Ecosistemi sani: 1,2 miliardi posti di lavoro. Investire in attività di rigenerazione della natura si traduce anche in nuovi posti di lavoro con molteplici benefici economici e sociali per le comunità locali. Lo ricorda il WWF in occasione del Primo maggio, Festa dei lavoratori, che anche quest’anno si celebra nel mezzo di una pandemia. Ed è proprio questa condizione, per il WWF, ad aver evidenziato quanto siano vulnerabili i paesi e i sistemi globalizzati agli shock esterni. Distanziamento sociale, blocco di gran parte delle attività economiche, hanno innescato una crisi economica accompagnata da una rapida perdita di lavoro come mai era avvenuto in passato: ma le nostre società e le nostre economie sono profondamente o radicate nella natura, e non esterne ad essa.
I sistemi naturali (costituiti dalla biodiversità presente sul Pianeta) e i servizi che essi offrono gratuitamente e quotidianamente, anche detti servizi ecosistemici, sono,infatti, la base essenziale dei processi economici, dello sviluppo e del benessere delle società umane. I sistemi naturali ricoprono un ruolo centrale anche nel sostenere l’occupazione: circa 1,2 miliardi di posti di lavoro in settori come l’agricoltura, la pesca, la silvicoltura e il turismo dipendono direttamente dalla gestione efficace e dalla resilienza di ecosistemi sani.
Ad esempio, la bassa produttività dell’agricoltura nei paesi in via di sviluppo, in particolare in Africa, è la causa primaria della condizione di povertà estrema caratteristica di alcune regioni. In questi contesti, le soluzioni basate sulla natura, come il ripristino dei bacini idrici, possono aumentare la disponibilità di acqua e ridurre l’erosione del suolo, contribuendo all’aumento della produttività agricola.
Benefici simili si possono trovare nei settori come la pesca e la silvicoltura, dove l’uso di soluzioni basate sulla natura può sostenere, e talvolta incrementare, i posti di lavoro e l’economia delle comunità locali. Secondo uno studio statunitense (Garrett-Peltier and Pollin, 2019) il ripristino e la gestione sostenibile delle foreste avrebbe creato più posti di lavoro per milione di dollari investito rispetto ad altre tipologie di industrie (agricoltura, gas, aviazione ecc.), arrivando a generare 39.7 posti di lavoro diretti ed indiretti per milione investito. Nei paesi in via di sviluppo questi valori risulterebbero più elevati.
Si stima che la Rete Natura 2000 sostenga 104.000 posti di lavoro nelle attività di gestione e conservazione delle aree protette e altri 70.000 posti di lavoro in attività connesse in maniera indiretta. Alla base di questo c’è un investimento annuale e costante di circa 6 miliardi di euro per la gestione e il ripristino della rete Natura 2000.
In futuro, si prevede che il fabbisogno di biodiversità possa generare fino a 500.000 posti di lavoro. Basti considerare il settore agricolo: 1,3 milioni dei 9,6 milioni di posti di lavoro in UE in questo ambito sono collegati direttamente o indirettamente ai siti Natura 2000. Anche il settore del turismo ha un ruolo cruciale, offre lavoro a 12 milioni di persone in Europa, di cui 3,1 milioni sono collegati alle aree della rete Natura 2000.
Gli investimenti in rinaturazione sono definiti anche investimenti moltiplicatori. È stato stimato infatti che investire circa 2,7 trilioni di dollari ogni anno entro il 2030 in soluzioni basate sulla natura genera vantaggi economici pari a 10 trilioni di dollari e 395 milioni di nuovi posti di lavori (World Economic Forum 2020).
Il WWF ha calcolato che il ritorno economico derivante dalla sola ricostruzione degli ecosistemi marini (grazie all’estensione delle aree marine protette dal 20 al 30% e ad interventi sostanziali di ripristino) potrà portare, sempre al 2050, ad un ricavo di 10 dollari per ogni dollaro speso, oltre che ad un incremento di 1 milione di posti di lavoro tra gli operatori del mare.
“Proteggere, ripristinare, gestire in modo sostenibile gli ecosistemi e allo stesso tempo far crescere la nostra economia non è più un’utopia. La risposta è nelle soluzioni basate sulla natura, ovvero gli interventi finalizzati a tutelare, gestire in modo sostenibile e restaurare gli ecosistemi – ha ricordato Marco Galaverni, direttore scientifico del WWF Italia – Le soluzioni basate sulla natura forniscono risposte alle sfide chiave della società, producono benessere per le comunità e benefici per la biodiversità”.
Nonostante questi strumenti siano noti da tempo, il loro valore non è ancora del tutto riconosciuto e rappresentano un’opzione di investimento a basso costo per aumentare i posti di lavoro, la produttività e l’economia locale, oltre alla loro azione primaria di proteggere, conservare e ripristinare il capitale naturale.
Il caso di Zagabria, Croazia – Le soluzioni basate sulla natura per contrastare la disoccupazione
La città di Zagabria ha moltissimi parchi, come Medvednica e Park Maksimir, i quali richiedono risorse e competenze specifiche per essere protetti e conservati. Nel 2005 la città ha lanciato un programma di formazione volto a ridurre la disoccupazione locale contribuendo allo stesso tempo alla conservazione degli spazi verdi rivolto principalmente a persone da anni senza una solida occupazione. L’obiettivo è quello di generare contratti di lavoro a tempo pieno per la cura del verde e la conservazione delle aree protette e, con un percorso formativo, far acquisire ai partecipanti le conoscenze e le competenze necessarie per un nuovo inserimento nel mondo del lavoro.
Dal 2005 al 2015, hanno partecipato al programma oltre 3.000 persone, di cui circa il 30% ha successivamente trovato un’occupazione. Il programma ha contribuito alla riduzione della povertà locale, aumentando la motivazione e la consapevolezza tra i cittadini partecipanti. Circa 300 persone sono state coinvolte nuovamente ogni anno nella manutenzione degli spazi pubblici verdi e in altre attività di gestione ordinaria delle aree protette volte alla protezione della biodiversità, come per esempio la rimozione dei rifiuti smaltiti illegalmente all’interno dei parchi. Questo progetto mostra come l’attenzione, la cura e la conservazione della natura nelle città possa fornire importanti benefici sociali attraverso la sua protezione attiva.
Il caso del Sud Africa – Working for Water
In Sud Africa le specie aliene invasive vegetali stanno causando moltissimi danni: mettono a repentaglio le attività economiche, la biodiversità, la sicurezza dell’acqua e l’integrità del suolo (ILO, 2018). Investendo in soluzioni basate sulla natura, inclusi la gestione ed il ripristino degli habitat con vegetazione autoctona, è possibile generare molteplici vantaggi. Un esempio importante viene da Città del capo, dove il ripristino della vegetazione autoctona ha aumentato la disponibilità d’acqua nei bacini idrografici che riforniscono la città. Questo perché le specie non autoctone, come ad esempio l’eucalipto, richiedono maggiori quantità di acqua, 1,4 trilioni di litri in più l’anno, rispetto alle piante autoctone. Questa perdita equivale al 4% dell’approvvigionamento idrico della nazione e, poiché le specie aliene si stanno diffondendo molto rapidamente, la perdita potrebbe quadruplicare fino al 16% (WWF-SA, 2016).
