Forest destructions for biodiesel. 10 years of EU’s failed biofuels policy has wiped out forests the size of the Netherlands. Europe’s thirst for biodiesel to fuel its cars and trucks has likely wiped out forests the size of the Netherlands since the introduction of the EU’s green fuels law in 2010 [1], a new study shows. T&E, who carried out the study, calls on the EU to end support to palm and soy biodiesel immediately to avoid further deforestation, habitat loss and greater CO2 emissions than the fossil diesel it replaces.
The Renewable Energy Directive (RED) was introduced in 2010, setting a 10% renewable energy target for transport by 2020 for each member state. This has driven up demand for cheap crop-based biodiesel, such as palm and soy oil, which is mainly sourced from Asia and South America. It is likely that roughly 4 million hectares of forests have subsequently been razed, destroying an estimated 10% of the world’s remaining orangutan habitats [2].
Laura Buffet, energy director at T&E, said: “10 years of this ‘green’ fuels law and what have we got to show for it? Rampant deforestation, habitats wiped out and worse emissions than if we had used polluting diesel instead. A policy that was supposed to save the planet is actually trashing it. We cannot afford another decade of this failed policy. We need to break the biofuels monopoly in renewable transport and put electricity at the centre of the RED instead.”
Europe has burned around 39 million tonnes of palm and soy biodiesel alone in its cars and trucks since 2010, emitting up to three times more CO2 emissions than the fossil diesel it replaced. T&E says the EU needs to phase-out support to all crop biofuels by 2030 at the latest in its upcoming ‘Fit for 55’ package, under the RED review.
Virgin vegetable oils (rapeseed, palm, soy) made up almost 80% of the feedstock used in EU biodiesel production in 2020 and total demand for biodiesel went up, despite overall demand for fuel shrinking during the pandemic. Some European countries increased their biofuels blending, while others kept volumes constant to meet EU compliance targets. Palm oil reached its highest level, capping a decade of growth that has seen palm oil consumption treble. There was little difference in the use of rapeseed and used cooking oil (UCO), while soy volumes grew 17% and animal fats by 30% compared to 2019.
There was also a rapid increase (23%) in the share of domestically produced hydrotreated vegetable oil (HVO) in the diesel pool, which requires significantly more vegetable oil than traditional methods. The capacity for HVO production is set to almost double in the next 5 years, driven by new projects from oil majors including Total, ENI and Neste.
Laura Buffet added: “We’ve seen a big shift away from palm oil in supermarkets. Nowadays consumers can choose whether they want to buy goods tainted with palm oil. This is not the case for transport. The EU’s transport sector is currently propping up demand for ruinous palm oil without consumers knowing it. We need to phase-out palm oil biofuels immediately.”
The updated REDII, adopted in 2018, plots a path away from palm oil. Palm oil biodiesel use will be frozen at 2019 volume levels and then, from 2023, progressively phased out by 2030 in the EU’s green targets.
For T&E, this is too late and there is a risk that palm oil will simply be replaced by soy and other vegetable oils, which also drive deforestation.
Laura Buffet concluded: “While palm oil may be the worst, as history has shown, producers will simply move to what is cheap. In reality, unless we take action now palm will be replaced with soy or other virgin oils, moving the problem from one part of the world to another. Crop biofuels are not the solution for Europe’s transport and they never will be.”
[1] The yield for palm oil is 3.16 tonnes per hectare whereas for soy oil it is 0.5 tonnes per hectare. The EU’s maximum annual consumption over the last decade of these feedstocks used for biodiesel is used to calculate the amount of land, assumed to have displaced forests, resulting in 4 million hectares.
[2] 1.1 million hectares of land is required for palm plantations in what were Indonesian and Malaysian forests, the last refuge for the remaining orangutan population, estimated to be 65,000 in 2017 with a population density of 0.45 to 0.76 individuals per square kilometer.
Pellet non certificati distruggono le foreste senza controllo in tutta Europa. Greenpeace: questa non è energia rinnovabile.
Secondo una nuova ricerca commissionata da Greenpeace Paesi Bassi, le norme dell’Unione Europea e i sussidi nazionali che incoraggiano l’uso di biomassa legnosa (legna e pellet) per soddisfare gli obiettivi di energia rinnovabile stanno causando la distruzione e il degrado delle foreste europee.
Lo studio analizza in particolare il caso dell’Estonia, il secondo esportatore europeo di pellet a uso energetico dopo la Lettonia, mostrando come i criteri adottati dalla Ue non siano sufficienti per fermare la perdita di biodiversità dovuta alla deforestazione.
L’Italia è tra i principali importatori di legno estone insieme a Paesi Bassi, Belgio, Danimarca e Regno Unito.
La Commissione ha pubblicato il pacchetto di aggiornamenti alla normativa europea in materia di clima ed energia, che include una revisione della direttiva sulle energie rinnovabili e dei relativi criteri sulla bioenergia. Le bozze trapelate mostrano tuttavia che le modifiche prese in considerazione dalla Commissione non vanno al cuore del problema.
Tenendo conto della deforestazione e del degrado forestale, l’uso di biomassa prelevata direttamente dalle foreste e destinata alla produzione di calore ed energia su larga scala ha un impatto climatico spesso paragonabile a quello dei combustibili fossili.
“Non possiamo combattere i cambiamenti climatici abbattendo alberi per bruciarli”, dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. “Per raggiungere gli obiettivi sulle energie rinnovabili, l’Ue deve smettere di conteggiare anche la combustione di legno prelevato direttamente dalle foreste, indipendentemente dal fatto che provenga da alberi tagliati appositamente per essere bruciati o da scarti di altri processi. I governi nazionali devono smettere di sovvenzionare la distruzione delle foreste”.
Secondo il rapporto appena pubblicato da Greenpeace, Graanul Invest, il più grande produttore di pellet d’Europa, con sede in Estonia, è implicato nella distruzione di foreste ricche di biodiversità, al prosciugamento di torbiere e al taglio degli alberi lungo sponde fluviali, con conseguenze gravi anche sulla conservazione del suolo.
ph. © Enrico Rainero
Rigenerazione. Transizione ecologica. Comunità. Educazione. Sono le quattro parole chiave evocate da Carlo Petrini, il presidente di Slow Food, e che rappresentano la missione a cui il mondo è chiamato fin da subito, la via da percorrere per giungere al traguardo, lo strumento individuato da Slow Food e l’arma con la quale combattere. Petrini rivendica il lavoro fatto in oltre trent’anni di attività associativa e rilancia, fissando gli obiettivi per il futuro.
