica per ripartire dopo lo shock causato dalla pandemia di Covid-19. Il piano “Italia 1.5” di Greenpeace Italia va esattamente in questa direzione», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Non è possibile pensare a un futuro migliore se non puntiamo con determinazione e rapidità su rinnovabili ed efficienza energetica, abbandonando i combustibili fossili che causano cambiamenti climatici, inquinamento e degrado ambientale».
Nel lavoro si sviluppano due scenari – uno con il traguardo di emissioni zero dell’Italia al 2040, uno con una decarbonizzazione totale al 2050 – confrontandoli con lo scenario contemplato dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), consegnato dal governo all’Ue a inizio 2020.
Un piano, quello governativo, che però non è in linea con gli Accordi di Parigi e che continua a puntare sul gas fossile. Una strategia energetica dunque da rivedere, come ha peraltro dichiarato anche il ministro dell’Ambiente Sergio Costa.
La rivoluzione energetica promossa da “Italia 1.5” – in linea con l’obiettivo per l’Italia di fare la propria parte per contenere l’aumento della temperatura globale entro 1.5°C – oltre a rispondere alle preoccupazioni della comunità scientifica, porterebbe con sé vantaggi economici e occupazionali.
Entro il 2030, secondo lo studio pubblicato da Greenpeace Italia, si avrebbe infatti la creazione di 163 mila posti di lavoro, ovvero un aumento dell’occupazione diretta nel settore energetico pari al 65 per cento circa. Anche dal punto di vista economico la transizione potrebbe interamente finanziarsi con i risparmi derivanti dalla mancata importazione di combustibili fossili al 2030. Un cambio sistemico che condurrebbe a enormi vantaggi economici nei decenni a seguire.
«In questo nostro studio ci sono numeri chiari, che dimostrano innanzitutto che il PNIEC del governo non è nell’interesse dei cittadini italiani ma risponde piuttosto alle richieste delle lobby di gas e petrolio», continua Iacoboni. «Occorre subito una rivisitazione degli obiettivi su clima e rinnovabili, una rivoluzione che coniugherebbe la tutela del clima e del Pianeta, con vantaggi economici e per la competitività e la modernità del Paese. L’emergenza climatica in corso sta interessando pesantemente anche il nostro Paese, con danni a persone, ambiente ed economia, e non è più possibile rinviare la rapida transizione verso un Paese 100 per cento rinnovabile», conclude Iacoboni.
Lo studio, commissionato da Greenpeace Italia all’Institute for Sustainable Future di Sydney (ISF), utilizza per lo scenario italiano una metodologia già applicata su scala globale per lo scenario di decarbonizzazione del Pianeta promossa dalla Dicaprio Foundation e realizzata dalla stessa ISF, dall’Agenzia aerospaziale tedesca (DLR) e dall’Università di Melbourne.