Allo stesso tempo, il paese presenta tassi di disoccupazione molto elevati, rendendo possibile la mobilitazione di numerose persone alla risoluzione di questo problema. Il governo sudafricano, a partire dal 1995, ha infatti implementato con successo il programma Working for Water (WfW), guidato dal Dipartimento dell’Ambiente in coordinamento con diverse organizzazioni del settore pubblico e della società civile (WWF, 2019).
Vengono offerti contratti di lavoro finalizzati a rimuovere le specie invasive dai principali bacini idrici, aumentando così la disponibilità di acqua potabile (ILO, 2018). Finora, sono stati ripristinati oltre 1 milione di ettari, fornendo oltre 50 milioni di metri cubi di acqua all’anno e sostenendo più di 20.000 posti di lavoro (ILO, 2018; WWF, 2019b). Grazie ai risultati ottenuti, ad oggi ci sono più di 300 progetti WfW in tutte e nove le province del Sud Africa (WWF, 2019).
Inoltre, l’approccio WfW è stato integrato in numerosi altri programmi di sostentamento del governo sudafricano, basati sempre sulle NBS come Working for Wetlands, Working for the Coast e Working on Fire. La creazione di posti di lavoro per le parti sociali più svantaggiate, come le donne, i giovani e le persone con disabilità rimane uno dei cardini di questi programmi. Nell’anno finanziario 2019-2020 sono stati creati più di 60.000 posti di lavoro, di cui oltre il 70% è andato ai giovani, il 55% alle donne e l’1,5% alle persone con disabilità (DPW, 2020).
ph. © Enrico Rainero
Water to Food: acqua consumata da ogni alimento. Watertofood.org: la sezione del sito Play with Data permette a chiunque voglia saperlo di scoprire l’impronta idrica che rimane impressa nel mondo per la produzione dei singoli alimenti
Quanta acqua serve per produrre i chicchi di caffè che finiscono in una sola tazzina?
E per un piatto di pasta o una semplice mela?
Oggi è possibile saperlo con un semplice click grazie al progetto del Politecnico di Torino “Water To Food”: un progetto di comunicazione di dati e informazioni sull’impatto che la produzione e il commercio internazionale di cibo hanno sulle risorse idriche mondiali e locali. Nato dal progetto di ricerca europeo Coping with WAter Scarcity In a globalized world, CWASI, coordinato da Francesco Laio docente presso il Dipartimento di Ingegneria per l’ambiente, il territorio e le infrastrutture del Politecnico, Water to Food nasce durante il lockdown da un’idea delle tre giovani ricercatrici Benedetta Falsetti, Carla Sciarra e Marta Tuninetti che nell’ultimo anno hanno lavorato al fianco di un team di esperti in comunicazione digitale.
Water to Food ha l’obiettivo di mettere a disposizione della società i dati riguardanti l’acqua virtuale contenuta nel cibo che si consuma, ovvero l’acqua che, prelevata da una nazione per coltivare e lavorare un determinato bene, si sposta con esso dal posto di produzione al posto di consumo.
Questi dati, prodotti negli anni dalla squadra di ricercatori e ricercatrici del progetto CWASI , sono oggi facilmente accessibili e leggibili da chiunque voglia informarsi sul tema, magari proprio nel momento in cui è tra i corridoi del supermercato e sta decidendo cosa comprare: basta collegarsi al sito watertofood.org e accedere alla sezione Play with data, e controllare il valore della “water footprint” l’impronta idrica del prodotto, analizzando le differenze tra i posti diversi di produzione.
Si può scoprire che per produrre un chilo di caffè etiope servono più di undicimila litri di acqua e che l’Italia importa dall’Etiopia circa 95 milioni di metri cubi di acqua proprio sotto forma di chicchi da tostare.
Per la pasta: tra i vari stati da cui proviene il grano, l’Italia importa da Russia, Australia, Stati Uniti e Canada, stato da cui importa più di un miliardo di metri cubi di acqua virtuale. Considerando che il Lago di Garda ha un volume di circa 50 chilometri cubi, si stima che il volume totale di acqua virtuale che l’Italia importa sotto forma di cibo nel corso di un anno sia circa 1750 chilometri cubi (secondo una stima fatta per l’anno 2016), volume che corrisponde a circa 35 volte il volume, appunto, del lago di Garda.
“Water to Food è pensato proprio per chi, essendo curioso e attento su questi temi e volenteroso di ridurre l’impatto sulle risorse idriche della sua dieta, possa accedere in maniera rapida e facile ad un vasto database di informazioni, che possono aiutare nella scelta degli acquisti e promuovendo così un consumo di acqua più sostenibile– spiegano dal gruppo di lavoro – Per raggiungere il nostro obiettivo di comunicare i risultati della nostra ricerca, abbiamo anche prodotto un libro di infografiche e informazioni utili alla società, presto consultabile sul sito Water to Food e un video esplicativo della ricerca e dei suoi concetti chiave. Ci piacerebbe che questo portale, ricco di tante informazioni, diventi un punto di riferimento per tutti gli interessati e per altri ricercatori per creare sinergie di lavoro”.
Irresponsible antimicrobial use in meat supply chains, threatening public health. A study of the ten largest animal health companies by the $38 trillion-backed FAIRR Initiative finds that none of ten leading animal health companies including Elanco, Phibro and Zoetis have adopted a comprehensive policy for tackling antimicrobial resistance (AMR) that is consistent across markets and supports improved supply chain transparency, manufacturing standards, responsible marketing and use of antimicrobials in animal agriculture.
FAIRR’s research examines the $47 billion animal health industry which manufactures and sells antimicrobial treatments for the animal agriculture sector, that supplies supermarkets and restaurants with meat products. It criticises the sector for a lack of transparency from factories to sales to farm-use, and finds that current sales and marketing practices are fueling irresponsible antimicrobial use in animal protein supply chains.
Antimicrobial Resistance (AMR) is the emergence of superbugs (bacteria, viruses, fungi and parasites) that are resistant to antibiotics. An AMR crisis threatens to make even routine operations like hip replacements or caesarian sections life-threatening because we may no longer have effective antibiotics available. In 2018, an estimated half a million people worldwide fell ill with a form of tuberculosis that became resistant to one of its most effective drug treatments, Rifampicin.
The growing threat of AMR is largely due to the inappropriate overuse of antimicrobials, the majority of which are currently used in livestock farming to compensate for poor living conditions where disease outbreaks are difficult to control. Currently, an estimated 70% of global antimicrobial use occurs in animal agriculture.
Antimicrobial-resistant bacteria originating in animals can be transmitted to humans through the environment, food products, or direct contact – making antibiotics stewardship in food supply chains an absolute necessity and an urgent human health issue.