“C’è un termine, un concetto, che è destinato a ritornare frequentemente nei prossimi tempi. È il verbo rigenerare” dice Carlo Petrini. Rigenerazione dei suoli e degli ecosistemi, certo, ma non solo: ad aver bisogno di essere rigenerato è l’approccio alla produzione, alla distribuzione e al consumo alimentare. E, in un certo senso, anche il modo in cui intendiamo la vita di ogni giorno: «Viviamo un periodo di passaggio verso un’altra epoca storica, cioè la transizione ecologica. Forse, in Italia, non abbiamo ancora le idee sufficientemente chiare su che cosa sia – ha aggiunto il presidente di Slow Food – Io penso che occorra avere chiarezza sul fatto che significhi cambiare un modello che, a partire dalla rivoluzione industriale, ci sta portando verso l’estinzione dell’homo sapiens sapiens”.
Il modello – che non è solo organizzazione sociale, ma anche produzione economica – proposto da Slow Food è quello delle comunità.
Negli ultimi quattro anni (cioè dal settimo Congresso internazionale di Slow Food, quello di Chengdu, in Cina, del 2017) sono nate Comunità Slow Food in tutto il mondo, di cui 251 soltanto in Italia.
Il nuovo obiettivo, ha spiegato Petrini, dev’essere quello di “aprirci ancora di più, coinvolgendo attivamente chi fa formazione. Non può esserci transizione ecologica senza cultura, per questa ragione dobbiamo far sedere allo stesso tavolo contadini e insegnanti, pastori e professori”.
A questo lavoro sarà chiamato anche il nuovo Comitato Esecutivo di Slow Food, l’organo politico dell’associazione braidese che viene rinnovato proprio nella due giorni del Congresso Nazionale del 2 luglio.
Un mondo nuovo, quello che ci aspetta
Secondo Slow Food deve fondarsi su due princìpi: la sostenibilità e la tutela della biodiversità.
“Non vanno intesi solamente come universo di valori – ha ricordato il ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, il cui video di saluti istituzionali è stato proiettato al momento dell’apertura dei lavori – ma come azioni concrete e incisive da attuare lungo tutta la filiera. Occorre tenere a mente che i contadini possono svolgere un ruolo fondamentale nella salvaguardia della terra e nella gestione della biodiversità, essendo una componente chiave dell’economia rurale e nella produzione di un cibo che dev’essere espressione del territorio, delle pratiche tradizionali e dell’identità culturale, elementi da cui ripartire per pensare al futuro in chiave collettiva. Fondamentale è la salvaguardia della biodiversità come orientamento a una distribuzione delle risorse rispettosa delle capacità ambientali, in grado di rimettere al centro stretto rapporto tra l’uomo e l’ambiente”.
Il saluto e l’eredità del Comitato Esecutivo uscente
Atto conclusivo del mandato del Comitato Esecutivo eletto nel 2018 nel corso del IX Congresso nazionale di Slow Food Italia, svoltosi a Montecatini Terme. “È sempre stato con spirito di servizio che abbiamo affrontato il nostro mandato, con la consapevolezza di avere una grande responsabilità nel servire Slow Food, le sue idee e i suoi valori che sono anche i nostri valori, servire la sua rete associativa, ogni singolo socio” ha dichiarato Giorgia Canali, intervenendo a nome dell’interno Comitato Esecutivo. “Sappiamo di essere solo all’inizio di questo percorso di allargamento di quella famiglia che è la rete di Slow Food in Italia e che questo percorso sarà tanto più positivo quanto più energia sapremo investire nel coltivare le relazioni tra le diverse anime che compongono la nostra rete.
La sfida è anche quella della ri-generazione del movimento. Si tratta di prendere coscienza dell’incompiutezza di quel che sappiamo e il bisogno di non smettere mai di formarci e informarci. Formazione e rigenerazione sono concetti che possono alimentarsi l’un l’altro in modo virtuoso”.
E proprio l’impegno nella formazione è stato uno degli obiettivi prioritari nel programma di mandato degli ultimi anni: “Grazie a un bando del ministero del Lavoro abbiamo dato vita al progetto Slow Food in Azione – ha concluso Canali -, un intenso lavoro di ricerca sui territori che ha portato, tra le altre cose, a catalogare 185 nuovi prodotti italiani sull’Arca del Gusto di Slow Food”.
In totale, in Italia, i prodotti catalogati oggi sono 1077.
Un buon proposito per il futuro?
Lo suggerisce Carlo Petrini: “Dietro a ognuno di questi c’è una comunità che lavora, che si adopera per la difesa di un prodotto. Dobbiamo darci come obiettivo quello di rendere Presìdi Slow Food tutti i prodotti dell’Arca”.
Agroforestazione: Farming for Future. La coltivazione di alberi all’interno dei terreni agricoli è un’attività ancora possibile, anche se ora poco diffusa e che comporta enormi benefici.
“Agricoltura di precisione e acquacoltura: ecco come si stocca la CO₂”
Lo dimostra la nuova azione dedicata all’Agroforestazione del progetto per la riconversione agroecologica dell’agricoltura italiana, Farming for Future – 10 azioni per coltivare il futuro, che il CIB – Consorzio Italiano Biogas ha presentato oggi in occasione della partecipazione a Ecofuturo Festival, la manifestazione dedicata alle ecotecnologie di Padova.
L’Agroforestazione rappresenta una scelta innovativa per le aziende agricole perché favorisce il ripristino e la conservazione della biodiversità ma soprattutto offre un contributo importante alle politiche di contrasto al cambiamento climatico.
L’integrazione di alberi e colture agricole su una stessa superficie, infatti, permette di incrementare ulteriormente la cattura in modo stabile di CO₂ dall’atmosfera e lo stoccaggio di carbonio nel suolo, aumentandone la fertilità; si tratta quindi di una tappa molto importante nel percorso della “carbon farming”.
“Abbiamo scelto la cornice di Ecofuturo Festival per lanciare una delle azioni di Farming for Future perché da diversi anni è uno spazio che si fa portavoce delle esperienze dei nostri imprenditori agricoli e diffonde le buone pratiche agroecologiche – dichiara Piero Gattoni, Presidente CIB – Consorzio Italiano Biogas – . L’azione sull’agroforestazione è un tassello molto importante nel percorso di transizione tracciata dal progetto perché testimonia il lavoro svolto negli anni dagli agricoltori a presidio dei suoli e della salvaguardia della biodiversità dei territori, oltre ad essere una misura innovativa che contribuisce a combattere la crisi climatica”.
I BENEFICI PRODOTTI DALL’INSERIMENTO DEGLI ALBERI NELLE SUPERFICI AGRICOLE
I moderni sistemi agroforestali permettono un recupero del territorio e del suolo che risultano più efficienti, produttivi e sani.
Innanzitutto, un punto a favore delle tecniche di agroforestazione è l’aumento sia della biodiversità fuori suolo, grazie a un maggior spazio sfruttabile da diverse specie animali e vegetali selvatiche, che della biodiversità nel suolo che beneficia dell’arricchimento dei nutrienti fornito in profondità dagli apparati radicali degli alberi.
L’agroforestazione, la realizzazione dei cosiddetti “sistemi silvoarabili”, contribuisce poi ad attenuare le problematiche ambientali perché permette di massimizzare il sequestro di carbonio nei suoli: suoli sani e produttivi favoriscono la resilienza delle aziende agricole al cambiamento climatico.
In più, la presenza degli alberi crea un microclima favorevole che riduce l’evapotraspirazione e ripara dal vento, migliora la qualità dell’acqua e la difesa delle falde, preservando la tutela del paesaggio nel suo insieme.
Tutto questo è stato al centro della partecipazione del Consorzio Italiano Biogas a Ecofuturo Festival, a Padova, durante l’evento “Agricoltura di precisione e acquacoltura: ecco come si stocca la CO₂”, dove è stata lanciata ufficialmente l’azione di Farming For Future dedicata all’Agroforestazione.
All’iniziativa hanno partecipato Piero Gattoni, Presidente del CIB e Lorella Rossi, Responsabile area tecnica del CIB, con Giustino Mezzalira di Veneto Agricoltura. Inoltre, sono intervenuti anche alcuni soci del CIB: Giovanni Musini della Tenuta di Bagnoli e Davide Biagi dell’Azienda agricola Biagi Romeo.
Le dieci azioni di Farming for Future:
#1 ENERGIE RINNOVABILI IN AGRICOLTURA
#2 AZIENDA AGRICOLA 4.0
#3 GESTIONE DEGLI EFFLUENTI DA ALLEVAMENTO
#4 FERTILIZZAZIONE ORGANICA
#5 LAVORAZIONI AGRICOLE INNOVATIVE
#6 QUALITÀ E BENESSERE ANIMALE
#7 INCREMENTO FERTILITÀ DEI SUOLI
#8 AGROFORESTAZIONE
#9 PRODUZIONE E USO DI BIOMATERIALI
#10 BIOGAS E ALTRI GAS RINNOVABILI
CIB – Consorzio Italiano Biogas è la prima aggregazione volontaria che riunisce oltre 750 aziende agricole produttrici di biogas e biometano da fonti rinnovabili e più di 200 società industriali fornitrici di impianti, tecnologie e servizi per la produzione di biogas e biometano, enti ed istituzioni che contribuiscono alla promozione della digestione anaerobica per il comparto agricolo.
Il CIB è attivo sull’intera area nazionale e rappresenta tutta la filiera della produzione di biogas e biometano in agricoltura, con l’obiettivo di fornire informazioni ai Soci per migliorare la gestione del processo produttivo e orientare l’evoluzione del quadro normativo per favorire la diffusione del modello del Biogasfattobene® che contribuisce al contrasto della crisi climatica.
Attualmente il CIB conta oltre 950 aziende associate e quasi 500 MW di capacità installata.
WWF new impact platform that engages businesses and investors to deliver on sustainability ambitions. Nineteen companies and investors across sectors, ranging from major market actors alongside companies operating in important forest producing countries, are the first leading participants in WWF’s new multi-stakeholder impact platform designed to address deforestation and forest degradation in landscapes around the world.
Global demand for land, energy, and wood products is increasing while deforestation and forest degradation continue at an alarming rate. Meeting this growing demand while keeping forests intact requires bold solutions. Companies and investors worldwide are in a unique position to enable innovative approaches that conserve and enhance the benefits of biodiversity-rich, productive forest landscapes while meeting some of the biggest challenges of our time: climate change, water and food security and sustainable livelihoods.
WWF’s new Forests Forward platform aims to improve the management of 150 million hectares of forest by 2030, providing opportunities to create meaningful impact in landscapes and facilitating reporting on these impacts. It has a strong emphasis on indigenous people and local communities, which play a critical role in forest conservation with local models of governance that can help protect forests, often better than many other forms of forest stewardship.
Participants in Forests Forward can engage in areas such as sustainable forest and plantations management, responsible timber trade, better silviculture, reforestation and ecosystem restoration, biodiversity protection and recovery, tackling illegality throughout the timber supply chain, credible forest certification, fair, inclusive and equitable value chains and investments in key landscapes. The programme is also developing a pipeline of land-use projects as part of WWF Bankable Nature Solutions. Through technical assistance to the origination and structuring of projects, participating companies in Forests Forward with a stake in plantations will implement the New Generation Plantations concept to conserve biodiversity and meet human needs, while contributing to sustainable economic growth and local livelihoods.
Julia Young, Global Lead for Forest Sector Transformation, WWF International says: “All actors with stakes in forests have an important role to play in embracing the full value of forests, not just for the timber they provide, but for the critical resources and services they supply to billions of people, the economy and nature. Forests Forward offers opportunities for transformative change, enabling companies to set and act on forward-looking, innovative pathways that make tangible impacts in forest landscapes, communities to benefit from the right incentives and approaches to sustainable forest management, and investors to make concrete, positive contributions to the global sustainability agenda. We welcome the first leading participants and look forward to engaging all stakeholders to improve the management of a targeted 150 million hectares of forests, as well as undertaking a rich diversity of actions to secure wider forest benefits for people and nature.”
Fran Price, WWF Global Forest Practice Lead, says: “We are at a critical juncture: more than ever, people understand how fundamental nature is to our lives and the importance of a sustainable future. Businesses and investors play a critical role in shaping this future. Forests are also one of the most important nature-based solutions. To tackle runaway climate change and realize global climate targets, we need greater action on deforestation, degradation and forest restoration. Forests Forward offers a unique platform to increase collaboration among diverse stakeholders, and boost innovation and solutions-oriented approaches to ensure forests continue to provide benefits to people and climate.”
The first set of businesses signing up to Forests Forward include major market actors HP Inc., IKEA, International Paper Company, Kimberly-Clark, Lowe’s Companies, Inc., Mandarin Oriental, Sofidel Spa, and Williams-Sonoma, Inc., alongside companies operating in important forest producing countries – Bois et Scierie du Gabon (BSG), Gabon Wood Industry (GWI), Companie des Bois du Gabon, Gabonaise d’Exploitation de Bois (GEB), Interholco, The ALPI Group, The New Forests Company, The Navigator Company, Stora Enso Oyj., Suzano S/A and Veracel.
Luigi Lazzareschi, CEO, Sofidel Group says: “We are pleased to participate in the Forests Forward program. For us it is an important way to once again strengthen our multi-stakeholder commitment to protect forests, preserve biodiversity, and meet human needs. Being part of this innovative platform will allow us to further expand and improve our efforts to help give people and the planet a positive future, contributing to the implementation of the long-awaited transformative change we all have to support.”
Ulrich Grauert CEO, Interholco says: “We are excited to partner with WWF in the Forests Forward programme, to turn sustainable hardwood made in Africa into a forest of solutions. Our engagement in this initiative will ensure sustainable management and protection of 1.1 million hectares of tropical forests as well as provide employment, infrastructure and economic development for the region we work in. Together, we want to make it possible for consumers to choose products that not only contribute to the UN Sustainable Development Goals (SDGs) but also offer concrete solutions to the world’s environmental and social challenges. A small step globally, but for sure important for 16,000 forest inhabitants and for future-minded consumers who wish to take care of our children’s planet.”