Shared-class antibiotics
Animal health companies continue to sell shared-class antibiotics for use in livestock. In the US, 65% of antibiotics considered important to human health — such as penicillin and tetracycline — are sold for use in livestock.
The biggest concern is that these shared-class antibiotics are being used routinely for non-therapeutic purposes such as growth promotion and prophylaxis, and the long duration and lower dosages of use increases the chance of resistant bacteria developing. In the US, Switzerland and the EU the use of shared-class antibiotics for these purposes is restricted. But in emerging markets, non-therapeutic usage of shared-class antibiotics is more common as there is less regulation, and enforcement of regulation, where it exists, is weaker. For instance, FAIRR finds evidence that two animal health firms, Jinhe Technology (China) and Zydus Cadila (India) sell a number of shared-class antibiotics including Tylosin, Amoxicillin and Levofloxacin, often in large quantities which promotes unnecessary and excessive use of vitally important human treatments.
Marketing matters
Of the ten companies analysed by FAIRR, none has a policy on responsibly marketing antimicrobials for use in animal agriculture.
Product labelling has a significant influence on how farmers administer antibiotics to their animals. In particular, by labelling products for ‘growth promotion’ and ‘routine prophylaxis’ animal health companies are propagating the misuse of these critical drugs.
Moreover, in emerging markets, product labels can be farmers’ only guide to correct usage, dosage, method of application, and expiry date as they often lack access to veterinarians. Use for prophylaxis can account for as much as 84% of total antibiotic use in animal agriculture in areas such as the Mekong Delta region of Vietnam[vii], while in China, use for growth promotion accounted for an estimated 53% of total usage of antibiotics in food producing animals in 2018.
For example:
– 2019, US animal health firm Zoetis announced that it would remove growth promotion messaging from products containing medically important antibiotics. However, the report cites evidence that the company does still label some products for growth promotion in at least one country in Latin America.
– Zydus Cadila, an animal health firm based in India, sells a product called Winmyco, which contains a highest-priority critically important antibiotic for human health, Tylosin. The product is being promoted for growth purposes in India, despite a severe threat of AMR in humans as a result of its overuse.
Without a consistent global approach to labeling, marketing, product sizing, animal health companies’ practices are driving a widespread use of antimicrobials in meat supply chains that comes at a potentially deadly cost to human health.
Environmental risks
The study also highlights that waste from the manufacture of antimicrobials is polluting environments and increasing the risk of antibiotic-resistant genes spreading to humans through waterways and soils. A recent study found that at least two thirds of the world’s waterways contain unsafe levels of antibiotics[ix]. For example, the Danube in Austria has been found to have four times the safe levels of antibiotics, while in Bangladesh concentration levels have been found at 300 times safe levels.
Current animal health manufacturing practices set few or no restrictions on concentrations of antimicrobials discharged in waste streams. At the recent G7 meeting on AMR, global health ministers specifically called on the urgent need to address the manufacturing industry’s waste management practices and their potential contribution to the proliferation of AMR.
Lobbying on the rise
Multi-lateral commitments, national regulations and detailed labelling on antibiotics have made some progress, but these measures have been matched by a notable increase in lobbying expenditure. In the EU and US alone, spending has nearly doubled from 2015-2019. FAIRR was unable to track lobbying spend in emerging markets but found evidence that some companies may be lobbying against strengthened regulation, putting lives at risk.
Risky business: ionophores
The study finds that a lack of regulation is leading to the wide use of ‘ionophores’ which can contribute to AMR. Ionophores are antimicrobials that are classed as antibiotics by the US FDA but not by the EU. This means that some meat classed as ‘raised without antibiotics’ (RWA) can include ionophores, potentially undermining global attempts to tackle AMR.
The use of medically important antibiotics in UK poultry farming dropped by 80% from 2012 to 2017, but the use of ionophores grew by 30%. In fact, in 2020, animal health giant Elanco reported that 85% of its revenue from animal-only antimicrobials came from ionophore sales.
There is evidence that ionophores could be important in human medicine against widely resistant bacteria, and so they must be administered responsibly to reduce the risk of AMR. In addition, their environmental toxicity raises concerns about residues in food and the environment — impacting humans, wildlife, soil and aquatic organisms.
“The silent pandemic” of AMR
This year, the G7 committed to working together to “curb the silent pandemic of antimicrobial resistance” and is exploring market incentives to bring new antimicrobials to market and improve antimicrobial stewardship. For animal health companies with exposure to antimicrobials, this commitment will likely accelerate existing regulatory pressures and scrutiny from investors and consumers alike.
FAIRR’s research offers a roadmap for animal health companies and their investors to reduce AMR risk. The study finds that five of the ten companies assessed already have a ‘high exposure’ to alternative treatment options and many forward-thinking animal health companies are already reducing their exposure to antibiotics by diversifying into alternatives such as diagnostic tools, vaccines, and novel treatments. Investors are invited to participate in FAIRR’s upcoming formal engagement with the sector to ask for robust action on AMR.
Jeremy Coller, Chair of FAIRR and CIO of Coller Capital said: “Antibiotic overuse is a pandemic accelerator hidden in plain sight. An estimated 70% of antibiotics are used in farmed animals, so both Pharma and farmer have a responsibility to reduce antibiotics in meat supply chains. But the animal health sector is failing to live up to its responsibilities to manage the risks we all face from antibiotic resistance. We have to ask ourselves: can the antibiotic crisis be solved without the cooperation of the $47bn animal health sector? Since 2016, over 70 investors worth $5.5 trillion have successfully engaged with global restaurant chains to limit the use of antibiotics in their global supply chains. Now FAIRR is looking beyond restaurants to look directly at the animal pharma sector and its role in AMR. It’s absolutely necessary for animal pharma to improve its antibiotics stewardship. FAIRR has invited investors to participate in its upcoming formal engagement with these companies to ask for robust action on antibiotic investment risk.”
Prof. Dr. Thomas Van Boeckel, ETH Zürich said: “The expanding use of antimicrobials in livestock, a consequence of growing global demand for animal protein, is of serious concern in light of the threat of antimicrobial resistance. An effective policy response including restrictive regulations on antimicrobial use and user fees could reduce the use of antimicrobials in food animals by up to 60% by 2030 compared with a business-as-usual target (BAU) of continued growth of the livestock sector. But currently, a lack of transparency or consistent global regulation is standing in the way of improved antibiotic stewardship in our food system. Any effort to safeguard against AMR will require the cooperation of policymakers, investors, farmers and animal health firms around the globe – as well as profound changes in hygiene standards and medication for intensively farmed animals.“
Professor Dame Sally Davies, UK Special Envoy on AMR, said: “Effective antibiotics are a critical infrastructure for health systems and food systems – and both are connected. Yet the system for marketing antibiotics is broken, risking the irreversible rise of the AMR pandemic, with knock-on effects for poverty, hunger and global security. To build forward from COVID-19 – to sustainable, effective and accessible treatments, we need innovation right across the value and supply chain. We also must address the risks posed by treating animals with antibiotics that are medically important to humans. FAIRR’s report demonstrates the opportunities for companies and consumers of ensuring that prudent antimicrobial use becomes the social and economic norm.”
Emma Berntman, Engager for EOS at Federated Hermes, said: “Our global medicine cabinet is running low. A pandemic, a lack of investment into new antibiotics and growing resistance mean we’re running out of options for treating the infections of the future. This has wide-ranging implications for sectors from farming to pharmaceuticals to food. Now is the time for leadership from investors in the fight to prevent the spread of superbugs and safeguard against a public health crisis that could cost the global economy more than a trillion dollars by 2050. We need robust investor engagement with the animal health sector on its exposure to AMR risks, policies to reduce prophylactic sales given incoming regulation and forward-looking research into alternative solutions such as vaccines and diagnostic technology. This isn’t tomorrow’s problem, it’s an urgent challenge for the financial community of today.”
About FAIRR
The FAIRR Initiative is a collaborative investor network, founded by Jeremy Coller, with a membership of $38 trillion assets under management. FAIRR works with institutional investors to define the material ESG issues linked to intensive livestock and fish farming systems and provide them with the tools necessary to integrate this information into their asset stewardship and investment decisions. This includes the Coller FAIRR Index, the world’s first comprehensive assessment of the largest global animal protein companies on environmental, social and governance issues.
ph. © Enrico Rainero
Commissione Europea apre a OGM. Slow Food è seriamente preoccupata dalle conclusioni dello studio commissionato alla Commissione europea sulle “nuove tecniche genomiche” (NGT), che di fatto apre le porte alla deregolamentazione di nuovi OGM, ignorando il principio di precauzione.
“Con il Green Deal e la strategia Farm to Fork, la Commissione europea si è impegnata ad accelerare la transizione verso un sistema alimentare veramente sostenibile. Proponendo adesso di rivedere le regole in materia di OGM, la Commissione decide di non investire in sistemi agroecologici che portano benefici agli agricoltori, alle comunità locali e all’ambiente”, afferma Marta Messa, direttore di Slow Food Europa. “Ancora una volta, quindi, vediamo prevalere gli interessi dell’agroindustria a discapito di un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e della libertà dei contadini di piccola scala di decidere in materia di sementi”.
La presa di posizione di Slow Food
Nel 2018, la Corte di giustizia europea aveva stabilito che l’esclusione dei nuovi OGM dalla direttiva Ue sugli OGM “comprometterebbe l’obiettivo di protezione perseguito dalla direttiva e non rispetterebbe il principio di precauzione che essa cerca di attuare”.
La Commissione europea sta ora pericolosamente contestando la sentenza.
Se i nuovi OGM non saranno sottoposti a test di sicurezza, si determinerà un vuoto nella tracciabilità ed etichettatura, e questa è una notizia preoccupante per i cittadini europei, che potrebbero ritrovarsi nel piatto i nuovi OGM senza informazioni in etichetta e senza esercitare il proprio diritto a scegliere, e per gli agricoltori e gli allevatori, per i quali garantire nuovi alimenti senza OGM diventerà sempre più difficile e costoso.
I nuovi OGM potrebbero essere potenzialmente dannosi per l’ambiente e la sovranità alimentare dei piccoli agricoltori.
Senza una regolamentazione rigorosa potrebbero verificarsi gravi danni agli ecosistemi e alla biodiversità, poiché non si potrebbero prendere misure contro la diffusione incontrollata di nuovi organismi OGM nell’ambiente.
L’agricoltura e la produzione alimentare che si basano su fonti prive di OGM non potrebbero più essere protette.
“La strategia Farm to Fork ha inteso rafforzare molto il ruolo dell’agroecologia per una vera transizione ecologica e l’apertura ad una tecnologia genetica che pone infiniti dubbi non sembra oggi coerente con gli auspici di poco meno di un anno fa. Inoltre, la strategia mira a fornire ai consumatori una migliore informazione in modo che i cittadini possano fare scelte consapevoli e contribuire alla transizione verso sistemi alimentari più sostenibili.
Deregolamentare i nuovi OGM significherebbe che questi non avrebbero più l’obbligo di essere etichettati, in completa contraddizione con gli obiettivi della strategia Farm to Fork. Esortiamo gli Stati membri a difendere il principio di precauzione, la sicurezza dei cittadini, la libertà di scelta degli agricoltori e la biodiversità”, conclude Messa.
Un po’ di storia
La tecnologia dell’ingegneria genetica si è evoluta dall’introduzione delle prime colture geneticamente modificate (GM) più di 20 anni fa.
È emerso un insieme di nuove tecniche GM che gli scienziati chiamano collettivamente “editing genetico”.
Il gene editing permette agli ingegneri genetici di modificare i geni esistenti piuttosto che aggiungere geni da altre specie.
Queste nuove tecnologie sono anche chiamate “new breeding techniques” dall’industria agro biotecnologica, “innovative tecniche genomiche” dal Consiglio dell’Ue o “nuove tecniche genomiche” dalla Commissione europea.
Slow Food chiama queste nuove tecniche di ingegneria genetica “nuovi OGM” poiché, secondo la sentenza della Corte di giustizia europea, si tratta legalmente e tecnicamente di tecniche di modificazione genetica, e quindi presentano gli stessi rischi.
Nel 2018, la Corte di giustizia europea (CGUE) ha stabilito che i nuovi OGM devono essere regolamentati come OGM secondo i regolamenti dell’Ue, quindi seguendo il principio di precauzione.
La sentenza della Corte di giustizia europea significa che la nuova generazione di colture e semi GM deve passare attraverso controlli di sicurezza, un processo di autorizzazione ed essere etichettata prima di essere immessa sul mercato, per garantire agli agricoltori, ai produttori di cibo e ai consumatori il diritto di sapere se un prodotto alimentare contiene organismi GM o meno.
Slow Food ha da tempo una posizione contraria agli OGM per i rischi che presentano per la biodiversità, per le minacce che pongono ai mezzi di sussistenza degli agricoltori locali e per il fatto che sono incompatibili con un sistema agricolo basato sull’agroecologia.
Inoltre, i prodotti delle tecniche genomiche sono coperti da brevetti di proprietà di una manciata di multinazionali.
I brevetti sulle sementi hanno conseguenze economiche negative per il settore agricolo, compresa la monopolizzazione e la concentrazione del mercato delle sementi.
L’agricoltura GM favorisce lo sviluppo di monocolture intensive, ponendo una crescente minaccia alla sopravvivenza delle sementi tradizionali e delle stesse comunità rurali, che sono sempre più private dei loro mezzi di produzione e di sostentamento.
L’UE deve attuare pienamente la sentenza della Corte di giustizia europea del 2018 e garantire che i nuovi OGM siano soggetti ai controlli di sicurezza di base e ai requisiti di autorizzazione.