Darren Lapp, CEO, The New Forests Company, says: “This is a very exciting time for the responsibly-managed forest industry in Sub Saharan Africa. Landscape carbon offset monetization is becoming a reality, which will provide another revenue line for companies and small-growers, multinationals are now abiding by their sustainability policies and sourcing certified timber, and many international partners, including WWF, are increasing their involvement in supporting integrated forest management concepts. We’ve never seen this level of positive engagement before.”
All participants’ scope of work can be followed on WWF’s global interactive spatial platform.
Activities will be monitored and reported against clear outcomes and milestones.
Filiera del sughero FSC – Gruppo Molinas: proprietario dell’Azienda Agricola Limbara, che comprende la sughereta di Baldu, a Tempio Pausania (SS), ha aderito alla procedura FSC per i Servizi Ecosistemici.
La sughereta di Baldu nel Comune di Tempio Pausania (SS), in località denominata “Lu Canniscioni”, si estende per circa 99,3 ettari di proprietà, comprendenti bosco di Sughera, bosco di altre specie consociate di Quercus, macchia mediterranea con diversi stati di evoluzione.
L’area si trova su terreni con morfologia di alta collina e substrati di rocce granitiche e presenta suoli permeabili, da poco a mediamente profondi, aventi tessitura prevalentemente franco-sabbiosa.
La sughereta rappresenta per il Gruppo Molinas, che detiene tra Sardegna e Toscana circa 8.000 ha di proprietà sughericole, il primo progetto di certificazione forestale di sughereta con Standard FSC: il Gruppo, dopo aver ottenuto la Certificazione di Catena di Custodia per il sugherificio, ha deciso di puntare infatti sulla valorizzare dal punto di vista gestionale e responsabile di 99,3 ha, da estendere eventualmente al resto delle proprietà.
La sughereta assume un duplice valore: economico per l’ottenimento del prodotto sughero, ed ambientale, come zona di conservazione della biodiversità e riproduzione della fauna selvatica locale (lepri, volpi, cinghiali, volatili), oltre alla presenza di specie micologiche di particolare pregio (porcini ed ovuli).
L’area contribuisce inoltre alla protezione delle risorse idriche con il ripristino e la manutenzione delle sorgenti, pozzi e canali di scorrimento e risulta attraversata dalla dorsale di collegamento dell’acqua irrigua tra i bacini del Nord Sardegna.
FOCUS SERVIZI ECOSISTEMICI
Biodiversità, servizi idrici e ricreativi, suolo, sequestro del carbonio: valorizzare le funzioni naturali delle foreste.
I Servizi Ecosistemici o naturali sono definibili come i benefici che si ottengono dalle aree forestali, e forniscono alla società un’ampia gamma di utilizzi come fonti di acqua potabile, produttività del suolo e fissazione del carbonio.
Per contrastare il degrado e la deforestazione a livello globale, il Forest Stewardship Council® (FSC®) ha sviluppato degli strumenti per promuovere i pagamenti per questi servizi naturali: un modello alternativo per attrarre investimenti sostenibili in realtà degradate e non ancora certificate FSC, ed un valido incentivo per le realtà già certificate per continuare a gestire in modo responsabile i loro patrimoni forestali.
Come funziona la procedura FSC per i Servizi Ecosistemici?
La Ecosystem Services Procedure di FSC, pubblicata ufficialmente a Maggio 2018, fornisce nuovi strumenti per rafforzare gli incentivi per la salvaguardia delle foreste e dei servizi naturali connessi e permette di:
– verificare degli impatti. La nuova procedura FSC fornisce un approccio globale, che le realtà certificate FSC possono utilizzare per dimostrare l’impatto delle loro attività forestali, attraverso audit di parte terza indipendenti;
– promuovere il proprio impegno. Ciò fornisce a Governi, investitori, compratori e aziende la possibilità di verificare e comunicare il proprio impegno nel miglioramento e conservazione delle aree forestali.
Per dimostrare l’impatto delle attività di gestione forestale sui servizi ecosistemici, l’organizzazione o il gestore forestale dovranno implementare uno screening diviso in sette fasi, al fine del quale verrà valutato e quantificato l’impatto positivo delle attività di gestione forestale responsabile sui servizi stessi:
– Definizione del/dei servizio/i osservati (CO2, acqua, suolo, biodiversità, servizi ricreativi);
– Descrizione della condizione attuale e delle condizioni pregresse all’osservazione; beneficiari del servizio; potenziali criticità o minacce al mantenimento del servizio ecc.
– Definizione dell’impatto attraverso un approccio del cambiamento (Quale servizio stiamo cercando di migliorare/restaurare? Quali attività devono essere messe in campo per raggiungere questo obiettivo?);
– Individuazione quali output permettono di quantificare gli impatti positivi delle attività di mantenimento/conservazione dei servizi naturali (come ad esempio estensione della copertura forestale, qualità dell’acqua ecc);
– Definizione le metodologie per calcolare gli impatti;
– Misurazione degli indicatori e comparazione dei dati (benchmark con rilievi precedenti);
– Descrizione dei risultati.
Le aree attualmente verificate per i Servizi Ecosistemici in Italia
L’Italia è stato il primo Paese al mondo, nel 2018, a verificare un’area forestale per tutti e 5 i servizi forestali (acqua, carbonio, suolo, biodiversità, servizi turistici e ricreativi): si tratta del caso del gruppo di certificazione Waldplus (2.706 ha), un’associazione di piccoli proprietari pubblici e privati sparsi tra Trentino – Alto Adige, Veneto e Lombardia.
Nel 2019 sono arrivate poi le esperienze dell’Azienda Agricola Rosa Anna e Rosa Luigia s.s. (406 ha), azienda dedita alla pioppicoltura in aree golenali e alla vendita di prodotti in pioppo (sfogliati e pannelli), che ha verificato gli impatti positivi su 4 fattori (biodiversità, stoccaggio della CO2, riduzione dell’erosione del suolo e miglioramento del paesaggio); dell’Unione dei Comuni Valdarno e Valdisieve (1.448 ha; Toscana), prima e per ora unica realtà italiana accreditata dalla rete internazionale “Foresta Modello”, le cui foreste assorbono ogni anno 650 mila tonnellate di CO2 e possono vantare aree attrezzate per servizi turistici e ricreativi corrispondenti a circa 2.400 campi da calcio; e di ERSAF, l’Ente Regionale lombardo per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, che con i suoi 16.594 ha è la seconda realtà forestale certificata FSC per estensione in Italia, dopo la Magnifica Comunità di Fiemme: è stato calcolato che le foreste di ERSAF abbiano assorbito finora oltre tre milioni di tonnellate di anidride carbonica, pari alle emissioni annuali medie di oltre 184 mila auto, mentre attività di corretta gestione della risorsa idrica ha generato un piano per la conservazione di 30 sorgenti ad uso potabile.
Il 2020 è stato invece l’anno della verifica per tutti e 5 i servizi ecosistemici della Sughereta Sperimentale Cuseddu-Miali-Parapinta (cfr. Scheda Focus Agris Sardegna). Questa sughereta, in cui insiste un’area lasciata a libera evoluzione, svolge molteplici ruoli: ambientale ed economico, ottimamente integrati grazie ad un oculato intervento antropico di gestione, dove alla produzione del sughero si accompagnano importanti valori di biodiversità.
Il marchio Forest Stewardship Council® FSC® identifica i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. La foresta di origine viene stata controllata e valutata da enti di certificazione indipendenti, in conformità a questi standard (principi e criteri di buona gestione forestale), stabiliti ed approvati da FSC International tramite la partecipazione e il consenso di tutte le parti interessate.
Il Sugherificio Peppino Molinas
È passato più di un secolo da quando Pietro Molinas fondava, a Calangianus, la sua azienda per la lavorazione del sughero. Un’attività semplice basata sull’utilizzo di pochi ed elementari utensili con i quali si eseguivano tutte le fasi di lavorazione del sughero. Una condizione comune a molti altri piccoli artigiani della zona, ma dalla quale è iniziato il percorso che ha portato alla moderna realtà industriale di oggi. Un percorso lungo, durante il quale un ruolo fondamentale è stato quello di Peppino Molinas. Fu lui, infatti, a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, ad imprimere una svolta decisiva alla trasformazione dell’azienda da artigiana ad industriale. Con lui arrivarono i primi operai e fu avviata la meccanizzazione di molte fasi di lavorazione.
Tecnologia e valore delle risorse umane: è questo oggi il Sugherificio Molinas, la cui attività è articolata su quattro distinte unità lavorative riunite in un unico complesso industriale di quasi 50.000 metri quadrati di superficie coperta. Qui, uomini e donne di consolidata esperienza e professionalità, coadiuvati da una tecnologia sempre all’avanguardia, lavorano ogni giorno per ottenere dal sughero una vastissima gamma di prodotti. Dai tappi per l’enologia, quasi un miliardo all’anno fra le diverse tipologie, agli isolanti, ricercatissimi nella moderna bioedilizia; dai componenti per l’industria calzaturiera, ai rivestimenti per pareti e pavimenti.
Una complessa attività che utilizza e dà valore ad una materia prima naturale
Il sughero è rinnovabile per definizione, visto che con la sua raccolta gli alberi e le foreste non subiscono alcun danno. Al contrario, grazie proprio al sughero, nel tempo hanno acquistato un notevole valore economico e sociale che le mette al riparo da ogni altra attività che ne potrebbe mettere in pericolo la sopravvivenza. Una materia prima che per essere avviata ai vari cicli di lavorazione necessita di un accurato lavoro di selezione. Un’attività basilare per la qualità finale dei prodotti che si ottengono e che, da sempre, il Sugherificio Molinas affida a personale di altissima competenza; personale formato in azienda e che del sughero conosce ogni minimo segreto.
Cuore di tutto il complesso è il laboratorio di ricerca e sviluppo
È qui che vengono messi a punto nuovi processi di lavorazione e monitorata la costante e rigida applicazione delle norme imposte dalle numerose certificazioni che il Sugherificio Molinas ha conseguito nel corso degli anni.
Slow Fish: invertiamo la rotta. Giornata mondiale degli oceani e Decennio del mare delle Nazioni Unite. Gli oceani non sono un ecosistema infinito, vanno gestiti in un’ottica di sostenibilità ambientale, economica e sociale.
Slow Fish ha celebrato la Giornata mondiale degli oceani e il Decennio del mare delle Nazioni Unite con la prima delle conferenze internazionali in programma in questa edizione 2021.
Quattro membri dell’advisory board di Slow Fish si sono confrontati sulle principali tendenze che riguardano la biodiversità sommersa e le questioni chiave per invertirle.
Secondo l’ultimo rapporto della FAO sullo “Stato della Pesca e dell’Acquacoltura Mondiale”, nel 2030 la produzione ittica totale è destinata ad arrivare a 204 milioni di tonnellate con un incremento del 15% rispetto al 2018.
Il consumo globale di pesce per scopi alimentari è aumentato con un tasso medio annuo del 3,1% dal 1961 al 2017, una percentuale quasi doppia rispetto a quella della crescita della popolazione mondiale (1,6%) per lo stesso periodo, e superiore a quello del consumo di tutti gli altri alimenti proteici di origine animale (carne, latticini, latte, ecc.), che è aumentato del 2,1%. Sempre a livello globale i mari in cui si pesca di più sono Mediterraneo e Mar Nero, con il 62,5% di stock sovrasfruttati, il Pacifico sudorientale con il 54,5% e l’Atlantico sudoccidentale con il 53,3%.
Slow Food vuole porre l’accento sui processi che stanno portando velocemente a un impoverimento dei nostri mari.
La perdita di biodiversità non è solo un problema ambientale. A livello globale, infatti, più di una persona su dieci dipende dalla pesca per guadagnarsi da vivere e nutrire le proprie famiglie. Le persone impiegate nel settore primario della pesca e dell’acquacoltura sono 59,5 milioni, il 14% delle quali sono donne.
Per questo motivo, secondo Slow Food, è importante invertire la rotta finché si è in tempo e pensare agli ecosistemi marini non come un contenitore di risorse infinite, ma come un sistema complesso da studiare, salvaguardare e gestire in un’ottica di sostenibilità ambientale, economica e sociale. Il mare, quindi, inteso come bene comune dove i pescatori, soprattutto quelli della piccola pesca artigianale, devono essere maggiormente coinvolti nella pianificazione degli strumenti di gestione della pesca e della costa.
Alla conferenza sono intervenuti:
– Didier Ranc, Francia: pescatore in pensione, coordina il Presidio della prud’homie del Mediterraneo ed è presidente dell’organizzazione di pescatori di piccola scala Union Intersyndacale
– Antonio Garcia-Allut, Spagna: ha un dottorato in antropologia sociale, è professore associato presso l’Università di La Coruña, e detiene una cattedra Unesco in sviluppo costiero sostenibile presso l’Università di Vigo. Nel 2003 ha creato la Fondazione Lonxanet per la pesca sostenibile, una non profit per la difesa dei pescatori artigianali
– Yassine Skandrine, Tunisia: docente e ricercatore presso l’Istituto superiore di pesca e acquacoltura di Bizerte. È stato coordinatore e consulente di diversi studi, progetti e organizzatore di seminari e workshop a livello nazionale, maghrebino, mediterraneo e africano nel campo della pesca artigianale.