Il 30 marzo 2021 è stata inviata una lettera al vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans nella quale si mette in guardia dai rischi della deregolamentazione dei nuovi OGM.
Cosa dice lo studio della Commissione?
Il 29 aprile la Commissione europea ha pubblicato il suo atteso studio sulle nuove tecniche genomiche , richiesto dal Consiglio dell’UE nel novembre 2019. Lo studio conclude che:
– “I prodotti NGT e le loro applicazioni potrebbero fornire benefici alla società dell’Ue e affrontare importanti sfide” tra cui “la resilienza e la sostenibilità nel sistema agroalimentare”;
– Per permettere ai nuovi OGM di contribuire alla sostenibilità, “dovrebbe essere previsto un meccanismo appropriato per valutare i loro benefici”;
– Le attuali regole dell’Ue sugli OGM non sono adatte allo scopo.
Lo studio conclude che è necessaria una nuova politica che regoli i nuovi OGM.
Questo è profondamente preoccupante in quanto implica che la Commissione sta cercando di indebolire i principi che attualmente regolano gli OGM e l’editing genetico.
Il commissario Stella Kyriakides, capo del dipartimento Salute dell’Ue, afferma che “le nuove tecniche genomiche possono promuovere la sostenibilità della produzione agricola, in linea con gli obiettivi della nostra strategia Farm to Fork”.
Sostenibilità pesticidi? Slow Food: possiamo davvero parlare di uso sostenibile dei pesticidi? La consultazione europea rappresenta l’ultima possibilità per chiedere l’introduzione di regole vincolanti
L’Unione europea ha cominciato la revisione della Direttiva sull’uso sostenibile dei pesticidi (SUD), scritta nel lontano 2009 per regolare l’uso dei pesticidi. «La revisione di questa direttiva rappresenta la migliore, per non dire l’unica, opportunità di indicare obiettivi vincolanti per la riduzione dell’uso di pesticidi chimici», spiega Marta Messa, direttore di Slow Food in Europa.
Ogni Stato membro è tenuto ad accogliere la direttiva mettendo a punto un Piano d’azione nazionale (Pan) della durata di cinque anni: quello italiano, elaborato nel 2014 (e quelli di molti altri paesi europei, in verità) non ha però recepito in maniera sufficiente le intenzioni della Commissione.
Un dato in particolare condanna l’Italia: nel 2017, nel nostro paese, su ogni ettaro di suolo agricolo erano stati versati in media 6,1 kg di pesticidi, per un totale di 56.641 tonnellate.
Francia e Spagna, in media, ne consumano la metà (3,6 kg per ettaro), la Germania non supera i 4 kg.
«Il Green Deal europeo, e nello specifico la strategia Farm to Fork, intendono ridurre del 50% l’impiego e il rischio dei pesticidi chimici in genere e l’uso dei pesticidi più nocivi entro il 2030. Non dovremmo tuttavia ignorare la richiesta delle quasi 500.000 persone che in questi mesi hanno firmato l’Iniziativa dei cittadini europei Salviamo api e agricoltori, chiedendo a gran voce la riduzione dell’80% dell’uso di pesticidi entro il 2030 e la totale eliminazione entro il 2035», continua Messa.
Per raggiungere questo risultato è fondamentale fissare limiti per ogni Stato, migliorare la raccolta dei dati sull’uso dei pesticidi da parte degli agricoltori, promuovendo l’agroecologia e l’adozione di alternative ai pesticidi sintetici.
A questo proposito, «Slow Food sottolinea l’importanza di limitare il più possibile l’impiego dei pesticidi, a partire dall’abolizione del loro uso preventivo, in agricoltura ma anche nel giardinaggio e nella silvicoltura. Le pratiche di Gestione integrata delle specie infestanti (IPM – Integrated Pest Management) devono diventare obbligatorie per gli agricoltori, che così possono sostenere la transizione verso l’agroecologia e incoraggiare sistemi di gestione volti a ristabilire la simbiosi tra api e agricoltura. Naturalmente le alternative ai pesticidi non devono includere Ogm, che perpetuano un modello di produzione agricola basato sulle monocolture e sull’agricoltura industriale, mettendo a rischio la biodiversità e la sovranità degli agricoltori.
L’Europa ha bisogno di sistemi alimentari agroecologici diversificati, basati sulla biodiversità e con sempre minore dipendenza da input esterni, favorendo invece il rafforzamento di comunità sul territorio. Così riusciremo finalmente ad aiutare gli agricoltori ad adottare pratiche agricole più rispettose delle api e della natura», conclude Messa.
I prossimi anni saranno cruciali per iniziare a cambiare la nostra agricoltura al fine di raggiungere gli obiettivi del Green Deal.
Gestione foreste migliora il suolo. La conferma dalla verifica dei servizi ecosistemici effettuata da FSC Italia: i numeri dimostrano che le foreste dove la gestione responsabile è certificata contribuiscono a prevenire l’erosione del suolo, a migliorare lo stoccaggio di carbonio e a ridurre la quantità di terreni degradati.
Re Soil Foundation: “Importante costruire una solida cooperazione tra tutti gli attori coinvolti”
La gestione responsabile dei boschi contribuisce alla conservazione della fertilità del suolo e combatte erosione e dilavamento: a dirlo, in occasione dell’Earth Day 2021 sono i numeri relativi alla verifica dei servizi naturali offerti delle foreste, promossa da FSC Italia a partire dal 2018.
Grazie a FSC, l’Italia è stato il primo Paese al mondo a verificare i cinque servizi ecosistemici offerti dalle foreste, ossia lo stoccaggio del carbonio, la conservazione della biodiversità, la stabilizzazione del suolo e del ciclo dell’acqua e, infine, il miglioramento dell’offerta turistico-ricreativa e culturale. La verifica di tali servizi ha consentito quindi di valutare come una gestione sostenibile della risorsa forestale, la sua conservazione e ripristino, abbiano molti benefici, tra cui l’aumento della stabilità e dei nutrienti contenuti nel terreno.
Foreste sane consentono infatti di proteggere il suolo, favoriscono lo scambio di nutrienti e lo stock di carbonio. In questo senso, la verifica dei servizi naturali dei boschi mira a quantificare gli impatti su fattori come lo spessore dello strato di materia organica del suolo, il contenuto percentuale di materia organica e quello nutritivo; la stabilità del terreno; l’incidenza delle frane, la produttività (forestale e agricola) per unità di superficie.
I dati, condivisi con Re Soil Foundation, parlano chiaro, anche se vanno valutati rispetto alla singola realtà certificata, in quanto le condizioni specifiche di un bosco o di ecosistema forestale non sono generalizzabili: “Per quanto riguarda lo stock di carbonio organico – spiega infatti Diego Florian, Direttore del Forest Stewardship Council (FSC) Italia – in alcune aree certificate FSC abbiamo registrato un aumento pari a tre volte il dato di partenza. Ancora più significativo il dato relativo all’erosione del suolo, che si è ridotto di oltre otto volte”.