– Marco Dadamo, Italia: collabora con numerosi parchi naturali e istituti di ricerca realizzando interventi concreti finalizzati alla tutela e alla valorizzazione della biodiversità, in ambiente sia marino sia terrestre, sviluppando modelli di cogestione della fascia costiera. Insieme ai pescatori di Ugento e in collaborazione con le amministrazioni locali ha creato la prima Oasi Blu della Regione Puglia.
Moderatore
– Paula Barbeito, coordinatrice della campagna Slow Fish
Slow Fish, la manifestazione biennale dedicata al mare e a tutti i suoi abitanti, è giunta al traguardo della decima edizione, fortemente voluta dagli organizzatori, Slow Food e Regione Liguria, e da tutti i partner istituzionali – Ministero della Transizione Ecologica, Comune di Genova e Camera di Commercio di Genova in primis – e privati – BBBell, FPT Industrial, Pastificio Di Martino, QBA, Reale Mutua e UniCredit – che hanno scommesso su una delle primissime manifestazioni in presenza a livello nazionale.
Etichetta Consapevole Too Good To Go: impegno a sensibilizzare i consumatori sulla differenza tra data di scadenza e termine minimo di conservazione.*
Il 63% degli italiani non conosce la differenza tra Data di Scadenza e TMC (Termine Minimo di Conservazione), contribuendo al 10% dello spreco alimentare in Europa dovuto all’errata interpretazione delle diciture.
Too Good To Go si impegna, promuovendo un’ulteriore specifica in etichetta, a consapevolizzare i consumatori sul reale significato del “da consumarsi preferibilmente entro”
Too Good To Go, l’app contro gli sprechi alimentari, lancia anche in Italia l’iniziativa Etichetta Consapevole: un’ulteriore aggiunta in etichetta della frase “Spesso buono oltre”, accompagnata da alcuni pittogrammi esplicativi dedicata ai prodotti con il TMC (ossia con la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro”) per incoraggiare i consumatori ad utilizzare i propri sensi prima di gettare un prodotto. Sono 9 milioni le tonnellate di cibo sprecate ogni anno in Europa*, dovute all’errata interpretazione della dicitura, che equivalgono a più di 22 milioni di tonnellate di CO2e immesse nell’atmosfera**: un danno non solo economico, ma in primis ambientale.
Proprio per questo, in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente (5 giugno), Too Good To Go lancia l’iniziativa Etichetta Consapevole anche in Italia, con lo scopo di sensibilizzare e incentivare una maggior comprensione delle informazioni sul prodotto. Una campagna che l’app ha già promosso in altri Paesi come Danimarca, Germania, Svizzera, Francia, Regno Unito, Spagna e Portogallo, proprio per l’importanza del tema in ottica di contrasto allo spreco: il 10% dello spreco alimentare in Europa è infatti attribuibile alla non corretta interpretazione delle due diciture***.
In Italia, da una recente indagine di Altroconsumo risulta che solo il 37% dei consumatori**** è davvero consapevole che la data di scadenza “da consumarsi entro” attesta che effettivamente consumare il prodotto oltre quella data può essere un rischio per la salute, mentre il termine minimo di conservazione “da consumarsi preferibilmente entro” indica che l’alimento potrebbe iniziare da quel periodo di tempo a perdere minimamente alcune delle sue proprietà organolettiche (gusto, profumo, fragranza) ma, se conservato nella maniera corretta, è ancora perfettamente consumabile senza rischi anche oltre la data indicata.
“Il Termine Minimo di Conservazione indica la data entro la quale il prodotto alimentare conserva le proprie proprietà specifiche, in adeguate condizioni di conservazione. Moltissimi prodotti oltre la data riportata possono subire modificazioni organolettiche come sapore, odore o consistenza, ma possono essere comunque consumati senza rischi per la salute: se conservati bene si possono infatti mangiare anche dopo il termine minimo di conservazione e possiamo così evitare di buttare via tanto cibo che in realtà si può consumare senza pericolo. Utilizzare i sensi, per capire se il prodotto è molto deperito oppure ha odore o colore anomalo, rappresenta quindi una strategia utile per combattere lo spreco alimentare ed evitare che cibo ancora perfettamente ottimo rischi di essere buttato a causa di un’errata interpretazione della dicitura in etichetta”, spiega Laura Rossi, Responsabile Scientifico Osservatorio sugli sprechi alimentari del CREA – Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria.
Il consumatore, affidandosi ai propri sensi (vista, gusto e olfatto), può così evitare di gettare cibo ancora perfettamente commestibile: a un anno dal lancio dell’iniziativa di sensibilizzazione in Danimarca, il 70% dei consumatori ha dichiarato di essere più consapevole sul tema e il 60% di aver sprecato meno cibo dopo essere venuto a conoscenza del problema grazie alla campagna di Too Good To Go. Anche in Italia, l’obiettivo è quello di portare maggiore consapevolezza sul tema, per abbattere in modo concreto ed immediato gli sprechi alimentari, che ammontano a circa 27 kg per persona*****.
L’Etichetta Consapevole inviterà i consumatori a rivolgere l’attenzione al reale significato del TMC e a utilizzare i propri sensi prima di gettare arbitrariamente il prodotto. Sono già diverse le aziende che si uniscono alla chiamata di Too Good To Go, come “La Marca del Consumatore”, con la sua passata che già da gennaio presenta l’Etichetta Consapevole. Da maggio, inoltre, si possono già trovare sugli scaffali dei negozi biologici di tutta Italia alcuni prodotti a marchio NaturaSì con l’indicazione del termine minimo di conservazione, oltre che referenze di Salumi Pasini e WAMI, che riportano l’Etichetta Consapevole.
Altre aziende come Granarolo, Fruttagel, Bel Group, Gruppo VéGé, Raspini Salumi, Nestlé, Danone e Olio Raineri si sono impegnate ad aggiungere l’ulteriore specifica su alcuni loro prodotti nel corso del 2021 e Too Good To Go continuerà ad allargare il proprio raggio d’azione, con lo scopo di aumentare la consapevolezza e l’informazione del consumatore e, di conseguenza, diminuire gli sprechi domestici.
“Il progetto Etichetta Consapevole, che si inserisce tra le azioni che stiamo portando avanti all’interno del Patto contro lo Spreco Alimentare lanciato a gennaio, è uno step importante, sia per il consumatore che per le aziende. La consapevolezza, quando si tratta di sprechi alimentari, a volte è la prima e più determinante arma per generare un impatto concreto”, aggiunge Eugenio Sapora, Country Manager Italia di Too Good To Go.
Anche l’on. Maria Chiara Gadda, proponente della legge 166 del 2016 c.d. “Antispreco”; l’on. Daniela Rondinelli, europarlamentare e membro della Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare; la dott.ssa Ludovica Principato, food waste scientist e docente all’Università Roma Tre; l’organizzazione dei consumatori Altroconsumo e Confconsumatori hanno ufficialmente appoggiato la campagna di Too Good To Go.