In alcune foreste in cui sono stati applicati gli standard di gestione responsabile FSC, la riduzione dell’erosione del suolo è andata di pari passo con l’aumento della copertura vegetale esistente. “Sono tutti dati che confermano, se ancora ce ne fosse bisogno – aggiunge ancora il Direttore di FSC Italia – che il nostro Pianeta ha bisogno di foreste gestite in modo sostenibile per controllare l’erosione del suolo e per la sua conservazione. Le radici degli alberi stabilizzano i pendii di cresta, collina e montagna e forniscono il supporto strutturale meccanico necessario per prevenire movimenti superficiali del terreno”.
“I calcoli effettuati da FSC Italia confermano quanto sia importante costruire una solida cooperazione tra tutti gli attori coinvolti, il mondo della ricerca, delle istituzioni, delle associazioni, della filiera agricola, silvicolturale e forestale, per contrastare il degrado del suolo nei vari territori” commenta la professoressa Debora Fino, presidente di Re Soil Foundation. “Il fenomeno è purtroppo ancora oggi sottovalutato. Eppure i terreni coltivati perdono carbonio a un tasso dello 0,5% annuo. Il 60-70% del suolo è compromesso a causa di cattive pratiche di gestione del territorio, inquinamento, urbanizzazione e, ovviamente, deforestazione. Tutto questo ricade negativamente sul livello di biodiversità dei suoli. La sostanza organica ha un ruolo chiave nell’ecosistema perché rappresenta la più importante riserva di carbonio rispetto alla biosfera e all’atmosfera. Ed è proprio per questo motivo che la sua perdita non può più essere trascurata, anche pensando ai cambiamenti climatici. Invertire la tendenza dipende da quanto sapremo diffondere e premiare buone pratiche di gestione a ogni livello”.
Re Soil Foundation
Creata a inizio 2020 da Novamont, dal Politecnico di Torino, dall’Università di Bologna e da Coldiretti per salvaguardare uno dei beni più importanti e sottovalutati del Pianeta: il suolo, minacciato da decenni da pratiche invasive e insostenibili.
Il Forest Stewardship Council® (FSC®)
Il Forest Stewardship Council (FSC) è un’organizzazione non governativa e no-profit che include tra i suoi 900 membri internazionali gruppi ambientalisti e sociali, comunità indigene, proprietari forestali, industrie che lavorano e commercializzano prodotti forestali, gruppi della grande distribuzione organizzata, ricercatori e tecnici, che operano insieme allo scopo di promuovere in tutto il mondo una gestione responsabile delle foreste.
FSC Italia nasce nel 2001 come associazione no-profit, in armonia con gli obiettivi di FSC International. Il marchio ha assunto un ruolo di primo piano nel mercato dei prodotti forestali quali legno, carta e prodotti non legnosi (come ad esempio il sughero), collocando il nostro Paese al secondo posto nella classifica internazionale e al primo in quello europeo per quel che riguarda le certificazioni FSC della Catena di Custodia (Chain of Custody, CoC).
Il marchio FSC identifica infatti i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. La foresta di origine viene infatti controllata e valutata in maniera indipendente in conformità a questi standard (principi e criteri di buona gestione forestale), stabiliti ed approvati dal Forest Stewardship Council International tramite la partecipazione e il consenso di tutte le parti interessate.
Nel 2018 l’Italia è stato il primo Paese al mondo a verificare scientificamente e certificare gli impatti positivi della gestione responsabile sui servizi naturali forestali, e le ricadute ambientali, sociali ed economiche di tali impatti.
Sostenibilità ancora lontana. Nel contesto storico che stiamo vivendo le parole “sostenibilità” e/o “sviluppo sostenibile” hanno acquisito una maggiore rilevanza, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Tuttavia, ci sono ancora molti obiettivi da raggiungere. L’Italia ad esempio risulta peggiorata in 9 dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU.
TÜV Italia supporta le imprese verso una transizione che porti ad un approccio più sostenibile grazie a servizi di assistenza, formazione e testing in diversi ambiti, da quello economico/finanziario a quello ambientale e sociale.
La pandemia ha reso evidenti molte lacune nella gestione dei piani di sviluppo economico e sociale: questo, aggiunto a una nuova consapevolezza dell’opinione pubblica, porta Governi, istituzioni e imprese a sentire sempre più urgente il cambiamento.
La situazione italiana è una delle più delicate.
Secondo il Rapporto 2020 dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile che analizza lo stato di avanzamento del nostro Paese rispetto all’attuazione dei 17 Obiettivi dell’Agenda 2030 e illustra un quadro organico di proposte, l’Italia ha registrato un peggioramento in 9 dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile.
L’Italia appare lontana dai valori di riferimento in diversi fattori, dalla riduzione delle vittime di incidenti stradali al numero di giovani che non studiano e non lavorano (NEET), dalla definizione da parte delle città di piani per la gestione dei disastri naturali alla difesa della biodiversità. Per questo è impellente la necessità di un cammino verso una transizione ecologica “giusta”, per rilanciare il Paese in un’ottica di sostenibilità economica, sociale e ambientale.
“Gli sforzi per la sostenibilità sono richiesti a tutti i livelli, non solo quelli istituzionali, Anche le aziende possono e devono fare la loro parte visto che tali sforzi creano un valore condiviso per tutte le parti interessate, affrontando le questioni economiche, sociali e ambientali che si intersecano con il loro business”, dichiara Sabrina Bruschi, Business Unit Manager per i servizi customizzati. “Riconoscere il crescente interesse dei consumatori per l’approvvigionamento e i prodotti sostenibili permette anche alle aziende di ottenere una maggiore quota di mercato e sostenere l’impegno dei consumatori. Come TÜV Italia siamo al fianco delle imprese grazie a servizi di assistenza, formazione e testing in diversi ambiti dello sviluppo sostenibile, da quello economico/finanziario a quello ambientale e sociale. I nostri servizi possono supportare le aziende sia per approcci sistemici verso l’intera organizzazione che per approcci relativi all’infrastruttura e il prodotto”.
Economia circolare
L’impoverimento del pianeta, in termini ambientali e di risorse, deriva da un modello economico di tipo “lineare”: si estrae materia prima e si producono beni che, a fine vita o semplicemente quando non risultano più necessari, vengono gettati via. Ciò che occorre è uno spostamento dal modello economico lineare a un nuovo paradigma in cui, attraverso l’integrazione delle tre R (Reduce, Reuse and Recycle) si riduce drasticamente la necessità di estrarre e lavorare nuove risorse e, con esse, gli impatti ambientali correlati. Tale modello si definisce di economia circolare.
Attraverso un team interdisciplinare, TÜV Italia eroga servizi di supporto, formazione e verifica nell’ambito di progetti di economia circolare, tra cui assessment, valutazione del posizionamento aziendale, metriche di misurazione e formazione e coaching.
Finanza sostenibile, Monitoraggio e reporting ESG e di sostenibilità
La finanza gioca un ruolo essenziale a supporto di un’economia, il cui obiettivo è quello di creare sempre maggior valore da un punto di vista ambientale, sociale e di governance (ESG).
”L’attività di rendicontazione di carattere non finanziario, che prevede la redazione di bilanci di sostenibilità comprendenti informazioni relative alle tematiche ESG è diventata essenziale. La sostenibilità infatti è passata dall’essere un “nice to have” ad essere un “must to have” per attrarre investimenti e dimostrare ai propri stakeholder l’impegno nell’ambito della Corporate Social Responsibility (CSR)”, dichiara Sabrina Bruschi, Business Unit Manager per i servizi customizzati.. “TÜV Italia rappresenta un partner competente e affidabile per guidare le organizzazioni in percorsi scelti ad hoc, attraverso tutta una serie di servizi dedicati”,
Servizi di test per il settore ambientale
Per le aziende, e per chi al loro interno è coinvolto nei servizi legati alla salute, alla sicurezza e all’ambiente, è fondamentale individuare e mappare tutte le possibili emissioni chimiche o fisiche dei propri impianti, fissi o temporanei, per attuare politiche di rispetto ambientale.
In questo scenario si inseriscono i servizi di testing erogati dai Laboratori pH che possono eseguire:
– Controlli delle emissioni e dei processi industriali
– Indagini per la caratterizzazione e bonifica di siti inquinati
– Monitoraggi per il controllo dei rischi d’esposizione in ambiente di lavoro
– Monitoraggi per la misura degli impatti sull’ambiente
APRILE DELLA SOSTENIBILITÀ
Nell’ambito di queste attività, al fine di sensibilizzare e informare le imprese sui temi dello sviluppo sostenibile, TÜV Italia ha istituito l’“Aprile della Sostenibilità”, un mese dedicato a un ciclo di webinar gratuiti dedicati a vari aspetti di questa tematica.
8 aprile – Sostenibilità nella governance
15 aprile – Claim etici credibilità e trasparenza con la ISO/TS 17033
22 aprile – Economia circolare: il piano d’azione europeo nell’epoca del green deal
29 aprile – Hygiene audit e test ambientali
Fondato nel 1866 come associazione di controllo delle caldaie a vapore, il Gruppo TÜV SÜD è cresciuto diventando un’impresa globale. Opera con oltre 24.000 dipendenti dislocati in oltre 1.000 sedi in circa 50 paesi allo scopo di migliorare costantemente tecnologia, sistemi e competenze. TÜV SÜD contribuisce attivamente a rendere innovazioni tecniche come Industria 4.0, guida autonoma ed energie rinnovabili sicure e affidabili.
TÜV Italia fa parte del gruppo TÜV SÜD ed è presente in Italia dal 1987. TÜV Italia ha una struttura di oltre 600 dipendenti e 400 collaboratori, con diversi uffici operativi sul territorio nazionale, a cui si affiancano i laboratori TÜV Italia e Bytest a Volpiano (TO) e pH a Barberino Tavarnelle (FI), acquisite rispettivamente nel gennaio 2012 e nel gennaio 2013.
TÜV Italia organizza periodicamente webinar e seminari gratuiti, dove vengono affrontati I temi tecnici più attuali, altre ai numerosi corsi formativi professionali, dedicati ad approfondire e sviluppare competenze in tutti i settori in cui l’ente opera.
Il cibo che mangi, l’acqua che non vedi. In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua il Politecnico di Torino ha presentato i risultati e gli strumenti di comunicazione sviluppati nel progetto ERC sullo studio dell’acqua virtuale.
Preservare le risorse idriche dipende dalle nostre scelte quotidiane, l’unico modo per fare la differenza è prendere decisioni informate e consapevoli.
In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua 2021, le ricercatrici ed i ricercatori del progetto europeo CWASI (Coping with WAter Scarcity In a globalized world) hanno affrontato il problema della globalizzazione delle risorse idriche, consumate e utilizzate per la produzione di alimenti, indagandone gli impatti sulla sicurezza alimentare e sulle risorse ambientali.
Hanno organizzato un evento online per raccontare il nesso tra acqua e cibo e presentare gli strumenti sviluppati nel contesto del piano di comunicazione WaterToFood.
Il progetto CWASI finanziato dall’ European Research Council (ERC) – durato 5 anni e da poco concluso – è stato coordinato da Francesco Laio, professore di Idrologia del Politecnico di Torino e Direttore del Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture (DIATI).
“Abbiamo scelto di presentare oggi i risultati del progetto CWASI perché il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua di quest’anno è “Valuing Water” e il progetto va proprio nella direzione di dare un valore anche all’acqua “invisibile” contenuta nei beni di consumo, in particolare nei prodotti agroalimentari” spiega il professor Francesco Laio.
Il concetto di acqua virtuale, o impronta idrica, indica il totale del fabbisogno di acqua necessario alla produzione degli alimenti.
“Per dare un ordine di grandezza indicativo, si stima che il volume totale di acqua virtuale scambiato globalmente nel corso di un anno sia dell’ordine di 1750 Km3 (secondo una stima fatta per l’anno 2016), che corrisponde a circa 35 volte il volume del lago di Garda” prosegue Laio.
Il team multidisciplinare che ha lavorato alla ricerca ha coinvolto ricercatori e ricercatrici di discipline quali l’idrologia, l’economia, la teoria della complessità, le scienze nutrizionali, la geopolitica e l’agronomia – solo per menzionare le principali – e ha lasciato in eredità una notevole mole di dati e informazioni che ora si vuole rendere disponibili alla comunità, nella convinzione che l’intera società debba essere coinvolta per generare un reale cambiamento nel sistema alimentare globale in termini di protezione e gestione della risorsa idrica.
“Nell’ultimo anno abbiamo lavorato intensamente alla realizzazione di un progetto di comunicazione, chiamato Water to Food, con l’intento di elaborare nuovi strumenti che possano essere di facile utilizzo per il grande pubblico. Abbiamo realizzato interfacce web interattive, dove è possibile esplorare l’impronta idrica e i flussi di acqua virtuale di centinaia di prodotti agricoli a scala globale, dagli anni Sessanta ad oggi. Infine abbiamo tradotto la ricerca degli ultimi 5 anni in un manuale divulgativo, prodotto con l’aiuto di esperti del settore alcuni contributi video e intrapreso attività di educazione e divulgazione nelle scuole” racconta Marta Tuninetti, ricercatrice presso il DIATI.
ph. © Enrico Rainero
EU microplastic ban just got a step closer – but has major loopholes. Clean-up target impossible to meet without improvements, NGOs warn.
EU plans to stop firms adding microplastic to almost all products have major loopholes that would keep pollution flooding into the environment for nearly a decade and reward unproven biodegradable plastics, environmental groups are warning.
The European Commission has pledged to ban microplastic from cosmetics, paints, detergents, some farm, medical and other products to prevent 500,000 tonnes polluting mostly rivers and seas. The legal process moved forward on Tuesday when a detailed proposal was presented by ECHA to the Commission. The legal restriction is expected to become law next year.