* European Commission, Market study on date marking and other information provided on food labels and food waste prevention, 2018.
** Equazione proposta da Too Good To Go su dati FAO (2013), 1 Kg di cibo sprecato corrisponde all’emissione d 2.5 Kg di CO2e nell’atmosfera.
*** European Commission, Market study on date marking and other information provided on food labels and food waste prevention, 2018.
**** Altroconsumo, Meno cibo in pattumiera, 2020.
***** Waste Watcher International Observatory-Università di Bologna-Last Minute Market su dati IPSOS, Le dinamiche dello spreco, 2021.
Too Good To Go
Nata nel 2015 in Danimarca con l’obiettivo di combattere lo spreco alimentare, l’applicazione Too Good To Go è presente in 15 Paesi, conta ad oggi oltre 38 milioni di utenti ed è tra le prime posizioni negli App Store e Google Play di tutta Europa. Too Good To Go permette a bar, ristoranti, forni, pasticcerie, supermercati ed hotel di recuperare e vendere online – a prezzi ribassati – il cibo invenduto “troppo buono per essere buttato” grazie alle Magic Box, delle “bag” con una selezione a sorpresa di prodotti e piatti freschi che non possono essere rimessi in vendita il giorno successivo.
Gli utenti della app non devono far altro che geolocalizzarsi e cercare i locali aderenti, ordinare la propria Magic Box, pagarla tramite l’app e andarla a ritirare nella fascia oraria specificata per scoprire cosa c’è dentro.
Liberiamo i semi! Salviamo futuro del nostro cibo. WeMove lancia una Petizione all’Ufficio europeo dei brevetti (EPO) di adottare misure urgenti per proteggere i beni comuni bloccando il monopolio dei brevetti sui semi.
Per questo motivo, devono impedire qualsiasi appiglio legale presente nell’attuale diritto brevettuale, che permette alle aziende di creare monopoli sull’utilizzo di frutta, verdura e semi. Finché questo non sarà fatto, chiediamo una moratoria sulle applicazioni dei brevetti per le piante coltivate e gli animali allevati in modo convenzionale!
I nostri partner e le voci di oltre 180.000 persone della nostra comunità hanno protestato allo scopo di fermare multinazionali quali la Bayer-Monsanto, Heineken o Carlsberg, nel tentativo di impedir loro di detenere il diritto esclusivo di coltivare frutta, verdura e sementi.
Perché è importante?
I brevetti possono creare dei monopoli: frutta, verdura e semi protetti da brevetti non possono essere utilizzati da altri agricoltori per la coltivazione senza il permesso del proprietario dei brevetti. Ciò significa che una manciata di grandi multinazionali potrebbero ottenere il controllo pressoché totale sulla produzione giornaliera dei nostri alimenti: potranno decidere cosa mangiamo, cosa producono gli agricoltori, cosa vendono i negozi e quanto dobbiamo pagare questi prodotti.
Nessuno dovrebbe avere il diritto esclusivo di coltivare e vendere frutta e verdura. Sembra scontato, ma da oltre quattro anni lottiamo proprio per evitare che questo accada. E abbiamo vinto. L’anno scorso, l’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO) ha ufficialmente dichiarato che le piante coltivate in modo convenzionale non possono essere oggetto di brevetti.
Ma alcune aziende, fra cui Bayer-Monsanto, DowDupont, Heineken e Carlsberg, hanno trovato una scappatoia e rischiano di mandare in fumo la nostra vittoria, grazie ad una serie di appigli legali che permetterebbero loro di registrare nuove brevetti su orzo e meloni.
Quello che stanno tentando di fare è davvero subdolo. Si tratta di un “raggiro tecnico”, ed è in sostanza un modo per sfruttare gli appigli introdotti dall’EPO.
Sono proibiti i brevetti sulle piante coltivate con metodo convenzionale, ma sono ammessi quelli sulla coltivazione tramite ingegneria genetica, inclusi i nuovi metodi come la manipolazione del genoma.
In questo modo le aziende possono tentare di rendere più confusi i confini tra coltivazione convenzionale e ingegneria genetica. In pratica, significa che i semi destinati alla produzione di birra o meloni possono ancora essere definiti un’invenzione.
L’EPO ci ha già ascoltato una volta grazie a un’enorme petizione, all’invio di migliaia di reclami contro un brevetto sui pomodori, e una protesta a Monaco in occasione dell’Oktoberfest, il festival della birra
L’EPO si riunirà di nuovo alla fine di Giugno e il suo direttore è aperto a un dialogo “fruttuoso”. In questo momento stiamo organizzando una nuova azione in vista di questa prossima riunione, per assicurare che il nostro messaggio venga recapitato forte e chiaro: serve prendere una decisione finale per chiudere tutte le scappatoie legali e bloccare una volta per tutte i brevetti sulle sementi!
Sostenibilità negli adolescenti. Museo del Risparmio di Intesa Sanpaolo ha promosso questa ricerca al fine di indagare come i giovanissimi (13-18enni) affrontano il tema della sostenibilità in senso ampio. Si tratta di un approfondimento di natura complementare all’attività educativa del progetto S.A.V.E che il Museo ha disegnato e propone da tre anni insieme al BEI Institute, per sensibilizzare i giovani all’uso consapevole delle risorse finanziarie e ambientali, all’economia circolare e all’inclusione sociale.
Sono state raccolte 400 interviste tramite tecnica CAWI (Computer Assisted Web Interviewing) rivolte ad un campione di 13-18enni rappresentativo dell’universo di riferimento per sesso, singole età anagrafiche e area geografica di residenza.
Il field si è svolto dal 5 al 17 febbraio 2021.
Gli insight di ricerca
1. I giovani italiani mostrano una maturità e un orientamento al futuro sorprendenti e unici
Una generazione che riesce a collegare i principi e convincimenti da una parte e l’agire quotidiano dall’altra.
Questa coerenza etico-mentale si sostiene e rafforza in molti modi:
– L’adesione al tema della sostenibilità è alta, segno di una sensibilità radicata, si potrebbe dire ‘nativa’ per la generazione dei Fridays for future
— Sia quando si tratta di attenzione verso le risorse ambientali
— Sia quando si tratta di gestione del denaro
E si trasforma in impegno individuale, concreto, e comportamenti quotidiani virtuosi.
– I giovani italiani mostrano di pensare in modo nuovo, sostituendo
— Al pensiero tradizionale, lineare, analitico, con l’”io” al centro del discorso
— Un ‘pensiero circolare’, capace di tenere insieme presente passato e futuro, cause effetti e soprattutto fini e implicazioni dell’agire, sostituendo all’”io” il “noi” a cui sentono di appartenere.
Sia il punteggio medio dell’Indice di Consapevolezza Ambientale che quello dell’Indice di Consapevolezza Economica sono pari a 6.7 punti in una scala con range 0-10.
Il 96.1% dei giovani italiani ha sentito parlare del problema del cambiamento climatico. L’impegno in prima persona dei giovani per ridurre lo spreco delle risorse naturali ottiene un punteggio pari a 6.7. La gravità della mancanza di attenzione degli adulti verso le tematiche ambientali è giudicata in un punteggio di 7.9.
L’83.5% dei giovani italiani che ha soldi a propria disposizione dichiara l’abitudine a pensare come usarli. L’85.9% risparmia denaro con una finalità ben precisa (per realizzare un progetto o, secondariamente, per allontanare la paura di diventare povero). La capacità individuale di tenere sotto controllo le spese rimandando quelle non necessarie è pari a 7.1.
Nb: tutti i punteggi medi sono riferiti a una scala con range 0-10
2. Consapevolezza Ambientale e Consapevolezza Economica sono intimamente connesse
Chi ha grande attenzione per le risorse naturali gestisce con uguale cura il denaro.
– Dalla consapevolezza della finitezza – in alcuni casi vera e propria scarsità di risorse -evocata dalle ripetute crisi economiche, lavorative, sociali, climatico-ambientali e ora pure sanitarie, i giovani italiani hanno imparato la responsabilità nell’uso dei beni di cui dispongono.
Il Top quartile dell’Indice di Consapevolezza Ambientale (composto cioè dai più attenti all’ambiente) ottiene 7.8 punti nell’Indice di Consapevolezza Economica e il Top quartile di Consapevolezza Economica (composto cioè dai più attenti alla gestione del denaro) ottiene 7.6 punti nell’Indice di Consapevolezza Ambientale.
Nb: tutti i punteggi medi sono riferiti a una scala con range 0-10
3. Quando si parla di sostenibilità si sfumano le differenze tra ragazze e ragazzi
L’attenzione per l’ambiente e per il denaro è trasversale al genere.
Tuttavia, su altri aspetti l’indagine mostra ancora l’esistenza di condizionamenti e pressioni educative differenti per ragazzi e ragazze. In particolare emerge
– Un vincolo più forte che lega le ragazze agli altri:
— Nella cura (quando si tratta di decidere come spendere il denaro, le ragazze sono meno individualiste dei ragazzi e pensano di più alla felicità degli altri);
— Come riferimento e ispirazione (le ragazze amano di più venire a conoscenza di storie di persone di diverse parti del mondo);
— Ma anche nella dipendenza dal giudizio (le ragazze mostrano minor sicurezza e autostima dei ragazzi).
– Una maggiore autonomia dei ragazzi che si mostrano al contempo più individualisti nelle scelte (ad esempio nell’uso del denaro) e più felici.
Ragazzi e ragazze ottengono rispettivamente 6.8 e 6.9 punti nell’Indice di Consapevolezza Ambientale e 6.9 e 6.9 in quello di Consapevolezza Economica.
Le ragazze hanno un minore tendenza dei ragazzi, 5.3 di punteggio vs 5.6, a usare il denaro pensando solo alla propria felicità. Sentono con maggiore frequenza di valere poco, punteggio di 5.9 vs 4.9 dei ragazzi. Amano le storie sui social che raccontano di persone di diverse parti del mondo, punteggio di 6.9 vs 6.0 dei ragazzi.
I ragazzi sono più felici, hanno infatti un punteggio pari a 7.1 mentre le ragazze si fermano a 6.7.
Nb: tutti i punteggi medi sono riferiti a una scala con range 0-10
4. L’analisi per i tratti di personalità mostra l’esistenza di una relazione positiva tra stabilità caratteriale e attenzione all’ambiente e alla gestione del denaro
Le tre grandi famiglie individuate, gli Inquieti, i Curiosi e i Coscienziosi, si caratterizzano infatti per un’adesione differente ai temi della sostenibilità.
– Coscienziosi e Curiosi sono maggiormente coinvolti nella gestione consapevole delle risorse:
— I Coscienziosi, grazie alla combinazione di fiducia negli altri e diligenza, aspetti che li rendono persone che confidano nelle regole e le rispettano;
— I Curiosi, grazie alla passione verso tutto ciò che è nuovo e diverso e che li rende un segmento ricettivo e aperto al cambiamento.
– Gli Inquieti infine sono i più tiepidi nei confronti della sostenibilità ambientale ed economica.
— Hanno tratti di personalità segnati dalla bassa autostima, dall’isolamento e dalla conflittualità. Fragilità, frustrazione e rabbia alimentano un circolo vizioso che li allontana dalla possibilità di essere protagonisti di una vita sostenibile e consapevole.
I Coscienziosi hanno un Indice di Consapevolezza Ambientale pari a 7.7 e un Indice di Consapevolezza Economica pari a 7.4. Sono quelli che hanno più fiducia nelle persone, con un punteggio medio pari a 6.5 e sono molto diligenti nel portare a termine tutto ciò che iniziano, punteggio medio 8.1.
I Curiosi hanno un Indice di Consapevolezza Ambientale pari a 7.0 e un Indice di Consapevolezza Economica pari a 7.2. Amano imparare cose nuove a lezione, punteggio medio 8.7.
Gli Inquieti hanno un Indice di Consapevolezza Ambientale pari a 6.4 e un Indice di Consapevolezza Economica pari a 6.5. Sentono spesso di non valere molto, punteggio medio pari a 6.5. Molte cose che capitano li fanno arrabbiare, punteggio medio 6.9.
Nb: tutti i punteggi medi sono riferiti a una scala con range 0-10
5. I genitori svolgono ancora un ruolo di primaria importanza per i 13-18enni italiani
Vengono infatti presi a modello da una larghissima maggioranza di ragazzi sia quando si parla di sostenibilità ambientale che di sostenibilità economica.
– Il modello di riferimento familiare è quasi esclusivo per quanto riguarda la consapevolezza economica, perché
— I genitori sono la prima fonte di denaro, cosa che ne rafforza il loro primato educativo;
— Sono spesso l’unico modello esistente, perché fuori dalla famiglia, nel contesto scolastico o relazionale, non si parla abbastanza di impiego del denaro e di educazione economica.
– I genitori rivestono un ruolo altrettanto importante anche se meno esclusivo quando si tratta di sostenibilità ambientale
— Sia perché i ragazzi sono i protagonisti del cambiamento di attenzione verso l’ambiente;
— Sia perché sono più bravi nell’adottare i nuovi comportamenti (fare la raccolta differenziata, prestare attenzione allo spreco di acqua, usare forme di mobilità alternativa, ecc.).
— Sia perché infine la questione ambientale è affrontata ampiamente dai media e nei contesti extra-familiari.
Il 91.2% dei giovani italiani si ispira ai propri genitori per la gestione del denaro. La percentuale sale al 93.2% se si considerano i più attenti alla sostenibilità economica.
L’82.9% dei ragazzi si ispira ai propri genitori per la gestione delle risorse ambientali. La percentuale sale all’85% se si considerano i più attenti alla sostenibilità ambientale.