But following industry lobbying, the proposal has major loopholes, according to the Rethink Plastic alliance of environmental groups. Some sectors could get up to 8 years to drop microplastic, while ‘biodegradable’ microplastic that has not been shown to degrade in the environment could escape the ban. The 500,000 tonnes target will be impossible to achieve unless the proposal is improved, they calculated.
European Environmental Bureau chemicals policy officer Elise Vitali said: “Microplastic pollution is everywhere: in our drinking water, our fields, filling the air in cities and even inside our bodies. The EU is right to build on its reputation of tackling plastic pollution with this new ban. But it must avoid being sidetracked by industry-sponsored loopholes. We want a quick and broad restriction with no green light for unproven biodegradable plastic.”
Hélène Duguy, chemicals lawyer at ClientEarth, said: “The EU promised to turn off the taps on microplastic pollution. Take sport pitches – it’s a gigantic source of microplastics pollution and it’s now up to the Commission to make sure that a full ban is in order. When it comes to cosmetics – another well-known source of this pollution – the Commission needs to reject the lenient proposal that would give the cosmetics industry a free pass to continue business as usual until 2028, even where alternatives are available.”
Microplastic pollution is irreversible and causes considerable harm to the environment, with potential grave consequences for humans. EU scientific advisors have recognised that microplastics pose an unacceptable risk, which justifies a comprehensive ban.
The groups are urging the Commission to adopt a broad restriction that covers all microplastics in all sectors and uses.
The proposal is now in the hands of the Commission’s industry department, which has not always shown ambition on chemicals policy, the NGOs said. The Commission has until late May 2021 to draft the restriction text, which will then go to a vote of member state experts. The European Parliament and Council of Ministers then have three months to object, but rarely do.
Rethink Plastic, part of the Break Free From Plastic movement, is an alliance of leading European NGOs working towards ambitious EU policies on plastics. It brings together the Center for International Environmental Law, ClientEarth, Environmental Investigation Agency , European Environmental Bureau , European Environmental Citizen’s Organisation for Standardisation, Greenpeace, Seas At Risk, Surfrider Foundation Europe, and Zero Waste Europe.
Together they represent thousands of active groups, supporters and citizens in every EU Member State working towards a future free from plastic pollution.
EU industrial pollution law revision essential to cut greenhouse gases and pollutants. The Industrial Emissions Directive (IED) currently excludes limits on carbon dioxide and other greenhouse gas emissions (GHGs), making it unfit to support the EU’s moves to address climate change, according to legal, environmental and health experts.
As the directive determines the allowable emissions levels of over 50,000 industrial facilities – about half of the EU’s GHG emissions – the group is launching a petition demanding the IED be revised to include GHGs and to limit air, water and soil pollution much more strictly, to ensure that the commitments under the European Green Deal become reality.
The news comes during the European Commission’s public consultation on the IED
Christian Schaible, Policy Manager for Industrial Production at the European Environmental Bureau (EEB) said: “The whole point of the IED is to protect us and our environment from the negative impacts of industrial activities. If the Commission is serious about their zero pollution, circular and carbon neutrality goals, they must redesign its scope, rethink how standards are set, and ensure greater transparency.”
Doreen Fedrigo, Industrial Transformation Policy Coordinator at CAN Europe, said: “EU leaders last year agreed to more ambitious greenhouse gas emission reductions by 2030. Now is the time to implement this higher climate goal, across all sectors. The IED is a key tool to drive drastic cuts in greenhouse gas and toxic emissions in the industry sector. Including limits on greenhouse gas emissions alongside stricter limits on other industrial emissions will be needed for the EU to honour its commitments under the Paris Climate Agreement.”
The NGOs also stress that the IED does not currently address a variety of serious problems related to the air, water and soil pollution. Large-scale industrial activities are one of the main contributors to air pollution, which leads to 412,000 premature deaths in Europe every year, meaning a stricter regulation on all industrial emissions can no longer be avoided.
Vlatka Matkovic, Senior Health and Energy Officer at the Health and Environment Alliance (HEAL) said: “Zero pollution and a health-protective approach need to be at the heart of the industrial emissions law, to urgently and significantly cut pollution, especially from coal power plants. The revision of the Industrial Emissions Directive is a not-to-be-missed opportunity for preventing disease and premature deaths, and for delivering on the EU’s climate ambition.”
The current IED does not lead to a zero pollution environment or circular economy, nor does it ensure proper public participation rights and access to information. The NGOs point out various cases of these failures throughout the EU Member States.
Laura Otýpková, lawyer from Frank Bold said: “The current IED is full of loopholes and flexibilities which allow industrial operators to avoid complying with strict rules. At the same time, the public is often excluded from proper participation and denied access to information on emissions. In the end, the IED seems like a token gesture – its revision is a perfect opportunity to make it the powerful piece of legislation it could be.”
The NGOs have launched a petition to urge the European Commission to transform the Industrial Emission Directive (IED).
The Industrial Emissions Directive came into force in January 2011 and was transposed in the EU Member States by January 2013.
It regulates dangerous pollutants from industry, including dust, nitrogen oxides, sulphur dioxide and heavy metals. Industry – which includes factories, power plants, intensive livestock farming and refineries – is the source of about a half of the European Union’s greenhouse gas emissions and 75% of hazardous waste production. Large-scale industrial activities are one of the main contributors to air pollution which leads to 412,000 premature deaths in Europe every year. At the same time, according to industry reports, these facilities release about 4,600 tonnes of heavy metals every year into the air, water and soil, including ecotoxic arsenic and neurotoxic lead and mercury. Their main source is coal combustion.
In a recent evaluation, the European Commission concluded that the IED is not working on several levels. Most importantly, the law is not helping to decarbonize industry. What we see in several countries is that the IED has allowed multiple flexibilities and has not lowered emissions, especially from coal plants, as fast as it could have. The fitness check showed that the IED has rarely helped tackle transboundary pollution and has not enabled sufficient public participation or access to information. This means that industrial operators are being allowed to pollute at dangerous levels while people at home and abroad remain powerless to do anything about it.
The European Commission has started preparing an update to the Directive, which should include new rules for industrial pollution. The public can now have their say to influence the future legislation, and secure the protection of climate and health. The consultation will be open for anyone to participate until 23 March. The European Commission should prepare the final proposal by the end of 2021, and it will then be voted on by the European Parliament.
The European Environmental Bureau (EEB) is Europe’s largest network of environmental citizens’ organisations, standing for environmental justice, sustainable development and participatory democracy. Our experts work on climate change, biodiversity, circular economy, air, water, soil, chemical pollution, as well as policies on industry, energy, agriculture, product design and waste prevention. We are also active on overarching issues as sustainable development, good governance, participatory democracy and the rule of law in Europe and beyond.
We have over 160 members in over 35 countries.
ph. © Enrico Rainero